Lungo il viale e oltre

Anni fa ebbi modo di conoscere il compianto professore Enzo Corradini, psichiatra dall’esperienza pluridecennale; un’autorità, certo, ma egli non si riteneva tale, anzi i suoi tratti distintivi erano una grande affabilità, un animo gentile e la bonarietà di un nonno. Mi donò una copia del libro che aveva appena pubblicato. Scoprii così che il professore era anche una penna assai felice; in quelle pagine ritrovai la sagacia, l’ironia e la verve sempre garbata da gentiluomo d’altri tempi che lo rendevano un piacevole interlocutore.

Lungo il viale e oltre (L’autore Libri Firenze, 1995, pp. 86), è un libretto breve ma intenso, una gemma minuscola ma preziosa perché palpita di Vita. Di quella Vita di cui Corradini  – in gioventù  – incessantemente aveva ricercato il senso, scrutando se stesso e gli altri, ponendosi domande e ipotizzando risposte, mai esaurienti, mai definitive, sempre insoddisfacenti, in una continua tensione dialettica. Raggiunta la maturità si renderà conto che gli schemi logici nei quali aveva riposto le proprie convinzioni mostrano qualche smagliatura e non sono sufficienti a spiegare l’inesauribile complessità della vita umana: è allora che il lungo  processo maieutico giunge a conclusione.

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Il protagonista del romanzo, Renzo Cioffi, è l’alter ego letterario di Corradini. Nel corso di una passeggiata in campagna con i cani, Renzo ripensa a un episodio accaduto pochi giorni prima mentre si radeva: all’improvviso gli era tornata in mente Adriana, il suo primo amore e si sorprende ancora turbato da quel ricordo. “Era forse il segnale della fine? ” si chiede e, per tutta risposta, il passato comincia a scorrergli davanti agli occhi. In un flashback che si snoda attraverso i tre capitoli di cui si compone il libretto, Renzo (e quindi Enzo) ripercorre un segmento della propria vita, dagli anni dell’Università, mentre infuriava la seconda guerra mondiale, agli esordi nella professione medica.

Il dato biografico è però subordinato a quello emozionale, la fabula ridotta a poche pennellate; è un tempo interiore quello ripercorso da Renzo, che rivive le tappe della propria inquieta ricerca esistenziale. Questo aspetto fa di Lungo il viale e oltre un romanzo psicologico, sottogenere in cui il protagonista è un inetto; tale è anche Renzo, per sua stessa ammissione. Egli si definisce “un autentico perdente”: “aveva perduto Adriana […], il padre, quello straccio di Patria in cui aveva creduto, la capacità di sognare, la famiglia praticamente irraggiungibile”.

Adriana è la prima donna di cui Renzo si invaghisce e con lei assapora un’effimera felicità, che naufraga nella banalità e di cui restano solo alcune lettere di colore celeste pallido e appena profumate. Luisa irrompe bella, seria e intraprendente a turbare la vita ascetica di Renzo in un momento in cui il giovane attraversa un cambiamento dello stato d’animo: “sentiva nascere in lui una sorta di mistica della povertà: un desiderio intensissimo di realizzare […] la povertà assoluta del Nulla, il quale gli appariva come la Verità dell’esistenza”. Luisa sarebbe una moglie perfetta ma l’orrore della guerra ha anestetizzato il desiderio di Renzo di formare una famiglia che anzi gli appare come “il luogo di una sopravvivenza animalesca”.

Al culmine del climax sentimentale di Renzo c’è Francesca la quale rappresenta l’amore gratuito, autentico, che si rivela nell’attimo intimo e fugace della contemplazione di un tramonto. Eppure anche con Francesca prevale l’inettitudine amorosa di Renzo e le loro strade si separeranno per poi tornare a intrecciarsi fino a quando i loro sguardi non si diranno più niente. Ora il mondo appare a Renzo come un palcoscenico popolato da burattini che si incontrano, recitano una parte, scompaiono e vengono sostituti da altri. Proprio quando il giovane sembra arrendersi all’idea che sia questa logica spietata, meccanica a governare le umane vicende, eccolo comprendere finalmente la “chiave di lettura dell’esistenza”.

È una frase di sant’Agostino a suggerire a Renzo la risposta tanto a lungo cercata; una risposta di disarmante evidenza che egli non aveva saputo cogliere. “Non si entra nella verità se non attraverso la porta dell’amore”, dice Agostino. Sì, l’amore, quello che Renzo aveva inseguito, lasciato scappare e poi cercato ancora, ma senza mai riuscire a tenerlo in mano. È questa l’immagine che Renzo si forma dell’amore, il quale gli appare come un camaleonte o anche come un pesce che sfugge alla presa.  E dell’amore Renzo-Enzo dà una descrizione di intenso lirismo e straordinaria delicatezza:

Esso è un componente importante dell’animo umano e, a guardarlo bene, un componente sui generis: ha un’apertura e un dire che gli sono peculiari, una sintassi e una punteggiatura specifiche, per cui i fatti, sempre gli stessi, nella sua ottica acquistano tutt’altro significato. Ha anche un lessico proprio, perché parole come speranza, fede, eroismo, rinuncia, dedizione, ascetismo, Dio, raggiungono la pienezza del loro significato soltanto in esso. Ha anche addirittura un suo codice genetico che prescinde dalle eleganti spirali del DNA: l’amore, infatti, è il padre della fede; la fede, a sua volta, è la madre della speranza e dei miracoli; questi ultimi sono parenti stretti di Dio.

Renzo rappresenta una generazione di giovani a cui la guerra ha strappato la spensieratezza ma non la voglia di guardare avanti; li ha destabilizzati, disorientati ma non vinti; affamati di Vita, ne esplorano le pieghe per afferrare ciò che la rende piena e autentica: l’amore, in tutte le sue declinazioni. L’amore, questo sentimento così umano eppure così misterioso. L’amore, a cui piace nascondersi per farsi trovare, beffardo, malizioso, paziente. Ha tante facce, l’amore; l’eredità che il professore Corradini ci lascia come uomo è l’invito a non evitare di esserne catturati. Solo così potremo dire di aver vissuto.

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