Nostalgia

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Ebbene sì, lo ammetto. Sono diventata nostalgica. Mi mancano gli anni dell’infanzia, tanto che ho cominciato a cercare in rete le pubblicità degli anni ’80, riscoprendo alcuni spot che avevo dimenticato ma che, in qualche angolo della mente, erano solo un po’ coperti di polvere. Addirittura ho rivisto le puntate della soap americana Sentieri dell’agosto 1984! Beh… insomma, sono un caso piuttosto serio! Ma non mi sono fermata qui! Io non ho vissuto in pieno gli anni ’70 – essendo nata proprio alla fine del decennio – ma i primi ricordi nitidi che ho parlano di loro. I vestiti che mamma indossava da ragazza e che aveva conservato, i motivi geometrici delle decorazioni di piatti e tazzine, le piastrelle del cucinino, a grossi fiori. E la voglia di assaporare anche solo per un po’ la dolcezza di quel tempo”benedetto e beato”, come dice Giacomo Leopardi, mi ha preso la mano e mi ha catapultato al 1971, molto prima che io nascessi.

Spesso mamma mi ha parlato di uno sceneggiato che andò in onda in quell’anno sull’attuale Rai Uno. Si intitola Il segno del comando e mi raccontava che fu un grande successo e che lei, allora quattordicenne, si spaventava molto quando venivano trasmesse scene di soprannaturale, con tanto di fantasmi e sedute spiritiche, ciononostante non poteva fare a meno di rimanere incollata allo schermo. Ecco, nel mio viaggio alla ricerca del tempo perduto, ho cominciato a seguire la serie così, giusto per vedere di cosa si tratta, sicura che mi sarei spaventata e quindi la visione sarebbe durata ben poco. Errore madornale! Non è così terrificante come può apparire a una ragazzina – in particolare allora che, immagino, il pubblico non era abituato agli effetti speciali davvero spaventosi che vediamo oggi – e, soprattutto, è una storia ben strutturata in cui il soprannaturale, l’esoterismo, qualche traffico losco si intrecciano sullo sfondo di una Roma magica e fatata che il protagonista, il professore di letteratura inglese Edward Forster, esplora immergendosi nelle viscere oscure della Città Eterna per decifrare un passo del diario di lord Byron in cui il poeta, durante la tappa romana del suo viaggio in Italia, parla di una “piazza con portico, tempio romano e fontana con delfini. Luogo meraviglioso. Messaggero di pietra. Musica celestiale. Tenebrose presenze”.

Byron è il filo conduttore di tutta la vicenda; vivi e morti, letteratura e musica, scienza e occultismo, razionalità e superstizione si confrontano e si intrecciano. Alla fine dell’ultima puntata mi sembrava di essere orfana tanto la serie mi aveva catturato. E non è finita qui, perché ho scoperto che, nel 1987, Giuseppe D’Agata, uno degli autori, ha pubblicato il romanzo tratto dallo sceneggiato del 1971. Non è un libro facile da trovare; sono stata da un remainder ma senza successo, allora ho ordinato il volume in Internet e ieri, con largo anticipo, mi è stato recapitato. Sono esagerata? Può essere, ma mi piace sapere che, ogni volta che avrò nostalgia del professor Forster, della signora Giannelli o del fu pittore Tagliaferri, mi basterà sfogliare quelle pagine per ritrovarli.

E poi, oh, posso dire di aver fatto un viaggio nel tempo come Forster, anzi, il mio è un duplice viaggio!

 

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Storia, mito e utopia in “Baudolino”

In ricordo di Umberto Eco, nato il 5 gennaio 1932

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La parola è un’arma potente e a volte può molto più della spada, specie se supportata da una fervida inventiva. Ne sa qualcosa Baudolino, sagace contadino che, grazie a una non comune capacità affabulatoria, compie un vero e proprio cursus honorum che lo porta laddove il padre — disperato per quel figlio discolo e scansafatiche — e neanche lui stesso avrebbero creduto potesse mai arrivare: nientemeno che alla corte di Federico Barbarossa. Un enfant prodige? Piuttosto un demiurgo che si serve delle parole per plasmare la realtà. Sì, perché, quasi per miracolo, tutto ciò che Baudolino inventa finisce per diventare vero e produrre Storia. Inventa e parla, Baudolino. E scrive.  L’incipit della Kronica Baudolini cognomento de Aulario introduce Baudolino (Bompiani, febbraio 2016³, pp. 530), romanzo storico di Umberto Eco che è anche un’avventura picaresca con una sottotraccia gialla; vi si delinea una personalità vivace, ingegnosa, dai…

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Sul nuovo anno: Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Tixi's

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Ci accingiamo a salutare questo anno e ad accoglierne uno nuovo: cosa ci riserverà? È come fare un salto nel buio o partire verso l’ignoto: sappiamo quello che ci lasciamo alle spalle ma ignoriamo ciò che ci accadrà, nel bene e nel male.

È su questi due punti che si snoda il breve e serrato Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, una delle Operette Morali di Giacomo Leopardi.

  “Bisognano, signore, almanacchi?” chiede il Venditore a un passante, il quale, disincantato e disilluso, si sofferma a scambiare alcune battute con l’ambulante sul nuovo anno imminente. Con poche, incalzanti domande, il Passeggere intende demolire la lieta aspettativa dell’interlocutore per condurlo alla scoperta della Verità, cioè a quel suo stesso disincanto che nasce dall’esperienza dei mali e dell’infelicità che, inevitabilmente, la successione dei nuovi anni passati ha portato con sé e contro cui la speranza di una vita…

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Canto di Natale di Charles Dickens

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Il nome maschile Ebenezer deriva dal toponimo ebraico Eben-haezer, che significa “Pietra dell’aiuto”, in riferimento all’aiuto accordato da Dio agli Israeliti in una decisiva battaglia contro i Filistei.

Ebenezer Scrooge, protagonista di Canto di Natale, romanzo breve di Charles Dickens, è in effetti una pietra  — per la durezza di cuore e l’aridità d’animo —  che però non porta aiuto a nessuno fuorché a se stesso. La sua vita è interamente votata agli affari, ad accrescere un patrimonio già cospicuo accumulato secondo una fredda logica dell’utile personale che non lascia spazio alcuno a sentimenti di umana pietà. La creatura di Dickens ha avuto talmente presa sull’immaginario collettivo che il nome Scrooge è entrato a far parte del vocabolario inglese nell’accezione di ‘individuo avaro’.

Eccolo Scrooge, nell’impietoso ritratto tracciato da Dickens:

Un avido, ruvido, feroce, indomabile vecchio peccatore! Duro e acuminato come la selce da cui nessun genere d’acciaio aveva mai fatto sprizzare scintille generose; misterioso e introverso, e solitario come un’ostrica. Il freddo che lo circondava gli gelava i vecchi lineamenti, aguzzava il naso puntuto, raggrinziva le gote, arrossava gli occhi; rendeva bluastre le labbra sottili e irrigidiva il portamento, esprimendosi tagliente nella sua voce aspra. Una brina gelata gli ricopriva il capo, le sopracciglia e il mento ispido. Diffondeva sempre attorno a sé questo clima polare, gelando l’ufficio nei giorni del Cane e non riscaldandolo di un grado a Natale. […] Nessun tepore lo poteva riscaldare, nessun clima invernale lo faceva rabbrividire.

Il gelo che paralizza l’animo di Scrooge è di natura ben diversa da quello che attanaglia la città il giorno della Vigilia di Natale, fredda sì, ma riscaldata — per il resto dell’umanità — dal calore degli affetti familiari stretti intorno alla mensa in questa solenne festività. Una sciocchezza, il Natale, secondo Scrooge; un giorno sottratto al lavoro, quindi un guadagno mancato.

Che cos’è per te il Natale se non un momento per pagare dei conti senza avere i soldi; un tempo in cui ti ritrovi più vecchio di un anno ma non più ricco di un’ora; un tempo in cui fai l’inventario  nel libro contabile e ti accorgi che ogni singola voce, nell’arco dei dodici mesi, è in passivo?

chiede Scrooge al nipote Fred. E quell’incosciente di Bob Cratchit, il suo impiegato, vuole il giorno libero! Sciocchezze!

La nostra pietra Scrooge sembra irredimibile. Ma a Natale tutto è possibile, anche che accada una magia — o miracolo, chiamatelo come volete — in grado di restituire l’anima alla pietra e di sciogliere il gelo più ostinato.

Scrooge rincasa ancora infastidito dalle “smancerie” che ha dovuto sentire durante il giorno; in quella che per lui si appresta a essere una notte come tante, accade però un fatto straordinario: il fantasma di Jacob Marley, il suo socio e degno compare morto esattamente sette anni prima, appare all’incredulo Ebenezer e lo ammonisce che la sua condotta, che egli stesso aveva condiviso in vita, contribuisce a creare, giorno per giorno, la pesante catena che si porterà dietro per l’eternità, proprio come quella che egli trascina mentre gli sta parlando. È però possibile evitare questa sorte dedicandosi al Bene; perché Scrooge compia questa “conversione”, tre spiriti gli faranno visita e lo guideranno — come fossero Virgilio che accompagna Dante nel viaggio oltremondano — attraverso il Natale passato, presente e futuro.

In compagnia dello spirito del Natale passato, Scrooge rivede frammenti di infanzia e lo straziante addio della ragazza che lo amava ma che preferì lasciarlo libero di seguire la strada degli affari. Ricordi che turbano il vecchio e insinuano in lui rimorso e rimpianto.

Lo spirito del Natale presente mostra a Scrooge i festeggiamenti in corso quella notte; lo introduce in casa di Cratchit, che pur nella povertà, vive una serata di gioia insieme alla famiglia incarnando l’affermazione di san Paolo nihil habentes et omnia possidentes (non hanno niente ma possiedono tutto). Scrooge conosce Tiny Tim, il bambino malato di Cratchit e si commuove per lui.

Lo spirito del Natale futuro è quello che più terrorizza Scrooge che assiste alla sua stessa morte, tra la freddezza e il disprezzo della gente.

Congedati gli spiriti, Scrooge è ormai redento, o meglio rinato. Il viaggio nel tempo e dentro se stesso ha sciolto il ghiaccio che lo teneva prigioniero e gli restituisce le fattezze di uomo. Un uomo ormai più attento al bene del prossimo che al proprio, pronto a donare e donarsi piuttosto che a ricevere.

Entro l’allure fiabesca di Canto di Natale, Dickens affronta tematiche socio-economiche molto dibattute negli anni ’40 in seguito al peggioramento delle condizioni delle classi subalterne; la questione della povertà, delle disuguaglianze sociali e delle possibili soluzioni sta a cuore all’autore; tra la teoria malthusiana — messa in bocca a Scrooge — che nega il diritto alla sopravvivenza a chi non ha mezzi di sostentamento e il nascente Socialismo scientifico, Dickens propone una terza via, quella della solidarietà, della carità e dell’aiuto reciproco, rappresentata attraverso la parabola di Scrooge che diventa pienamente Ebenezer, Pietra dell’aiuto.

 

 

 

 

 

Amabili resti di Alice Sebold

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Il salmone nuota controcorrente dalle acque salmastre del mare per tornare là dove è nato, in seno a quel fiume in cui, stremato dalla fatica, cesserà di vivere. Ma morirà solo dopo aver compiuto ciò per cui la Natura lo ha generato.

Anche Susie cerca con tutte le sue forze di risalire la corrente per tornare da dove è venuta, solo che il suo viaggio a ritroso è una sfida disperata alle leggi dello spazio e della materia.

«Mi chiamavo Salmon, come il pesce»

il lapidario incipit di Amabili resti (Edizioni E/O, 2017², pp. 345, trad. di Chiara Belliti), successo editoriale di Alice Sebold, evoca le movenze degli epitaffi raccolti nell’Antologia di Spoon River, e in effetti questo romanzo può essere considerato alla stregua di un lungo epitaffio.

«Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973».

Con rassegnata amarezza, Susie ripercorre il suo ultimo giorno sulla Terra, l’incontro con l’assassino che le ha portato via il futuro e i sogni, e il calvario affrontato dalla famiglia in seguito alla sua scomparsa.

Il corpo straziato della ragazza non è stato ritrovato, i suoi cari si aggrappano alla speranza che sia ancora viva, contro ogni logica, contro la ragione. Contro quella certezza che si affaccia alla mente di tutti ma a cui nessuno osa dar voce. Eppure Susie li sta osservando dal suo Cielo, li vede e soffre con loro e per loro, soprattutto con e per il padre, il quale — per quella ragione che solo il cuore conosce — sa chi è l’assassino della sua bambina e si batte coraggiosamente perché le indagini convergano su costui, mettendosi perfino nei guai e opponendosi alla Polizia. Susie, dal canto suo, non riesce ad accettare di essere morta, di non poter più crescere, diventare una donna e raggiungere i suoi obiettivi come invece faranno le amiche. Una mano assassina e subdola glielo ha impedito.

Da piccola Susie si rattristava quando vedeva, dentro una palla di vetro, un pinguino tutto solo, circondato dalla neve.

«Non ti preoccupare, Susie, sta da re. È prigioniero di un mondo perfetto»

la rassicurava il padre. E sola, sotto una coltre di neve, Susie incontra la morte, ma il luogo in cui si trova catapultata non è perfetto, perché sì, vi sono materializzati i desideri più semplici, ma quello più importante per lei, vedere morto il suo assassino ed essere lei viva, quello no, non può essere realizzato. E allora che si compia almeno la giustizia terrena: una sorda e ostinata disperazione permette a Susie di risalire la corrente per manifestarsi con segni che consolano il padre e lo incoraggiano a non mollare. La famiglia Salmon affronterà un percorso lungo e accidentato, arriverà sul punto di disgregarsi ma se l’amore per quella figlia perduta li ha divisi — tanto soggettive sono le modalità di elaborazione del lutto — è lo stesso amore che ricomporrà la frattura.

Coerentemente con l’età dell’io narrante, la prosa della Sebold possiede la leggerezza e la spontaneità dell’adolescenza, ma anche nella sua levità vibra di dolore e si accende di rabbia e sempre si avverte il retrogusto amaro del rimpianto per quella vita non vissuta e per quei sogni sognati e rubati. Tutto questo è Amabili resti: una storia dolorosa, come può esserlo quella di una ragazza uccisa nel fiore degli anni, ma anche una storia di amore che supera la morte, in una «corrispondenza d’amorosi sensi» che, asciugate le lacrime, restituisce il sorriso e riconcilia con la vita quegli “amabili resti” i quali, ritrovando finalmente il coraggio di guardarsi negli occhi, vi scorgeranno quelli della persona che non c’è più.

Funere mersit acerbo