“La sonata a Kreutzer”, ovvero la denuncia dell’inganno borghese

 

Il vagone di un treno. Una varia umanità. Vite che si sfiorano per la durata di un viaggio. Si chiacchiera per ingannare il tempo — chi racconta aneddoti, chi parla di affari, chi di attualità — e così la corsa sembra meno lunga. A volte però, un discorso nato per caso può far male, può risvegliare dolorosi ricordi, come un corso d’acqua sotterraneo che, scorrendo, affiora in superficie e acquista il vigore di un torrente incontrollabile. La sonata a Kreutzer di Tolstòj (Mondadori per Mondolibri, 2013, pp. 122) prende le mosse da questa situazione per strutturarsi poi come sfogo — quasi un monologo — di un passeggero profondamente turbato da una discussione sui temi del matrimonio, del divorzio, e sul significato dell’amore. Nel romanzo, tanto breve quanto crudo e impietoso, Tolstòj affronta una questione che lo tormentava da tempo ma che si era fatta più urgente dopo la cosiddetta “Conversione ai Vangeli”, in seguito alla quale egli aveva abbracciato un moralismo intransigente che lo portò ad aspri scontri con i familiari. La sonata a Kreutzer si colloca in questa nuova temperie spirituale e rappresenta un duro j’accuse nei confronti degli inganni dell’educazione sessuale e dell’istituto del matrimonio, visto come una prigione in cui i coniugi si scambiano i ruoli di vittima e carnefice in un turbine di odio e rancore che divampano dalle ceneri di quello che viene comunemente chiamato ‘amore’, che, in realtà, altro non è se non pulsione carnale. Una volta che questa si sia esaurita, marito e moglie sono destinati a vivere nell’infelicità.

 

Pozdnyšev, il protagonista del romanzo, è il passeggero di cui si diceva; egli non rimane indifferente ai temi della conversazione a cui gli è capitato di assistere, anzi interviene con battute pungenti e ragionamenti vòlti a dimostrare quanto sia dannoso per l’individuo sposarsi e dare sfogo alla sessualità. La veemenza della sua reazione — invero eccessiva per uno che esprime soltanto il proprio parere — incuriosisce l’uomo che gli siede accanto, il quale, rimasto solo con lui, ne raccoglie le confidenze. Anni prima, dopo una giovinezza dedita ai piaceri della carne, Pozdnyšev aveva sposato una ragazza che credeva di amare alla follia, ma già in luna di miele il loro idillio aveva cominciato a mostrare delle crepe ed essi avevano litigato ferocemente per ben due volte.

L’ho chiamato litigio, ma in realtà non lo era, era piuttosto la manifestazione dell’abisso che esisteva effettivamente fra noi. L’amore si era esaurito con l’appagamento dei sensi, ed eravamo rimasti l’uno di fronte all’altro, nel nostro reale rapporto, cioè, quello di due egoisti perfettamente estranei l’un l’altro […].

La vita coniugale li vede sempre più distanti e la nascita dei figli deteriora ulteriormente il rapporto, aggiungendo altri motivi di discordia. Dopo il quinto parto, la signora — di cui il marito non fa conoscere il nome — viene esortata dai medici a evitare altre gravidanze per non compromettere la salute; ella inizia così a rifiorire, dedicando molte cure alla propria persona e acquista un fascino del tutto nuovo, quello della maturità. Il germe della tragedia familiare si insinua in questa congiuntura di eventi, con la comparsa del giovane violinista Truchačevskij, invitato da Pozdnyšev a esibirsi in casa sua. Viene eseguita la Sonata a Kreutzer di Beethoven, il brano che dà il titolo al romanzo proprio perché rappresenta la chiave di volta della vicenda. Come per Paolo e Francesca «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse», così per Truchačevskij e la moglie di Pozdnyšev — che lo accompagna al pianoforte — quelle note suggellano un’intesa di anime. La «belva rabbiosa della gelosia», fino ad allora assopita, si desta quando, alcuni giorni più tardi, Pozdnyšev, in provincia per motivi di lavoro, intuisce da una lettera della moglie che il violinista le ha fatto visita. Ecco che il tarlo del sospetto — subdolo, strisciante, molesto — inizia un lavorìo incessante e sempre più intenso: forse alle sue spalle si sta consumando un adulterio? Cosa ci sarebbe di assurdo? Ciò che ha spinto Pozdnyšev a sposarsi, l’appagamento del desiderio carnale, non potrebbe spingere anche Truchačevskij a trarre piacere dalla stessa donna? Domande febbrili e argomentazioni plausibili si rincorrono ma la “prova regina” — come direbbe un investigatore — del tradimento è proprio il ricordo dei volti e degli sguardi che i presunti amanti si erano scambiati mentre suonavano insieme.

“Non era forse chiaro che fra loro era già tutto accaduto quella sera stessa? E non era forse evidente che già quella sera fra loro non solo era ormai caduta ogni barriera, ma che tutti e due, lei soprattutto, provavano una certa vergogna dopo quanto era accaduto? Ricordo il suo sorriso debole, languido e beato, mentre si asciugava il sudore sul volto arrossato quando mi ero avvicinato al pianoforte. Già allora evitavano di guardarsi, e soltanto a pranzo, quando lui le versò dell’acqua, si scambiarono un’occhiata e sorrisero appena.” Ricordai con orrore quel loro sguardo, che avevo intercettato assieme a quel sorriso quasi impercettibile.

Le pagine successive sono un capolavoro di analisi psicologica, ricche di pathos e violenza emotiva. Tolstòj trascina il lettore nel vortice di visioni che accompagnano l’allucinato ritorno a casa di Pozdnyšev, in un perverso meccanismo che genera in lui immagini dell’adulterio, talmente nitide che — pur essendo partorite dalla sua fantasia — acquistano valore di verità oggettiva e, poiché per lui oggettivamente  vere, alimentano il suo odio, accendono il suo furor vendicativo, mentre l’umiliazione che prova in quanto marito ingiuriato, gonfia il suo orgoglio ferito ma non ucciso. Gli eventi si susseguono poi in un climax di drammaticità in cui Pozdnyšev, pur animato da una furia cieca e implacabile, non perde la razionalità, anzi valuta e considera azioni e conseguenze, persino quando si trova difronte agli amanti. «Nonostante lo stato di terribile furore in cui mi trovavo non trascurai nemmeno per un istante l’impressione che potevo fare sugli altri, anzi era proprio l’idea di quell’impressione che in certi momenti mi guidava», ricorda Pozdnyšev. Consapevole nelle fasi cruciali dell’alterco, consapevole e determinato quando leva la mano armata contro la moglie.

La vendetta sarà consumata? La donna pagherà con la vita l’adulterio commesso? E, a ben vedere, aveva davvero commesso questa colpa o era stata vittima di un equivoco? Tolstòj lascia insoluto questo dubbio; non importa accertare come le cose fossero andate realmente, importa piuttosto come sono andate per Pozdnyšev, la verità che egli ha “costruito” nella sua mente e alla quale egli ha creduto al punto di diventare giudice implacabile e vendicatore. Ma — e questo è il punto che sta a cuore all’autore — cosa ha spinto  Pozdnyšev a un’aberrazione tale per cui da rispettabile membro della classe nobiliare si trasforma in una furia assetata di sangue? La risposta è proprio in quell’assunto che Tolstòj intende dimostrare con il romanzo stesso: l’infelicità della vita matrimoniale, l’abbrutimento che segue il disinganno degli sposi quando quel futuro ricco di rosee promesse, a cui credevano di andare incontro il giorno delle nozze, si rivela un amaro e interminabile presente, una guerra dei nervi in cui essi vivono nella stessa casa come nemici che si studiano e aspettano l’occasione per aggredirsi a vicenda. L’esasperazione generata da questa tensione psicologica continua può condurre, come è accaduto a Pozdnyšev, a gesti inconsulti.

L’umanità deve tendere al bene, muovendo da uno stato di depravazione a uno di purezza » — principio affermato nella Postfazione al romanzo che è una sorta di manifesto del “tolstojsmo” — ma questo cammino è irto di potenti ostacoli, le passioni, la più funesta delle quali è proprio quella carnale che è «una condizione bestiale, umiliante per l’individuo». Quella sorta di nuova età dell’oro vagheggiata da Tolstòj può essere raggiunta solo praticando la castità e, in senso più ampio, la continenza, intesa come moderazione di tutti gli istinti.

La sonata a Kreutzer è la sublimazione artistica di una dolorosa vicenda autobiografica, che aveva visto i coniugi Tolstòj protagonisti di quell’inferno domestico fatto di incomprensioni, violenti accessi d’ira e ripicche, anche per il tramite delle lettere; in risposta all’opera del marito, Sonja compone il romanzo breve Di chi è la colpa? in cui una donna —  quasi un suo alter ego — vive e narra una vicenda molto simile a quella della Sonata, in un rovesciamento di prospettiva. Anche il brano di Beethoven da cui Tolstòj mutua il titolo del romanzo, vede i coniugi in disaccordo; Sonja la ama fino alla commozione, il marito la presenta invece come nucleo generativo di una passione proibita. Il tema della musica, in effetti, offre al moralista Tolstòj lo spunto per un’altra invettiva, concentrica a quella che innerva il romanzo e che investe quella forma d’arte capace di corrompere gli animi con il suo potere seduttivo e di «eccitare la lascivia dei sensi» come egli stesso ebbe a dire. Una concezione simile era propria dei Greci, i quali riconoscevano alla musica potenzialità emotive in grado di agire sullo spirito dell’ascoltatore. Pozdnyšev sostiene che, nell’ambiente in cui vive, essa è la più frequente causa di adulterio; il giudizio che egli esprime è di netta condanna.

La musica in genere è una cosa tremenda. Che cos’è? Non lo capisco. Che cos’è la musica? Che cosa fa? E perché fa quello che fa? Dicono che la musica elevi lo spirito… sciocchezze, non è vero! Esercita una grande influenza — parlo per me — però non eleva certo lo spirito. Non eleva, né umilia lo spirito, lo eccita, piuttosto.

Alla fine della dolorosa confessione, Pozdnyšev si chiude in se stesso, stremato dalla fatica di aver rievocato —  e quindi rivissuto — un’esperienza lacerante. Lo lasciamo lì, rannicchiato sul sedile di quel vagone che è stato teatro di quel tuffo nel passato, così come un altro vagone, anni prima, lo aveva visto inseguire i dèmoni che lo agitavano durante il forsennato ritorno a casa. E, per una strana coincidenza, un treno porterà verso la morte Tolstòj, in fuga dalla prigione domestica: malato, si spegnerà nella stazione di Astapovo, dopo aver fatto allontanare dal suo capezzale quella moglie odiata e amata che, a sua volta, lo aveva odiato e amato.

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3 thoughts on ““La sonata a Kreutzer”, ovvero la denuncia dell’inganno borghese

  1. Bellissima trattazione, complimenti! Spesso mi sono riproposto di leggere la letteratura russa, prima di tutto leggendo riferimenti proprio a Tolstoj nei libri di una cara amica, però non ho mai iniziato… chissà, magari durante questo lungo inverno leggerò qualcosa! 😉
    Buona serata. 🙂

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