13 giugno 1942

Padova, 13 giugno 1942. Mentre la città era in festa per il suo Santo, un ragazzo – appena ventenne – era arrivato da lontano portando con sé un pesante bagaglio di paura e incertezza: da lì sarebbe partito per il fronte. “Non scrivetemi” – aveva detto ai genitori per non aggravare la loro angoscia – “Non so dove mi mandano. Vi scriverò io”. Invece sapeva benissimo dove doveva andare: lo avevano destinato in Russia. E quando, consumando l’ultimo pasto in famiglia prima della partenza, suo padre – forse presagendo qualcosa – gli aveva chiesto: “Non andrai mica in Russia?” il ragazzo avvertì un groppo in gola e, per un attimo, non riuscì a mandar giù il boccone che stava mangiando, tanto era il dispiacere per i genitori che si vedevano strappare il figlio dalla guerra e tanta la paura per la propria sorte.

A Padova, dunque, si celebrava sant’Antonio. Animato dalla Fede, il ragazzo entrò in Basilica, affidando la vita ad Antonio e chiedendogli di proteggerlo nella durissima prova a cui andava incontro.

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Diciotto mesi trascorse in Russia. Là visse un rigido inverno. Le acque ghiacciate del Don formavano un blocco così spesso che sopra vi passavano i carri armati. Patì la fame, e con lui i suoi compagni, tanto che facevano a spintoni per raccogliere da terra un maccherone caduto tra il fango, e anche se era stato calpestato non importava. Il fortunato che riusciva ad aggiudicarselo lo sciacquava e lo mangiava come se fosse il cibo più prelibato.

Fame, freddo e paura. E chissà a quali atrocità – di cui mai volle parlare –  quel ragazzo si trovò ad assistere. Intanto, a casa sua, durante quello stesso inverno, la mamma si sdraiava tra la neve, in sottoveste, per provare a immaginare quanto freddo avesse suo figlio, là, lontano da lei, in una terra sconosciuta e ostile.

Eppure, dopo diciotto mesi, egli tornò sano e salvo da quella terribile esperienza, proprio come aveva chiesto ad Antonio quel 13 giugno, nella Sua Basilica, nel Suo giorno. Per il resto della sua lunga vita, il ragazzo non smise mai di onorarlo e ringraziarlo per averlo salvato.

Quel ragazzo era mio nonno.

Mio nonno, il mio orgoglio.

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5 risposte a "13 giugno 1942"

  1. È una storia vera, sono le poche cose che ho sentito raccontare da mio nonno sulla sua esperienza in Russia. Ho voluto ricordare questa ricorrenza per fare un omaggio alla sua memoria; è stato un grande uomo e sono onorata di averlo come nonno. Sono contenta che il racconto ti sia piaciuto! Buona giornata! 😊

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      1. L’autenticità è un valore sempre più raro, ed è anche per questo motivo che il tuo post è brillato come una stella in mezzo a tutti quelli che ho letto stamani. Mi è piaciuto così tanto che mi ha convinto ad iscrivermi al tuo blog. Grazie a te per la risposta! 🙂

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