Un pranzo tra l’amaro dei ricordi e il sale delle lacrime

«In fondo anche ciò che è brutto può sembrarmi bello se è con occhi belli che lo guardo»

afferma Silvia, madre di Maria e voce narrante de La figlia femmina, (Fazi Editore, 2017, pp. 191), il primo romanzo di Anna Giurickovic Dato.

 

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Madre e figlia: due sono le figure femminili al centro della vicenda, due i piani temporali su cui essa si snoda presente e passato, sul filo dei ricordi di Silvia e due le città che fanno da sfondo al loro conflitto. La figlia femmina è un’opera cruda e dolorosamente diretta come un pugno nello stomaco perché ci costringe ad assistere al dramma silenzioso di un’infanzia negata e, nello stesso tempo, ci inquieta con il dubbio che insinua. Conosco realmente la persona con cui ho scelto di condividere la mia vita? La famiglia è davvero il nido entro cui alcun male può sfiorare i figli?

È con occhi belli che Silvia guarda dentro la propria casa e vi scorge un quadro idilliaco: il marito Giorgio è un rispettato diplomatico, uomo solido e rassicurante, la loro piccola Maria è una bambina speciale, bella come una principessa berbera, dolcissima e curiosa. Vivono a Rabat, un trionfo di colori e profumi speziati. Gli occhi belli impediscono a Silvia di vedere il brutto che si consuma in casa, oltre quell’apparente perfezione domestica. Nella bella villa in cui la famiglia vive, tra le lussuose suppellettili, si annida un mostro; l’ignara Silvia non immagina lontanamente che quel marito tanto amato pur nei suoi tratti umbratili e perfino bruschi è il carnefice della loro figlioletta. Ogni sera Giorgio si reca nella camera di Maria per leggerle le fiabe, ma esse non hanno mai un lieto fine; dopo che il libro è stato chiuso arriva l’orco a fare scempio dell’innocenza della piccola, proprio in quella stanza dove tutto ha il sapore dell’infanzia   ossimoro doloroso.

 

L’orrore del primo abuso è sfumato dalla grazia struggente con cui Anna Dato tratteggia quei momenti: li viviamo attraverso lo stupore innocente di Maria, la quale avverte la stortura del comportamento del padre, eppure continua a fidarsi di lui.

«Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. […] Penserebbe che se lo fa papà è giusto»

come il giusto Abramo avrebbe sacrificato Isacco. E, docile come un agnellino, Maria si fa condurre al sacrificio della sua purezza, immolata sull’altare di un’oscura perversione di Giorgio. Maria si trova ad assistere a un rituale islamico in cui una pecorella viene sgozzata in onore di Allah; lo strazio di quell’animaletto mansueto condotto al macello non è forse metafora della sorte della bambina? È solo a quel primo approccio incestuoso che Anna Dato dedica una delicata pennellata; gli altri non saranno più nominati esplicitamente, ma a turbarci è proprio ciò che non viene detto ma che possiamo immaginare. I disturbi del sonno di Maria, le lesioni che si autoinfligge, le esplosioni di violenza contro la madre, sono segnali di un dolore silenzioso e devastante. Ma Silvia non vuole vedere. In seguito alla morte di Giorgio, avvenuta in circostanze misteriose suicidio? incidente domestico? la donna si trasferisce a Roma con la figlia.

Maria ha ormai tredici anni. Silvia ha ritrovato l’amore grazie ad Antonio. Il pranzo organizzato per presentarlo alla figlia inizia sotto i migliori auspici; intorno alla tavola imbandita si respira un’atmosfera distesa, scherzosa. Maria dà il meglio di sé, ha lasciato da parte i panni dell’adolescente scontrosa e polemica e rivela una verve che stupisce Silvia. E, dopo lo stupore, lo sgomento. Davanti agli occhi increduli di Silvia, Maria mette in atto un audace gioco di seduzione verso Antonio che, inebriato dal vino e dal fascino acerbo ma consapevole della giovane, sta per cedere alla tentazione, mentre Silvia, annichilita, non è capace di intervenire. Se anni prima gli occhi di Silvia sono stati ciechi, ora devono vedere. Chi è Maria? Un’anima segnata da ferite ancora aperte o una femme fatale in erba? Di sicuro è soprattutto una figlia che, stanca del gioco, rivolge alla mamma

«occhi improvvisamente buoni, che chiedono scusa. Sono quelli di chi finalmente ha deciso di fare la pace».

Una madre e la sua bambina che bastano l’una all’altra. E forse, di un uomo, Silvia non ha bisogno.

 

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