Quando il Male ha il nome di un fiore

«Sprofondo in un grande buio che sembra studiato apposta per me: non mi lascia un attimo di tregua, è un buio paludoso, mi ci impiglio e vado a fondo in un baleno».

È un buio fisico e — soprattutto — interiore quello in cui vive Gloria, la protagonista del noir al cardiopalmo Anemone al buio (Fazi Editore, collana Darkside, 2016, pp. 287), terzo romanzo di Maria Silvia Avanzato, vincitrice di numerosi concorsi letterari.

 

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Gloria è una speaker radiofonica. È bella, bionda, sicura di sé. Una giovane donna rampante, insomma. Un grave incidente automobilistico le ruba questa vita perfetta e invidiabile; non solo il suo bel corpo è martoriato dalle ferite e il volto una maschera ricostruita con il bisturi. È andata in frantumi anche la sua identità: ha perso la memoria, ha perso il passato, ha perso parte di se stessa. Dal buio che le ottenebra la mente, ogni tanto affiora un brandello di ricordo ma, inafferrabile come una farfalla, Gloria non riesce a trattenerlo. E un velo altrettanto buio le è sceso davanti agli occhi  — sia pure temporaneamente. La donna di successo ora è come una bambina indifesa, ha bisogno di aiuto anche nelle cose più semplici; per questo la assiste amorevolmente la migliore amica, Licia.

In un’atmosfera à la Stephen King – in cui il protagonista si trova in una condizione di impedimento che ne limita la possibilità di scampare un pericolo – Gloria inizia a percepire stranezze in casa sua; riceve telefonate anonime, avverte la presenza di estranei accanto a lei, di qualcuno che si muove nell’ombra, anzi approfittando dell’ombra in cui lei vive. Due morti toccano Gloria da vicino: la signora Egle, la cartomante del piano di sopra, “si suicida” e, in seguito, Licia viene uccisa. Esiste forse un nesso tra le due tragedie? Sconvolta dalla morte dell’amica, Gloria si affeziona sempre più ad Alessio, comparso nella sua vita come un raggio di sole che dissipa le tenebre; è un amico, un conforto, un’ancora di salvezza. Asciuga le lacrime di Gloria, le infonde forza, la fa sorridere con la sua capacità di sdrammatizzare; gli occhi di Alessio ora sono i suoi occhi.

Insieme a lui, la donna inizia una vera e propria recherche du temps perdu, strettamente intrecciata al recupero della facoltà visiva. La memoria è l’occhio interiore che permette di vedere il passato — il verbo latino memini (ʻio mi ricordoʼ) e la parola memoria esibiscono la radice di mens (ʻmenteʼ) — mentre l’organo visivo restituisce ciò che è nel presente.

Un’arpa, un quadro e Anemone sono gli unici, nebulosi ricordi dell’infanzia di Gloria ed è soprattutto sul terzo che la donna si arrovella. Anemone, la sorella minore. Ma Anemone esiste davvero? O forse — ella si chiede — è stata solo un sogno?

«Lei e il suo carattere scontroso, lei e la sua voglia di ribellione […]. Il lato peggiore di me, la sorella cattiva. Magari Anemone vive dentro Gloria da molto tempo».

Se esistesse, perché non è corsa a soccorrerla dopo l’incidente? E perché Licia non ne ha mai sentito parlare? Questi interrogativi si fanno sempre più pressanti e, per trovare le risposte, Gloria deve frugare dentro sé e tornare agli anni trascorsi a casa del nonno. Lì qualcosa successe. E, finalmente, quando il velo buio è ormai caduto dagli occhi, anche l’altra faccia della recherche giunge al termine; il passato torna a bussare alla porta di Gloria, violento e assetato di sangue, del suo sangue. In sogno, la signora Egle la ammonisce così:

«Ci stanno tre uomini, bella mia. Uno che te lo perdi e uno che ti rincorre. Ma il terzo ti vuole morta proprio, capisci ammè».

Chi è l’uomo che vuole uccidere Gloria? Nelle ultime cinquanta pagine, il ritmo accelera vorticosamente e frastorna il lettore con una serie di rivelazioni sconvolgenti. Il finale si consuma proprio nel segno di una scoperta che ci gela il sangue nelle vene, così come a Gloria, costretta a fare i conti con un altro fantasma del passato.

La penna di Maria Silvia Avanzato sa essere lieve come il pennello di una pittrice che traccia linee delicate, ma anche una lama affilata che incide con crudo realismo. Il suo è un noir giocato in gran parte sui meccanismi psichici — anche con una deriva psichiatrica; ne risulta un nero ancora più cupo che assorbe perfino quel tocco di rosa che addolcisce la vicenda.

Perché il nero, non–colore, fagocita tutti i colori.

 

 

 

 

 

 

 

 

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