Sale nel sale

paesaggio

 

Come vent’anni prima. Affacciata al parapetto del traghetto che la portava in Liguria dalla sua Sicilia, Emma guardava quella placida immensità azzurra e aspirava a pieni polmoni l’aria salmastra che aveva sempre il potere di placarla. Ci era nata, lei, al mare e quel profumo lo aveva respirato fin dal primo vagito, in quella casa sugli scogli. Il verde dei fichi d’India, l’oro della sabbia e l’azzurro del mare erano i colori del suo mondo. Un mondo quasi mitico nel quale irruppe lui, con tutta la forza della passione giovanile.

Emma aveva sedici anni; l’estate era arrivata in anticipo e, mentre stendeva il bucato, canticchiava godendosi la piacevole sensazione del sole che le pizzicava la pelle. Lo vide. Giù in spiaggia, spingeva la barca verso i flutti per andare a pesca. Era bello, carnagione ambrata, occhi verdi. Il canto le morì in gola. Allora anche lui la vide: la trovò deliziosa con la sua vestaglia a fiori e i capelli leggermente spettinati. Aveva capelli biondi e occhi azzurri, Emma; non si sarebbe detto che era siciliana, piuttosto sembrava una principessa normanna. Lui le rivolse un sorriso che scoprì denti bianchissimi e regolari. Fu quel sorriso a farla innamorare.

Antonio ed Emma si incontravano tutti i giorni in una caletta; cullati dal rumore delle onde, se ne stavano abbracciati per ore amandosi e fantasticando. Alba fu concepita lì, era figlia del mare. Quando la madre di Emma venne a sapere della gravidanza non fece scenate. Mantenne il solito atteggiamento severo; dal volto duro non trapelava alcuna emozione. Disse solo: «Questo figlio non lo puoi tenere. Lo sai, vero?». Non voleva che la gente dicesse che sua figlia era una svergognata, che lei non aveva saputo farne una donna onesta. Emma amava già quella creatura con tutta se stessa ma sapeva che sua madre sarebbe stata irremovibile; una volta che il bambino fosse nato, lo avrebbe affidato a chissà chi. Era giovanissima, Emma, ma l’amore che la muoveva le infondeva il coraggio di affrontare qualsiasi difficoltà pur di stringere tra le braccia il frutto dell’amore con Antonio.
Quest’ultimo intanto era partito per la leva militare in una città del nord; lo avrebbe raggiunto e avrebbero formato una famiglia lontano dall’ipocrisia del paesino siciliano. Antonio la aiutò a organizzare il viaggio; Emma partì durante la notte, a bordo di un traghetto che la portava verso una vita incerta; era consapevole che i sacrifici sarebbero stati tanti, ma non si pentiva di nulla.
Alba nacque; ora la vita sembrava sorridere a Emma, ma presto Antonio cambiò. Era distaccato, quasi insofferente. Non era fatto per legarsi a una sola donna. La relazione naufragò ed Emma rimase sola con Alba. Si rimboccò le maniche, trovò un lavoro e faticosamente raggiunse un equilibrio.

Passarono vent’anni e una sera, appena dopo cena, Emma ricevette la telefonata di una zia che la pregava di tornare in Sicilia. La madre, malata da tempo, si era aggravata e chiedeva di lei accoratamente. Il primo impulso di Emma fu di rifiutare; le montò una rabbia sorda ricordando quel volto duro, quella ruga in mezzo alla fronte che la madre aveva quando le disse: «Questo figlio non lo puoi tenere. Lo sai vero?». Poi si calmò e cominciò a riflettere. «Quella donna ormai non ha più potere su di me. Ho ascoltato il mio cuore, ho lottato e ho vinto io» disse tra sé. Decise. Sarebbe scesa per darle l’ultimo saluto.
Quando arrivò in ospedale, chiese in quale stanza si trovasse la madre. «Camera 16» rispose l’infermiera. «Che strano» pensò Emma «16 come i miei anni quando sono rimasta incinta».
Eccola, la stanza 16. La porta era socchiusa; le gambe le tremavano leggermente. Si fece forza ed entrò. Sua madre era assopita. Emma si avvicinò con un po’ di timore; come se avesse avvertito il tocco di quello sguardo azzurro, la donna socchiuse gli occhi. «Figlia» sussurrò «sei tornata… Credevo che mi odiassi troppo per sopportare di vedermi ancora. Ho sbagliato tutto con te… Volevo proteggerti dalla cattiveria della gente, dalle brutture del mondo. Da te, da quel tuo carattere impulsivo… Come il mio. Invece ho ottenuto solo di perderti. Sappi però che io ti ho sempre amato, ma non sono riuscita a dimostrartelo».
«Tu eri solo un’ipocrita preoccupata del giudizio della gente, delle malelingue…».
«Tesoro mio» proseguì la madre «volevo che non si dicesse di te ciò che a suo tempo si disse di me». «Cosa stai cercando di dirmi?». Emma non riusciva a dire “mamma”.
«Io sono sempre stata una donna onesta, Dio mi è testimone ma… ascoltami». Deglutì. «L’uomo che ti ha cresciuta con tanto amore non è il tuo vero padre. Era l’estate del ’43. Gli alleati erano appena sbarcati in Sicilia. Mia madre mi mandò a consegnare un abito a una cliente fuori città. Faceva la sarta, ricordi? Per strada incontrai un gruppo di militari. Sentivo il loro sguardo su di me. Ero bella sai? Allora ero bella… Avvertivo un pericolo. Due di loro cominciarono a seguirmi. Avevo sempre più paura. Mi dissero qualcosa ma io non capivo la loro lingua. Poi fu tutto veloce. Ricordo solo che uno dei due mi afferrò e mi portò in un campo di grano, biondo come i suoi capelli… E come i tuoi…». A Emma mancò il respiro. Ora capiva che sua madre aveva compiuto una scelta d’amore tenendo quella figlia generata dal dolore. Capiva che l’aveva amata come poteva e lei non aveva mai immaginato lontanamente quale peso avesse dentro. Pianse e finalmente riuscì a dire: «Mamma».
Il viaggio stava per finire. La costa appariva all’orizzonte. Emma si sorprese ancora affacciata al parapetto. Non aveva mai staccato gli occhi dal mare. Una lacrima le rigò la guancia e, cadendo, si perse tra i flutti, sale nel sale.

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