Amore, amori e dèmoni

Bahia, Brasile. Domenica di Carnevale: festeggiamenti, musica, gente mascherata per le strade. E, inaspettato, il dramma. Vadinho passa a miglior vita proprio in quel giorno; nel bel mezzo di una danza sfrenata, egli si accascia al suolo esanime nel suo costume da bahiana. Il cuore del giovane ― diranno i medici ― non ha retto alla vita sregolata che ha sempre condotto. Libertino, beone, giocatore incallito, ma anche astuto affabulatore capace di convincere il malcapitato di turno a prestargli del denaro con cui sfidare la sorte nelle bische della città ogni volta che la dea bendata, ostile, lo riduceva sul lastrico. È un ricettacolo di vizi, Vadinho, eppure ― paradossalmente ― risulta “una simpatica canaglia”. Nonostante ciò ― o forse proprio per il fascino bohémien ― dona Flor, sua moglie, lo ama follemente e gli perdona ogni torto. E quel marito, croce e delizia, ora l’ha lasciata vedova.

Una morte allegra (o una festa luttuosa), degno epilogo di una vita godereccia, è l’ossimoro che innerva ogni pagina di Dona Flor e i suoi due mariti (Garzanti Libri, 2003, pp. 524, trad. E. Grechi), romanzo umoristico e agrodolce di Jorge Amado.

 

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Agrodolce come la vita coniugale di dona Flor, costellata di tribolazioni e momenti di assoluto piacere nel letto di ferro, proprio lo stesso in cui ― ormai giovane vedova ― si rannicchia piangendo il marito. Petrarca parla di “Amore amaro” e tale è per lei, che chiede 

«Che posso fare, dimmi, se sono pazza di lui e senza di lui non potrei vivere?».

Dona Flor intende condurre una vedovanza onorata e seppellire insieme a Vadinho ogni impulso carnale. Ma la giovinezza urge, la vita torna a esploderle nel petto e, con essa, il desiderio dei sensi.

« Di fuori una vedova esemplare, chiusa nella cittadella del suo onore, di dentro un incendio che arde e consuma».

Il (bi)sogno di un nuovo marito viene appagato quando il dottor Teodoro la chiede in moglie. Il farmacista è una figura speculare e antipodica rispetto a Vadinho: se quest’ultimo era uno scapestrato, l’altro è un uomo integro e probo. Buon partito, ottime qualità, sì, ma… forse troppa perfezione nuoce?

«La felicità non ha storia, con una vita felice non si può scrivere un romanzo»

sentenzia il professor Epaminondas. Il ménage degli sposi, rassicurante nella sua fissità ― perfino all’adempimento dei doveri coniugali vengono assegnati due giorni, il mercoledì e il sabato (con diritto al bis) ― finisce per andare stretto a dona Flor, che rimpiange le prodezze amatorie di Vadinho. Tanto potente è la nostalgia della donna, che l’estinto attraversa gli abissi del tempo e dello spazio e torna da lei. Nelle ultime pagine della parte quarta, il soprannaturale irrompe nel romanzo che pertanto si inscrive nel filone del “realismo magico”― che annovera anche Garcìa Màrquez e Isabel Allende, per restare in ambito sudamericano. Anche da spirito, Vadinho è quella canaglia conosciamo bene e proverà in tutti i modi a espugnare la fortezza di Flor che non intende “tradire” il dottore. Eppure, ella si trova divisa tra due tipi diversi di amore: quello attuale, tranquillo e pudico, e la passione carnale ― ἔρως per i greci ― che si è ripresentata; di entrambi ha bisogno per essere completa, per ricomporre le due facce di se stessa in un unico volto.

«Per essere felice hai bisogno di tutti e due»

sentenzia Vadinho;

«Perché si deve sempre aver bisogno di due amori, perché uno non basta a riempire il cuore?»

si chiede Flor.

Dona Flor e i suoi due mariti è il romanzo del dissidio fra corpo e spirito, della tensione verso un’interezza raggiunta pacificando ragione e sentimento (ma non necessariamente operando una scelta).

Come le ricette di cucina di cui Flor è maestra hanno bisogno che le spezie piccanti si leghino ad aromi più dolci affinché il piatto sia amabile al palato, così l’amore esige varietà di sapori: una manciata di pepe (Vadinho), del latte di cocco (Teodoro), una «cipolla carnosa e piena di succo, buona da mordere» (dona Flor). Ed ecco servito un curioso ménage à trois (con fantasma)!

 

 

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Un pranzo tra l’amaro dei ricordi e il sale delle lacrime

«In fondo anche ciò che è brutto può sembrarmi bello se è con occhi belli che lo guardo»

afferma Silvia, madre di Maria e voce narrante de La figlia femmina, (Fazi Editore, 2017, pp. 191), il primo romanzo di Anna Giurickovic Dato.

 

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Madre e figlia: due sono le figure femminili al centro della vicenda, due i piani temporali su cui essa si snoda presente e passato, sul filo dei ricordi di Silvia e due le città che fanno da sfondo al loro conflitto. La figlia femmina è un’opera cruda e dolorosamente diretta come un pugno nello stomaco perché ci costringe ad assistere al dramma silenzioso di un’infanzia negata e, nello stesso tempo, ci inquieta con il dubbio che insinua. Conosco realmente la persona con cui ho scelto di condividere la mia vita? La famiglia è davvero il nido entro cui alcun male può sfiorare i figli?

È con occhi belli che Silvia guarda dentro la propria casa e vi scorge un quadro idilliaco: il marito Giorgio è un rispettato diplomatico, uomo solido e rassicurante, la loro piccola Maria è una bambina speciale, bella come una principessa berbera, dolcissima e curiosa. Vivono a Rabat, un trionfo di colori e profumi speziati. Gli occhi belli impediscono a Silvia di vedere il brutto che si consuma in casa, oltre quell’apparente perfezione domestica. Nella bella villa in cui la famiglia vive, tra le lussuose suppellettili, si annida un mostro; l’ignara Silvia non immagina lontanamente che quel marito tanto amato pur nei suoi tratti umbratili e perfino bruschi è il carnefice della loro figlioletta. Ogni sera Giorgio si reca nella camera di Maria per leggerle le fiabe, ma esse non hanno mai un lieto fine; dopo che il libro è stato chiuso arriva l’orco a fare scempio dell’innocenza della piccola, proprio in quella stanza dove tutto ha il sapore dell’infanzia   ossimoro doloroso.

 

L’orrore del primo abuso è sfumato dalla grazia struggente con cui Anna Dato tratteggia quei momenti: li viviamo attraverso lo stupore innocente di Maria, la quale avverte la stortura del comportamento del padre, eppure continua a fidarsi di lui.

«Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. […] Penserebbe che se lo fa papà è giusto»

come il giusto Abramo avrebbe sacrificato Isacco. E, docile come un agnellino, Maria si fa condurre al sacrificio della sua purezza, immolata sull’altare di un’oscura perversione di Giorgio. Maria si trova ad assistere a un rituale islamico in cui una pecorella viene sgozzata in onore di Allah; lo strazio di quell’animaletto mansueto condotto al macello non è forse metafora della sorte della bambina? È solo a quel primo approccio incestuoso che Anna Dato dedica una delicata pennellata; gli altri non saranno più nominati esplicitamente, ma a turbarci è proprio ciò che non viene detto ma che possiamo immaginare. I disturbi del sonno di Maria, le lesioni che si autoinfligge, le esplosioni di violenza contro la madre, sono segnali di un dolore silenzioso e devastante. Ma Silvia non vuole vedere. In seguito alla morte di Giorgio, avvenuta in circostanze misteriose suicidio? incidente domestico? la donna si trasferisce a Roma con la figlia.

Maria ha ormai tredici anni. Silvia ha ritrovato l’amore grazie ad Antonio. Il pranzo organizzato per presentarlo alla figlia inizia sotto i migliori auspici; intorno alla tavola imbandita si respira un’atmosfera distesa, scherzosa. Maria dà il meglio di sé, ha lasciato da parte i panni dell’adolescente scontrosa e polemica e rivela una verve che stupisce Silvia. E, dopo lo stupore, lo sgomento. Davanti agli occhi increduli di Silvia, Maria mette in atto un audace gioco di seduzione verso Antonio che, inebriato dal vino e dal fascino acerbo ma consapevole della giovane, sta per cedere alla tentazione, mentre Silvia, annichilita, non è capace di intervenire. Se anni prima gli occhi di Silvia sono stati ciechi, ora devono vedere. Chi è Maria? Un’anima segnata da ferite ancora aperte o una femme fatale in erba? Di sicuro è soprattutto una figlia che, stanca del gioco, rivolge alla mamma

«occhi improvvisamente buoni, che chiedono scusa. Sono quelli di chi finalmente ha deciso di fare la pace».

Una madre e la sua bambina che bastano l’una all’altra. E forse, di un uomo, Silvia non ha bisogno.

 

Fenomenologia della “ninfetta”

 

Il primo amore, quello che infiamma due cuori giovani e brucia ancora di più proprio per l’ardore di quell’età come una stella cadente che lascia una scia nell’infuocato cielo estivo può segnare per sempre la vita di chi lo ha conosciuto? Una passione forsennata, accecante quanto il sole dell’estate che la cullò, un desiderio inappagato, il dolore per la morte dell’amata Annabel, fiore mai còlto; ecco come Humbert Humbert si trova avviluppato in un’ossessione che lo coinvolgerà in una storia di amore e morte.

La scandalosa” vicenda di Lolita, romanzo di Vladimir Nabokov (Gli Adelphi, 1996, 26ª­ ediz., pp. 395) affonda le radici nel trauma che scosse un Humbert tredicenne; è da allora che egli cerca Annabel in ogni fanciulla che incontra e in ognuna la fa rinascere, perdendosi beato nella contemplazione di essa.

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Analizzando i moventi che hanno originato le sue azioni, Humbert capisce con grande lucidità che 

«in un certo modo magico e fatale Lolita cominciò con Annabel».

Sulla soglia dei quarant’anni, Humbert, professore di letteratura francese, da Parigi si trasferisce nel New England e va ad abitare come pensionante in casa della vedova Charlotte Haze. La donna ha una figlia dodicenne, Dolores, detta Lolita o Lo; l’incontro con la giovane fa riesplodere con prepotenza l’ossessione di Humbert per le ninfette e, per restarle vicino, egli ne sposa la madre. Dopo la morte di quest’ultima in seguito a un incidente, la libido di Humbert non ha più freni e l’insana passione per la figliastra si trasforma in una relazione amorosa e sessuale. I due iniziano un lungo viaggio in auto, in giro per gli States. Un viaggio che è una fuga dal mondo, dalle sue convenzioni, dalle leggi di una società e di una morale che condannano il loro rapporto incestuoso e pedofilo.

La macchina è il guscio entro il quale soltanto essi possono essere una coppia; ogni volta che ne escono, la variegata vita americana irrompe tra di loro ad allontanarli con i molteplici interessi che si offrono a una dodicenne. E altre persone irrompono, alterando pericolosamente l’equilibrio sia pure illusorio protetto da quel guscio; si concretizza così la paura che tormenta Humbert: quella di perdere Lolita. La giovane fugge e scompare dalla vita dell’amante-patrigno, che intraprende un nuovo, disperato viaggio, questa volta da solo, per riportarla da lui.

«Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista».

Quella di Humbert è senza dubbio un’ossessione, un amore malato, certo, ma pur sempre amore; Lolita lo ha tradito, è fuggita con un altro ma non è lei l’oggetto del furore vendicativo del patrigno, la cui lucida collera si volge contro chi ha osato frapporsi tra di loro e rompere quel rapporto esclusivo e totalizzante; colpa che solo il lavacro del sangue può mondare. Ecco Humbert raggiungere il fondo della sua aberrazione.

Un coro di proteste si levò in seguito alla pubblicazione di Lolita, nel 1955. Romanzo scandaloso, pornografico, di fronte al quale il pubblico benpensante non poteva non storcere il naso. La materia scabrosa è trattata un gusto estetizzante di stampo decadente quasi parlasse Andrea Sperelli

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia».

Nessuna oscenità, nessuna espressione scurrile. Allora qual è lo scandalo di Lolita? A ben vedere, ciò che disturba non è (sol)tanto la relazione incestuosa e ninfofila tra il quarantenne e la dodicenne, ma soprattutto la libertà sessuale di quest’ultima, la sua spregiudicatezza e le movenze provocatrici. Doveva risultare sconvolgente la scoperta, da parte del lettore, che ella era già stata iniziata al sesso, anche con un’esperienza saffica. E doveva sconvolgerlo vedere quanto Lolita sia consapevole del fascino che esercita sugli uomini maturi e con quanta consapevolezza se ne serva. Humbert confessa che è sua ambizione

«fissare una volta per tutte il periglioso sortilegio delle ninfette».

Esso è un quid che sfugge a ogni definizione, non necessariamente legato alla bellezza quanto piuttosto alla giovane età, a una grazia ineffabile, languida e dolorosa. In virtù di questa aura ammaliatrice, Lolita non ci appare più come una fanciulla traviata da un “maniaco” come arriva a definirsi Humbert ― ma come una maga Circe che seduce e irretisce. In questo rapporto ambiguo, i ruoli di vittima e carnefice sfumano l’uno nell’altro e il lettore ne resta disorientato. Ennesimo sortilegio della ninfetta.

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Paul Chabas, La ninfa Loira

 

Un fatto di cronaca nera del ‘600

La mia tesi di Laurea si intitola La Signora di Monza tra storia e letteratura. Per alcuni mesi ho vissuto a stretto contatto con suor Virginia Maria de Leyva e con Gian Paolo Osio e ho ripercorso le tappe del loro amore illecito e sacrilego e le nefandezze a cui esso spinse i due amanti. È stato un viaggio nel passato, appassionante, coinvolgente poiché, man mano che sfogliavo gli atti del processo a carico di suor Virginia Maria, attraverso la voce delle consorelle chiamate a testimoniare, i protagonisti hanno cessato di essere meri personaggi storici e hanno assunto le fattezze di persone reali, in carne e ossa. E sentimenti. Sentimenti proibiti a una donna consacrata, che si trovò scissa tra il senso di colpa per aver infranto il voto pronunciato  —  sia pure per imposizione paterna — e l’inesorabilità della passione che la consumò fino alla perdizione.

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Giuseppe Molteni, La Signora di Monza, 1847

Per questo motivo, oggi, 28 luglio, non posso non ricordare questo stesso giorno del 1606, il giorno capitale nella vita di suor Virginia Maria, quello in cui si compì il suo destino.

Voci sulle intemperanze della monaca circolavano dentro il convento di santa Margherita e anche in città si mormorava di strane frequentazioni notturne dell’Osio con la Signora. Le elezioni capitolari che si sarebbero tenute il 29 luglio, festa di santa Marta, parvero a suor Virginia un’occasione propizia per porre un argine allo scandalo che rischiava di travolgere lei e le due fedeli consorelle, complici e custodi del suo segreto; la Signora ambiva alla carica di priora, che le avrebbe permesso di godere di una libertà e di un potere di cui si sarebbe servita per mettere a tacere le malelingue e convincere il cardinale Borromeo dell’infondatezza delle voci sul suo conto.

La vicenda tragica si annuncia il 23 luglio, antivigilia di san Giacomo, quando, in seguito all’ennesimo atto di indisciplina, la conversa Caterina della Cassina da Meda — capricciosa, attaccabrighe e ribelle a detta di tutte le monache —  per ordine della Signora viene rinchiusa in un locale adibito a lavatoio, isolato dalle stanze delle altre suore e a ridosso del muro esterno del monastero che dà sulla strada maestra. In occasione del processo, suor Ottavia riferisce che «non ci è alcuna monaca che non habbi cridato con detta Cattarina perché era tanto cattiva che reportava parole di qua e di là e sempre faceva cridare or questa hor quell’altra monaca». Quando viene imprigionata, Caterina, in preda all’esasperazione, minaccia di vendicarsi denunciando ai superiori la Signora, suor Benedetta e suor Ottavia; la conversa è la domestica di suor Virginia Maria e, come tale, è a conoscenza di molti particolari compromettenti sulla condotta di quest’ultima e sulla complicità delle due consorelle. La minaccia non è casuale, infatti è imminente l’arrivo al monastero di monsignor Pietro Barco, dottore in sacra teologia e canonico della collegiata di sant’Ambrogio Maggiore a Milano. Resesi conto dell’ostinazione di Caterina, le monache implicate nella tresca tra l’Osio e la Signora — vale a dire, suor Virginia Maria stessa, Benedetta, Ottavia, Candida Colomba e Silvia — tengono una rapida consultazione, nel corso della quale decidono di uccidere la giovane. La sera del 28 luglio, festa di san Nazario, fanno entrare nel convento Gian Paolo, lo mettono al corrente delle intenzioni di Caterina e si avviano insieme a lui verso la stanza della prigioniera. Questa se ne sta sdraiata sul proprio pagliericcio, in compagnia di suor Benedetta, la quale ha preceduto i complici. Costei al processo ricorda «stando io il giorno avanti circa le 22 hore nel giardino a dir offitio detta Cattarina mi dimandò dalla finestra del luogo dove stava rinchiusa che risponde nel detto giardino et mi pregò che dovessi andar da lei perché havea paura et io li risposi che non potevo». È in corso un temporale: forse Caterina è spaventata dai tuoni o forse è inquieta e angosciata perché sa di aver osato troppo e quindi intuisce di essere in pericolo; nonostante ciò continuerà a minacciare delazioni fino all’ultimo istante. Suor Benedetta, in sede processuale, ricorda che

[…]tuttavia circa le due hore di notte andai da lei con la quale steti da due a tre hore parlando d’un mal tempo che era di tuono pioggia losnate (n.d.r. ʻlampiʼ), et in questo mentre sopra arrivorno suor Virginia Maria, et suor Ottavia et detta Cattarina disse verso suor Virginia Maria che voleva non voler più ciancie da lei, et che la mattina seguente havrebbe sentito et ciò disse perché suor Virginia Maria volse dirli non so che cioè li disse ascolta ascolta, et in un tratto sopragiunse detto Gio. Paolo che apena lo viddi, et con un piede di bicocca (n.d.r.ʻarcolaioʼ) che havea in mano diede da due o tre colpi su la testa a detta Cattarina che stava gettata sopra un pagliarizzo per quali botte detta Cattarina morse subito senza dir niente che gli diede dalla parte di dietro et gli ruppe anco la testa che n’uscì sangue et restò imbrattato il legno et piede sodetto che io ne lo lavai poi.

Nel Fermo e Lucia Alessandro Manzoni ricorderà questo fatto di cronaca nera — pur adattandolo alla finzione letteraria. Nel romanzo è una consorella di Geltrude — nome attribuito dall’autore alla Signora — l’esecutrice del delitto, che viene così narrato:

[ella] andò prima pianamente verso il luogo dove la infelice stavasi rannicchiata, quindi giuntale presso le si avventò, e prima che quella potesse né difendersi né gettare un grido né quasi avvedersi, con un colpo la lasciò senza vita.

Quando il Male ha il nome di un fiore

«Sprofondo in un grande buio che sembra studiato apposta per me: non mi lascia un attimo di tregua, è un buio paludoso, mi ci impiglio e vado a fondo in un baleno».

È un buio fisico e — soprattutto — interiore quello in cui vive Gloria, la protagonista del noir al cardiopalmo Anemone al buio (Fazi Editore, collana Darkside, 2016, pp. 287), terzo romanzo di Maria Silvia Avanzato, vincitrice di numerosi concorsi letterari.

 

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Gloria è una speaker radiofonica. È bella, bionda, sicura di sé. Una giovane donna rampante, insomma. Un grave incidente automobilistico le ruba questa vita perfetta e invidiabile; non solo il suo bel corpo è martoriato dalle ferite e il volto una maschera ricostruita con il bisturi. È andata in frantumi anche la sua identità: ha perso la memoria, ha perso il passato, ha perso parte di se stessa. Dal buio che le ottenebra la mente, ogni tanto affiora un brandello di ricordo ma, inafferrabile come una farfalla, Gloria non riesce a trattenerlo. E un velo altrettanto buio le è sceso davanti agli occhi  — sia pure temporaneamente. La donna di successo ora è come una bambina indifesa, ha bisogno di aiuto anche nelle cose più semplici; per questo la assiste amorevolmente la migliore amica, Licia.

In un’atmosfera à la Stephen King – in cui il protagonista si trova in una condizione di impedimento che ne limita la possibilità di scampare un pericolo – Gloria inizia a percepire stranezze in casa sua; riceve telefonate anonime, avverte la presenza di estranei accanto a lei, di qualcuno che si muove nell’ombra, anzi approfittando dell’ombra in cui lei vive. Due morti toccano Gloria da vicino: la signora Egle, la cartomante del piano di sopra, “si suicida” e, in seguito, Licia viene uccisa. Esiste forse un nesso tra le due tragedie? Sconvolta dalla morte dell’amica, Gloria si affeziona sempre più ad Alessio, comparso nella sua vita come un raggio di sole che dissipa le tenebre; è un amico, un conforto, un’ancora di salvezza. Asciuga le lacrime di Gloria, le infonde forza, la fa sorridere con la sua capacità di sdrammatizzare; gli occhi di Alessio ora sono i suoi occhi.

Insieme a lui, la donna inizia una vera e propria recherche du temps perdu, strettamente intrecciata al recupero della facoltà visiva. La memoria è l’occhio interiore che permette di vedere il passato — il verbo latino memini (ʻio mi ricordoʼ) e la parola memoria esibiscono la radice di mens (ʻmenteʼ) — mentre l’organo visivo restituisce ciò che è nel presente.

Un’arpa, un quadro e Anemone sono gli unici, nebulosi ricordi dell’infanzia di Gloria ed è soprattutto sul terzo che la donna si arrovella. Anemone, la sorella minore. Ma Anemone esiste davvero? O forse — ella si chiede — è stata solo un sogno?

«Lei e il suo carattere scontroso, lei e la sua voglia di ribellione […]. Il lato peggiore di me, la sorella cattiva. Magari Anemone vive dentro Gloria da molto tempo».

Se esistesse, perché non è corsa a soccorrerla dopo l’incidente? E perché Licia non ne ha mai sentito parlare? Questi interrogativi si fanno sempre più pressanti e, per trovare le risposte, Gloria deve frugare dentro sé e tornare agli anni trascorsi a casa del nonno. Lì qualcosa successe. E, finalmente, quando il velo buio è ormai caduto dagli occhi, anche l’altra faccia della recherche giunge al termine; il passato torna a bussare alla porta di Gloria, violento e assetato di sangue, del suo sangue. In sogno, la signora Egle la ammonisce così:

«Ci stanno tre uomini, bella mia. Uno che te lo perdi e uno che ti rincorre. Ma il terzo ti vuole morta proprio, capisci ammè».

Chi è l’uomo che vuole uccidere Gloria? Nelle ultime cinquanta pagine, il ritmo accelera vorticosamente e frastorna il lettore con una serie di rivelazioni sconvolgenti. Il finale si consuma proprio nel segno di una scoperta che ci gela il sangue nelle vene, così come a Gloria, costretta a fare i conti con un altro fantasma del passato.

La penna di Maria Silvia Avanzato sa essere lieve come il pennello di una pittrice che traccia linee delicate, ma anche una lama affilata che incide con crudo realismo. Il suo è un noir giocato in gran parte sui meccanismi psichici — anche con una deriva psichiatrica; ne risulta un nero ancora più cupo che assorbe perfino quel tocco di rosa che addolcisce la vicenda.

Perché il nero, non–colore, fagocita tutti i colori.