Donne ieri, donne oggi

Favretto12
Giacomo Favretto, La Nina

Scialle nero è una novella scritta da Pirandello nel 1922, ambientata nella Sicilia dell’epoca, e incentrata su un tema allora scottante di cui, ancora oggi, sentiamo parlare troppo spesso. Uno degli aspetti straordinari della Letteratura è che a distanza di tanti anni ci apre una finestra dalla quale possiamo osservare squarci di vita passata, rivivere emozioni e sentimenti antichi quanto l’uomo, sempre uguali e immutabili nella diversità delle epoche storiche, e ci permette di confrontarci – attraverso personaggi nati dalla fantasia degli autori – con tipi umani e comportamenti che ritroviamo anche ai giorni nostri, scoprendo che i problemi che affliggono la società attuale hanno già afflitto altri prima di noi e non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Un tema scottante – si diceva – cioè quello della violenza sulla donna, di cui si doveva tacere, pena il disonore, l’onta e l’esclusione sociale non solo della vittima ma anche di tutta la famiglia.

Giorgio e Carlo sono più che amici; coetanei e orfani entrambi, sono stati cresciuti da Eleonora, sorella maggiore del primo, che ha sacrificato la propria vita – ormai è sulla soglia dei quarant’anni – per accudire i due giovani e farli studiare grazie ai proventi delle sue lezioni di pianoforte: sono diventati rispettivamente avvocato e medico. Da alcuni giorni la donna non sta bene ma rifiuta di farsi visitare da Carlo, il quale riesce molto faticosamente a vincerne le resistenze e a farsi confessare il tormento che le ha tolto la pace: Eleonora è rimasta incinta in seguito a una violenza. Giorgio, fuori di sé dalla rabbia e dalla vergogna, si fa rivelare il nome del responsabile per combinare nozze riparatrici. Il misfatto era avvenuto due mesi prima nella villetta di campagna dove ella si recava in villeggiatura e dove aveva preso a dare lezioni a Gerlando, il figlio del mezzadro, per aiutarlo a conseguire il diploma come coronamento di una carriera scolastica molto accidentata e difficoltosa perché il ragazzo è molto robusto e adatto alla fatica fisica ma non brilla per intelligenza. Un giorno Eleonora sorprende Gerlando a spiarla mentre suona il pianoforte e scoppia a ridere quando lui le confida che quella musica lo fa sentire in Paradiso. La risata della donna scatena nel giovane una furia cieca che lo porta a saltarle addosso e consumare la violenza. “Sopraffatta a quel modo, non aveva saputo respingerlo; s’era sentita mancare […] sotto quell’impeto brutale e s’era abbandonata, sì, cedendo pur senza voler concedere”.

Giorgio affronta il mezzadro che, sulle prime, non è affatto favorevole al matrimonio tra suo figlio, diciannovenne, e la “signorina”, che ha vent’anni più di lui ma le argomentazioni di carattere economico addotte dall’avvocato convincono l’uomo: Gerlando sposerà Eleonora che recherà in dote il podere di famiglia e percepirà dal fratello un assegno giornaliero.

Le nozze si svolgono in un clima luttuoso, tra l’imbarazzo dei pochi invitati che si sentono a disagio per il malumore dello sposo e la palese tristezza della sposa che diserta il pranzo per ritirarsi da sola in camera. Il giorno seguente Eleonora parla chiaro al marito e definisce il loro rapporto: lo lascia padrone di tutto e libero di fare ciò che vuole “come se tra loro non ci fosse alcun vincolo. Per sé domandò solo d’esser lasciata lì, da canto, in quella cameretta, insieme con la vecchia serva di casa”. Questa decisione offende l’orgoglio maschile di Gerlando che ” in quell’ozio smanioso, intanto, si sentiva dentro come un fermento d’acri desiderii; fra gli altri, quello della moglie, perché gli s’era negata. Non era più desiderabile, è vero, quella donna. Ma… che patto era quello? Egli era il marito, e doveva dirlo lui, se mai”.

È di nuovo la risata di Eleonora a scatenare la violenza di Gerlando; bocciato all’esame per l’ennesima volta, la moglie non riesce a trattenere la propria ilarità quando lo vede appiccare un falò dove getta tutti i libri scolastici. “Piangerà!” promette a se stesso il ragazzo; tra i coniugi nasce un feroce litigio che ha un tragico epilogo perché Eleonora, la sera stessa, perde il bambino e rimane per giorni tra la vita e la morte.

Quando si è completamente ristabilita, i mezzadri avvertono Gerlando  che, venuto a mancare il bambino, la moglie potrebbe trovare un modo per estrometterlo dal suo patrimonio, per cui è necessario che il giovane provveda ad assicurarsi una discendenza. Eleonora siede presso un ulivo, avvolta in uno scialle nero; i suoi occhi si abbeverano alla bellezza della campagna, la quale è linfa che rinverdisce il brullo paesaggio a cui assomiglia la sua anima, provata dalle recenti angosce. Così la sorprende Gerlando, e l’armonia di quell’oasi di pace è teatro dell’orrore che si consuma quando la donna, capite le intenzioni del marito, si getta da un precipizio per sfuggire all’aggressione di lui.

Ciò che resta di Eleonora è lo scialle che, durante la caduta, si è aperto al vento e, volteggiando, va ad adagiarsi poco più in là, sipario nero che cala sull’ultimo atto del dramma.

L’incipit di questa novella è al maschile, eppure la protagonista è una donna, Eleonora, figura elegiaca e dolente che ha sacrificato i propri sogni per amore non solo del fratello Giorgio ma anche di Carlo, nonostante quest’ultimo non avesse con lei legami di sangue. Rinnega se stessa, Eleonora, ma non si pente di averlo fatto, perché il successo dei ragazzi la ripaga di ogni privazione. La sua mitezza d’animo si legge anche nella sua fisicità, “era infatti un donnone che non finiva mai; ma aveva tuttavia dolcissimi i lineamenti del volto, e l’aria ispirata di quegli angeloni di marmo che si vedono nelle chiese, con le tuniche svolazzanti. E lo sguardo dei begli occhi neri, che le lunghe ciglia quasi vellutavano, e il suono della voce armoniosa pareva volessero anch’essi attenuare, con un certo studio che le dava pena, l’impressione d’alterigia che quel suo corpo così grande poteva destare sulle prime; e ne sorrideva mestamente”. Ella veste sempre di nero, quasi decretando il lutto per la sua femminilità – pure mai vissuta interamente – alla quale ormai ha rinunciato del tutto. Eleonora incarna in maniera incompleta i ruoli in cui si declina l’essere donna: madre putativa ma anche madre mancata della creatura che porta in grembo, persa tragicamente, moglie non per una scelta d’amore ma solo per una questione di onorabilità e indifferente al suo sposo, con il quale, anzi, evita ogni contatto; perfino mancata attrice di teatro, aspirazione accantonata da ragazza per non abbandonare Giorgio. La musica è il suo mondo ed è proprio quando si spengono le note di un brano che ha appena eseguito al pianoforte che ella cade vittima dell’aggressione di Gerlando. L’ultimo segmento della vita di Eleonora è segnato dal dolore, fino a quel giorno di febbraio quando, avvolta nello scialle nero, preferisce la morte alla violenza di quel marito bambino che aveva accettato ma non voluto.

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