L’incubo di Hill House di Shirley Jackson

Ogni casa si nutre degli stati d’animo di chi la abita; si gonfia della sua gioia, ne beve le lacrime, ne respira gli umori. Ogni casa è un organismo senziente.
È questo l’assioma su cui poggia L’incubo di Hill House di Shirley Jackson (Adelphi Edizioni, 2019, pp. 240, trad. di Monica Pareschi), autrice di punta del genere gotico contemporaneo. Sì, perché L’incubo di Hill House ha tutte le caratteristiche del romanzo gotico e trascende nella ghost story.

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Il professor Montague, antropologo con uno spiccato interesse per i fenomeni paranormali, ha sentito parlare di Hill House, una dimora storica che si dice infestata da presenze misteriose. Al fine di studiare la casa, egli recluta una équipe composta da persone che in vario modo sono state protagoniste di eventi soprannaturali. All’invito rispondono tre giovani: Eleanor, che ha assistito a una manifestazione di poltergeist, Theodora, una sorta di veggente, e Luke, presente in qualità di erede della dimora.
Triste è la fama dell’edificio; in seguito a litigi circa l’eredità, la legittima proprietaria della casa si è suicidata gettandosi dalla torre. Da allora Hill House è un luogo nefasto.

Hill House, qualunque sia il motivo, da oltre vent’anni non è idonea a essere abitata da esseri umani.

Eleonor è la prima ad arrivare e lo spettacolo che si trova davanti agli occhi la turba profondamente.

Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee e angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo senza concessioni all’umanità. Era una casa disumana, non certo concepita per essere abitata, un luogo non adatto agli uomini, né all’amore né alla speranza.

Il gruppo di esploratori familiarizza in fretta. L’amicizia tra Eleonor e Theo rivela tratti ambigui ammiccanti all’omosessualità. Tutti – non solo il professore – attendono con ansia la manifestazione delle presenze. E in effetti qualcosa accade. Ma questi fenomeni sono solo frutto della bizzarra struttura della casa, concepita dal capostipite Hugh Crane come un capriccio con scarti nelle proporzioni e nell’inclinazione di piani e angoli? Sono queste eccentricità architettoniche a confondere e turbare chi si aggira per le stanze? O davvero la dimora è abitata da entità ostili agli ospiti di turno?
In ogni caso, la più sensibile all’atmosfera di Hill House è Eleonor. La donna ha appena perso la madre dopo averla assistita per anni e in questo modo ha visto sfumare la sua giovinezza. Eleonor accusa un profondo senso di colpa perché è convinta di essere responsabile del decesso della mamma. E ciò la rende fragile.
Si sente defraudata della propria vita, Eleonor, costretta a vivere in casa della sorella e a rubarle la macchina per raggiungere la sua meta. Eppure a Hill House ella trova il proprio spazio di libertà e, addirittura, di felicità. E non permetterà a nessuno di portarglielo via.

Insisti per avere la tua tazza di stelle; una volta che ti hanno incastrata e costretta a essere come tutti gli altri non la vedrai mai più, la tua tazza di stelle […]

L’impianto narrativo ricorda quello dei gialli di Agatha Christie che prevedono un gruppo di persone riunito in un luogo isolato dove si consuma la tragedia; da ciò scatta la ricerca dell’assassino. Anche il professor Montague e la sua équipe si trovano in un luogo claustrofobico e devono dare la caccia a qualcuno che, in questo caso, non è in carne ed ossa. Come quella della Christie, anche la penna di Shirley Jackson è fine e sobria.
La scrittura della Jackson corre sul filo della tensione emotiva. La partita con l’elemento soprannaturale si gioca sul piano psichico senza bisogno di ricorrere alla messa in scena di fenomeni terrificanti ma con l’elegante allusività di un horror psicologico che nasce da una guerra dei nervi.

La condizione comune a Hill House e a Eleonor è la solitudine, entrambe sono estranee all’amore e alla gioia. È per questo che Eleanor sente con la casa una profonda affinità e ne percepisce forte il richiamo. E lì vuole restare, e rifugiarsi e rannicchiarsi in essa come nel ventre materno.

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