La figlia di Iorio: strega o martire?

 

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Francesco Paolo Michetti, La figlia di Iorio

In una lettera datata 31 agosto 1903, D’Annunzio comunica al pittore Francesco Paolo Michetti, suo amico fraterno, la conclusione di La figlia di Iorio, la tragedia a cui aveva lavorato febbrilmente in quella stessa estate e che aveva portato a termine in meno di due mesi. La stesura dell’opera fu assai rapida ma era stata preceduta da una lunga gestazione nella mente dell’autore che scrive a Michetti: “Quest’opera viveva dentro di me da anni, oscura. Non ti ricordi? La tua Figlia di Iorio fece la prima apparizione or è più di vent’anni, col capo sotto un dramma di nubi“. D’Annunzio fa riferimento al dipinto che l’amico aveva realizzato in occasione dell’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Milano del 1881 e, nel ricordarlo, ripropone l’espressione usata dal critico Nino Costa per descrivere l’atmosfera cupa che aleggia nel quadro. Michetti intendeva dar vita a un ciclo pittorico dedicato a quella giovane donna – la figlia di Iorio – che pecca per amore e si perde a causa dei suoi eccessi. Le parole di D’Annunzio lasciano intendere che la sua tragedia sia intimamente legata – se non addirittura ispirata – all’opera michettiana, salvo poi negare questa influenza in un’intervista rilasciata a Filippo Surico nel 1921; in questa sede l’autore rivela il vero nucleo generativo della sua Figlia di Iorio, che affonda le radici in un’esperienza reale vissuta anni prima in compagnia di Francesco Paolo, durante una delle escursioni che i due amici erano soliti compiere alla scoperta delle zone più interne e selvagge dell’Abruzzo. D’Annunzio rievoca così l’episodio che aveva molto turbato entrambi: “Io ero col mio divino fratello Ciccio in un paesetto d’Abruzzo, chiamato Tocco Casauria, dove, appunto, era nato l’amico […]. Ebbene, tutti e due, d’improvviso, vedemmo irrompere nella piazzetta una donna urlante, scarmigliata, giovane e formosa, inseguita da una torma di mietitori imbestiati dal sole, dal vino e dalla lussuria. La scena ci impressionò vivamente: Michetti fermò l’attimo nella sua tela […] ed io rielaborai nel mio spirito, per anni, quanto avevo veduto su quella piazzetta: e infine scrissi la tragedia”. La prima de La figlia di Iorio fu messa in scena il 2 marzo 1904 al Teatro Lirico di Milano, con la partecipazione di Irma Gramatica nel ruolo della protagonista Mila di Codra.

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Irma Gramatica interpreta Mila di Codra

La figlia di Iorio è definita tragedia pastorale in quanto il protagonista, Aligi, è un guardiano di pecore. L’opera si compone di tre atti; il primo e il terzo si svolgono nel mondo rurale, in una dimensione atemporale e mitica, indicata da D’Annunzio con la didascalia che recita “Nella terra d’Abruzzi, or è molt’anni”. Il secondo atto, centrale anche per lo svolgimento dell’evento tragico, è ambientato sui monti della Maiella, dove Aligi conduce il gregge nei mesi estivi.

È il 24 giugno, festa di san Giovanni Battista, e in casa di Candia della Leonessa c’è un clima gioioso in quanto si celebrano le nozze del figlio Aligi con Vienda di Giava. L’unione sponsale si svolge secondo le usanze arcaiche della società matriarcale, ed è proprio Candia, in qualità di mater familias, a presiedere al rituale con cui la nuora viene introdotta in famiglia; ella spezza un pane e con esso tocca la fronte, il petto e le spalle della ragazza pronunciando una formula beneaugurante. Entra Aligi, il quale racconta alla madre di aver sognato Cristo, introducendo un presagio negativo. Dall’esterno si odono voci maschili concitate che gridano ingiurie quando, inaspettatamente, una sconosciuta irrompe in casa turbando la serenità di quel momento, anche perché si verifica un altro segno di sventura, cioè cade a terra il pane che Vienda aveva raccolto nel grembiule. Si tratta di Mila di Codra, figlia del mago Iorio e lei stessa sospettata di essere una strega. La giovane è inseguita da un gruppo di mietitori che fanno l’incanata, un’usanza della tradizione rurale legata ai riti della mietitura, quando i contadini, ebbri di sole, di fatica e di vino, erano soliti urlare parole estremamente offensive contro lo straniero che si trovasse a passare di lì, come cani che abbaiano. Mila prega le donne di casa di proteggerla perché gli uomini che la rincorrono farebbero strazio di lei. Solo Ornella, la figlia minore di Candia, mostra pietà per la poveretta mentre le altre congiunte vorrebbero allontanare l’intrusa, che tutta la comunità disprezza. Anche Aligi è diffidente e afferra ai polsi Mila per cacciarla ma si ravvede quando ha la visione dell’Angelo muto che piange alle spalle della giovane. Egli capisce così che la “strega” è invece una creatura innocente e il Cielo vuole che ella sia salvata. Il pastore è pronto a bruciarsi la mano con cui l’ha toccata ma Mila glielo impedisce. Lazaro di Roio, il padre di Aligi, si presenta nella sua stessa dimora per prendere possesso della donna, che gli spetta di diritto perché ha vinto il duello rusticano con un altro mietitore che la reclamava. La figlia di Iorio fugge e fa perdere le sue tracce.

Sono trascorsi tre mesi dall’incanata. Aligi ha lasciato la famiglia ed è salito sulla montagna con il gregge; anche Mila si è spinta fin lassù e vive in una grotta insieme al pastore che l’aveva trovata seduta su una roccia. La donna aveva i piedi feriti ed egli l’aveva curata e presa con sé. Il loro rapporto non è mai stato carnale ma la natura del sentimento che li lega non è puramente spirituale, come rivela il bacio che si scambiano. Aligi ha intenzione di recarsi dal papa per chiedere lo scioglimento del vincolo nuziale e sposare Mila, la quale – al contrario – desidera che il giovane torni ai suoi affetti familiari. Una lampada a olio arde davanti a un’immagine della Vergine posta in una nicchia della caverna; Aligi deve andare a soccorrere una pecora e raccomanda a Mila di non far spegnere il lume. In presenza di una misteriosa “ammantata” – che si rivela essere Ornella – si verifica un funesto presagio: mentre Mila cerca di aggiungere dell’olio, la lanterna cade e la fiamma si estingue. Sopraggiunge Lazaro di Roio che sta per abusare di lei; la tragedia si consuma con l’arrivo di Aligi che, per salvare la donna, si macchia di parricidio.

Il terzo atto si apre con il coro delle lamentatrici – perfettamente speculare a quello nuziale che apre l’opera – che piangono la morte del pater familias. Aligi è portato in ceppi come parricida e subirà una tortura atroce secondo le leggi tribali: gli verrà tagliata una mano, verrà messo in un sacco insieme a un mastino e gettato nel fiume. Candia, che sragiona per il dolore, recita i versi della Passio Christi ; a lei spetta il compito di porgere al figlio una bevanda speziata, il consolo, che lo renderà non cosciente al momento dell’amputazione. Egli ha già bevuto quando si presenta Mila –  ritenuta morta in un crepaccio sulla montagna – la quale si autoaccusa dell’omicidio. Grazie alle sue arti magiche – rivela – ha stregato Aligi, il quale ha creduto di aver ucciso il padre, mentre in realtà è innocente. L’Angelo muto che egli aveva scorto alle sue spalle non era una creatura benigna ma l’Angelo apostatico che lo ha tratto in inganno. Il pastore viene assolto e liberato e lei, la “maga”, arsa sul rogo.

Ne La figlia di Iorio, suggestioni magico-sacrali si innestano su un sostrato religioso cristiano. Molteplici sono i richiami alla tradizione biblica, come le arche che contengono il corredo nuziale, e neotestamentaria, quale la banda di lana scarlatta, citata da san Paolo nella lettera agli Ebrei. La festa cristiana di san Giovanni – giorno dell’incanata – si presta a contaminazioni pagane; si credeva che allora la testa mozzata del santo, grondante sangue, apparisse nel disco solare, e che il “demone meridiano” della tradizione arcaica, grazie alla “contagione dell’afa”, togliesse la ragione all’ uomo e lo conducesse alle azioni più turpi. In questo clima di religiosità sconfinante nella superstizione l’unico personaggio veramente cristiano è Ornella, la sola a mostrare pietà e carità. La figura di Mila si erge sulle altre per la forte connotazione cristologica. Definita “pecora scabbiosa”, non è forse piuttosto l’agnello che si immola, che versa il proprio sangue per lavare peccati non suoi? E come Cristo, innocente, fu appeso sulla croce quale malfattore tra altri malfattori, così Mila – che alcun male ha commesso –  va incontro alla morte per salvare Aligi, la cui maledizione le risuona nelle orecchie mentre le fiamme la inghiottono. La figlia di Iorio muore con questo dolore nel cuore, proprio lei che ha compiuto per chi ora la disprezza un supremo gesto d’amore.

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Una novella di Pirandello: Scialle nero

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Giacomo Favretto, La Nina

Scialle nero è una novella scritta da Pirandello nel 1922, ambientata nella Sicilia dell’epoca, e incentrata su un tema allora scottante di cui, ancora oggi, sentiamo parlare troppo spesso. Uno degli aspetti straordinari della Letteratura è che a distanza di tanti anni ci apre una finestra dalla quale possiamo osservare squarci di vita passata, rivivere emozioni e sentimenti antichi quanto l’uomo, sempre uguali e immutabili nella diversità delle epoche storiche, e ci permette di confrontarci – attraverso personaggi nati dalla fantasia degli autori – con tipi umani e comportamenti che ritroviamo anche ai giorni nostri, scoprendo che i problemi che affliggono la società attuale hanno già afflitto altri prima di noi e non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Un tema scottante – si diceva – cioè quello della violenza sulla donna, di cui si doveva tacere, pena il disonore, l’onta e l’esclusione sociale non solo della vittima ma anche di tutta la famiglia.

Giorgio e Carlo sono più che amici; coetanei e orfani entrambi, sono stati cresciuti da Eleonora, sorella maggiore del primo, che ha sacrificato la propria vita – ormai è sulla soglia dei quarant’anni – per accudire i due giovani e farli studiare grazie ai proventi delle sue lezioni di pianoforte: sono diventati rispettivamente avvocato e medico. Da alcuni giorni la donna non sta bene ma rifiuta di farsi visitare da Carlo, il quale riesce molto faticosamente a vincerne le resistenze e a farsi confessare il tormento che le ha tolto la pace: Eleonora è rimasta incinta in seguito a una violenza. Giorgio, fuori di sé dalla rabbia e dalla vergogna, si fa rivelare il nome del responsabile per combinare nozze riparatrici. Il misfatto era avvenuto due mesi prima nella villetta di campagna dove ella si recava in villeggiatura e dove aveva preso a dare lezioni a Gerlando, il figlio del mezzadro, per aiutarlo a conseguire il diploma come coronamento di una carriera scolastica molto accidentata e difficoltosa perché il ragazzo è molto robusto e adatto alla fatica fisica ma non brilla per intelligenza. Un giorno Eleonora sorprende Gerlando a spiarla mentre suona il pianoforte e scoppia a ridere quando lui le confida che quella musica lo fa sentire in Paradiso. La risata della donna scatena nel giovane una furia cieca che lo porta a saltarle addosso e consumare la violenza. “Sopraffatta a quel modo, non aveva saputo respingerlo; s’era sentita mancare […] sotto quell’impeto brutale e s’era abbandonata, sì, cedendo pur senza voler concedere”.

Giorgio affronta il mezzadro che, sulle prime, non è affatto favorevole al matrimonio tra suo figlio, diciannovenne, e la “signorina”, che ha vent’anni più di lui ma le argomentazioni di carattere economico addotte dall’avvocato convincono l’uomo: Gerlando sposerà Eleonora che recherà in dote il podere di famiglia e percepirà dal fratello un assegno giornaliero.

Le nozze si svolgono in un clima luttuoso, tra l’imbarazzo dei pochi invitati che si sentono a disagio per il malumore dello sposo e la palese tristezza della sposa che diserta il pranzo per ritirarsi da sola in camera. Il giorno seguente Eleonora parla chiaro al marito e definisce il loro rapporto: lo lascia padrone di tutto e libero di fare ciò che vuole “come se tra loro non ci fosse alcun vincolo. Per sé domandò solo d’esser lasciata lì, da canto, in quella cameretta, insieme con la vecchia serva di casa”. Questa decisione offende l’orgoglio maschile di Gerlando che ” in quell’ozio smanioso, intanto, si sentiva dentro come un fermento d’acri desiderii; fra gli altri, quello della moglie, perché gli s’era negata. Non era più desiderabile, è vero, quella donna. Ma… che patto era quello? Egli era il marito, e doveva dirlo lui, se mai”.

È di nuovo la risata di Eleonora a scatenare la violenza di Gerlando; bocciato all’esame per l’ennesima volta, la moglie non riesce a trattenere la propria ilarità quando lo vede appiccare un falò dove getta tutti i libri scolastici. “Piangerà!” promette a se stesso il ragazzo; tra i coniugi nasce un feroce litigio che ha un tragico epilogo perché Eleonora, la sera stessa, perde il bambino e rimane per giorni tra la vita e la morte.

Quando si è completamente ristabilita, i mezzadri avvertono Gerlando  che, venuto a mancare il bambino, la moglie potrebbe trovare un modo per estrometterlo dal suo patrimonio, per cui è necessario che il giovane provveda ad assicurarsi una discendenza. Eleonora siede presso un ulivo, avvolta in uno scialle nero; i suoi occhi si abbeverano alla bellezza della campagna, la quale è linfa che rinverdisce il brullo paesaggio a cui assomiglia la sua anima, provata dalle recenti angosce. Così la sorprende Gerlando, e l’armonia di quell’oasi di pace è teatro dell’orrore che si consuma quando la donna, capite le intenzioni del marito, si getta da un precipizio per sfuggire all’aggressione di lui.

Ciò che resta di Eleonora è lo scialle che, durante la caduta, si è aperto al vento e, volteggiando, va ad adagiarsi poco più in là, sipario nero che cala sull’ultimo atto del dramma.

L’incipit di questa novella è al maschile, eppure la protagonista è una donna, Eleonora, figura elegiaca e dolente che ha sacrificato i propri sogni per amore non solo del fratello Giorgio ma anche di Carlo, nonostante quest’ultimo non avesse con lei legami di sangue. Rinnega se stessa, Eleonora, ma non si pente di averlo fatto, perché il successo dei ragazzi la ripaga di ogni privazione. La sua mitezza d’animo si legge anche nella sua fisicità, “era infatti un donnone che non finiva mai; ma aveva tuttavia dolcissimi i lineamenti del volto, e l’aria ispirata di quegli angeloni di marmo che si vedono nelle chiese, con le tuniche svolazzanti. E lo sguardo dei begli occhi neri, che le lunghe ciglia quasi vellutavano, e il suono della voce armoniosa pareva volessero anch’essi attenuare, con un certo studio che le dava pena, l’impressione d’alterigia che quel suo corpo così grande poteva destare sulle prime; e ne sorrideva mestamente”. Ella veste sempre di nero, quasi decretando il lutto per la sua femminilità – pure mai vissuta interamente – alla quale ormai ha rinunciato del tutto. Eleonora incarna in maniera incompleta i ruoli in cui si declina l’essere donna: madre putativa ma anche madre mancata della creatura che porta in grembo, persa tragicamente, moglie non per una scelta d’amore ma solo per una questione di onorabilità e indifferente al suo sposo, con il quale, anzi, evita ogni contatto; perfino mancata attrice di teatro, aspirazione accantonata da ragazza per non abbandonare Giorgio. La musica è il suo mondo ed è proprio quando si spengono le note di un brano che ha appena eseguito al pianoforte che ella cade vittima dell’aggressione di Gerlando. L’ultimo segmento della vita di Eleonora è segnato dal dolore, fino a quel giorno di febbraio quando, avvolta nello scialle nero, preferisce la morte alla violenza di quel marito bambino che aveva accettato ma non voluto.