L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie

King’s Abbot è un paese di poche anime dove tutti si conoscono e si spiano; in mancanza di altri svaghi, infatti, il passatempo più ameno è il pettegolezzo. È comprensibile quindi che la morte di ben due persone nell’arco di ventiquattro ore scuota non poco la sonnacchiosa vita della comunità, tanto più che non si tratta di morte naturale.

Nella notte tra il 16 e il 17 settembre, la ricca signora Ferrars si suicida ingerendo una massiccia dose di sonnifero. “Rimorso”, sentenzia Caroline Sheppard, la sorella del medico del paese, campionessa nell’arte del gossip e acuta detective in gonnella. La sera successiva Roger Ackroyd, l’uomo più facoltoso del paese, viene pugnalato nello studio della sua lussuosa dimora.

È incalzante il ritmo che Agatha Christie imprime all’incipit di L’assassinio di Roger Ackroyd (Arnoldo Mondadori Editore, 1977, pp. 330, trad. di Giuseppe Motta), romanzo del 1926 nel quale è adottata la prospettiva omodiegetica, per cui i fatti vengono riferiti da un narratore interno che in questo caso è il dottor Sheppard.

 

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L’ultimo a parlare con Ackroyd è stato il dottore. Poco prima di venire ucciso, Roger ha ricevuto una lettera scritta dalla Ferrars. La donna, che stava per sposare Ackroyd in seconde nozze, aveva avvelenato il primo marito e veniva ricattata da qualcuno che era a conoscenza del misfatto. Nella lettera, vergata nell’imminenza del suicidio, ella rivelava il nome del ricattatore.

È questa missiva scottante il movente del delitto? In effetti essa viene tempestivamente fatta sparire. Forse l’assassino è il misterioso ricattatore? O forse è Ralph Paton, il figliastro di Roger, che ha pugnalato il patrigno per motivi economici? Questa è l’ipotesi più plausibile, anche perché molti indizi sembrano inchiodare il giovane. Flora, la sua fidanzata nonché nipote di Roger, è certa che egli sia innocente e per dimostrarlo si rivolge a Hercule Poirot, detective dal fiuto infallibile che si è ritirato dalla professione e si è dedicato alla coltivazione delle zucche.

Ebbene sì, il vicino di casa del dottor Sheppard, quel tipo bizzarro di cui molti in paese ignorano l’identità – si dice che il suo nome sia Porrot – altri non è che il famoso investigatore belga! Che buffo questo Poirot!

“Era una testa oblunga come un uovo,  in parte ricoperta di capelli di un nero sospetto,  con due baffi immensi e un paio di occhi scrutatori”.

Grazie al collaudato trinomio metodo, ordine e cellule grigie, e analizzando la psicologia del delitto, Poirot riesce in poco tempo a districare la matassa di inganni, omissioni e depistaggi e a individuare l’assassino. E anche questa volta Agatha Christie non smentisce se stessa e ci regala un colpo di scena clamoroso.

“Tutte le persone coinvolte hanno qualche cosa da nascondere”.

Questo principio secondo Poirot accomuna tutti i casi di omicidio; anche le persone che gravitano intorno a Roger Ackroyd serbano dei segreti e ognuno è il potenziale colpevole.

Quando un sasso viene gettato nell’acqua, il moto scuote la fanghiglia e disseppellisce le cose nascoste sotto di essa. Allo stesso modo, il delitto è l’evento perturbante che porta a galla debolezze e fragilità dei vari personaggi, fa luce su relazioni sotterranee e parentele insospettabili, rovescia equilibri apparentemente solidi e ne crea di nuovi.

La verità che Poirot persegue deve essere limpida, non può e non deve essere edulcorata in alcun modo, anche se essa fosse scomoda o dolorosa e non ammette sconti. 

“Io intendo arrivare alla verità. La verità, per quanto a volte possa essere terribile, è sempre una meta affascinante”.

Tutti i personaggi sono perfettamente caratterizzati, sia dal punto di vista fisico che psicologico; Agatha Christie traccia dei veri e propri ritratti di straordinario realismo, al punto che il lettore può quasi vedere il soggetto che ella sta introducendo. La cognata di Roger, ad esempio, esprime anche nell’aspetto esteriore un carattere arcigno.

“È tutta ossa e denti. È una donna antipaticissima. Ha due occhietti azzurri, opachi, ma dallo sguardo duro, e per quanto le sue parole siano dolci, quegli occhi restano sempre freddi e calcolatori”.

Ben diversa è la descrizione degli occhi di Flora, anch’essi azzurri ma “come le acque di un fiordo norvegese”; la poeticità di questa notazione risponde alla leggiadria della fanciulla.

Ma la Christie stupisce ancora di più per la capacità di cogliere e restituire ogni variazione prodotta nell’espressione dei volti o nel comportamento dall’avvicendarsi dei moti dell’animo.

Anche la prosa è modellata sui personaggi; camaleontica, passa da toni compassati ad altri dolenti, senza tralasciare l’ironia e la verve. E come una persona ha un profumo che la distingue, così Poirot odora di un brio che si effonde in tutto il romanzo, sdrammatizzando la gravità del caso affrontato. È spassoso Poirot, come quando ricorda l’amico Hastings:

“Per quanto fosse a volte di un’imbecillità commovente, mi era molto caro. Pensi, che sento la mancanza persino della sua stupidità”.

E non c’è niente da fare! Poirot sarà anche buffo, bislacco, eccentrico, ma di sicuro è un vero segugio. Mon ami! Io non credo, so! ” afferma con compiacimento. E, diciamolo: nonostante  l’età, le sue piccole cellule grigie funzionano ancora alla perfezione! Allora, caro Poirot, lascia perdere la coltivazione delle zucche! Decisamente non è il tuo mestiere!

Agatha Christie
Agatha Mary Clarissa Miller Christie

 

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4 risposte a "L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie"

      1. Mi sembra giusto! 😉 Io sto seriamente pensando di acquistare tutti i racconti di Poirot; l’ho visto tempo fa da Feltrinelli, qui a Roma. 🙂

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