Nedda, la prima degli “ultimi”

contadina
Silvestro Lega, Adolescente

Alcuni personaggi letterari rimangono impressi nella memoria anche per il ritratto che l’autore ne traccia; bastano poche, sapienti parole o un’espressione suggestiva perché essi prendano forma come se fossero davanti a noi in carne e ossa. Grazie alla potenza della descrizione, anche dopo anni li ricordiamo come si ricorda una vecchia conoscenza. Nel presentare Nedda, la protagonista dell’omonima novella, Giovanni Verga sottolinea come la miseria e gli stenti ne abbiano mortificato l’aspetto pur aggraziato, ma questa fanciulla, umile e quasi invisibile alla società, non è passata inosservata alla mia attenzione di lettrice, non si è confusa tra i tantissimi personaggi che ho incontrato nei miei anni di studi e letture, anzi ne conservo un vivido ricordo grazie a questa mirabile “pennellata”:

Gli occhi avea neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurrino, quali li avrebbe invidiati una regina a quella povera figliuola raggomitolata sull’ultimo gradino della scala umana, se non fossero stati offuscati dall’ombrosa timidezza della miseria, o non fossero sembrati stupidi per una triste e continua rassegnazione.

Il “fluido azzurrino” nel quale nuota la scurissima iride di Nedda è una notazione così realistica nella sua delicatezza che si riaffaccia nella mia mente ogni volta che incrocio occhi dalle stesse caratteristiche.

La novella prende le mosse da uno schema tipico della letteratura campagnola, per cui l’autore, seduto davanti al focolare, si lascia andare alla “voluttuosa pigrizia del caminetto” e inizia a vagare con il pensiero; in una di queste “peregrinazioni vagabonde dello spirito”, quella fiamma lo riconduce a un’altra, gigantesca, che egli aveva visto nella fattoria del Pino, dove lavorava Nedda, una giovane raccoglitrice di olive. Il filo dei ricordi si snoda quindi sulla triste vicenda della ragazza, chiamata la varannisa, poiché proveniva da Viagrande — in dialetto siciliano Varanni — ; sua madre era stata colpita dalla malaria e giaceva a letto moribonda. Nedda si prestava ai lavori rurali, spesso troppo pesanti per una donna, e con il modesto salario che guadagnava mandava avanti la casa.

Dopo due giorni in cui una pioggia incessante ha bloccato la raccolta delle olive, il sabato sera i dipendenti ricevono la retribuzione settimanale; Nedda percepisce solo quaranta soldi ma non osa protestare né si lamenta, rassegnata alla propria povertà. Con il piccolo gruzzolo in tasca, la giovane fa ritorno al suo paese; durante il tragitto, nel cuore si agitano sentimenti e pensieri, dubbi e paure, soprattutto si chiede in quali condizioni troverà la mamma. La donna è sempre più sofferente, le viene impartita l’Estrema Unzione e muore tra le braccia della figlia. Rimasta sola al mondo, Nedda riprende a lavorare, benedicendo il Signore per le braccia che le ha dato. Dopo il dolore per la perdita della madre, nella buia vita della giovane irrompe un raggio di luce: viene corteggiata da Janu, un ragazzo del paese che ella decide di seguire a Bongiardo, dove un ricco proprietario sta facendo dissodare un grosso terreno per impiantarvi dei vigneti. Giorno dopo giorno, il sentimento tra i due si rafforza, finché Janu la chiede in moglie e Nedda accetta con gioia. Arriva la Pasqua che porta con sé altri eventi decisivi per il futuro della giovane, che scopre di aspettare un bambino, mentre Janu è impegnato nella mietitura per guadagnare il denaro necessario a mettere su casa e pagare il curato. Nubi nere si addensano sul capo di Nedda, in quanto una sera il fidanzato torna da lei raccontando di aver contratto la malaria; incurante della malattia, egli parte per la rimondatura delle olive, dopo aver promesso a Nedda che le nozze avranno luogo appena questo lavoro sarà terminato. Il sogno d’amore che la poveretta aveva accarezzato svanisce tragicamente pochi giorni dopo, con la morte di Janu in seguito alla caduta da un ulivo. L’unico conforto che resta a Nedda è la creatura che porta in grembo, una bambina che nasce rachitica e stentata; la mamma piange per lei perché sa che, essendo femmina, avrà a soffrire. La piccina deperisce rapidamente in quanto le manca il latte materno, a causa della denutrizione di Nedda.

Una sera d’inverno, sul tramonto, mentre la neve fioccava sul tetto, e il vento scuoteva l’uscio mal chiuso, la povera bambina, tutta fredda, livida, colle manine contratte, fissò gli occhi vitrei su quelli ardenti della madre, diede un guizzo, e non si mosse più.

Il bozzetto siciliano Nedda venne pubblicato il 15 giugno 1874 sulla «Rivista Italiana» e, nello stesso anno, dall’editore Brigola a Milano. In precedenza, Verga aveva dato alle stampe tre romanzi storico-patriottici, composti in gioventù, e quattro di argomento borghese. Verso la metà degli anni ’70, l’autore inizia a maturare una certa insoddisfazione per i futili ambienti mondani e per il sentimentalismo che pervade le opere a essi ispirate e, sull’onda della crescente attenzione per il Naturalismo francese, nutrita dall’amicizia con il critico e scrittore Luigi Capuana, si volge a tematiche nuove, legate a un profondo interesse per la realtà oggettiva e per la vita di coloro che occupano l’ultimo gradino della scala sociale. Nedda, povera raccoglitrice di olive, è la prima di questi “ultimi” che nella narrativa verghiana assurgono a protagonisti di quella che vuole essere una analisi scientifica e impersonale delle abiette condizioni in cui versavano i contadini siciliani. Si è detto che Nedda è la novella con cui la poetica di Verga si immette a pieno titolo nella corrente verista; in realtà, i canoni del Verismo — primo fra tutti quello dell’impersonalità della narrazione —  non sono ancora pienamente osservati, in quanto l’autore non si esime dal partecipare emotivamente alle tragiche vicissitudini della ragazza. Nelle parole con cui Verga la presenta non è difficile avvertire una tenera pietà e un tono paterno, quasi egli volesse coccolare questa creatura e consolarla per la tribolazione che a cui la sua giovane vita l’ha già costretta.

Era una ragazza bruna, vestita miseramente, dall’attitudine timida e ruvida che danno la miseria e l’isolamento. Forse sarebbe stata bella, se gli stenti e le fatiche non avessero alterato profondamente non solo le sembianze gentili della donna, ma direi anche la forma umana. I suoi capelli erano neri, folti, arruffati […], avea denti bianchi come avorio. […] Nessuno avrebbe saputo dire quanti anni avesse cotesta creatura umana; la miseria l’avea schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, l’anima e l’intelligenza […].

In realtà, è vero che Nedda è abbrutita nel fisico ma non ha perso la mitezza, l’umiltà e una fede semplice ma tenace, grazie alla quale riesce a superare le disgrazie che la colpiscono perché vede dietro ognuna di esse un preciso disegno di Dio che opera per il bene. Il supremo atto di abbandono alla Provvidenza è nella chiusa della novella, quando, difronte al più grande dolore che una madre possa provare, la morte di un figlio, Nedda rende grazie alla Madonna perché sì, le ha portato via la sua bimba, ma ha anche risparmiato a quest’ultima la vita grama a cui una donna, all’epoca, era destinata. Le lacrime versate sul corpicino esanime della piccola sono rese meno amare da questo conforto, che ispira a Nedda parole di lode verso la Mamma di tutte le mamme:

Oh benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me!

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