Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” nei giorni del dolore

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Negli ultimi mesi, la Natura ci ha mostrato il suo volto più spietato: un volto dai lineamenti duri come le rocce di quelle montagne ferite dalla forza indomabile che si è sprigionata dalle viscere della Terra. Eppure, fino a poco tempo fa, quei luoghi ora prostrati dal sisma, dai rigori dell’inverno e dalla neve, davano forma a un volto completamente diverso: quello di una madre amorevole che coccola i suoi figli e li protegge cingendoli con le braccia, che li nutre, li sostenta e mai distoglie da loro lo sguardo vigile. Com’è possibile che questa creatrice benigna sia diventata una Medea che uccide i suoi stessi figli? Quegli stessi figli che le erano riconoscenti e la ricambiavano prendendosi cura di lei, ora non vedono più il dolce sorriso di una mamma ma una smorfia crudele che li atterrisce e si chiedono: “Perché ti accanisci su di noi? Perché prima ci hai blandito e ora ci affliggi, ci distruggi e ci disperdi?”. Da marchigiana mi sono posta questa domanda poiché conosco e amo quelle località, ma credo che tale interrogativo sia comune a molti, e in questo accorato quanto ideale confronto con la Natura, diamo voce allo sfogo del protagonista di una delle Operette Morali di Giacomo Leopardi.

Un Islandese, dopo aver girovagato per il mondo e soggiornato in molte terre, viene a trovarsi nella parte orientale e subsahariana dell’Africa, in un luogo non ancora popolato dall’ uomo. Incontra una gigantesca donna seduta sul suolo, “col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra il bello e terribile, di occhi e capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente”. Ella gli chiede chi sia e l’uomo racconta che da tutta la vita va fuggendo la Natura, e le sue peregrinazioni lo hanno portato lì. La donna si rivela – “Io sono quella che tu fuggi”- e vuole sapere il motivo per cui l’Islandese ha sempre cercato di sottrarsi a lei. Egli confessa che fin dalla giovinezza ha compreso quanto gli uomini siano stolti poiché si arrecano danno e si fanno del male a vicenda per ottenere piaceri che a nulla giovano e con ciò si allontanano dalla felicità anziché conseguirla. Questa amara considerazione lo portò ad abbandonare il consorzio umano per vivere in solitudine cercando non già di essere felice – condizione negata alla nostra specie – ma di evitare i patimenti. Nel corso delle sue peripezie, non ebbe così a soffrire a causa dei suoi simili, ma si trovò via via a dover fronteggiare le avversità della Natura: terremoti, vulcani, venti, piogge sovrabbondanti, malattie e altri flagelli. Da questa esperienza egli ha imparato che “tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; […] e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre ci offendi o ci perseguiti; e che […] sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere”. Dopo aver raccolto lo sfogo dell’ Islandese, la Natura replica che, nella sua opera di creazione e nei meccanismi vitali che regolano l’Universo , ella è assolutamente indifferente alla felicità o infelicità dell’uomo né si accorge se egli viene offeso o beneficato; se anche si estinguesse la stirpe umana, ella non se ne renderebbe conto. Tutto il mondo è un circuito di produzione e distruzione, le quali tendono alla conservazione delle specie, per cui se questa interazione venisse meno, esso si avvierebbe verso la dissoluzione. Il patimento – conclude la Natura – è dunque necessario al perfetto funzionamento della macchina cosmica. Al termine di questo dialogo, l’Islandese viene sbranato da due leoni o, secondo un’ altra teoria, sommerso da una tempesta di sabbia.

Prima del 1824, anno in cui ha inizio la stesura delle Operette Morali , il pensiero di Giacomo vive la fase del pessimismo storico, che si nutre delle idee di Rousseau. La Natura è una “madre benignissima”, i cui figli possono assaporare la felicità se rimangono nel suo grembo; è la Ragione che, uccidendo le illusioni, avvelena e corrompe questo stato primigenio di beatitudine. Il Dialogo della Natura e di un Islandese rappresenta uno spartiacque all’interno della filosofia leopardiana, in quanto segna l’approdo alla fase del pessimismo cosmico che tende la mano alla concezione del materialismo meccanicistico. La Ragione non è più l’unica responsabile dell’infelicità umana, poiché essa stessa è generata dalla Natura, che ora assume le sembianze di una matrigna crudele e indifferente ai bisogni delle sue creature, per le quali non esiste la possibilità di attuare la norma atarassica del “non patire non potendo godere”. Dal dolore, dalla sofferenza, dal disfacimento di un organismo vivente si produce la vita di un altro o la trasformazione dello stesso.

Non ce l’ho con voi, miseri mortali – sembra dirci oggi la Natura – non ho voluto punirvi, ma sappiate che  “sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro” che a giovarvi o dispiacervi.

 

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One thought on “Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” nei giorni del dolore

  1. Osservazioni calzanti. Inoltre, c’è da considerare il fatto che grazie ai progressi della tecnica spesso l’umanità si è illusa e si illude di poter avere la supremazia della Natura. Ma per quanto controllo si potrà mai esercitare, non sarà mai totale né mai potrà esserlo.

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