Oltre la porta, una notte

 

 

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Marc Chagall, Le Tre Candele (1938-40)

Un altro giorno trascorso tra lacrime e speranze. Da oltre un anno ormai, Eleonora viveva in un limbo in cui momenti di cupa disperazione venivano alleviati dal conforto della Fede. Si rasserenava, poi, subdola, la paura tornava a insinuarsi nella sua testa e le esplodeva in petto un’angoscia lacerante. Si consumava in questo logorio da quando suo marito Giosuè era partito per il fronte.

15 giugno 1942. Quella data era impressa a fuoco nella memoria di Eleonora. Quella data era lo spartiacque tra il prima e il dopo. Il prima era stato troppo breve, una felicità appena gustata di cui non aveva dimenticato il sapore dolce. Dolci erano stati quei pochi mesi di matrimonio, quando, ignari della tragedia che incombeva sulle loro giovani vite, Eleonora e Giosuè erano proiettati verso un futuro luminoso in quella casetta modesta ma piena d’amore.

Il dopo era quella vita che si trascinava stancamente nell’attesa di notizie dal fronte. L’unica compagnia di Eleonora in quella casa era la solitudine. Eppure, con l’ostinazione dell’amore, continuava a tenere viva la presenza di Giosuè. Apparecchiava sempre la tavola per due, lavava i suoi vestiti e li stirava, poi li riponeva con cura nel comò. Parlava a Giosuè, gli raccontava le chiacchiere delle comari, di come il figlio della signora Concetta avesse chiesto in sposa la figlia del farmacista, il quale si era opposto fermamente a quel fidanzamento – “Troppa differenza di ceto sociale”, aveva sentenziato senza ammettere repliche. “Giosuè – commentava Eleonora – ma noi non siamo fortunati? Siamo tutti e due dei poveri disgraziati, non abbiamo un soldo… Ma almeno ci siamo sposati in santa pace !”.

Queste erano le giornate di Eleonora. Quando la notte si coricava, recitava le preghiere, mandava un bacio a Giosuè e si voltava su un fianco. Allora cominciava a piangere sommessamente, come se lui fosse sdraiato lì accanto e lei non volesse fargli sentire il suono del suo dolore. Così era stato anche quella notte, la notte in cui la sua vita sarebbe cambiata per sempre .

Sazia di pianto aveva preso sonno. La svegliò il rumore del vento che si era levato impetuoso. Le imposte sbattevano, così Eleonora scese dal letto, si avvolse nello scialle e andò alla finestra. A fatica riuscì a chiuderle. Rimase in piedi ad ascoltare il rumore furioso del vento che annunciava la tempesta. Un brivido le corse lungo la schiena. Istintivamente si strinse più forte nello scialle. Non era un brivido di freddo, era piuttosto una sensazione che non sapeva spiegarsi.

Era ancora lì in piedi quando udì bussare alla porta. Ebbe paura. Chi poteva essere a quell’ora? Guardò l’orologio alla parete. Segnava l’una e un quarto. Decise di ignorare quei colpi. Chiunque fosse, si sarebbe stancato e se ne sarebbe andato. Poi udì una voce, sovrastata dal fragore del vento; “Eleonora”, chiamava, “Eleonora”. La riconobbe subito quella voce, non avrebbe potuto confonderla con nessun’altra. Allora la paura lasciò posto allo stupore e lo stupore alla felicità. Aprì. Era Giosuè. Lo sapeva, ne era certa. Le aveva promesso che sarebbe tornato e così fu.

Senza dirsi una parola, si abbracciarono, si baciarono tra le lacrime, le quali si mescolarono sui loro volti. Fu Eleonora a parlare per prima. “Ti ho aspettato ogni giorno. Sapevo che non mi avresti lasciata sola. Dio mio, come sei magro! E guarda la tua uniforme… Lacera, sporca… Dio mio Giosuè, quanto devi aver sofferto!”. Giosuè le mise delicatamente una mano sulla bocca. “Non dire niente. Non ha più importanza. Ora sono finalmente a casa. Ho solo bisogno di restare qui, di stare tra le tue braccia. Il tuo amore mi darà la pace”.

Eleonora lo aiutò a togliersi la divisa. Quante ferite sul corpo di Giosuè! Le guardava e sentiva dolore anche lei quasi fosse martoriata allo stesso modo. Medicò le ferite, le fasciò con cura. Nei giorni che seguirono non lo lasciò un attimo. Quando riprese le forze, Giosuè espresse il desiderio di uscire in giardino insieme a Eleonora. Voleva riempirsi gli occhi e l’anima di quel posto in cui aveva vissuto troppo poco, voleva riscoprirne ogni dettaglio. Quante volte al fronte aveva ripensato alla casa che era stato costretto a lasciare, ai vasi di gerani che Eleonora amava tenere sul davanzale, al glicine che si arrampicava sul muro! E gli sembrava di sentirne il profumo  e perfino di vederne i colori. I rossi gerani di Eleonora gli apparivano davanti agli occhi ogni volta che vedeva la neve della Siberia tingersi del sangue di un commilitone ferito a morte. Un fiore rosso che sbocciava caldo su quella coltre gelida. Ma quel fiore non profumava come quelli di Eleonora. Quel fiore odorava di morte. Quanta morte aveva visto Giosuè…  E non era mai riuscito a capacitarsi della smisurata follia che aveva causato tutto questo orrore.

Mentre passeggiavano in giardino, Eleonora osò chiedere: “Giosuè, cos’è la guerra? “. E lui, accarezzandole una guancia, rispose amaramente: “La guerra, Eleonora, è una bestia assetata di sangue. Una bestia che ogni giorno esige carne umana di cui cibarsi. Questa è la guerra…”. Eleonora rabbrividì e si strinse a lui senza aggiungere altro.

I giorni trascorsero felici. Eleonora finalmente poteva coronare il suo sogno di vivere insieme a Giosuè in quella casetta di cui era orgogliosa. Due settimane dopo il ritorno del marito, Eleonora stava stendendo il bucato quando si sentì chiamare dal vialetto di casa. Era un carabiniere. Eleonora si avvicinò e l’uomo, tradendo un certo disagio, le porse una lettera. Giosuè era in cucina, seduto al tavolo a fumare una sigaretta.

“Signora – disse il carabiniere – sono addolorato. Tocca a me comunicarle una tragica notizia”. Eleonora non capiva. Aprì la busta e cominciò a leggere. C’era scritto che il soldato Giosuè Conti era deceduto in data 20 novembre 1943, colpito da una raffica di proiettili. Era morto dopo una breve agonia. Eleonora non credeva affatto a ciò che aveva letto. “Ci deve essere un errore. Guardi, le assicuro che mio marito è tornato sano e salvo. Sicuramente si tratta di un omonimo… Oppure un altro povero soldato è stato scambiato per mio marito… Qui c’è scritto che è morto il 20 novembre, ma io le dico che non è possibile perché Giosuè è tornato a casa proprio la notte successiva. Vuole che non ricordi la data in cui è tornato mio marito? Dopo che l’ho aspettato per così tanto tempo? Le assicuro che era l’una e un quarto del 21 novembre! Mi deve credere! Anzi, venga, venga in casa che le faccio vedere con i suoi occhi che è vivo e vegeto !”.

“Signora – riprese il carabiniere, il quale credeva che il dolore facesse sragionare la vedova – ho da restituirle anche questo” e le porse lo zaino di Giosuè. Eleonora lo aprì con mani tremanti e dentro trovò gli effetti personali del marito. C’era anche, sgualcita, la foto del loro matrimonio. Sul retro, riconobbe la calligrafia di Giosuè. Vi aveva scritto: “Tornerò da te. Tornerò per te. E sarà per sempre”. Poi tirò fuori un fazzoletto. Lo avvicinò al volto e ne aspirò l’odore. Era l’inconfondibile odore di tabacco di Giosuè. Eleonora sentì un’ondata di calore salirle dal ventre alla faccia. Il cuore le batteva fortissimo, le tempie pulsavano. Eppure non capiva. Giosuè era in casa. Lo aveva curato, abbracciato, baciato.

Volse le spalle al carabiniere e corse in cucina. Giosuè non c’era. La sigaretta che non aveva finito di fumare si stava spegnendo. Nell’aria odore di fumo e di tabacco. Eleonora sentì un soffio sulla guancia e una voce sussurrarle all’orecchio: “Sono tornato da te. Sono tornato per te. E sarà per sempre”.

La sigaretta si spense e l’odore di tabacco si dissolse.

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