Caterina della notte di Sabina Minardi

Catherine ha quasi quarant’anni, è giornalista, abita a Londra con il padre, in un appartamento troppo grande per due sole persone. Della madre, morta molti anni prima, non serba alcun ricordo; per lei è una perfetta sconosciuta perché la sua curiosità si è sempre scontrata con la reticenza paterna. Ha una relazione ufficiale con David – che sta naufragando – e,  di tanto in tanto, qualche amore clandestino.

Giovanna è nata a Siena nel 1347 e ha sempre vissuto reclusa nello Spedale di Santa Maria della Scala, tra religiosi, malati e “gettatelli”: è questa la sua famiglia. Qualcuno le ha negato la luce, l’ha condannata al buio. L’unico, disperato amore che ha conosciuto le è stato strappato con l’inganno.

Due donne lontanissime tra loro, non solo per l’epoca storica in cui si collocano, ma anche per temperamento e stile di vita. Eppure sono legate da un filo invisibile, figure speculari che si tendono la mano sull’orlo dell’abisso dei secoli. Ma cosa possono avere in comune?

È inevitabile porsi questa domanda dopo avere letto le prime pagine di Caterina della notte (Edizioni Piemme, 2017, pp. 384), romanzo storico di Sabina Minardi, giornalista dell’Espresso al suo debutto nella narrativa.

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Caterina della notte è anche il titolo di uno strano manoscritto che viene recapitato a Catherine. È stato spedito dall’Italia. L’attenzione della donna è subito attirata da una singolare coincidenza: il suo vero nome è Caterina ed è nata proprio in Italia, a Siena. Un caso, uno scherzo o c’è dell’altro?

Catherine inizia a leggere il manoscritto e ne viene letteralmente catturata. L’io narrante è Giovanna da Fontebranda, che il 29 aprile 1380 inizia a scrivere le proprie memorie, obbedendo a una esortazione di santa Caterina da Siena. Chi ha inviato il manoscritto? 

Catherine capisce che il viaggio a Siena, sempre rimandato per l’inconscia paura di affrontare un capitolo doloroso della sua vita, ora è inevitabile. “Non è più troppo presto per la verità” ammette con se stessa.

Nella sua città ella si scopre sempre più vicina a Giovanna, tanto che nell’ultima pagina del manoscritto si cela la chiave di quel viaggio e delle sue stesse origini. Un viaggio che segna la sua palingenesi; all’arrivo è una donna che, dietro la maschera dell’indipendenza, nasconde una profonda fragilità, dovuta al senso di rifiuto e di vuoto provocato dalla mancanza della madre. Una ferita che l’ha sempre spinta a fuggire: dagli uomini – quante braccia l’hanno stretta senza mai riuscire a trattenerla! – dal padre, da casa e perfino da se stessa.

È nell’atmosfera pregna di misticismo dell’oratorio di Caterina della notte che si compie la rigenerazione di Catherine in seguito a un lungo pianto liberatorio.

Piango,  e avverto i nodi ispidi e scuri della solitudine […]. Piango,  e sento quei grovigli sfilacciarsi, e sciogliersi […].

 

E per la prima volta, Catherine si sente in comunione con la santa di cui porta il nome, figura gigantesca nella sua umiltà.

Creatura di passioni, di contraddizioni, donna di scrittura, santa con le stimmate. Amore rivolto solo a Dio.  Cosmo sconfinato […]. E di fronte al quale il mio caos esce sconfitto.

 

Uno degli attributi di Caterina è proprio la scrittura, che in questo romanzo occupa un ruolo nevralgico. Scrive Caterina,  scrive Giovanna e un manoscritto è il motore dell’azione. È dunque un metaromanzo quello che esce dalla penna di Sabina Minardi, la quale alterna accenti idilliaci ad altri di graffiante pathos sempre nel segno dell’icasticità. Il periodare è breve, le frasi si succedono concise, come singhiozzi di un’anima che stenta a esprimersi tanto è sopraffatta dal tormento.

Si è detto che Caterina della notte ha una struttura binaria: due sono le storie, due le protagoniste, legate da una mancanza, dallo stesso buco nero che lacera il loro passato. Il segno “meno” – usando il linguaggio matematico – può però trasformarsi nel suo opposto, il segno “più” e dalla privazione – madre della solitudine – può scaturire un’abbondanza di beni. È l’amore che elargisce a piene mani; l’amore che torna a far sentire la sua voce anche quando essa sembra soffocata per sempre nella profondità del sepolcro. E abbraccia, consola, guarisce.

Quell’amore […] che agisce per tutta la vita: nasce, cresce, si trasforma, genera prodigi.

 

 

 

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