Un fatto di cronaca nera del ‘600

La mia tesi di Laurea si intitola La Signora di Monza tra storia e letteratura. Per alcuni mesi ho vissuto a stretto contatto con suor Virginia Maria de Leyva e con Gian Paolo Osio e ho ripercorso le tappe del loro amore illecito e sacrilego e le nefandezze a cui esso spinse i due amanti. È stato un viaggio nel passato, appassionante, coinvolgente poiché, man mano che sfogliavo gli atti del processo a carico di suor Virginia Maria, attraverso la voce delle consorelle chiamate a testimoniare, i protagonisti hanno cessato di essere meri personaggi storici e hanno assunto le fattezze di persone reali, in carne e ossa. E sentimenti. Sentimenti proibiti a una donna consacrata, che si trovò scissa tra il senso di colpa per aver infranto il voto pronunciato  —  sia pure per imposizione paterna — e l’inesorabilità della passione che la consumò fino alla perdizione.

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Giuseppe Molteni, La Signora di Monza, 1847

Per questo motivo, oggi, 28 luglio, non posso non ricordare questo stesso giorno del 1606, il giorno capitale nella vita di suor Virginia Maria, quello in cui si compì il suo destino.

Voci sulle intemperanze della monaca circolavano dentro il convento di santa Margherita e anche in città si mormorava di strane frequentazioni notturne dell’Osio con la Signora. Le elezioni capitolari che si sarebbero tenute il 29 luglio, festa di santa Marta, parvero a suor Virginia un’occasione propizia per porre un argine allo scandalo che rischiava di travolgere lei e le due fedeli consorelle, complici e custodi del suo segreto; la Signora ambiva alla carica di priora, che le avrebbe permesso di godere di una libertà e di un potere di cui si sarebbe servita per mettere a tacere le malelingue e convincere il cardinale Borromeo dell’infondatezza delle voci sul suo conto.

La vicenda tragica si annuncia il 23 luglio, antivigilia di san Giacomo, quando, in seguito all’ennesimo atto di indisciplina, la conversa Caterina della Cassina da Meda — capricciosa, attaccabrighe e ribelle a detta di tutte le monache —  per ordine della Signora viene rinchiusa in un locale adibito a lavatoio, isolato dalle stanze delle altre suore e a ridosso del muro esterno del monastero che dà sulla strada maestra. In occasione del processo, suor Ottavia riferisce che «non ci è alcuna monaca che non habbi cridato con detta Cattarina perché era tanto cattiva che reportava parole di qua e di là e sempre faceva cridare or questa hor quell’altra monaca». Quando viene imprigionata, Caterina, in preda all’esasperazione, minaccia di vendicarsi denunciando ai superiori la Signora, suor Benedetta e suor Ottavia; la conversa è la domestica di suor Virginia Maria e, come tale, è a conoscenza di molti particolari compromettenti sulla condotta di quest’ultima e sulla complicità delle due consorelle. La minaccia non è casuale, infatti è imminente l’arrivo al monastero di monsignor Pietro Barco, dottore in sacra teologia e canonico della collegiata di sant’Ambrogio Maggiore a Milano. Resesi conto dell’ostinazione di Caterina, le monache implicate nella tresca tra l’Osio e la Signora — vale a dire, suor Virginia Maria stessa, Benedetta, Ottavia, Candida Colomba e Silvia — tengono una rapida consultazione, nel corso della quale decidono di uccidere la giovane. La sera del 28 luglio, festa di san Nazario, fanno entrare nel convento Gian Paolo, lo mettono al corrente delle intenzioni di Caterina e si avviano insieme a lui verso la stanza della prigioniera. Questa se ne sta sdraiata sul proprio pagliericcio, in compagnia di suor Benedetta, la quale ha preceduto i complici. Costei al processo ricorda «stando io il giorno avanti circa le 22 hore nel giardino a dir offitio detta Cattarina mi dimandò dalla finestra del luogo dove stava rinchiusa che risponde nel detto giardino et mi pregò che dovessi andar da lei perché havea paura et io li risposi che non potevo». È in corso un temporale: forse Caterina è spaventata dai tuoni o forse è inquieta e angosciata perché sa di aver osato troppo e quindi intuisce di essere in pericolo; nonostante ciò continuerà a minacciare delazioni fino all’ultimo istante. Suor Benedetta, in sede processuale, ricorda che

[…]tuttavia circa le due hore di notte andai da lei con la quale steti da due a tre hore parlando d’un mal tempo che era di tuono pioggia losnate (n.d.r. ʻlampiʼ), et in questo mentre sopra arrivorno suor Virginia Maria, et suor Ottavia et detta Cattarina disse verso suor Virginia Maria che voleva non voler più ciancie da lei, et che la mattina seguente havrebbe sentito et ciò disse perché suor Virginia Maria volse dirli non so che cioè li disse ascolta ascolta, et in un tratto sopragiunse detto Gio. Paolo che apena lo viddi, et con un piede di bicocca (n.d.r.ʻarcolaioʼ) che havea in mano diede da due o tre colpi su la testa a detta Cattarina che stava gettata sopra un pagliarizzo per quali botte detta Cattarina morse subito senza dir niente che gli diede dalla parte di dietro et gli ruppe anco la testa che n’uscì sangue et restò imbrattato il legno et piede sodetto che io ne lo lavai poi.

Nel Fermo e Lucia Alessandro Manzoni ricorderà questo fatto di cronaca nera — pur adattandolo alla finzione letteraria. Nel romanzo è una consorella di Geltrude — nome attribuito dall’autore alla Signora — l’esecutrice del delitto, che viene così narrato:

[ella] andò prima pianamente verso il luogo dove la infelice stavasi rannicchiata, quindi giuntale presso le si avventò, e prima che quella potesse né difendersi né gettare un grido né quasi avvedersi, con un colpo la lasciò senza vita.

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