Conflitto generazionale

scuola

“Ge’, Geeeeee’, dobbiamo parlare!”, tuonò Meo non appena fece ritorno a casa. “Sento puzza di bruciato!”. “Oddio micetto, sarà la zuppa di cipolle che sto cuocendo nel paiolo? Eppure ho acceso il fuoco con pochissimi ramoscelli per non sprecare la scorta di legna! Il fornello non lo uso neanche per sogno, sai quanto mi verrebbe a costare la bolletta del gas cucinando per pranzo e cena tutti i giorni? Fatti due conti e vedi se non conviene usare i metodi dei nostri antenati!”. “No! Non è la tua zuppaccia di cipollacce che puzza di bruciato – anche se quell’obbrobrio rende l’aria di casa irrespirabile – e non fare lo gnorri! La puzza di cui parlo io è metaforica! Tu mi hai ingannato approfittandoti della mia giovane età e mi hai menomato per sempre!”, fu il veemente sfogo di Meo. “Micetto, non sai quello che dici! Sei ancora sotto l’effetto dell’anestesia!” si giustificò debolmente Geppo. “Invece lo so benissimo! Quando mi sono svegliato in ambulatorio, mi sentivo… diverso… strano… come se mi mancasse qualcosa. Vicino a me c’erano tre gatti – Apollinare, Astolfo e Policarpo, quei fetentoni – che mi guardavano sghignazzando e ammiccando tra loro. Io mi domandavo che avessero da ridere e loro – Ragazzo – mi hanno apostrofato – non te la prendere! Ci cascano in molti nei tranelli degli umani: questi bipedi sanno essere molto astuti! Mai fidarsi di loro, anche se, in questo caso, ehm… è troppo tardi – e hanno continuato a ridere sguaiatamente. Ora sono eunuco ed è tutta colpa tua! Sono molto offeso!”. Finalmente l’invettiva di Meo contro Geppo terminò e il vecchietto tagliò corto: ” “Micetto, quanto la fai lunga! Quanto sei tragico! Dacci un taglio ché adesso devi organizzarti per andare a scuola come tutti i bambini. Non vorrai mica rimanere analfabeta! Guarda qua, guarda cosa ti ho preparato! Tutto ciò che serve a uno studente come si deve. Poi non dire che non voglio il meglio per te!”.

Il corredo scolastico di Meo era un po’ sui generis, ehm… bizzarro. In luogo dello zainetto, Geppo aveva tirato fuori da un vecchio baule un sacco di juta che usava per la raccolta delle olive. Era pieno di toppe e cuciture, puzzava di naftalina e dentro vi giacevano alcune tignole morte da decenni e residui di foglie. Come quaderno aveva rispolverato una lercia agenda del 1975, dalle pagine unte e ingiallite dal tempo, mentre il sussidiario lo aveva preso da un robivecchi in cambio di alcune zucchine. Nessun astuccio, nessuna penna, nessun pennarello: solo un mozzicone di lapis da falegname che gli era avanzato quando esercitava quel mestiere. “Ge’, ma… ma… io non credo che…”, cercò di protestare Meo. “Micetto, niente storie! A che serve spendere tanti soldi per uno zainetto griffato, con i pupazzi dei cartoni e tutte quelle sciocchezze là? L’importante è l’istruzione, la cultura, lo studio! Il resto è supefluo. Ah, prima che tu vada, prendi la merendina. Mica puoi stare a stomaco vuoto per tutta la mattina!”. Meo sperava in un ricco hamburger, al limite anche in un panino al salame ma… delusione: la sua colazione era una fetta di pane secco e leggermente ammuffito e l’immancabile cipolla. “Ge’… ma la cipolla… il pane secco…”, sussurrò Meo sull’orlo di una crisi di nervi. “La colazione più salutare ed energetica, micetto. Oggi l’obesità infantile è un flagello, con tutti quei cibi calorici e unti, con quegli additivi, conservanti e schifezze varie! Io tengo molto alla tua salute! Ora vai e buona lezione!”. E Meo iniziò il suo percorso scolastico.

Il confronto con gli altri bambini fu molto duro perché il povero micio si vergognava di come Geppo lo costringeva ad andare in giro e, guardando quei graziosi e colorati zainetti, alcuni con i personaggi Disney, altri con i supereroi, uno perfino con Peppa Pig, provò una grande tristezza e, dentro di sé, rivolse epiteti ingiuriosi a Geppo. “Un giorno io mi prenderò la mia rivincita! Conterò solo su me stesso e sul mio ingegno e mi costruirò un impero economico. Parola di Meo!”.

Al compimento del diciottesimo anno, Meo andò a vivere da solo nella rimessa degli attrezzi situata dietro la casa di Geppo. Era un piccolo edificio che sorgeva proprio sotto un noce: Meo lo aveva arredato personalmente in stile etnico e, in un momento di reminiscenza letteraria, lo aveva ribattezzato “La casa del noce”, riecheggiando la verghiana “casa del nespolo”, abitazione dei Malavoglia .

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