Verrà il tempo del perdono

Prison22

Da quanto tempo sono chiuso qui dentro? Settimane? Mesi? O forse di più …

Ricordo il momento in cui sono venuti a prendermi. Mia moglie è impallidita. È scoppiata a piangere e i singhiozzi le impedivano di parlare. Ma il suo sguardo era così eloquente che valeva più di qualsiasi parola. E questa immagine mi tormenta ancora. Uno sguardo incredulo, un misto di sorpresa e orrore. Sembrava dirmi: “Tu chi sei? Come ho fatto a non sospettare niente? Come ho potuto dormire nel tuo stesso letto e non accorgermi che avevo accanto un mostro?”. Questo aveva scritto in faccia Rosa quando i poliziotti mi hanno arrestato con l’accusa infamante di aver ucciso una donna.

Due mesi prima, in un parco, era stato trovato un cadavere. Era una prostituta. Sì, è vero, la frequentavo. È vero: ho tradito mia moglie. E non una volta sola, no. La cosa è andata avanti per molti mesi. Per questo merito il suo disprezzo ma non che mi creda un assassino. Perché io non ho ucciso quella donna, anche se le prove sono tutte contro di me. Quella maledetta sera ero proprio in quel parco insieme a lei. Le avevo dato appuntamento per dirle che non volevo continuare a vivere nella menzogna. Mia moglie mi aveva appena rivelato di essere incinta. Era il nostro primo figlio. L’altra però si era innamorata di me e minacciava di raccontare tutto a Rosa. Il nostro matrimonio sarebbe andato in pezzi e la mia immagine professionale sarebbe stata appannata dallo scandalo. Figuriamoci! L’avvocato di grido che tradisce la bella moglie con una prostituta. Ma, ripeto, non l’ho uccisa io! Certo, le celle telefoniche parlano chiaro e il mio Dna sul corpo di quella poveretta sembra inchiodarmi.

E così eccomi qui, in questa cella dove il tempo sembra non scorrere. Assomiglia a una massa informe in cui non riesco a distinguere né le ore né i giorni, raggomitolato come sono su me stesso. Un tempo quasi immoto che è il mio più agguerrito accusatore, che mi sbatte in faccia la mia condotta riprovevole. Un tempo che è uno psicologo meticoloso, il quale mi obbliga a guardarmi dentro e a pormi la domanda fatidica: cosa mi ha spinto a comportarmi in modo così dissoluto? Avevo tutto ciò che un uomo possa desiderare, eppure… E, pungolato da quello psicologo, mi rispondo che proprio quella vita dorata mi ha traviato. Mi sentivo onnipotente, tutto mi era lecito. O almeno così credevo.

Nei momenti più bui, un tarlo si insinua nella mia mente, una voce maligna mi sussurra che, per una sorta di contrappasso, non uscirò mai più da qui. Allora mi sembra di impazzire.

Ma poi torno a essere il guerriero che tutti conoscono in aula; vivo nell’attesa del processo, dove mi batterò per dimostrare la mia innocenza. E, quando sarò libero, lotterò per riconquistare Rosa e vivere con nostro figlio.

Ci vorrà tempo, forse molto. Ma io so aspettare.

 

 

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