Donne ieri, donne oggi

via Donne ieri, donne oggi

L’otto novembre 1934, Luigi Pirandello ricevette il premio Nobel per la Letteratura.

Ecco un mio articolo su una novella struggente.

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Caravaggio da morire

È risaputo che Michelangelo Merisi, il Caravaggio, fu un’anima irrequieta e mossa da violente passioni che gli causarono anche guai con la giustizia; uomo e artista dotato di un fascino maudit capace di mietere vittime anche dopo secoli, e non solo in senso metaforico! Un delitto commesso davanti alla tela raffigurante la Madonna dei pellegrini, celebre opera di Caravaggio, conservata nella chiesa romana di sant’Agostino, mette in moto un’indagine in cui la scoperta dell’assassino è strettamente intrecciata con un viaggio nel mondo dell’arte. La presenza reale e concreta del Maestro aleggia in ogni pagina di Nero Caravaggio (Newton Compton Editori, 2017, pp. 256), giallo scritto a quattro mani dai fratelli Max e Francesco Morini.

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La loro prosa ironica e frizzante ben si attaglia ai due protagonisti, una moderna coppia Holmes-Watson o Poirot-Hastings legati dalla passione per i polizieschi e per l’arte; Ettore Misericordia, titolare di una storica libreria nella zona del Velabro, a Roma, è la mente pensante e l’occhio attento a ogni minimo dettaglio, mentre il suo collaboratore, Fango, aspirante scrittore di gialli, è il suo braccio destro. Scommetto che state immaginando il nostro libraio Ettore come un tranquillo signore di mezza età, magari piuttosto schivo, vestito con abiti dal taglio serioso e rétro, che guarda da dietro un paio di spessi occhiali… ebbene, siete decisamente fuori strada! Ettore è un quarantenne affascinante, che piace alle donne per il suo «pallore da intellettuale tormentato» e per la prestanza fisica.

«Gli occhi scuri erano belli, acuti, penetranti, i capelli arruffati biondo cenere e a completare il quadro i basettoni lunghi e altrettanto arruffati; alto e dinoccolato, Misericordia somigliava a uno chansonnier francese […]».

Pur non essendosi mai laureato, da autodidatta ha acquisito una cultura enciclopedica ed è un Baedeker vivente della Città Eterna, di cui conosce ogni angolo, ogni segreto, leggenda e storia. L’infallibile fiuto per scovare l’assassino, affinato grazie alla passione per i gialli, rende Ettore un prezioso aiuto per il commissario Ceratti, titolare dell’indagine sull’omicidio avvenuto in sant’Agostino. Eccoli, Misericordia e il fido Fango, precipitarsi sulla scena criminis, dove Paolo Moretti giace trafitto da una puntasecca sotto lo sguardo della Madonna dei pellegrini.

La chiave per risolvere il caso Misericordia ne è subito certo è legata a Caravaggio, il cui carisma lo rende più vivo che mai. Cosa c’entra il genio della pittura con l’omicidio di un rispettabile signore dalla vita tranquilla?E cosa c’entra con il successivo delitto di un giovane pittore? Esiste forse una maledizione Caravaggio”? No, nessuna maledizione, ma una passione patologica che, muovendo dalla teorizzazione della «bruttezza della copia», arriva a offrire un tributo di sangue alla purezza dell’originale.

Pochi giorni sono sufficienti a Misericordia per risolvere brillantemente il caso; come Poirot, egli si serve delle “celluline grigie” con cui ricompone il puzzle e inchioda il colpevole.

«Questo dannato Caravaggio continua a fare casino anche da morto!»

esclama furioso Ceratti.

È il potere del binomio “genio e sregolatezza”: sopravvivere alla tomba e vivere nella memoria. E non è da tutti.

 

Amore, amori e dèmoni

Bahia, Brasile. Domenica di Carnevale: festeggiamenti, musica, gente mascherata per le strade. E, inaspettato, il dramma. Vadinho passa a miglior vita proprio in quel giorno; nel bel mezzo di una danza sfrenata, egli si accascia al suolo esanime nel suo costume da bahiana. Il cuore del giovane ― diranno i medici ― non ha retto alla vita sregolata che ha sempre condotto. Libertino, beone, giocatore incallito, ma anche astuto affabulatore capace di convincere il malcapitato di turno a prestargli del denaro con cui sfidare la sorte nelle bische della città ogni volta che la dea bendata, ostile, lo riduceva sul lastrico. È un ricettacolo di vizi, Vadinho, eppure ― paradossalmente ― risulta “una simpatica canaglia”. Nonostante ciò ― o forse proprio per il fascino bohémien ― dona Flor, sua moglie, lo ama follemente e gli perdona ogni torto. E quel marito, croce e delizia, ora l’ha lasciata vedova.

Una morte allegra (o una festa luttuosa), degno epilogo di una vita godereccia, è l’ossimoro che innerva ogni pagina di Dona Flor e i suoi due mariti (Garzanti Libri, 2003, pp. 524, trad. E. Grechi), romanzo umoristico e agrodolce di Jorge Amado.

 

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Agrodolce come la vita coniugale di dona Flor, costellata di tribolazioni e momenti di assoluto piacere nel letto di ferro, proprio lo stesso in cui ― ormai giovane vedova ― si rannicchia piangendo il marito. Petrarca parla di “Amore amaro” e tale è per lei, che chiede 

«Che posso fare, dimmi, se sono pazza di lui e senza di lui non potrei vivere?».

Dona Flor intende condurre una vedovanza onorata e seppellire insieme a Vadinho ogni impulso carnale. Ma la giovinezza urge, la vita torna a esploderle nel petto e, con essa, il desiderio dei sensi.

« Di fuori una vedova esemplare, chiusa nella cittadella del suo onore, di dentro un incendio che arde e consuma».

Il (bi)sogno di un nuovo marito viene appagato quando il dottor Teodoro la chiede in moglie. Il farmacista è una figura speculare e antipodica rispetto a Vadinho: se quest’ultimo era uno scapestrato, l’altro è un uomo integro e probo. Buon partito, ottime qualità, sì, ma… forse troppa perfezione nuoce?

«La felicità non ha storia, con una vita felice non si può scrivere un romanzo»

sentenzia il professor Epaminondas. Il ménage degli sposi, rassicurante nella sua fissità ― perfino all’adempimento dei doveri coniugali vengono assegnati due giorni, il mercoledì e il sabato (con diritto al bis) ― finisce per andare stretto a dona Flor, che rimpiange le prodezze amatorie di Vadinho. Tanto potente è la nostalgia della donna, che l’estinto attraversa gli abissi del tempo e dello spazio e torna da lei. Nelle ultime pagine della parte quarta, il soprannaturale irrompe nel romanzo che pertanto si inscrive nel filone del “realismo magico”― che annovera anche Garcìa Màrquez e Isabel Allende, per restare in ambito sudamericano. Anche da spirito, Vadinho è quella canaglia conosciamo bene e proverà in tutti i modi a espugnare la fortezza di Flor che non intende “tradire” il dottore. Eppure, ella si trova divisa tra due tipi diversi di amore: quello attuale, tranquillo e pudico, e la passione carnale ― ἔρως per i greci ― che si è ripresentata; di entrambi ha bisogno per essere completa, per ricomporre le due facce di se stessa in un unico volto.

«Per essere felice hai bisogno di tutti e due»

sentenzia Vadinho;

«Perché si deve sempre aver bisogno di due amori, perché uno non basta a riempire il cuore?»

si chiede Flor.

Dona Flor e i suoi due mariti è il romanzo del dissidio fra corpo e spirito, della tensione verso un’interezza raggiunta pacificando ragione e sentimento (ma non necessariamente operando una scelta).

Come le ricette di cucina di cui Flor è maestra hanno bisogno che le spezie piccanti si leghino ad aromi più dolci affinché il piatto sia amabile al palato, così l’amore esige varietà di sapori: una manciata di pepe (Vadinho), del latte di cocco (Teodoro), una «cipolla carnosa e piena di succo, buona da mordere» (dona Flor). Ed ecco servito un curioso ménage à trois (con fantasma)!

 

 

Un pranzo tra l’amaro dei ricordi e il sale delle lacrime

«In fondo anche ciò che è brutto può sembrarmi bello se è con occhi belli che lo guardo»

afferma Silvia, madre di Maria e voce narrante de La figlia femmina, (Fazi Editore, 2017, pp. 191), il primo romanzo di Anna Giurickovic Dato.

 

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Madre e figlia: due sono le figure femminili al centro della vicenda, due i piani temporali su cui essa si snoda presente e passato, sul filo dei ricordi di Silvia e due le città che fanno da sfondo al loro conflitto. La figlia femmina è un’opera cruda e dolorosamente diretta come un pugno nello stomaco perché ci costringe ad assistere al dramma silenzioso di un’infanzia negata e, nello stesso tempo, ci inquieta con il dubbio che insinua. Conosco realmente la persona con cui ho scelto di condividere la mia vita? La famiglia è davvero il nido entro cui alcun male può sfiorare i figli?

È con occhi belli che Silvia guarda dentro la propria casa e vi scorge un quadro idilliaco: il marito Giorgio è un rispettato diplomatico, uomo solido e rassicurante, la loro piccola Maria è una bambina speciale, bella come una principessa berbera, dolcissima e curiosa. Vivono a Rabat, un trionfo di colori e profumi speziati. Gli occhi belli impediscono a Silvia di vedere il brutto che si consuma in casa, oltre quell’apparente perfezione domestica. Nella bella villa in cui la famiglia vive, tra le lussuose suppellettili, si annida un mostro; l’ignara Silvia non immagina lontanamente che quel marito tanto amato pur nei suoi tratti umbratili e perfino bruschi è il carnefice della loro figlioletta. Ogni sera Giorgio si reca nella camera di Maria per leggerle le fiabe, ma esse non hanno mai un lieto fine; dopo che il libro è stato chiuso arriva l’orco a fare scempio dell’innocenza della piccola, proprio in quella stanza dove tutto ha il sapore dell’infanzia   ossimoro doloroso.

 

L’orrore del primo abuso è sfumato dalla grazia struggente con cui Anna Dato tratteggia quei momenti: li viviamo attraverso lo stupore innocente di Maria, la quale avverte la stortura del comportamento del padre, eppure continua a fidarsi di lui.

«Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. […] Penserebbe che se lo fa papà è giusto»

come il giusto Abramo avrebbe sacrificato Isacco. E, docile come un agnellino, Maria si fa condurre al sacrificio della sua purezza, immolata sull’altare di un’oscura perversione di Giorgio. Maria si trova ad assistere a un rituale islamico in cui una pecorella viene sgozzata in onore di Allah; lo strazio di quell’animaletto mansueto condotto al macello non è forse metafora della sorte della bambina? È solo a quel primo approccio incestuoso che Anna Dato dedica una delicata pennellata; gli altri non saranno più nominati esplicitamente, ma a turbarci è proprio ciò che non viene detto ma che possiamo immaginare. I disturbi del sonno di Maria, le lesioni che si autoinfligge, le esplosioni di violenza contro la madre, sono segnali di un dolore silenzioso e devastante. Ma Silvia non vuole vedere. In seguito alla morte di Giorgio, avvenuta in circostanze misteriose suicidio? incidente domestico? la donna si trasferisce a Roma con la figlia.

Maria ha ormai tredici anni. Silvia ha ritrovato l’amore grazie ad Antonio. Il pranzo organizzato per presentarlo alla figlia inizia sotto i migliori auspici; intorno alla tavola imbandita si respira un’atmosfera distesa, scherzosa. Maria dà il meglio di sé, ha lasciato da parte i panni dell’adolescente scontrosa e polemica e rivela una verve che stupisce Silvia. E, dopo lo stupore, lo sgomento. Davanti agli occhi increduli di Silvia, Maria mette in atto un audace gioco di seduzione verso Antonio che, inebriato dal vino e dal fascino acerbo ma consapevole della giovane, sta per cedere alla tentazione, mentre Silvia, annichilita, non è capace di intervenire. Se anni prima gli occhi di Silvia sono stati ciechi, ora devono vedere. Chi è Maria? Un’anima segnata da ferite ancora aperte o una femme fatale in erba? Di sicuro è soprattutto una figlia che, stanca del gioco, rivolge alla mamma

«occhi improvvisamente buoni, che chiedono scusa. Sono quelli di chi finalmente ha deciso di fare la pace».

Una madre e la sua bambina che bastano l’una all’altra. E forse, di un uomo, Silvia non ha bisogno.