13 giugno 1942

Padova, 13 giugno 1942. Mentre la città era in festa per il suo Santo, un ragazzo – appena ventenne – era arrivato da lontano portando con sé un pesante bagaglio di paura e incertezza: da lì sarebbe partito per il fronte. “Non scrivetemi – aveva detto ai genitori per non aggravare la loro angoscia – “Non so dove mi mandano. Vi scriverò io”. Invece sapeva benissimo dove doveva andare: lo avevano destinato in Russia. E quando, consumando l’ultimo pasto in famiglia prima della partenza, suo padre – forse presagendo qualcosa – gli aveva chiesto: “Non andrai mica in Russia?” il ragazzo avvertì un groppo in gola e, per un attimo, non riuscì a mandar giù il boccone che stava mangiando, tanto era il dispiacere per i genitori che si vedevano strappare il figlio dalla guerra e tanta la paura per la propria sorte.

A Padova, dunque, si celebrava sant’Antonio. Animato dalla Fede, il ragazzo entrò in Basilica, affidando la vita ad Antonio e chiedendogli di proteggerlo nella durissima prova a cui andava incontro.

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Diciotto mesi trascorse in Russia. Là visse un rigido inverno. Le acque ghiacciate del Don formavano un blocco così spesso che sopra vi passavano i carri armati. Patì la fame, e con lui i suoi compagni, tanto che facevano a spintoni per raccogliere da terra un maccherone caduto tra il fango, e anche se era stato calpestato non importava. Il fortunato che riusciva ad aggiudicarselo lo sciacquava e lo mangiava come se fosse il cibo più prelibato.

Fame, freddo e paura. E chissà a quali atrocità – di cui mai volle parlare –  quel ragazzo si trovò ad assistere. Intanto, a casa sua, durante quello stesso inverno, la mamma si sdraiava tra la neve, in sottoveste, per provare a immaginare quanto freddo avesse suo figlio, là, lontano da lei, in una terra sconosciuta e ostile.

Eppure, dopo diciotto mesi, egli tornò sano e salvo da quella terribile esperienza, proprio come aveva chiesto ad Antonio quel 13 giugno, nella Sua Basilica, nel Suo giorno. Per il resto della sua lunga vita, il ragazzo non smise mai di onorarlo e ringraziarlo per averlo salvato.

Quel ragazzo era mio nonno.

Mio nonno, il mio orgoglio.

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La teologia del cinghiale di Gesuino Némus

Nel luglio 1969 l’uomo mette piede sulla Luna per la prima volta, quasi a coronamento del boom che, in quel decennio, coinvolge ogni aspetto della società. Anche a Telèvras, piccolo paese sardo, giunge l’eco dell’epopea statunitense, ma in quei giorni caldissimi la comunità si trova alle prese con una vicenda molto più terrena.

All’alba del 22 luglio viene rinvenuto il cadavere di Bachisio Trudìnu, latitante scomparso da due settimane; è l’inizio di un caso destinato a farsi sempre più intricato. Il corpo è stato parzialmente sbranato dai cinghiali, ma da quello che resta non emergono tracce di ferite che facciano pensare a un colpo d’arma da fuoco. Sembra improbabile quindi che l’uomo sia stato ucciso da un rivale.

Il maresciallo De Stefani e il carabiniere Piras indagano per far luce sul mistero che si infittisce con la scoperta di un altro cadavere e con la sparizione di Matteo Trudìnu, figlio di Bachisio, rimasto orfano anche della mamma, che si è impiccata dopo aver appreso della morte di suo marito. Il bambino è forse fuggito e ha trovato un nascondiglio sicuro in un anfratto dei monti? O forse è stato ucciso? E la mamma si è suicidata per la disperazione? Numerosi sono i punti oscuri in questa brutta storia.

Un giallo è l’ossatura di  La teologia del cinghiale (Elliot Edizioni, 2015, pp. 240), la bizzarra opera prima di Gesuino Némus, eteronimo dello scrittore sardo Matteo Locci, che con questa prova di esordio ha conquistato il favore della critica e si è aggiudicato ben cinque premi letterari. Bizzarra lo è fin dal titolo che suona come un ossimoro, sintesi di sacro e profano, di spirito e materia. Una vis dissacratoria e ironica pervade il romanzo, che davvero si può definire sospeso tra cielo e terra, tra le cose religiose e le umane passioni.

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Trait d’union tra le due dimensioni è don Egisto Cossu, il parroco gesuita del paese, che, oltre a esercitare la missione pastorale, non disdegna di partecipare a estenuanti battute di caccia al cinghiale e ai succulenti banchetti “offerti” dalla povera preda.  Il curato ha preso sotto la sua ala protettiva Matteo e Gesuino, dodicenne ritardato, anzi considerato proprio un minus habens. I due ragazzini sono legati da un’ amicizia sincera e profonda, suggellata dal “giuramento di Polifemo”.

“I nasi si toccano e ci si guarda negli occhi. […] Se si riesce a vedere un solo occhio, come quello di Polifemo, vuol dire che è come la storia della mela di Platone […]. Se uno ha il naso più lungo dell’ altro o l’occhio che gli balla in modo diverso, tutto si scontorna e allora non si vede più un solo occhio e vuol dire che le persone non sono simili”

Per tenere fede a questo giuramento, Gesuino, unico depositario della verità sulla scomparsa di Matteo, non ne farà parola con nessuno.

“La verità è nella follia”

Così dice don Cossu; e Gesuino sarà anche folle, ma è altrettanto tenace e fiero nel custodire il segreto dell’amico.

“Ma la verità è più forte dell’amicizia […]”

E solo molti anni dopo, Gesuino si deciderà a confessare ciò che sa, e lo farà in un modo assai inusuale, come un novello Martin Lutero.

L’amicizia è uno dei cardini del romanzo. Matteo è un piccolo genio, un vero enfant prodige. Anche Gesuino, a suo modo, è un genio; è vero, non parla, ma scrive. Scrive “libri che durano un giorno”, scrive riflessioni, scrive le proprie memorie. Nèmus ci sorprende con un inatteso cambio di prospettiva, per cui il narratore esterno che ci accompagna nei primi capitoli, nell’ottavo cede la parola proprio a Gesuino che si fa narratore interno.

La prosa di Nèmus-Locci è eccentrica e non può essere diversamente. Gesuino “il matto” scrive seguendo il corso dei propri pensieri, il flusso della sua coscienza la cui naïvetée non si lascia ingabbiare dalle regole sintattiche né si preoccupa della punteggiatura. E Gesuino-Locci, figlio della Sardegna, intesse la scrittura di parole, frasi, interi dialoghi in lingua sarda, perché il sardo rappresenta l’identità di quel popolo. 

Non è un dialetto o un intercalare: è una lingua! La loro lingua!

Oltre ai personaggi, la Sardegna è la grande protagonista del romanzo. Una terra mitica, primitiva, la cui bellezza selvaggia toglie il fiato al visitatore che si trova catapultato nell’Eden. Una terra aspra e generosa, madre che nutre la propria prole, la nasconde nelle proprie viscere, e ne ricambia l’amore.

E l’amore di Gesuino Nèmus-Locci per la sua terra si avverte tutto; mentre la penna punzecchia e ironizza su certi vizi del carattere sardo, possiamo stare certi che gli occhi sorridono complici a quella gente fiera e allegra, ruvida e buona come il pane che essa usa fare in casa.

Durissima la crosta; morbidissima e fragrante la mollica. […] Perché è il pane che ti dice quello che vuoi sapere di un popolo.

 

 

E quello sardo è un popolo genuino.

 

Oltre la porta, una notte

 

 

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Marc Chagall, Le Tre Candele (1938-40)

Un altro giorno trascorso tra lacrime e speranze. Da oltre un anno ormai, Eleonora viveva in un limbo in cui momenti di cupa disperazione venivano alleviati dal conforto della Fede. Si rasserenava, poi, subdola, la paura tornava a insinuarsi nella sua testa e le esplodeva in petto un’angoscia lacerante. Si consumava in questo logorio da quando suo marito Giosuè era partito per il fronte.

15 giugno 1942. Quella data era impressa a fuoco nella memoria di Eleonora. Quella data era lo spartiacque tra il prima e il dopo. Il prima era stato troppo breve, una felicità appena gustata di cui non aveva dimenticato il sapore dolce. Dolci erano stati quei pochi mesi di matrimonio, quando, ignari della tragedia che incombeva sulle loro giovani vite, Eleonora e Giosuè erano proiettati verso un futuro luminoso in quella casetta modesta ma piena d’amore.

Il dopo era quella vita che si trascinava stancamente nell’attesa di notizie dal fronte. L’unica compagnia di Eleonora in quella casa era la solitudine. Eppure, con l’ostinazione dell’amore, continuava a tenere viva la presenza di Giosuè. Apparecchiava sempre la tavola per due, lavava i suoi vestiti e li stirava, poi li riponeva con cura nel comò. Parlava a Giosuè, gli raccontava le chiacchiere delle comari, di come il figlio della signora Concetta avesse chiesto in sposa la figlia del farmacista, il quale si era opposto fermamente a quel fidanzamento – “Troppa differenza di ceto sociale”, aveva sentenziato senza ammettere repliche. “Giosuè – commentava Eleonora – ma noi non siamo fortunati? Siamo tutti e due dei poveri disgraziati, non abbiamo un soldo… Ma almeno ci siamo sposati in santa pace !”.

Queste erano le giornate di Eleonora. Quando la notte si coricava, recitava le preghiere, mandava un bacio a Giosuè e si voltava su un fianco. Allora cominciava a piangere sommessamente, come se lui fosse sdraiato lì accanto e lei non volesse fargli sentire il suono del suo dolore. Così era stato anche quella notte, la notte in cui la sua vita sarebbe cambiata per sempre .

Sazia di pianto aveva preso sonno. La svegliò il rumore del vento che si era levato impetuoso. Le imposte sbattevano, così Eleonora scese dal letto, si avvolse nello scialle e andò alla finestra. A fatica riuscì a chiuderle. Rimase in piedi ad ascoltare il rumore furioso del vento che annunciava la tempesta. Un brivido le corse lungo la schiena. Istintivamente si strinse più forte nello scialle. Non era un brivido di freddo, era piuttosto una sensazione che non sapeva spiegarsi.

Era ancora lì in piedi quando udì bussare alla porta. Ebbe paura. Chi poteva essere a quell’ora? Guardò l’orologio alla parete. Segnava l’una e un quarto. Decise di ignorare quei colpi. Chiunque fosse, si sarebbe stancato e se ne sarebbe andato. Poi udì una voce, sovrastata dal fragore del vento; “Eleonora”, chiamava, “Eleonora”. La riconobbe subito quella voce, non avrebbe potuto confonderla con nessun’altra. Allora la paura lasciò posto allo stupore e lo stupore alla felicità. Aprì. Era Giosuè. Lo sapeva, ne era certa. Le aveva promesso che sarebbe tornato e così fu.

Senza dirsi una parola, si abbracciarono, si baciarono tra le lacrime, le quali si mescolarono sui loro volti. Fu Eleonora a parlare per prima. “Ti ho aspettato ogni giorno. Sapevo che non mi avresti lasciata sola. Dio mio, come sei magro! E guarda la tua uniforme… Lacera, sporca… Dio mio Giosuè, quanto devi aver sofferto!”. Giosuè le mise delicatamente una mano sulla bocca. “Non dire niente. Non ha più importanza. Ora sono finalmente a casa. Ho solo bisogno di restare qui, di stare tra le tue braccia. Il tuo amore mi darà la pace”.

Eleonora lo aiutò a togliersi la divisa. Quante ferite sul corpo di Giosuè! Le guardava e sentiva dolore anche lei quasi fosse martoriata allo stesso modo. Medicò le ferite, le fasciò con cura. Nei giorni che seguirono non lo lasciò un attimo. Quando riprese le forze, Giosuè espresse il desiderio di uscire in giardino insieme a Eleonora. Voleva riempirsi gli occhi e l’anima di quel posto in cui aveva vissuto troppo poco, voleva riscoprirne ogni dettaglio. Quante volte al fronte aveva ripensato alla casa che era stato costretto a lasciare, ai vasi di gerani che Eleonora amava tenere sul davanzale, al glicine che si arrampicava sul muro! E gli sembrava di sentirne il profumo  e perfino di vederne i colori. I rossi gerani di Eleonora gli apparivano davanti agli occhi ogni volta che vedeva la neve della Siberia tingersi del sangue di un commilitone ferito a morte. Un fiore rosso che sbocciava caldo su quella coltre gelida. Ma quel fiore non profumava come quelli di Eleonora. Quel fiore odorava di morte. Quanta morte aveva visto Giosuè…  E non era mai riuscito a capacitarsi della smisurata follia che aveva causato tutto questo orrore.

Mentre passeggiavano in giardino, Eleonora osò chiedere: “Giosuè, cos’è la guerra? “. E lui, accarezzandole una guancia, rispose amaramente: “La guerra, Eleonora, è una bestia assetata di sangue. Una bestia che ogni giorno esige carne umana di cui cibarsi. Questa è la guerra…”. Eleonora rabbrividì e si strinse a lui senza aggiungere altro.

I giorni trascorsero felici. Eleonora finalmente poteva coronare il suo sogno di vivere insieme a Giosuè in quella casetta di cui era orgogliosa. Due settimane dopo il ritorno del marito, Eleonora stava stendendo il bucato quando si sentì chiamare dal vialetto di casa. Era un carabiniere. Eleonora si avvicinò e l’uomo, tradendo un certo disagio, le porse una lettera. Giosuè era in cucina, seduto al tavolo a fumare una sigaretta.

“Signora – disse il carabiniere – sono addolorato. Tocca a me comunicarle una tragica notizia”. Eleonora non capiva. Aprì la busta e cominciò a leggere. C’era scritto che il soldato Giosuè Conti era deceduto in data 20 novembre 1943, colpito da una raffica di proiettili. Era morto dopo una breve agonia. Eleonora non credeva affatto a ciò che aveva letto. “Ci deve essere un errore. Guardi, le assicuro che mio marito è tornato sano e salvo. Sicuramente si tratta di un omonimo… Oppure un altro povero soldato è stato scambiato per mio marito… Qui c’è scritto che è morto il 20 novembre, ma io le dico che non è possibile perché Giosuè è tornato a casa proprio la notte successiva. Vuole che non ricordi la data in cui è tornato mio marito? Dopo che l’ho aspettato per così tanto tempo? Le assicuro che era l’una e un quarto del 21 novembre! Mi deve credere! Anzi, venga, venga in casa che le faccio vedere con i suoi occhi che è vivo e vegeto !”.

“Signora – riprese il carabiniere, il quale credeva che il dolore facesse sragionare la vedova – ho da restituirle anche questo” e le porse lo zaino di Giosuè. Eleonora lo aprì con mani tremanti e dentro trovò gli effetti personali del marito. C’era anche, sgualcita, la foto del loro matrimonio. Sul retro, riconobbe la calligrafia di Giosuè. Vi aveva scritto: “Tornerò da te. Tornerò per te. E sarà per sempre”. Poi tirò fuori un fazzoletto. Lo avvicinò al volto e ne aspirò l’odore. Era l’inconfondibile odore di tabacco di Giosuè. Eleonora sentì un’ondata di calore salirle dal ventre alla faccia. Il cuore le batteva fortissimo, le tempie pulsavano. Eppure non capiva. Giosuè era in casa. Lo aveva curato, abbracciato, baciato.

Volse le spalle al carabiniere e corse in cucina. Giosuè non c’era. La sigaretta che non aveva finito di fumare si stava spegnendo. Nell’aria odore di fumo e di tabacco. Eleonora sentì un soffio sulla guancia e una voce sussurrarle all’orecchio: “Sono tornato da te. Sono tornato per te. E sarà per sempre”.

La sigaretta si spense e l’odore di tabacco si dissolse.

Delle perdute stagioni e di un eterno ritorno

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Era arrivato giugno. Novella ne aveva seguito l’incedere scrutando i cambiamenti del tiglio nel giardino di casa. Amava vederlo diventare sempre più rigoglioso. Amava vedere la vita farsi strada dentro quell’albero e poi esplodere inarrestabile. Le foglie, dapprima piccole e di un verde pallido, erano ormai diventate tante mani di smeraldo. I boccioli, raccolti in grappoli, quasi come una miriade di bouquet da sposa, si erano schiusi a offrire il loro profumo generoso al concerto di colori e odori di quelle giornate azzurre.

E quel profumo, inevitabilmente, la riportava indietro nel tempo. Là, nel corridoio del liceo, quando la scuola stava per finire; allora dalle finestre spalancate irrompeva la promessa dell’estate nella luce intensa e abbacinante di giugno e nel profumo dei tigli piantati nel cortile di quel palazzo austero.

Parlava della sua adolescenza quel profumo, della spensieratezza, dei sogni, delle attese che nutriva in quegli anni beati. Delle chiacchierate con le amiche mentre erano affacciate a quelle finestre al cambio dell’ora; lì, inebriate da quell’effluvio che sembrava una presenza concreta e silenziosa, pronta a raccogliere e custodire i loro innocenti segreti, si confidavano le piccole grandi pene per un amore non ricambiato, si asciugavano le lacrime e ricominciavano a sorridere.

E quando il pomeriggio uscivano tutte insieme, con il cuore già più leggero, in giro per la città era sempre la fragranza dei tigli ad accompagnarle nelle loro passeggiate, quando mangiavano un gelato a un tavolo all’aperto o quando si sedevano su una panchina ai giardinetti. La vita era lieve, allora, passava su di lei come una carezza; era una levità che Novella aveva compreso solo alla distanza, dopo che le vicissitudini dolorose affrontate in seguito le avevano rivelato tutta la bellezza indomita, potente e prepotente della prima giovinezza.

Questo era per lei il profumo del tiglio. Un manto che la cingeva e, stretta in quell’abbraccio, riviveva se stessa, ciò che era stata e ciò che aveva provato. Se i sentimenti avessero un profumo – pensava ogni volta che si ripeteva il miracolo della fioritura – esso sarebbe di certo quello del tiglio, che porta con sé una sorta di doloroso piacere, una nostalgia struggente per le perdute stagioni. Perdute, ché il tempo non si volge indietro, eppure ancora vive, come quell’adolescente che ritornava sempre al magico richiamo di quell’albero.

E Novella era certa che, anche se fosse vissuta cent’anni, quella sarebbe sempre tornata, nei primi giorni di giugno.

 

Verrà il tempo del perdono

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Da quanto tempo sono chiuso qui dentro? Settimane? Mesi? O forse di più …

Ricordo il momento in cui sono venuti a prendermi. Mia moglie è impallidita. È scoppiata a piangere e i singhiozzi le impedivano di parlare. Ma il suo sguardo era così eloquente che valeva più di qualsiasi parola. E questa immagine mi tormenta ancora. Uno sguardo incredulo, un misto di sorpresa e orrore. Sembrava dirmi: “Tu chi sei? Come ho fatto a non sospettare niente? Come ho potuto dormire nel tuo stesso letto e non accorgermi che avevo accanto un mostro?”. Questo aveva scritto in faccia Rosa quando i poliziotti mi hanno arrestato con l’accusa infamante di aver ucciso una donna.

Due mesi prima, in un parco, era stato trovato un cadavere. Era una prostituta. Sì, è vero, la frequentavo. È vero: ho tradito mia moglie. E non una volta sola, no. La cosa è andata avanti per molti mesi. Per questo merito il suo disprezzo ma non che mi creda un assassino. Perché io non ho ucciso quella donna, anche se le prove sono tutte contro di me. Quella maledetta sera ero proprio in quel parco insieme a lei. Le avevo dato appuntamento per dirle che non volevo continuare a vivere nella menzogna. Mia moglie mi aveva appena rivelato di essere incinta. Era il nostro primo figlio. L’altra però si era innamorata di me e minacciava di raccontare tutto a Rosa. Il nostro matrimonio sarebbe andato in pezzi e la mia immagine professionale sarebbe stata appannata dallo scandalo. Figuriamoci! L’avvocato di grido che tradisce la bella moglie con una prostituta. Ma, ripeto, non l’ho uccisa io! Certo, le celle telefoniche parlano chiaro e il mio Dna sul corpo di quella poveretta sembra inchiodarmi.

E così eccomi qui, in questa cella dove il tempo sembra non scorrere. Assomiglia a una massa informe in cui non riesco a distinguere né le ore né i giorni, raggomitolato come sono su me stesso. Un tempo quasi immoto che è il mio più agguerrito accusatore, che mi sbatte in faccia la mia condotta riprovevole. Un tempo che è uno psicologo meticoloso, il quale mi obbliga a guardarmi dentro e a pormi la domanda fatidica: cosa mi ha spinto a comportarmi in modo così dissoluto? Avevo tutto ciò che un uomo possa desiderare, eppure… E, pungolato da quello psicologo, mi rispondo che proprio quella vita dorata mi ha traviato. Mi sentivo onnipotente, tutto mi era lecito. O almeno così credevo.

Nei momenti più bui, un tarlo si insinua nella mia mente, una voce maligna mi sussurra che, per una sorta di contrappasso, non uscirò mai più da qui. Allora mi sembra di impazzire.

Ma poi torno a essere il guerriero che tutti conoscono in aula; vivo nell’attesa del processo, dove mi batterò per dimostrare la mia innocenza. E, quando sarò libero, lotterò per riconquistare Rosa e vivere con nostro figlio.

Ci vorrà tempo, forse molto. Ma io so aspettare.

 

 

La sagra del delitto di Agatha Christie

Dopo aver letto e recensito L’assassinio di Roger Ackroyd, avrei voluto dedicarmi a un altro genere di lettura, ma è stata Agatha stessa a richiamarmi! Già, proprio così! In uno dei gruppi letterari a cui sono iscritta su Facebook, ho trovato la recensione di un’avventura di Hercule Poirot che prometteva di essere davvero accattivante. Ho rovistato nella libreria di mamma. Ero sicura di aver visto quel titolo in mezzo ai suoi tanti gialli. E infatti era lì.

La sagra del delitto (Mondadori Editore, collana Oscar, I ed. 1979, pp. 175, trad. di Paola Franceschini) è un romanzo singolare all’interno della produzione di Agatha che lo scrive nel 1956, all’età di 66 anni. Il casus da cui muove l’azione è una finzione letteraria. La famosa giallista Ariadne Oliver  – nella quale non abbiamo difficoltà a riconoscere la stessa Christie, anche nella descrizione dell’aspetto fisico – contatta il vecchio amico Poirot e lo esorta a raggiungerla a Nassecombe con la massima urgenza.

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In occasione della tradizionale festa campestre organizzata dai ricchi proprietari di Nasse House, la Oliver è stata incaricata di mettere in atto una “caccia all’assassino” in luogo della solita caccia al tesoro. Chi meglio della rinomata giallista saprebbe inventare una storia realistica e ben congegnata? Ella ha accettato di buon grado l’incarico, solleticata nell’orgoglio, ma a pensarci bene qualcosa la turba.

“Ma ho sentito […] che si stava… come dire… manipolandomi… abbindolandomi… Mi ritenga pure sciocca, ma tutto quello che posso dirle è che se domani, invece di un finto assassinio, ne avvenisse uno vero, non mi sorprenderei!”

La presenza di Poirot è necessaria per scoprire se i timori della signora Oliver sono fondati; in questo caso, il belga dovrà impedire che il delitto avvenga.

A Nasse House gravitano personaggi variegati per carattere ed estrazione sociale, tutti coinvolti nell’organizzazione della sagra, la cui punta di diamante è costituita dalla caccia all’assassino. Purtroppo, il fiuto da giallista non ha ingannato la Oliver e la finzione letteraria si trasforma in una tragica realtà. La giovane Marlene Tucker, scelta per impersonare la vittima, viene trovata morta nella darsena in cui doveva attendere che il vincitore della caccia, condotto lì da una sequenza di indizi, rinvenisse il “cadavere”.

Ma chi poteva desiderare la morte di una ragazza non troppo sveglia e nemmeno attraente? E per quale motivo? La polizia crede che Marlene, curiosa e annoiata, si sia affacciata alla finestra della darsena e abbia visto qualcosa di proibito, firmando così la propria condanna.

Il principale sospettato è Etienne De Sousa, cugino di Hattie Stubbs, la padrona di casa. Egli è appena arrivato per farle visita dopo molti anni. Proprio in quegli istanti, Hattie scompare e Marlene viene uccisa. Nonostante gli sforzi di Poirot e della polizia, la verità rimane un miraggio e il belga, mogio e indispettito, torna a Londra. Ma le piccole cellule grigie di Poirot continuano a lavorare e, in seguito a una geniale intuizione, egli arriva alla soluzione del caso.

La sagra del delitto conferma il principio enunciato da Poirot secondo cui ogni persona coinvolta nel crimine nasconde qualcosa. Lady Hattie Stubbs, “creatura dei tropici capitata per caso in un salotto inglese” è il personaggio più enigmatico. Bella, frivola, dedita solo ai gioielli e ai vestiti, il suo sviluppo mentale è come quello di una bambina. Eppure c’è chi dice che sia tutt’altro che sciocca, anzi assai astuta. Lo stesso Poirot rimane colpito da una fugace espressione dei suoi occhi.

“Fu uno sguardo scaltro e perspicace che lo meravigliò. Quando i loro occhi si incontrarono, […] l’occhio ritornò vacuo”

Sir George Stubbs, suo marito, sembra non badare troppo alle stranezze della giovane moglie, preso com’è dagli affari. Amy Folliat, vecchia proprietaria di Nasse House, è affezionata a Hattie, che è quasi una figlioccia. È su questo triangolo che si regge il movente e la dinamica del delitto. Un delitto, quello di Marlene, che porta con sé un’altra morte misteriosa.

Pagina dopo pagina, grazie alle cellule grigie di Poirot, i nodi della vicenda si sciolgono e si compone il mosaico di una vicenda familiare dai lati oscuri e inquietanti che, come un mostro acquatico, allunga i tentacoli per mettere a tacere la voce del passato e la sua eco nel presente. Il fiume, silenziosa presenza, scorre quieto ma, sotto la superficie, vario è il moto delle correnti. Così la vita regolare di Nasse House nasconde pericolosi gorghi sotterranei. E Poirot sorprende anche questa volta per la finezza con cui incastra parole còlte qua e là, espressioni, gesti e piccoli indizi.

“È così che si deve fare. Provare qua e là il pezzo inverosimile, quello improbabile, l’altro che sembra tanto razionale e non lo è affatto; tutti hanno il loro posto determinato e, una volta combinati, tutto diventa chiaro”

Come sempre, la prosa di Agatha Christie è nitida come una fotografia. Indugia sui dettagli – restituisce perfino il brillio dello smeraldo di Lady Stubbs – tratteggia tipi fisici e psichici, ciascuno con le sue piccole manie. E non rinuncia a quel tocco ironico e vivace, perfino comico quando serve.

Il romanzo è di per se stesso finzione; La sagra del delitto è finzione all’ennesima potenza: dall’artificio della caccia all’assassino, in cui la realtà si sovrappone alla fantasia; alla “recita” che ogni personaggio mette in scena per nascondere i propri segreti e sviare i sospetti; ma la messinscena più clamorosa si rivela solo nel finale, dove crolla l’ultimo baluardo di un inganno di cui anche il lettore è vittima. Cade la maschera di chi ha interpretato più ruoli, in un perfido gioco delle parti segnato da una scia di sangue.

 

 

L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie

King’s Abbot è un paese di poche anime dove tutti si conoscono e si spiano; in mancanza di altri svaghi, infatti, il passatempo più ameno è il pettegolezzo. È comprensibile quindi che la morte di ben due persone nell’arco di ventiquattro ore scuota non poco la sonnacchiosa vita della comunità, tanto più che non si tratta di morte naturale.

Nella notte tra il 16 e il 17 settembre, la ricca signora Ferrars si suicida ingerendo una massiccia dose di sonnifero. “Rimorso”, sentenzia Caroline Sheppard, la sorella del medico del paese, campionessa nell’arte del gossip e acuta detective in gonnella. La sera successiva Roger Ackroyd, l’uomo più facoltoso del paese, viene pugnalato nello studio della sua lussuosa dimora.

È incalzante il ritmo che Agatha Christie imprime all’incipit di L’assassinio di Roger Ackroyd (Arnoldo Mondadori Editore, 1977, pp. 330, trad. di Giuseppe Motta), romanzo del 1926 nel quale è adottata la prospettiva omodiegetica, per cui i fatti vengono riferiti da un narratore interno che in questo caso è il dottor Sheppard.

 

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L’ultimo a parlare con Ackroyd è stato il dottore. Poco prima di venire ucciso, Roger ha ricevuto una lettera scritta dalla Ferrars. La donna, che stava per sposare Ackroyd in seconde nozze, aveva avvelenato il primo marito e veniva ricattata da qualcuno che era a conoscenza del misfatto. Nella lettera, vergata nell’imminenza del suicidio, ella rivelava il nome del ricattatore.

È questa missiva scottante il movente del delitto? In effetti essa viene tempestivamente fatta sparire. Forse l’assassino è il misterioso ricattatore? O forse è Ralph Paton, il figliastro di Roger, che ha pugnalato il patrigno per motivi economici? Questa è l’ipotesi più plausibile, anche perché molti indizi sembrano inchiodare il giovane. Flora, la sua fidanzata nonché nipote di Roger, è certa che egli sia innocente e per dimostrarlo si rivolge a Hercule Poirot, detective dal fiuto infallibile che si è ritirato dalla professione e si è dedicato alla coltivazione delle zucche.

Ebbene sì, il vicino di casa del dottor Sheppard, quel tipo bizzarro di cui molti in paese ignorano l’identità – si dice che il suo nome sia Porrot – altri non è che il famoso investigatore belga! Che buffo questo Poirot!

“Era una testa oblunga come un uovo,  in parte ricoperta di capelli di un nero sospetto,  con due baffi immensi e un paio di occhi scrutatori”.

Grazie al collaudato trinomio metodo, ordine e cellule grigie, e analizzando la psicologia del delitto, Poirot riesce in poco tempo a districare la matassa di inganni, omissioni e depistaggi e a individuare l’assassino. E anche questa volta Agatha Christie non smentisce se stessa e ci regala un colpo di scena clamoroso.

“Tutte le persone coinvolte hanno qualche cosa da nascondere”.

Questo principio secondo Poirot accomuna tutti i casi di omicidio; anche le persone che gravitano intorno a Roger Ackroyd serbano dei segreti e ognuno è il potenziale colpevole.

Quando un sasso viene gettato nell’acqua, il moto scuote la fanghiglia e disseppellisce le cose nascoste sotto di essa. Allo stesso modo, il delitto è l’evento perturbante che porta a galla debolezze e fragilità dei vari personaggi, fa luce su relazioni sotterranee e parentele insospettabili, rovescia equilibri apparentemente solidi e ne crea di nuovi.

La verità che Poirot persegue deve essere limpida, non può e non deve essere edulcorata in alcun modo, anche se essa fosse scomoda o dolorosa e non ammette sconti. 

“Io intendo arrivare alla verità. La verità, per quanto a volte possa essere terribile, è sempre una meta affascinante”.

Tutti i personaggi sono perfettamente caratterizzati, sia dal punto di vista fisico che psicologico; Agatha Christie traccia dei veri e propri ritratti di straordinario realismo, al punto che il lettore può quasi vedere il soggetto che ella sta introducendo. La cognata di Roger, ad esempio, esprime anche nell’aspetto esteriore un carattere arcigno.

“È tutta ossa e denti. È una donna antipaticissima. Ha due occhietti azzurri, opachi, ma dallo sguardo duro, e per quanto le sue parole siano dolci, quegli occhi restano sempre freddi e calcolatori”.

Ben diversa è la descrizione degli occhi di Flora, anch’essi azzurri ma “come le acque di un fiordo norvegese”; la poeticità di questa notazione risponde alla leggiadria della fanciulla.

Ma la Christie stupisce ancora di più per la capacità di cogliere e restituire ogni variazione prodotta nell’espressione dei volti o nel comportamento dall’avvicendarsi dei moti dell’animo.

Anche la prosa è modellata sui personaggi; camaleontica, passa da toni compassati ad altri dolenti, senza tralasciare l’ironia e la verve. E come una persona ha un profumo che la distingue, così Poirot odora di un brio che si effonde in tutto il romanzo, sdrammatizzando la gravità del caso affrontato. È spassoso Poirot, come quando ricorda l’amico Hastings:

“Per quanto fosse a volte di un’imbecillità commovente, mi era molto caro. Pensi, che sento la mancanza persino della sua stupidità”.

E non c’è niente da fare! Poirot sarà anche buffo, bislacco, eccentrico, ma di sicuro è un vero segugio. Mon ami! Io non credo, so! ” afferma con compiacimento. E, diciamolo: nonostante  l’età, le sue piccole cellule grigie funzionano ancora alla perfezione! Allora, caro Poirot, lascia perdere la coltivazione delle zucche! Decisamente non è il tuo mestiere!

Agatha Christie
Agatha Mary Clarissa Miller Christie