Quando una vocale ti cambia la vita

vocali

La casa di Geppo era spaziosa, troppo per una persona sola, eppure, entrandovi, non si avvertiva di certo un senso di desolazione: ogni stanza era zeppa di ciarpame che il vecchietto, nelle sue passeggiate quotidiane, trovava nel punto di raccolta dei rifiuti, provvidenzialmente situato nei pressi del suo orto. Cassette di plastica, sedie a cui mancava una gamba – basta fare attenzione – e poi ombrelli rotti che egli prontamente ricuciva o ne riparava le astine, borse da signora, tavoli da picnic – d’estate tra i filari di pomodori e le piante delle zucchine o sotto il pesco sarebbero stati perfetti – e perfino un carillon con graziose apine, buttato da un genitore sprecone: eleviamo il numero di questi oggetti all’ennesima potenza e avremo una vaga idea delle “ricchezze” custodite fra quelle mura per una sorta di horror vacui. Ma quale horror vacui poi? Quella di Geppo era banalissima avidità, una tendenza compulsiva ad arraffare tutto quello che – a suo dire – era un peccato lasciar andare in malora. “La gente è troppo prodiga”, pensava. “Al giorno d’oggi si buttano gli oggetti rotti senza provare ad aggiustarli e, con la stessa facilità, si gettano alle ortiche i rapporti affettivi alla prima crepa”. Non era certo il suo caso, visto che odiava la compagnia e le relazioni sociali non erano il suo forte, ma sapeva come va il mondo e gli piaceva fare il filosofo.

Il gattino si trovò catapultato in questo universo variegato e guardava affascinato la sua nuova casa, provando un comprensibile disgusto per l’effluvio di agli e cipolle che Geppo teneva appesi alle pareti per scacciare da sé gli influssi negativi – era molto superstizioso – e, cosa ancora più importante, perché si nutriva quasi esclusivamente di questi ortaggi. Sapeva che vantano innumerevoli proprietà benefiche e poi cosa c’è di meglio di una bella scorpacciata di pane e cipolla? Una delizia! Anche Rosso Malpelo ne mangiava! Geppo si rivolse al trovatello: “Micetto, devo darti un nome! Visto che sei il mio gatto, ti chiamerò Mio!”. L’idea piacque al nuovo arrivato che, cominciando ad ambientarsi, rispose, come fosse la cosa più normale del mondo: “Sì, Geppo! Ci sto! È un nome semplice, conciso ed espressivo!”. E Geppo, senza scomporsi per aver sentito parlare il gatto, come fosse la cosa più normale del mondo, proseguì: “Sai micetto, devo dirti una cosa che non ti farà piacere, ma è per il tuo bene. Tu ancora non sai quanti pericoli corre un povero gatto di questi tempi: può venire investito da un’auto, può venire avvelenato da un topo che ha mangiato un’esca o può essere aggredito a morte da un rivale in amore. Ecco! Voglio arrivare a questo: caro micetto, per evitare che, da grande, seguendo i tuoi istinti – normali, per carità, anzi normalissimi – tu faccia una brutta fine, devi sottoporti a un piccolo intervento. Niente di grave eh! Tranquillo!”. Mio si fidava completamente di Geppo e non fece storie. Il vecchietto, scaltro e accorto, in realtà era mosso da un’altra preoccupazione: aveva pensato con orrore che, qualora Mio avesse portato a casa una compagna o, peggio ancora, dei figli, le bocche da sfamare sarebbero state troppe e questa prospettiva lo angosciava. Contattò un veterinario e, in cambio di un pugno di fave e qualche pomodoro, i due concordarono di procedere all’operazione. Mio si spaventò quando il dottore venne a prelevarlo a casa e lo infilò nel trasportino ma Geppo lo blandì e il piccolo si tranquillizzò e partì alla volta dell’ambulatorio. Il posto non era molto rassicurante, anche perché si sentivano lamenti di altri “pazienti” reduci da qualche intervento. Il dottore mise Mio a suo agio e gli disse: “Micetto, prima di cominciare devo compilare la cartella clinica con i tuoi dati. Nome?”. Il gatto, un po’ per la paura, un po’ perché non aveva ancora imparato a parlare in modo fluente, farfugliò: “Mio” ma il veterinario capì male e registrò Meo. “Meo, benissimo! Cominciamo con l’anestesia!”. “No, non Meo! Mi chiamo Mio! Dottore non facciamo come capita a Fantozzi! M-I-O!”, rivendicò con forza il gattino. “Oh, micetto, quante storie per una vocale! Meo è un nome più originale, più… più… da gatto, ecco!”.

In seguito a questo equivoco e all’operazione nascerà un nuovo personaggio: Meo, il gatto privato della sua identità personale e di genere.

Panta rhei, tutto scorre, tutto passa, anche quello che sembra certo e immutabile.

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