Danubio di Claudio Magris

Quando si sente parlare del Danubio è difficile non ricordare il celebre valzer di Johann Strauss, Sul bel Danubio blu. Anche grazie alla suggestione di questo titolo, nell’immaginario collettivo le acque di quel fiume sono blu; ma la poesia trasfigura la realtà, così il viaggiatore che le scruta scopre che il loro colore è ben diverso.

Il Danubio non è blu, come vogliono i versi di Karl Isidor Beck che hanno suggerito a Strauss il titolo seducente e menzognero del suo valzer. Il Danubio è biondo, «a szöke Duna», come dicono gli ungheresi, ma quel biondo è una galanteria magiara o francese […]. Verne pensava di intitolare un suo romanzo Le beau Danube jeaune. Giallo fangoso, acqua che si intorbida […].

Claudio Magris conosce bene il Danubio, da germanista ma anche da viaggiatore. Proprio come reportage di un suo tour su quel fiume in compagnia di amici, egli scrive Danubio, che si configura come una sorta di ‘diario di bordo’, ma anche come un diario intimo in cui egli si interroga sulla Storia, sull’uomo, sul senso dell’esistenza. E, sullo sfondo, c’è il Danubio.
Il viaggio di Magris parte dalle sorgenti del fiume — che si favoleggia nascere da un rubinetto sempre aperto — e si conclude alla foce, sul mar Nero. In mezzo, escursioni e deviazioni. È quasi un pellegrinaggio laico che tocca le grandi Capitali bagnate dal Danubio ma anche località minori e poco note, altrettanto ricche di storia, perle unite da un filo lungo più di 2800 km.

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Fin da Eraclito, il fiume è per eccellenza la figura interrogativa dell’identità, con la vecchia domanda se ci si possa bagnare due volte nelle sue acque […].

Tante generazioni si sono avvicendate su quelle sponde, tanti popoli si sono specchiati sulla bionda superficie; lui, il Danubio, ha assistito ai mutamenti della Storia, sempre uguale il suo corso, sempre diverse le sue acque. Identità contro alterità. Anche l’umanità è sempre uguale nella diversità degli individui che la compongono. E la Storia non segue forse la stessa logica? Fluisce, va avanti, cambiano gli eventi, si succedono guerre e paci, carestie e floridezze, progressi e regressi ma tutto è ricondotto entro il suo alveo.
Il Danubio è Storia: dalla vittoria di Traiano su Decebalo a oggi, esso ne è sempre stato testimone silenzioso. Il suo limo rende la Mitteleuropa feconda di ingegni e talenti la cui memoria è ancora viva nelle città in cui operarono. Magris non manca di sostare presso la casa in cui Kafka finì i suoi giorni o di visitare lo studio (ora museo) del dottor Freud.
Se il Danubio è Storia, la Storia è fatta (anche) dagli uomini. Magris rispetta questo sillogismo: il suo saggio brulica di uomini e donne, illustri e umili, noti e sconosciuti. In queste pagine vengono ritratti tanto l’arciduca Francesco Ferdinando e la sua consorte quanto il pasticciere che inventò la torta Sacher proprio in onore della duchessa.
È la Storia dei popoli ma anche quella dei singoli individui, di quelle masse di sventurati vittime della follia umana. A Mauthausen, lager in cui morirono più di centodiecimila persone, Magris scende la Scala della Morte; egli dà voce a quelle anime che ne furono private in nome di un disegno delirante, anime la cui dignità fu calpestata, la cui vita fu spezzata da altri esseri umani — homo homini lupus.
Oltre alle tinte cupe in Danubio non mancano altre più limpide; se Magris mette in campo la sua solida cultura di germanista, sa anche indulgere a toni ironici, scherzosi, a quegli accenti camerateschi consueti tra amici che condividono un viaggio. Come Ulisse, Goethe o Sterne — per citare alcuni dei viaggiatori più noti — Magris si immerge nei luoghi visitati, ne respira gli umori, coglie e fa parlare il genius loci di ognuno di essi.
La sua penna analitica scava nell’humus delle diverse culture. Danubio è una vera e propria summa di discipline: antropologia, linguistica, letteratura e critica letteraria, geografia politica; Magris tesse tutti questi fili in un intreccio perfetto, privo di smagliature. La sua prosa scorre pacata ma straripa di contenuti, come il corso del Danubio, ora placido ora impetuoso.
Confrontarsi con Danubio è faticoso, certo; la densità dei temi rende impegnativa la lettura ma non ne sacrifica l’intelligibilità. L’opera di Magris chiede al lettore attenzione ma in cambio lo arricchisce di conoscenze — come quelle su figure storiche o letterarie note solo agli addetti ai lavori — di aneddoti e di vocaboli relativi alla società mitteleuropea.

La poetica del viaggio è cara a Magris, che fonda su essa parte della produzione letteraria.

Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare il più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

Ne L’infinito viaggiare espone una vera e propria filosofia del viaggio che non si esaurisce nel raggiungimento di una meta, anzi, ognuna rimanda sempre a un’altra in un anelito di infinito che è l’essenza del vivere. Fermarsi significa la fine di tutto; viaggiare è immaginare, desiderare, sperare, sognare. È vivere. Un grande viaggiatore, Paul Gauguin, esprime questa inesauribile tensione verso un oltre che non si raggiunge mai perché ne genera continuamente uno nuovo. Dovunque si trovasse, Gauguin anelava sempre a un altrove — dalla Francia a Panama, da qui in Martinica, poi di nuovo in Francia per ripartire ancora e poi ancora tornare. Ma l’incessante viaggio esprime anche l’inquietudine dell’uomo contemporaneo che non è mai completamente appagato dall’obiettivo raggiunto.
Magris scrive Danubio nel 1986. Da allora l’assetto geopolitico mitteleuropeo ha subìto un profondo cambiamento, e con esso la società. Ma il viaggiatore di oggi che si affacciasse su quelle acque bionde, se attento, potrebbe sentirle restituire l’eco delle  “morte stagioni” — per usare le parole di Giacomo Leopardi — o udire la voce di chi, passandovi accanto, gli ha affidato i propri pensieri: goliardiche compagnie di amici, amanti che si sussurravano parole appassionate, patrioti infiammati d’ardore. E il Danubio custodisce la memoria di ognuno di questi suoi figli.

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Storia di Roque Rey di Ricardo Romero

Alcuni libri hanno il potere di risvegliare ricordi lontani, come fossero la famosa madeleine proustiana. Ho sperimentato questa specie di operazione archeologica del mio vissuto leggendo Storia di Roque Rey (Fazi Editore, 2017, pp. 528, trad. di Vittoria Martinetto), di Ricardo Romero, argentino, classe 1976, penna assai apprezzata nell’attuale panorama letterario del suo Paese. L’Argentina di Romero è il teatro di questo romanzo che ammicca al Realismo Magico e in ogni pagina ho avvertito i colori, i sapori e i suoni che ho percepito durante il mio viaggio in quella terra sconfinata; e ho ritrovato i nomi di alcune delle città che ho visitato — Rojas, Junín, Buenos Aires e molti altri. Ecco perché ho parlato di archeologia dei ricordi.

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Storia di Roque Rey si presenta da subito come un romanzo che tende la mano al fantastico, a cominciare dalle origini di Roque, le quali hanno un che di mitico. Egli si annuncia al mondo solo il giorno della nascita, quando è una creatura già perfettamente formata, quasi non fosse stato plasmato per nove mesi nel ventre della madre, ignara fino all’ultimo istante di quella vita che le sbocciava dentro. La donna non ha la stoffa per fare la mamma e “cede” il neonato alla sorella. Roque festeggerà sempre il compleanno con due mesi di ritardo, a datare da quel sabato pomeriggio in cui gli zii Elsa e Pedro lo presero con loro.
Quando Pedro muore, la vedova chiede al nipote di camminare con le scarpe del defunto per allargarle e renderle più comode in vista del suo ultimo viaggio. Il ragazzo non tornerà più a casa. Inizia così il lungo pellegrinaggio di Roque attraverso l’Argentina, nel corso del quale egli incontra vari tipi umani. Per poco tempo viaggia con Umberto, un prete parricida ossessionato dai propri fantasmi. In seguito Roque viene ingaggiato come ballerino dal gruppo dei Los Espectros, con cui il giovane si esibisce per qualche anno, fino a quando si ridesta in lui quello spirito gitano che lo spinge a lasciare i compagni e a partire da solo.
A Buenos Aires Roque conosce Marcos Vryzas, studente di Filosofia con cui si dà alla vita notturna e dissoluta, trova l’amore, che ha gli occhi neri di Mariana Gallardo, e inizia a lavorare all’Obitorio Giudiziario. Come anni prima aveva indossato le scarpe dello zio, adesso va camminando per la Capitale con quelle dei morti che gli sfilano davanti ogni giorno; attraverso esse, Roque riesce a penetrare nei segreti più nascosti di chi le aveva calzate in vita.

«Le scarpe sono molto di più di un capo di vestiario. […]Non sono nient’altro e nientemeno che gli intermediari fra noi e la terra. Sono loro che si fanno carico del peso dei nostri corpi e anche […] delle nostre anime. Sono il ricettacolo finale di quanto procrastiniamo, dei nostri desideri più reconditi, dell’elettricità segreta di quei sogni che non siamo in grado di ricordare al risveglio. […] Le terminazioni nervose dei nostri piedi, lungo le piante, ricevono l’eco, la vibrazione finale di tutto quanto ci accade, e saranno le scarpe il luogo dove si depositeranno»

L’incontro con Natalia, una bambina la cui bellezza straordinaria è pari a un’intelligenza superiore alla media, segna un altro cambiamento nella vita di Roque. Ancora una fuga, ancora una città; qui la strana coppia si spaccia per padre e figlia. La parvenza di famiglia che Roque forma sposando Inés è un’illusione e, rimasto definitivamente solo, egli non può fare altro che rimettersi in marcia, questa volta senza scarpe.
Romero costruisce il romanzo sul campo semantico del cammino: i passi di zio Pedro sono il primo ricordo che affiora nella memoria di Roque; i passi che il ragazzo deve compiere nell’isolato per allargare le scarpe del morto si susseguono in un vagabondaggio per la città; da questa Roque scappa e molte altre ne raggiunge nel corso degli anni.

E ogni volta che Roque sembra trovare una stabilità, ecco riemergere quella inquietudine esistenziale che gli impedisce di mettere radici in uno stesso luogo. Allora egli riprende il cammino, che altro non è se non l’ennesima fuga. Da cosa fugge Roque? Da un passato segnato dall’abbandono del padre — anzi, dall’assenza dell’uomo che non ha mai saputo di avere un figlio — e della madre; il ragazzo poco sa delle proprie origini, giusto i vaghi pettegolezzi che ha carpito tra i parenti. La sua vita è un pellegrinaggio — come quelli a cui lo costringeva la zia Elsa — alla ricerca di sé, o meglio di una prospettiva che gli restituisca l’immagine autentica di sé, che gli mostri con chiarezza chi è Roque Rey, senza maschere né interferenze.

«Bisogna fare il giro del mondo per vedere se stessi di spalle mentre si cammina. […] I suoi passi gli dicevano a quali passi doveva pensare. A quali camminate. Dove si trovava di spalle. Ed era di spalle sulla rotta dei morti. […]Era lì il segreto della sua esistenza»

Non solo Roque compie delle incursioni oltre il confine tra la vita e la morte, ma i morti, a loro volta, si affacciano sul mondo dei vivi, come due insiemi matematici che si intersecano. La naturalezza con cui queste due dimensioni si sfiorano diffonde nel romanzo un’atmosfera di magia impalpabile. Una prosa straniante, dunque, quella di Romero, che ricorda lo stile di García Márquez — maestro del Realismo Magico — in cui, dietro lo schermo di una realtà apparentemente normale, si coglie una nota stridula che ne distorce la percezione.

«Nessun morto era sufficientemente morto e nessun vivo sufficientemente vivo da non potersi incontrare a un incrocio, in un’alba fra tante»

Non c’è molta azione in Storia di Roque Rey , che privilegia piuttosto il percorso — ecco di nuovo un vocabolo legato al cammino — esistenziale del protagonista, eppure la lettura non annoia affatto, anzi il lettore si scopre suo compagno di viaggio. Un viaggio lungo quarant’anni, durante i quali anche l’Argentina segue il proprio sviluppo storico, non sempre indolore.

«[…]La Storia è come una donna. Periodicamente, a intervalli, sanguina. Guerre mondiali e civili, guerre sante […]. È la Storia con le gambe aperte che lascia cadere a fiotti il sangue dei popoli. Ed è sangue morto quello che le esce. […] La Storia mestrua. Si dissangua. E il sangue che sgorga da lei è quello di migliaia di disgraziati come noi che non capiscono niente di quel che succede»

Se è vero che la vita è un cammino — ricordiamo l’incipit della Commedia di Dante — le peregrinazioni di Roque sono una metafora del percorso che ogni individuo e l’umanità intera compiono durante la propria esistenza: come tensione verso una meta, come evoluzione spirituale, come crescita e maturazione. Roque non torna mai indietro, così come non si volge mai indietro il corso della Vita, del Tempo, della Storia; è un incedere continuo, che può rallentare o accelerare, ma non fermarsi, segnato da tappe e guidato da una “bussola”. Roque trae l’orientamento dalle scarpe dello zio. Esse sono quasi un prolungamento del suo corpo; aspirandone l’odore vi riconosce il proprio. Le tratta come esseri senzienti, parla e confida loro pensieri e preoccupazioni.
Il gesto di togliersi le scarpe e abbandonarle per affrontare scalzo un viaggio diverso da tutti gli altri ha un valore simbolico di rinnovamento, è una specie di “morte non convenzionale”. In astrologia i piedi rappresentano la possibilità di ritornare al grembo materno; forse è l’inconscio a suggerire a Roque di trascorrere il resto della propria vita sulle acque del delta del Paraná o forse il desiderio di emulare il padre, che scomparve proprio solcando quel fiume. In ogni caso, il nuovo — e ultimo — capitolo della storia di Roque ha tutto l’aspetto di un ritorno alle origini, a quelle tiepide acque in cui era immerso nel grembo della madre, a piedi nudi allora come oggi.

Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafón

A Barcellona si erge la monumentale basilica della Sagrada Familia; nella stessa città, Carlos Ruiz Zafón immagina anche un altro tempio, laico, altrettanto imponente: il Cimitero dei Libri Dimenticati, una biblioteca che custodisce tutti i libri del mondo. Essa è un dedalo di corridoi, tunnel, scalinate e archi intrecciati, un vero e proprio labirinto in cui l’inesperto visitatore può smarrirsi.

L’immagine del labirinto è cara a Zafón, il quale la applica anche alle storie; secondo la sua concezione, esse non seguono un percorso lineare ma sono strutturate come un intrico di percorsi.

Una storia non ha principio né fine, soltanto porte d’ingresso.

Il labirinto degli spiriti (Mondadori Libri, collana I Miti, 2018, pp. 1118, trad. di Bruno Arpaia) costituisce l’ultimo capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, le cui parti possono essere lette in qualsiasi ordine, anche separatamente. Ogni puntata è una porta che permette di accedere alla vicenda principale le vicissitudini della famiglia Sempere da angolazioni diverse, come sentieri che convergono sulla strada maestra.

 

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I libri sono il filo conduttore della tetralogia, un universo in cui si muovono scrittori alle prese con le loro opere addirittura ossessionati dalle proprie creazioni e lettori, in una dimensione metaletteraria evidente fin dal titolo. Il labirinto degli spiriti è infatti il romanzo di Víctor Mataix rinvenuto nella scrivania del ministro Mauricio Valls, scomparso misteriosamente all’alba di una grigia giornata del novembre 1959.

La sparizione di un personaggio così vicino ai vertici del regime mobilita immediatamente le forze dell’ordine e le indagini vengono affidate al capitano Vargas e ad Alicia Gris, giovane agente dotata della capacità di vedere cose che altri non vedono. Creatura d’ombra perfino nel nome gris in spagnolo significa grigio’— e orfana di guerra, Alicia porta anche nel corpo i segni dell’orrore a cui ha assistito: una grossa cicatrice al fianco le ricorda la notte del bombardamento in cui vide la morte in faccia.

La risposta si trovava quasi sempre nel passato.

Alicia ha fatto proprio questo insegnamento del suo mentore, così si volge a frugare nel passato del ministro, focalizzando l’attenzione sugli anni in cui egli dirigeva con pugno di ferro il carcere di Montjuic. In quel periodo Valls entrò in contatto con due scrittori ivi reclusi, David Martín e Víctor Mataix. I loro nomi, che qualcuno ha cercato di gettare nell’oblio, riemergono prepotenti e sembrano indicare la strada che conduce a don Mauricio. Quei nomi, inoltre, sono legati alla famiglia Sempere.

Daniel è cresciuto portando dentro il senso di vuoto per la mancanza della madre, morta quando lui aveva quattro anni. «Devi raccontare la verità» gli dice in sogno la donna, e questo è lo scopo di Daniel: scoprire e raccontare la verità sulla fine di Isabella Sempere, che non sembra deceduta per cause naturali. Il sospetto è che proprio Valls sia in qualche modo responsabile della tragedia. Grazie alla caparbietà di Alicia, il ragazzo otterrà le risposte che cerca e tanti altri nodi della storia verranno sciolti.

La parola ʻveritàʼ ricorre con un ritmo martellante; sono molte le verità da scoprire e copioso lo spargimento di sangue che esse portano con sé.

La verità non è mai perfetta e non quadra mai con tutte le aspettative. La verità pone sempre dubbi e domande. Solo la menzogna è credibile al cento per cento, perché non deve spiegare la realtà, ma semplicemente dirci quello che vogliamo sentirci dire.

Il corpo del romanzo, sviluppato in forma eterodiegetica, è racchiuso tra due capitoli in cui il narratore è interno: Daniel introduce la vicenda per cedere la parola, sul finale, al figlio Julián, che si fa storiografo della famiglia, perché la Verità chiede di essere raccontata e la scrittura è la più potente arma di denuncia e divulgazione.

La prosa fluente di Zafón è ricca di dialoghi e tocca vari registri linguistici che riproducono la piramide sociale descritta nel romanzo, dall’élite al popolino; i personaggi sono caratterizzati in maniera formidabile e alcuni di essi sono memorabili, su tutti Fermín. L’andamento ascensionale della storia è accompagnato dalla trasformazione dell’immagine di Barcellona: prima cupa e spettrale, essa si va via via illuminando. La città è metafora della vita stessa che dal buio ascende alla luce grazie alla capacità serenatrice della Verità.

In filigrana si legge la condanna del regime franchista, uno dei periodi più oscuri per la Spagna. L’antidoto che Zafón suggerisce contro gli orrori che l’uomo può commettere è la cultura, estesa a tutti senza distinzione di sesso.

[…] il livello di barbarie di una società si misura dalla distanza che cerca di mettere fra le donne e i libri.

 

Alicia e Isabella sono due donne dalla personalità forte, capaci di pensare con la propria testa e di compiere scelte consapevoli. Donne indipendenti, che affermano la propria identità nel clima coercitivo degli anni ’50 — all’apice del regime franchista nutrendosi di cultura e formando sui libri la propria visione del mondo.

I libri mi hanno insegnato a pensare, a sentire e a vivere mille vite.

Ed è una vera perla di saggezza la massima espressa da donna Lorena, vera Vestale della biblioteca.

Nulla spaventa di più un cafone di una donna che sa leggere, scrivere, pensare e che per di più mostra le ginocchia.

Storia, società, letteratura; luci e ombre; allegria e dolore; ingredienti amalgamati con perfetta alchimia da Zafón, il quale regala al lettore momenti di spassosa leggerezza che sdrammatizzano altri di seria riflessione.

Dell’amore e di altri demoni di Gabriel García Márquez

Il 26 ottobre 1949 Gabriel García Márquez si trovò ad assistere all’apertura di un’antica tomba nel convento di Santa Clara a Cartagena de Indias. Oltre alle minute ossa di una ragazzina, ne fu rinvenuta la chioma, color rame e lunga, molto lunga: misurava ventidue metri e undici centimetri. La bambina si chiamava Sierva María de todos los Ángeles. Questo episodio, legato al ricordo di una leggenda narrata a García Márquez dalla nonna, costituisce il nucleo generativo del breve romanzo Dell’amore e di altri demoni (Mondadori Editore, collana Oscar Moderni, 2016, pp. 133, trad. di Angelo Morino).

 

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Márquez ci trasporta a Cartagena de Indias, in una dimensione atemporale che conferisce al racconto un aspetto quasi mitico. Che la vicenda si svolge in un lontano passato coloniale si evince dal riferimento all’intensa attività dell’Inquisizione spagnola, particolarmente crudele e impietosa.

La prima domenica di dicembre, Sierva María de todos los Ángeles, figlia del Marchese di Casalduero, viene morsa da un cane rabbioso. È il giorno del suo dodicesimo compleanno. Nonostante il tentativo di tenere nascosto ai genitori l’increscioso episodio, essi ne vengono a conoscenza. La notizia lascia piuttosto indifferente Bernarda, madre degenere che odia la figlia da quando l’ha vista nascere, mentre turba profondamente il Marchese. Egli riscopre un affetto paterno che dà senso alla sua vita, trascinata stancamente nell’apatia. L’imperativo che lo muove è salvare Sierva María, perciò l’uomo non esita ad affidarla alle cure di Abrenuncio de Sa Peira Cao, medico dalla fama di negromante finito nel mirino dell’Inquisizione per le sue teorie e per le pratiche non ortodosse. La bambina non sembra aver contratto la rabbia, ma sarà il tempo a confermare o smentire la diagnosi.

Quando a Sierva María sale la febbre, il Marchese, terrorizzato, convoca farmacisti e salassatori i cui metodi stregoneschi aggravano le condizioni della ragazzina. Si diffonde la voce che ella sia posseduta dal demonio, cosicché il vescovo interviene personalmente e ordina che venga internata nel convento delle Clarisse, dove sarà sottoposta a pratiche esorcistiche. Il sacerdote incaricato di salvare la sua povera anima è Cayetano Delaura. Egli si convince che Sierva María non è affatto posseduta e, nel corso dei colloqui con lei, finisce per innamorarsene. Cayetano, nemico giurato di tutti i demoni, si ritrova prigioniero del demone di una passione forsennata.

È il demonio, padre mio. […] Il più terribile di tutti.

L’amore di Cayetano scioglie i nodi che tengono avvinta l’anima di Sierva María la quale, per la prima volta nella sua vita, assapora momenti di estatica felicità. Ma è una beatitudine effimera e, se il romanzo ha un tono fiabesco, a differenza delle fiabe non c’è lieto fine.

L’amore è il demone più crudele, ma anche altri si annidano tra le pieghe della storia: quello del rancore, da cui tutti in qualche modo sono avvelenati, quello dell’intolleranza, l’anima nera della Chiesa che, attraverso abominevoli pratiche ‘esorcistiche’, lungi dal salvare anime perse, condanna ad atroci sofferenze i corpi di poveri innocenti la cui unica colpa è solo una fragilità tutta umana.

Anche il demone della solitudine – ricorrente in Márquez – aleggia in tutto il romanzo. Ogni personaggio è un microcosmo in cui non c’è spazio per l’altro, anzi, la solitudine viene custodita gelosamente come esclusiva compagna e ognuno la vive a suo modo; come apatia, come degrado morale e fisico, come ferita emotiva. Proprio per colmare il vuoto affettivo, Sierva María si rifugia nella menzogna; la sua aggressività non è dovuta né a malattia né a possessione diabolica ma è il grido di aiuto di una bambina abbandonata dai genitori e cresciuta tra gli schiavi anziché nel calore di casa.

Come sempre, la prosa incantatoria di Márquez, con il suo magico fluire, trasporta il lettore in una dimensione onirica cui contribuisce un singolare sincretismo religioso che mescola rituali africani, superstizioni e fede cattolica; nel segno del realismo magico, presagi e sogni premonitori conferiscono un’aura soprannaturale a una vicenda insieme delicata e dolorosa.

Palpiti d’amore, lievi come un volo di farfalle, aprono alla speranza della felicità; un amore che si nutre di poesia e di sospiri bagnati di lacrime. Ma ecco, brutale, il demone dell’intolleranza sferra gli artigli e strappa le ali a quelle farfalle, ridotte a larve morenti. E allora suona tristemente profetica la risposta del Marchese a una domanda sull’amore che Sierva María gli aveva posto tempo prima.

Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. «È vero» le rispose lui, «ma farai bene a non crederci»

García Márquez condensa in una storia breve l’eterna lotta dell’uomo contro le passioni che agitano il suo cuore; questo sono i demoni: pulsioni sordide, basse, abiette. E sono sempre in agguato, pronti a ghermire la preda e a trascinarla nel fondo.

La teologia del cinghiale di Gesuino Némus

Nel luglio 1969 l’uomo mette piede sulla Luna per la prima volta, quasi a coronamento del boom che, in quel decennio, coinvolge ogni aspetto della società. Anche a Telèvras, piccolo paese sardo, giunge l’eco dell’epopea statunitense, ma in quei giorni caldissimi la comunità si trova alle prese con una vicenda molto più terrena.

All’alba del 22 luglio viene rinvenuto il cadavere di Bachisio Trudìnu, latitante scomparso da due settimane; è l’inizio di un caso destinato a farsi sempre più intricato. Il corpo è stato parzialmente sbranato dai cinghiali, ma da quello che resta non emergono tracce di ferite che facciano pensare a un colpo d’arma da fuoco. Sembra improbabile quindi che l’uomo sia stato ucciso da un rivale.

Il maresciallo De Stefani e il carabiniere Piras indagano per far luce sul mistero che si infittisce con la scoperta di un altro cadavere e con la sparizione di Matteo Trudìnu, figlio di Bachisio, rimasto orfano anche della mamma, che si è impiccata dopo aver appreso della morte di suo marito. Il bambino è forse fuggito e ha trovato un nascondiglio sicuro in un anfratto dei monti? O forse è stato ucciso? E la mamma si è suicidata per la disperazione? Numerosi sono i punti oscuri in questa brutta storia.

Un giallo è l’ossatura di  La teologia del cinghiale (Elliot Edizioni, 2015, pp. 240), la bizzarra opera prima di Gesuino Némus, eteronimo dello scrittore sardo Matteo Locci, che con questa prova di esordio ha conquistato il favore della critica e si è aggiudicato ben cinque premi letterari. Bizzarra lo è fin dal titolo che suona come un ossimoro, sintesi di sacro e profano, di spirito e materia. Una vis dissacratoria e ironica pervade il romanzo, che davvero si può definire sospeso tra cielo e terra, tra le cose religiose e le umane passioni.

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Trait d’union tra le due dimensioni è don Egisto Cossu, il parroco gesuita del paese, che, oltre a esercitare la missione pastorale, non disdegna di partecipare a estenuanti battute di caccia al cinghiale e ai succulenti banchetti “offerti” dalla povera preda.  Il curato ha preso sotto la sua ala protettiva Matteo e Gesuino, dodicenne ritardato, anzi considerato proprio un minus habens. I due ragazzini sono legati da un’ amicizia sincera e profonda, suggellata dal “giuramento di Polifemo”.

“I nasi si toccano e ci si guarda negli occhi. […] Se si riesce a vedere un solo occhio, come quello di Polifemo, vuol dire che è come la storia della mela di Platone […]. Se uno ha il naso più lungo dell’ altro o l’occhio che gli balla in modo diverso, tutto si scontorna e allora non si vede più un solo occhio e vuol dire che le persone non sono simili”

Per tenere fede a questo giuramento, Gesuino, unico depositario della verità sulla scomparsa di Matteo, non ne farà parola con nessuno.

“La verità è nella follia”

Così dice don Cossu; e Gesuino sarà anche folle, ma è altrettanto tenace e fiero nel custodire il segreto dell’amico.

“Ma la verità è più forte dell’amicizia […]”

E solo molti anni dopo, Gesuino si deciderà a confessare ciò che sa, e lo farà in un modo assai inusuale, come un novello Martin Lutero.

L’amicizia è uno dei cardini del romanzo. Matteo è un piccolo genio, un vero enfant prodige. Anche Gesuino, a suo modo, è un genio; è vero, non parla, ma scrive. Scrive “libri che durano un giorno”, scrive riflessioni, scrive le proprie memorie. Nèmus ci sorprende con un inatteso cambio di prospettiva, per cui il narratore esterno che ci accompagna nei primi capitoli, nell’ottavo cede la parola proprio a Gesuino che si fa narratore interno.

La prosa di Nèmus-Locci è eccentrica e non può essere diversamente. Gesuino “il matto” scrive seguendo il corso dei propri pensieri, il flusso della sua coscienza la cui naïvetée non si lascia ingabbiare dalle regole sintattiche né si preoccupa della punteggiatura. E Gesuino-Locci, figlio della Sardegna, intesse la scrittura di parole, frasi, interi dialoghi in lingua sarda, perché il sardo rappresenta l’identità di quel popolo. 

Non è un dialetto o un intercalare: è una lingua! La loro lingua!

Oltre ai personaggi, la Sardegna è la grande protagonista del romanzo. Una terra mitica, primitiva, la cui bellezza selvaggia toglie il fiato al visitatore che si trova catapultato nell’Eden. Una terra aspra e generosa, madre che nutre la propria prole, la nasconde nelle proprie viscere, e ne ricambia l’amore.

E l’amore di Gesuino Nèmus-Locci per la sua terra si avverte tutto; mentre la penna punzecchia e ironizza su certi vizi del carattere sardo, possiamo stare certi che gli occhi sorridono complici a quella gente fiera e allegra, ruvida e buona come il pane che essa usa fare in casa.

Durissima la crosta; morbidissima e fragrante la mollica. […] Perché è il pane che ti dice quello che vuoi sapere di un popolo.

 

 

E quello sardo è un popolo genuino.

 

La sagra del delitto di Agatha Christie

Dopo aver letto e recensito L’assassinio di Roger Ackroyd, avrei voluto dedicarmi a un altro genere di lettura, ma è stata Agatha stessa a richiamarmi! Già, proprio così! In uno dei gruppi letterari a cui sono iscritta su Facebook, ho trovato la recensione di un’avventura di Hercule Poirot che prometteva di essere davvero accattivante. Ho rovistato nella libreria di mamma. Ero sicura di aver visto quel titolo in mezzo ai suoi tanti gialli. E infatti era lì.

La sagra del delitto (Mondadori Editore, collana Oscar, I ed. 1979, pp. 175, trad. di Paola Franceschini) è un romanzo singolare all’interno della produzione di Agatha che lo scrive nel 1956, all’età di 66 anni. Il casus da cui muove l’azione è una finzione letteraria. La famosa giallista Ariadne Oliver  – nella quale non abbiamo difficoltà a riconoscere la stessa Christie, anche nella descrizione dell’aspetto fisico – contatta il vecchio amico Poirot e lo esorta a raggiungerla a Nassecombe con la massima urgenza.

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In occasione della tradizionale festa campestre organizzata dai ricchi proprietari di Nasse House, la Oliver è stata incaricata di mettere in atto una “caccia all’assassino” in luogo della solita caccia al tesoro. Chi meglio della rinomata giallista saprebbe inventare una storia realistica e ben congegnata? Ella ha accettato di buon grado l’incarico, solleticata nell’orgoglio, ma a pensarci bene qualcosa la turba.

“Ma ho sentito […] che si stava… come dire… manipolandomi… abbindolandomi… Mi ritenga pure sciocca, ma tutto quello che posso dirle è che se domani, invece di un finto assassinio, ne avvenisse uno vero, non mi sorprenderei!”

La presenza di Poirot è necessaria per scoprire se i timori della signora Oliver sono fondati; in questo caso, il belga dovrà impedire che il delitto avvenga.

A Nasse House gravitano personaggi variegati per carattere ed estrazione sociale, tutti coinvolti nell’organizzazione della sagra, la cui punta di diamante è costituita dalla caccia all’assassino. Purtroppo, il fiuto da giallista non ha ingannato la Oliver e la finzione letteraria si trasforma in una tragica realtà. La giovane Marlene Tucker, scelta per impersonare la vittima, viene trovata morta nella darsena in cui doveva attendere che il vincitore della caccia, condotto lì da una sequenza di indizi, rinvenisse il “cadavere”.

Ma chi poteva desiderare la morte di una ragazza non troppo sveglia e nemmeno attraente? E per quale motivo? La polizia crede che Marlene, curiosa e annoiata, si sia affacciata alla finestra della darsena e abbia visto qualcosa di proibito, firmando così la propria condanna.

Il principale sospettato è Etienne De Sousa, cugino di Hattie Stubbs, la padrona di casa. Egli è appena arrivato per farle visita dopo molti anni. Proprio in quegli istanti, Hattie scompare e Marlene viene uccisa. Nonostante gli sforzi di Poirot e della polizia, la verità rimane un miraggio e il belga, mogio e indispettito, torna a Londra. Ma le piccole cellule grigie di Poirot continuano a lavorare e, in seguito a una geniale intuizione, egli arriva alla soluzione del caso.

La sagra del delitto conferma il principio enunciato da Poirot secondo cui ogni persona coinvolta nel crimine nasconde qualcosa. Lady Hattie Stubbs, “creatura dei tropici capitata per caso in un salotto inglese” è il personaggio più enigmatico. Bella, frivola, dedita solo ai gioielli e ai vestiti, il suo sviluppo mentale è come quello di una bambina. Eppure c’è chi dice che sia tutt’altro che sciocca, anzi assai astuta. Lo stesso Poirot rimane colpito da una fugace espressione dei suoi occhi.

“Fu uno sguardo scaltro e perspicace che lo meravigliò. Quando i loro occhi si incontrarono, […] l’occhio ritornò vacuo”

Sir George Stubbs, suo marito, sembra non badare troppo alle stranezze della giovane moglie, preso com’è dagli affari. Amy Folliat, vecchia proprietaria di Nasse House, è affezionata a Hattie, che è quasi una figlioccia. È su questo triangolo che si regge il movente e la dinamica del delitto. Un delitto, quello di Marlene, che porta con sé un’altra morte misteriosa.

Pagina dopo pagina, grazie alle cellule grigie di Poirot, i nodi della vicenda si sciolgono e si compone il mosaico di una vicenda familiare dai lati oscuri e inquietanti che, come un mostro acquatico, allunga i tentacoli per mettere a tacere la voce del passato e la sua eco nel presente. Il fiume, silenziosa presenza, scorre quieto ma, sotto la superficie, vario è il moto delle correnti. Così la vita regolare di Nasse House nasconde pericolosi gorghi sotterranei. E Poirot sorprende anche questa volta per la finezza con cui incastra parole còlte qua e là, espressioni, gesti e piccoli indizi.

“È così che si deve fare. Provare qua e là il pezzo inverosimile, quello improbabile, l’altro che sembra tanto razionale e non lo è affatto; tutti hanno il loro posto determinato e, una volta combinati, tutto diventa chiaro”

Come sempre, la prosa di Agatha Christie è nitida come una fotografia. Indugia sui dettagli – restituisce perfino il brillio dello smeraldo di Lady Stubbs – tratteggia tipi fisici e psichici, ciascuno con le sue piccole manie. E non rinuncia a quel tocco ironico e vivace, perfino comico quando serve.

Il romanzo è di per se stesso finzione; La sagra del delitto è finzione all’ennesima potenza: dall’artificio della caccia all’assassino, in cui la realtà si sovrappone alla fantasia; alla “recita” che ogni personaggio mette in scena per nascondere i propri segreti e sviare i sospetti; ma la messinscena più clamorosa si rivela solo nel finale, dove crolla l’ultimo baluardo di un inganno di cui anche il lettore è vittima. Cade la maschera di chi ha interpretato più ruoli, in un perfido gioco delle parti segnato da una scia di sangue.

 

 

L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie

King’s Abbot è un paese di poche anime dove tutti si conoscono e si spiano; in mancanza di altri svaghi, infatti, il passatempo più ameno è il pettegolezzo. È comprensibile quindi che la morte di ben due persone nell’arco di ventiquattro ore scuota non poco la sonnacchiosa vita della comunità, tanto più che non si tratta di morte naturale.

Nella notte tra il 16 e il 17 settembre, la ricca signora Ferrars si suicida ingerendo una massiccia dose di sonnifero. “Rimorso”, sentenzia Caroline Sheppard, la sorella del medico del paese, campionessa nell’arte del gossip e acuta detective in gonnella. La sera successiva Roger Ackroyd, l’uomo più facoltoso del paese, viene pugnalato nello studio della sua lussuosa dimora.

È incalzante il ritmo che Agatha Christie imprime all’incipit di L’assassinio di Roger Ackroyd (Arnoldo Mondadori Editore, 1977, pp. 330, trad. di Giuseppe Motta), romanzo del 1926 nel quale è adottata la prospettiva omodiegetica, per cui i fatti vengono riferiti da un narratore interno che in questo caso è il dottor Sheppard.

 

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L’ultimo a parlare con Ackroyd è stato il dottore. Poco prima di venire ucciso, Roger ha ricevuto una lettera scritta dalla Ferrars. La donna, che stava per sposare Ackroyd in seconde nozze, aveva avvelenato il primo marito e veniva ricattata da qualcuno che era a conoscenza del misfatto. Nella lettera, vergata nell’imminenza del suicidio, ella rivelava il nome del ricattatore.

È questa missiva scottante il movente del delitto? In effetti essa viene tempestivamente fatta sparire. Forse l’assassino è il misterioso ricattatore? O forse è Ralph Paton, il figliastro di Roger, che ha pugnalato il patrigno per motivi economici? Questa è l’ipotesi più plausibile, anche perché molti indizi sembrano inchiodare il giovane. Flora, la sua fidanzata nonché nipote di Roger, è certa che egli sia innocente e per dimostrarlo si rivolge a Hercule Poirot, detective dal fiuto infallibile che si è ritirato dalla professione e si è dedicato alla coltivazione delle zucche.

Ebbene sì, il vicino di casa del dottor Sheppard, quel tipo bizzarro di cui molti in paese ignorano l’identità – si dice che il suo nome sia Porrot – altri non è che il famoso investigatore belga! Che buffo questo Poirot!

“Era una testa oblunga come un uovo,  in parte ricoperta di capelli di un nero sospetto,  con due baffi immensi e un paio di occhi scrutatori”.

Grazie al collaudato trinomio metodo, ordine e cellule grigie, e analizzando la psicologia del delitto, Poirot riesce in poco tempo a districare la matassa di inganni, omissioni e depistaggi e a individuare l’assassino. E anche questa volta Agatha Christie non smentisce se stessa e ci regala un colpo di scena clamoroso.

“Tutte le persone coinvolte hanno qualche cosa da nascondere”.

Questo principio secondo Poirot accomuna tutti i casi di omicidio; anche le persone che gravitano intorno a Roger Ackroyd serbano dei segreti e ognuno è il potenziale colpevole.

Quando un sasso viene gettato nell’acqua, il moto scuote la fanghiglia e disseppellisce le cose nascoste sotto di essa. Allo stesso modo, il delitto è l’evento perturbante che porta a galla debolezze e fragilità dei vari personaggi, fa luce su relazioni sotterranee e parentele insospettabili, rovescia equilibri apparentemente solidi e ne crea di nuovi.

La verità che Poirot persegue deve essere limpida, non può e non deve essere edulcorata in alcun modo, anche se essa fosse scomoda o dolorosa e non ammette sconti. 

“Io intendo arrivare alla verità. La verità, per quanto a volte possa essere terribile, è sempre una meta affascinante”.

Tutti i personaggi sono perfettamente caratterizzati, sia dal punto di vista fisico che psicologico; Agatha Christie traccia dei veri e propri ritratti di straordinario realismo, al punto che il lettore può quasi vedere il soggetto che ella sta introducendo. La cognata di Roger, ad esempio, esprime anche nell’aspetto esteriore un carattere arcigno.

“È tutta ossa e denti. È una donna antipaticissima. Ha due occhietti azzurri, opachi, ma dallo sguardo duro, e per quanto le sue parole siano dolci, quegli occhi restano sempre freddi e calcolatori”.

Ben diversa è la descrizione degli occhi di Flora, anch’essi azzurri ma “come le acque di un fiordo norvegese”; la poeticità di questa notazione risponde alla leggiadria della fanciulla.

Ma la Christie stupisce ancora di più per la capacità di cogliere e restituire ogni variazione prodotta nell’espressione dei volti o nel comportamento dall’avvicendarsi dei moti dell’animo.

Anche la prosa è modellata sui personaggi; camaleontica, passa da toni compassati ad altri dolenti, senza tralasciare l’ironia e la verve. E come una persona ha un profumo che la distingue, così Poirot odora di un brio che si effonde in tutto il romanzo, sdrammatizzando la gravità del caso affrontato. È spassoso Poirot, come quando ricorda l’amico Hastings:

“Per quanto fosse a volte di un’imbecillità commovente, mi era molto caro. Pensi, che sento la mancanza persino della sua stupidità”.

E non c’è niente da fare! Poirot sarà anche buffo, bislacco, eccentrico, ma di sicuro è un vero segugio. Mon ami! Io non credo, so! ” afferma con compiacimento. E, diciamolo: nonostante  l’età, le sue piccole cellule grigie funzionano ancora alla perfezione! Allora, caro Poirot, lascia perdere la coltivazione delle zucche! Decisamente non è il tuo mestiere!

Agatha Christie
Agatha Mary Clarissa Miller Christie