Consummatum est

Mia madre non capiva. Era troppo giovane, quasi una bambina. Non capiva ma, docile, rispose “fiat” a quella voce. Così nel suo grembo accolse l’Amore.
Venni al mondo per adempiere al disegno di un Creatore innamorato della sua creatura.
Faceva freddo in quella grotta, lei lo raccontava spesso. Raccontava che non piangevo mai, ma sorridevo e tendevo in alto le manine verso quel Cielo che mi aveva mandato. Quando mi guardava dormire con il visino sereno, sentiva una fitta di dolore nel cuore perché sapeva che non ero suo e che non mi avrebbe avuto a lungo. Ero un bimbo nato da donna ma non ero come gli altri.
Cresciuto, camminavo per le strade polverose della Galilea risanando i malati, rimettendo i peccati e convertendo i peccatori. Annunciavo la lieta novella. Predicavo l’amore e la fratellanza. Spezzavo il pane e lo benedicevo. Nutrivo le folle con pani e pesci e con il mio Verbo.
Molti mi ascoltarono, altri non mi credettero e mi condannarono. Ma anche questo accettai per amore.
Era buio nel Getsemani. I discepoli si erano addormentati. Io mi ero allontanato per pregare sentendo giunta l’ora.
Sapevo che ero venuto per quel sacrificio, lo sapevo da sempre, da prima ancora che mi formassi nel ventre di mia madre. Ma, fatto uomo, da uomo ebbi paura. Sentivo il sudore addensarsi in sangue. Sentivo le lacrime scendere lungo le guance e supplicai il Padre che passasse da me quel calice, anche se era la Sua volontà e non la mia che doveva compiersi.
Con un bacio Giuda mi tradì. Allora chinai il capo e mi lasciai portare via come un malfattore perché anche questo faceva parte del disegno d’Amore per cui mi sarei immolato.
Mi vestirono di porpora, mi incoronarono di spine e mi posero una canna nella destra. E così mi schernivano come “Re dei Giudei”. Ma mi lasciai dileggiare come fossi un pazzo o uno stolto.
Le mie carni furono percosse, flagellate, straziate, oltraggiate. Portai sulle spalle martoriate il peso della croce. Più lassù, sul Golgota, mi inchiodarono a essa. Stremato, tra dolori lancinanti sentivo le loro voci concitate, sentivo il pianto di mia madre e vedevo le sue lacrime. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Ebbi sete e mi fecero bere dell’aceto. Solo il ladrone ebbe pietà, gli altri continuavano a deridermi. “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso?” li sentivo dire beffardi. Ancora non capivano. Si divisero le mie vesti e le giocarono ai dadi. C’era tanta sofferenza su quella croce, più di quella che un uomo può sopportare. Il sangue vi scorreva fino a toccare la terra e, toccandola, la fecondava di Bene. Poi, alle tre di pomeriggio, diedi un respiro, chiusi gli occhi e resi l’anima al Padre.
croce 20

Consummatum est. Tutto è compiuto.
Con la mia morte vi ho salvato dalla Morte. Ora, quell’amore che ho effuso dalla croce diffondetelo nel mondo come facevo quando camminavo per le strade. Fatelo germogliare e fruttificare come germoglia il grano e fruttifica la vite, che sono il mio corpo e il mio sangue. Fate che illumini le vostre vite e vi indichi la via, come la Cometa guidò a me i Magi.
Non vi chiedo sacrifici né olocausti.
Vi chiedo di amarvi gli uni gli altri come io vi ho amato.

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2 risposte a "Consummatum est"

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