Fiori e Shakespeare

Lunedì mattina. Ore sette. Suonò la sveglia del cellulare. «Oh, no! Tocca ricominciare!» borbottò Olivia ancora mezza addormentata. Si stiracchiò, scese dal letto e andò in cucina a farsi un caffè. Mentre lo beveva fece un rapido piano della giornata. «Alle nove devo essere in Facoltà per l’appello. Credo che gli esaminandi siano molti. Comunque forse faccio in tempo a passare dal meccanico nel tardo pomeriggio, altrimenti devo prendere l’autobus anche domani. È una seccatura non avere la macchina e adattare i propri orari a quelli dei mezzi pubblici. Pazienza, se anche fosse, per un giorno in più non muore nessuno! Accidenti, si sta facendo tardi!».
Si vestì, mise un filo di trucco, raccolse i capelli, prese le due borse e uscì.
Scendendo le scale si chiese: «Chissà se oggi Mr. X ha lasciato qualcosa…». Lanciò una rapida occhiata alla cassetta della posta. Qualcuno vi aveva sistemato un’orchidea bianca. «Vediamo se questa volta è uscito allo scoperto… magari ha osato un po’ di più e c’è anche un biglietto! ». Ma non trovò nessun messaggio. «Ah, vuoi fare il misterioso! E va bene!» disse estraendo l’orchidea.

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Olivia Smith aveva 45 anni e un matrimonio fallito alle spalle. Veniva da Liverpool e insegnava Letteratura Inglese all’Alma Mater di Bologna. Pretendeva il massimo dagli studenti, perciò era abbastanza temuta in sede d’esame. Si diceva che fosse tanto bella quanto esigente, anche se lei preferiva essere apprezzata per la sua professionalità che per l’avvenenza. Era single; ogni tanto si concedeva un’avventura anche se non era facile per un uomo riuscire a intrigarla. Sì, si rendeva conto di essere esigente anche nel rapporto con l’altro sesso ma non se ne faceva un cruccio: non aveva intenzione di iniziare una nuova relazione e tantomeno di risposarsi. Stava benissimo così, con un lavoro di cui era innamorata, poche ma care amiche e, soprattutto, la sua libertà.
Però quell’ammiratore misterioso che da un po’ di tempo il lunedì mattina le lasciava un fiore nella cassetta della posta, beh, era davvero riuscito a suscitare l’interesse di Olivia.
Seduta dentro l’autobus, guardava l’orchidea e fantasticava. «L’unica cosa certa è che si tratta di un persona con un animo gentile. Strano però che non faccia recapitare il fiore da un fattorino… beh, d’altra parte è chiaro che portarlo personalmente ha un significato… vuole farmi sentire la sua presenza discreta ma costante…».
Arrivata in Facoltà, Olivia salì nel suo studio al terzo piano. L’esame si sarebbe svolto lì e infatti trovò ad attenderla una ventina di studenti, molti con il naso sui libri, qualcuno un po’ più rilassato. «Ragazzi, procediamo con l’appello» annunciò Olivia dopo che ebbe sistemato le borse e preso l’elenco. La sessione andò avanti fino alle sedici. Dopo aver ascoltato l’ultimo studente, Olivia scese al bar per uno spuntino perché solo allora si accorse di aver saltato il pranzo.
«Buonasera professoressa! »si sentì apostrofare. Era Lorenzo Di Maggio, uno dei suoi allievi migliori, anzi, il migliore in assoluto. Aveva 23 anni ma la sua cultura, frutto di uno studio serio e sistematico, la lasciava senza parole. Lorenzo sembrava un adolescente; magrolino, pallido, occhiali spessi e viso ancora segnato dall’acne. Quando parlava con lui, a Olivia sembrava di parlare con un collega, tale era la maturità di quel giovane che con il suo modo di esprimersi la affascinava. Ma, nello stesso tempo, la donna non poteva impedirsi di provare un certo disagio, una sorta di inquietudine che non sapeva spiegare. In fondo era solo un ragazzo…
«Buonasera! Ha sostenuto un esame anche lei oggi ?» chiese Olivia. «Sì, ho dato lo scritto di Tedesco. Sono un po’ in ansia perché c’erano alcune domande non proprio difficili ma insidiose» rispose Lorenzo. «Ma Di Maggio, non è certo lei che deve temere! Lei è una delle menti più brillanti dell’Istituto!» lo rassicurò sorridendo Olivia. «Senta professoressa, sto cominciando a pensare alla tesi e vorrei che lei fosse la mia relatrice» proseguì Lorenzo. «Di Maggio, sia buono, la prego! Sono esausta. Venga al ricevimento mercoledì e ne parleremo in quella sede. Oggi proprio non ce la faccio più!». «Scusi Professoressa. Verrò mercoledì».
Mercoledì pomeriggio, ore sedici. Fuori dalla stanza di Olivia c’erano tre persone ad aspettare. Puntuale, l’insegnante arrivò, seguita immediatamente da Lorenzo. Quando fu il suo turno, il ragazzo entrò nello studio. Olivia era seduta alla scrivania, lo sguardo rivolto allo schermo del computer. «Buonasera professoressa» esordì Lorenzo. “Salve Di Maggio» ricambiò Olivia. «È venuto per parlare della tesi mi pare. Dica pure! ».
Lorenzo aveva il respiro affannoso e arrossì violentemente. «Professoressa, prima vorrei che lei ascoltasse una cosa» disse d’un fiato. «Avanti, sentiamo! ». Il ragazzo si calmò e cominciò a declamare il sonetto 116 di Shakespeare.
«I never writ, nor no man ever loved» concluse Lorenzo. E sospirò.
«Di Maggio, complimenti per l’interpretazione appassionata e per l’impegno che mette nello studio. Ora però credo sia meglio parlare della sua tesi, visto che là fuori c’è gente che aspetta ».
«Ma professoressa, non ha ancora capito? Il sonetto l’ho declamato per lei, è lei che ispira la mia passione. Olivia, finalmente ho trovato il coraggio di dirtelo, anche prendendo in prestito le parole di Shakespeare. Io mi sono innamorato di te!».
Olivia sobbalzò. «Ma cosa sta dicendo? Lei è pazzo! Come si permette?».
«Olivia, non respingermi. Ti prego, ascoltami. Io ti amo e non è la classica cotta dello studente per l’insegnante. È amore! Tu non immagini cosa farei per te, per averti, per farti felice. Quei fiori nella cassetta della posta sono solo la minima parte delle attenzioni che avrei per te… ».
Olivia montò su tutte le furie. «Che cosa? Quindi eri tu a lasciarmi i fiori… tu… tu sei pazzo… io non ho nessuna intenzione di rovinare la mia carriera e il mio nome per uno studente qualsiasi… io non so che farmene di un ragazzino… non ti permettere mai più di avvicinarti a casa mia e a me…».
«Ma Olivia… io… dammi una possibilità… ».
«Fuori di qui!» tuonò Olivia furiosa. «Naturalmente la tesi la seguirà un altro docente!».
Lorenzo uscì mortificato e anche arrabbiato. Ce l’aveva con se stesso, perché non era riuscito a trasmettere a Olivia la profondità del suo sentimento, ce l’aveva con la sua età che non gli permetteva di essere considerato un uomo, ce l’aveva con il suo aspetto fisico non certo prestante. Eppure non accettava che la cosa finisse così. Doveva fare qualcosa. Doveva convincere Olivia a dargli una possibilità, doveva dimostrarle che, anche se per lei era solo un ragazzino, l’amore che poteva darle era più intenso di quello di un uomo maturo.
Era di nuovo mercoledì. Lorenzo attendeva che Olivia arrivasse per il ricevimento. Era agitato ma deciso a farsi ascoltare. Ed era certo che stavolta avrebbe aperto una breccia nel cuore della professoressa. Gli bastava anche solo un piccolo segno di disponibilità verso di lui. Poi il tempo sarebbe stato suo alleato e avrebbe fatto il resto. Puntuale, eccola apparire nel corridoio su cui dava il suo ufficio. Lorenzo annusava il profumo di lei, un profumo speziato, avvolgente che terminava con una nota di vaniglia. Per lui l’odore di Olivia era inconfondibile; sapeva di Oriente, di tramonti sulle dune, di danze intorno a un falò. La seguí nello studio senza rispettare l’ordine della fila di studenti. Si chiuse la porta alle spalle. Olivia si alzò di scatto dalla sedia, pronta a rimproverarlo ancora più aspramente dell’altra volta. Lorenzo non si perse d’animo, anzi, in un attimo la cinse in un abbraccio e, senza darle modo di protestare, la baciò. Olivia sulle prime cercò di opporre una debole resistenza, poi cedette e si abbandonò a quel bacio. Le mani di ognuno esploravano il corpo dell’altro, incuranti del rischio di venire scoperti.
Poi Lorenzo si svegliò, ansimante ed eccitato. Controllò l’ora. Erano da poco passate le due. Non riuscendo a riaddormentarsi, scese dal letto e da una scatola nascosta nell’armadio tirò fuori un grosso album. Ad ogni pagina aveva incollato una foto della professoressa. Foto rubate di Olivia che faceva lezione, Olivia che entrava in Facoltà con le sue due borse e alcuni libri in mano, Olivia che faceva colazione al bar, Olivia che rientrava a casa. C’era perfino una foto in cui si vedeva la donna estrarre una rosa rossa dalla cassetta della posta. Lorenzo la seguiva tutti i giorni e osservava quello che faceva, con chi parlava, chi incontrava. Voleva essere lui il centro della vita della donna, tutte le altre conoscenze di lei gli davano fastidio. Anzi, provava quasi un dolore fisico quando pensava che Olivia parlava con altri uomini.

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Non voleva esitare oltre e così decise di affrontarla di nuovo.
La aspettò nel solito bar; sedette a un tavolo e ripassò mentalmente il discorso che intendeva farle. Le avrebbe fatto capire che sì, era molto più giovane di lei, ma la differenza d’età non sarebbe stata un problema perché lui era maturato in fretta e a 23 anni era già un uomo. Le avrebbe detto che il suo era un amore vero e solido, nato sui banchi dell’aula in cui lei teneva lezione, un amore che si era nutrito dei versi appassionati che lei spesso declamava, come se i poeti avessero accompagnato la nascita di quel sentimento che, ormai maturo, camminava da solo. Ed era l’amore di un uomo per una donna. Quanto poi al timore per la sua carriera, Lorenzo l’avrebbe rassicurata che nessuno sarebbe venuto a conoscenza di una loro relazione fino a quando lui non si fosse laureato. Allora avrebbero potuto vivere alla luce del sole e…
Era immerso in questi pensieri quando vide Olivia al bancone del bar. Lorenzo si avvicinò a lei. La professoressa gli lanciò un’occhiata infastidita. I suoi occhi verdi sembravano trafiggerlo. Per questo Lorenzo sentì vacillare la sua determinazione e riuscì a malapena a salutarla. «Buongiorno Mrs. Smith» farfugliò a disagio «Vorrei dirle una cosa a proposito dell’episodio dell’altro giorno ». «Di Maggio, non c’è bisogno di aggiungere nulla. Se intende scusarsi, bene. Scuse accettate. Se invece vuole tornare alla carica, sappia che è fatica sprecata. In entrambi i casi, sarà meglio che lei non mi rivolga più la parola. Gianni, il solito caffè macchiato, grazie. E una brioche…» disse rivolgendosi al barman.
Lorenzo non si era mai sentito così mortificato e umiliato. Non solo perché capiva di non avere alcuna speranza con Olivia, ma soprattutto per il modo brusco con cui lei gli aveva parlato, per quello sguardo che lo aveva gelato fino a togliergli le parole di bocca. Uscì dal bar rosso in viso e in lacrime. Ma, stranamente, più che disperazione sentiva rabbia. La amava, sì, ma sentiva anche il pungiglione dell’odio conficcarsi nella sua carne. Quando rientrò a casa, i suoi coinquilini notarono che doveva avere pianto, ma non fecero domande. Lo giudicavano un tipo un po’ strano, sempre con il naso sui libri e mai che parlasse di ragazze o di frivolezze. Lo definivano “un vecchio in un corpo di adolescente”.
Nei giorni seguenti Lorenzo non riuscì a concentrarsi nello studio. Lo scritto di Tedesco era andato alla grande come sempre e l’orale si avvicinava. Ogni volta che provava a leggere qualche pagina, la mente andava altrove, da Olivia, desiderata e detestata.
All’appello Lorenzo fu bocciato. Per la prima volta in vita sua, il “secchione”, come veniva chiamato, fece scena muta. E questa onta diede il colpo di grazia al suo precario equilibrio psichico. Scagliò con ira i libri nell’atrio, sotto lo sguardo sbigottito dei presenti, e non mancarono risolini di scherno. «È tutta colpa sua!» pensò Lorenzo. «È colpa di quella puttana se mi è andato male l’esame… non sono riuscito a studiare perché mi fa troppo male il ricordo di come mi ha trattato… mentre lei continua la sua vita normalmente, magari anche in compagnia di un altro uomo… non può finire così… non può!».
Lorenzo non era molto popolare tra i coinquilini, che lo giudicavano asociale e saccente, e non aveva amici che potessero aiutarlo ad assimilare la batosta; né d’altra parte lui amava la compagnia dei coetanei. Così il furore seguìto all’umiliazione gli ribolliva dentro e cresceva giorno dopo giorno.
«E oggi consiglio di Facoltà», sospirò Olivia scendendo dal letto. «Non vedo l’ora che arrivino le ferie e staccare la spina per qualche settimana! Ne ho veramente bisogno…». Erano le otto e trenta. Calcolò che in un’ora e mezza avrebbe potuto raggiungere l’Istituto e trovare un parcheggio possibilmente vicino, in caso contrario avrebbe dovuto rifare il giro e lasciare la macchina a qualche isolato di distanza, ma sarebbe stata comunque in perfetto orario. Anzi, magari avrebbe anche potuto accennare al suo collega di Letteratura Angloamericana una certa questione burocratica. Immersa in questi pensieri aprì la porta di casa per uscire e, proprio sullo zerbino, lo vide. Era un mazzo di sei rose; anzi, erano solo i gambi, il fiore era stato reciso. Olivia fu presa da un senso di angoscia; la vista di quei gambi irti di spine era di per sé inquietante, inoltre il loro numero pari aveva un significato di lutto e, anche se non era affatto superstiziosa, non poté impedirsi di provare un brivido. Poi raccolse il biglietto che era appoggiato al mazzo. Con ansia crescente vi lesse «Hai gradito il mio omaggio? Ho immaginato che i fiori fossero la tua testa, così li ho strappati. Li ho strappati pensando a te e ho tagliato quello che restava immaginando che le forbici affondassero nella carne della tua faccia… ho provato tanto piacere… buongiorno professoressa e a presto!».
Olivia capì subito che il mittente era Lorenzo. Era evidente. Da persona concreta qual era cercò di far prevalere la ragione dicendo a se stessa che era assurdo avere paura di quel ragazzino. «È solo il classico studente innamorato dell’insegnante che viene respinto e prima di digerire la delusione dà un po’ i numeri. «Sì, solo un innocuo pretendente respinto» ragionò tra sé. Allora perché l’ansia non le passava? Perché aveva quella sensazione di pericolo? Decise di ignorare quell’episodio e gettò i gambi nel bidone della spazzatura. I colleghi notarono che quel giorno Olivia era turbata. Le chiesero se avesse qualche problema e lei minimizzò. “Niente che non possa risolvere », dopodiché cercò di essere più distesa possibile. Non voleva dare importanza a un episodio che, sicuramente, non si sarebbe più ripetuto.
Nei giorni successivi infatti non ci fu alcuna traccia di Lorenzo e Olivia tirò un sospiro di sollievo, anzi si prese in giro da sola: «Mia cara, che stupida che sei! Davvero ti sentivi minacciata da quel moccioso? Accidenti, stai proprio invecchiando! » Ma quel sollievo durò poco.
Il sabato successivo Olivia uscì a cena con gli amici. La serata fu piacevole; risero, si divertirono e bevvero un po’ troppo. Quando Olivia tornò a casa erano le due e trenta. Aveva sonno e un principio di sbornia. Ma quello che vide la fece tornare in sé. Sopra il tavolo in cucina c’era un foglio. Lo prese, lo aprì e lesse. «Ciao Olivia! Hai trascorso una bella serata? Presto ci divertiremo insieme! See you soon my darling teacher!». Fu come se qualcuno la colpisse allo stomaco. Poi, ancora, un attacco di panico. Il respiro era affannoso, il cuore le martellava nel petto e le tempie le pulsavano. Questa volta ebbe la certezza che Lorenzo faceva sul serio.
La domenica mattina Olivia si recò dai Carabinieri per denunciare i due episodi. «Signora, al momento non possiamo fare niente, non abbiamo in mano nulla, sono desolato. Posso solo darle il banale suggerimento di stare molto attenta, di cercare di non andare in giro da sola e, se dovesse sentirsi seguita o le capitasse un altro episodio simile, non esiti a chiamarci tempestivamente. Mi creda, altro, per il momento, non possiamo fare». Olivia tornò a casa afflitta. Non si sentiva più al sicuro nemmeno nel suo appartamento. Lorenzo sapeva dove abitava, conosceva i suoi orari e le sue abitudini. Ed era folle. «No, non è un innamorato respinto. È un pazzo che si sente offeso… e per questo è pericoloso… mi ha sempre trasmesso una sensazione di disagio… ora capisco perché… avvertivo la sua negatività… ».
Squillò il cellulare. Il numero era occultato. «Sì?» disse tremante Olivia che già aveva intuito chi ci fosse dall’altra parte. «No, no, no… Olivia questo non dovevi farlo…. Sei andata a parlare male di me ai carabinieri… tu hai raccontato che io sono cattivo, invece la cattiva sei tu…. Non farlo mai più oppure farai la fine delle rose…». «Lasciami in pace! Stai lontano da me!» riuscì ad articolare Olivia. Ma Lorenzo aveva già riattaccato. Allora Olivia non potè trattenere le lacrime. La paura che aveva provato nei giorni scorsi diventò terrore. Si sentiva braccata. Prese un tranquillante e pochi minuti dopo si addormentò.
Il giorno successivo non andò in Facoltà. Si alzò tardi, ancora sotto choc per gli accadimenti degli ultimi giorni. Non voleva stare in casa da sola, così chiamò l’amica Elena. Le due donne decisero di pranzare fuori e fare una passeggiata in campagna. Fu un pomeriggio abbastanza sereno, anche se Olivia aveva sempre un’angoscia latente. Elena le propose di dormire da lei, in modo da non restare in casa da sola ma Olivia rifiutò. Aveva paura, è vero, ma non voleva modificare la propria vita. Sarebbe stato come darla vinta a Lorenzo.
Olivia rientrò verso le venti. Accelerò il passo verso l’ascensore. Quando finalmente fu nel suo appartamento, si lasciò cadere sul divano. Avrebbe fatto una doccia quindi sarebbe andata a dormire. Poi, volgendo lo sguardo sulla poltroncina alla sua sinistra la vide. C’era una bambola di pezza, con i capelli castani e gli occhi verdi, proprio come lei. Aveva un grosso squarcio alla gola e un altro all’addome. Olivia lanciò un urlo. Poi prese il telefono e chiamò i carabinieri. Solita risposta: «Signora, capisco la sua agitazione, ma non possiamo fare niente. Cerchi di calmarsi. Non resti in casa. Vada da un amico o da un parente… l’importante è che non stia da sola». Olivia riattaccò furibonda e terrorizzata. Telefonò all’amico Fabio e gli raccontò tutto. “Calmati Olivia. Chiuditi bene in casa e aspettami. Vengo a prenderti poi ti accompagno da Elena. Ma mi raccomando, non fare mosse avventate! ».
Olivia non era più in sé. Squillò il telefono. Numero occultato. Capì che era lui, Lorenzo e non rispose. Il telefono squillò ancora, poi ancora e ancora. Alla quinta chiamata Olivia rispose.
«Olivia, Olivia… perché mi eviti? Hai paura di me? Allora hai la coscienza sporca… ».
«Lasciami stare … lasciami stare…» disse tra i singhiozzi.
Fabio tardava ad arrivare e Olivia non riusciva più a stare in casa. Si sentiva soffocare. Decise di andare sola da Elena. Avrebbe avvisato l’amico più tardi.
Scese nel garage del condominio. Ecco la sua auto. Era quasi fatta. Tra poco sarebbe stata in salvo. Tremante, infilò la chiave nella serratura. Una mano le chiuse la bocca. Poi sentì qualcosa di freddo premerle contro la gola. La lama di un coltello. Il cuore sembrava scoppiarle nel petto.
«Allora Olivia … sai che stai per fare la fine della bambola? » disse con un ghigno Lorenzo. Olivia cercava di divincolarsi ma il ragazzo, a dispetto della corporatura esile, aveva una grande forza. Lo graffiò sulla mano con cui le chiudeva la bocca e riuscì a morderlo. Intanto Lorenzo, al colmo della follia, le passava la lama sul collo da destra a sinistra e viceversa, pregustando il momento in cui l’avrebbe conficcata nella carne. Olivia ansimava nella lotta, I suoi gemiti accrescevano il folle furore di Lorenzo che provava piacere nel fiutare il terrore di Olivia. «Olivia… ti amavo ma poi sei stata cattiva e adesso devo punirti… peccato perché potevamo essere felici insieme… forse dove andrai ora ci incontreremo un giorno, chi lo sa!». E le squarciò la gola. Olivia cadde a terra e allora Lorenzo le si avventò contro e le squarciò anche l’addome, come già aveva fatto con la bambola. Poi, credendola morta in mezzo a quel lago di sangue, fuggì.
Fabio era arrivato. Suonò più volte il campanello di Olivia ma non ottenne risposta. Allora compose il numero della donna. Il telefono squillava ma lei non rispondeva. Capì che doveva essere successo qualcosa. «Forse non mi ha dato retta ed è uscita da sola quella testona…». Compose di nuovo il numero ma non ottenne risposta nemmeno questa volta. Sentì delle voci concitate e qualcuno che urlava. Nel pianerottolo dell’ingresso del condominio si era riunito un capannello di persone. Fabio chiese cosa fosse successo. «C’è un cadavere in garage… in una pozza di sangue… sembrerebbe la professoressa…». Con il cuore in gola, Fabio scese in garage e constatò quello che già sapeva. Olivia era stata aggredita. Le ferite erano profonde ma la donna era ancora viva. Fabio chiamò i soccorsi che arrivarono appena in tempo. L’emorragia era importante, ancora pochi minuti e Olivia non ce l’avrebbe fatta.
Gli inquirenti lavorarono alacremente. Furono determinanti le telecamere del garage. Nel suo delirio, Lorenzo non le aveva notate.
Il ragazzo fu arrestato tra lo stupore dei coinquilini.
In cella aveva molti libri, quasi esclusivamente in lingua originale, soprattutto in inglese. Spesso se ne stava in piedi, le mani aggrappate alle sbarre e negli occhi una luce maligna. Una guardia lo sentì mormorare: «Ciao Olivia. See you soon!».

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