Canto di Natale di Charles Dickens

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Il nome maschile Ebenezer deriva dal toponimo ebraico Eben-haezer, che significa “Pietra dell’aiuto”, in riferimento all’aiuto accordato da Dio agli Israeliti in una decisiva battaglia contro i Filistei.

Ebenezer Scrooge, protagonista di Canto di Natale, romanzo breve di Charles Dickens, è in effetti una pietra  — per la durezza di cuore e l’aridità d’animo —  che però non porta aiuto a nessuno fuorché a se stesso. La sua vita è interamente votata agli affari, ad accrescere un patrimonio già cospicuo accumulato secondo una fredda logica dell’utile personale che non lascia spazio alcuno a sentimenti di umana pietà. La creatura di Dickens ha avuto talmente presa sull’immaginario collettivo che il nome Scrooge è entrato a far parte del vocabolario inglese nell’accezione di ‘individuo avaro’.

Eccolo Scrooge, nell’impietoso ritratto tracciato da Dickens:

Un avido, ruvido, feroce, indomabile vecchio peccatore! Duro e acuminato come la selce da cui nessun genere d’acciaio aveva mai fatto sprizzare scintille generose; misterioso e introverso, e solitario come un’ostrica. Il freddo che lo circondava gli gelava i vecchi lineamenti, aguzzava il naso puntuto, raggrinziva le gote, arrossava gli occhi; rendeva bluastre le labbra sottili e irrigidiva il portamento, esprimendosi tagliente nella sua voce aspra. Una brina gelata gli ricopriva il capo, le sopracciglia e il mento ispido. Diffondeva sempre attorno a sé questo clima polare, gelando l’ufficio nei giorni del Cane e non riscaldandolo di un grado a Natale. […] Nessun tepore lo poteva riscaldare, nessun clima invernale lo faceva rabbrividire.

Il gelo che paralizza l’animo di Scrooge è di natura ben diversa da quello che attanaglia la città il giorno della Vigilia di Natale, fredda sì, ma riscaldata — per il resto dell’umanità — dal calore degli affetti familiari stretti intorno alla mensa in questa solenne festività. Una sciocchezza, il Natale, secondo Scrooge; un giorno sottratto al lavoro, quindi un guadagno mancato.

Che cos’è per te il Natale se non un momento per pagare dei conti senza avere i soldi; un tempo in cui ti ritrovi più vecchio di un anno ma non più ricco di un’ora; un tempo in cui fai l’inventario  nel libro contabile e ti accorgi che ogni singola voce, nell’arco dei dodici mesi, è in passivo?

chiede Scrooge al nipote Fred. E quell’incosciente di Bob Cratchit, il suo impiegato, vuole il giorno libero! Sciocchezze!

La nostra pietra Scrooge sembra irredimibile. Ma a Natale tutto è possibile, anche che accada una magia — o miracolo, chiamatelo come volete — in grado di restituire l’anima alla pietra e di sciogliere il gelo più ostinato.

Scrooge rincasa ancora infastidito dalle “smancerie” che ha dovuto sentire durante il giorno; in quella che per lui si appresta a essere una notte come tante, accade però un fatto straordinario: il fantasma di Jacob Marley, il suo socio e degno compare morto esattamente sette anni prima, appare all’incredulo Ebenezer e lo ammonisce che la sua condotta, che egli stesso aveva condiviso in vita, contribuisce a creare, giorno per giorno, la pesante catena che si porterà dietro per l’eternità, proprio come quella che egli trascina mentre gli sta parlando. È però possibile evitare questa sorte dedicandosi al Bene; perché Scrooge compia questa “conversione”, tre spiriti gli faranno visita e lo guideranno — come fossero Virgilio che accompagna Dante nel viaggio oltremondano — attraverso il Natale passato, presente e futuro.

In compagnia dello spirito del Natale passato, Scrooge rivede frammenti di infanzia e lo straziante addio della ragazza che lo amava ma che preferì lasciarlo libero di seguire la strada degli affari. Ricordi che turbano il vecchio e insinuano in lui rimorso e rimpianto.

Lo spirito del Natale presente mostra a Scrooge i festeggiamenti in corso quella notte; lo introduce in casa di Cratchit, che pur nella povertà, vive una serata di gioia insieme alla famiglia incarnando l’affermazione di san Paolo nihil habentes et omnia possidentes (non hanno niente ma possiedono tutto). Scrooge conosce Tiny Tim, il bambino malato di Cratchit e si commuove per lui.

Lo spirito del Natale futuro è quello che più terrorizza Scrooge che assiste alla sua stessa morte, tra la freddezza e il disprezzo della gente.

Congedati gli spiriti, Scrooge è ormai redento, o meglio rinato. Il viaggio nel tempo e dentro se stesso ha sciolto il ghiaccio che lo teneva prigioniero e gli restituisce le fattezze di uomo. Un uomo ormai più attento al bene del prossimo che al proprio, pronto a donare e donarsi piuttosto che a ricevere.

Entro l’allure fiabesca di Canto di Natale, Dickens affronta tematiche socio-economiche molto dibattute negli anni ’40  dell’Ottocento in seguito al peggioramento delle condizioni delle classi subalterne; la questione della povertà, delle disuguaglianze sociali e delle possibili soluzioni sta a cuore all’autore; tra la teoria malthusiana — messa in bocca a Scrooge — che nega il diritto alla sopravvivenza a chi non ha mezzi di sostentamento e il nascente Socialismo scientifico, Dickens propone una terza via, quella della solidarietà, della carità e dell’aiuto reciproco, rappresentata attraverso la parabola di Scrooge che diventa pienamente Ebenezer, Pietra dell’aiuto.

 

 

 

 

 

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