Dell’amore e di altri demoni di Gabriel García Márquez

Il 26 ottobre 1949 Gabriel García Márquez si trovò ad assistere all’apertura di un’antica tomba nel convento di Santa Clara a Cartagena de Indias. Oltre alle minute ossa di una ragazzina, ne fu rinvenuta la chioma, color rame e lunga, molto lunga: misurava ventidue metri e undici centimetri. La bambina si chiamava Sierva María de todos los Ángeles. Questo episodio, legato al ricordo di una leggenda narrata a García Márquez dalla nonna, costituisce il nucleo generativo del breve romanzo Dell’amore e di altri dèmoni (Mondadori Editore, collana Oscar Moderni, 2016, pp. 133, trad. di Angelo Morino).

 

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Márquez ci trasporta a Cartagena de Indias, in una dimensione atemporale che conferisce al racconto un aspetto quasi mitico. Che la vicenda si svolge in un lontano passato coloniale si evince dal riferimento all’intensa attività dell’Inquisizione spagnola, particolarmente crudele e impietosa.

La prima domenica di dicembre, Sierva María de todos los Ángeles, figlia del Marchese di Casalduero, viene morsa da un cane rabbioso. È il giorno del suo dodicesimo compleanno. Nonostante il tentativo di tenere nascosto ai genitori l’increscioso episodio, essi ne vengono a conoscenza. La notizia lascia piuttosto indifferente Bernarda, madre degenere che odia la figlia da quando l’ha vista nascere, mentre turba profondamente il Marchese. Egli riscopre un affetto paterno che dà senso alla sua vita, trascinata stancamente nell’apatia. L’imperativo che lo muove è salvare Sierva María, perciò l’uomo non esita ad affidarla alle cure di Abrenuncio de Sa Peira Cao, medico dalla fama di negromante finito nel mirino dell’Inquisizione per le sue teorie e per le pratiche non ortodosse. La bambina non sembra aver contratto la rabbia, ma sarà il tempo a confermare o smentire la diagnosi.

Quando a Sierva María sale la febbre, il Marchese, terrorizzato, convoca farmacisti e salassatori i cui metodi stregoneschi aggravano le condizioni della ragazzina. Si diffonde la voce che ella sia posseduta dal demonio, cosicché il vescovo interviene personalmente e ordina che venga internata nel convento delle Clarisse, dove sarà sottoposta a pratiche esorcistiche. Il sacerdote incaricato di salvare la sua povera anima è Cayetano Delaura. Egli si convince che Sierva María non è affatto posseduta e, nel corso dei colloqui con lei, finisce per innamorarsene. Cayetano, nemico giurato di tutti i demoni, si ritrova prigioniero del demone di una passione forsennata.

È il demonio, padre mio. […] Il più terribile di tutti.

L’amore di Cayetano scioglie i nodi che tengono avvinta l’anima di Sierva María la quale, per la prima volta nella sua vita, assapora momenti di estatica felicità. Ma è una beatitudine effimera e, se il romanzo ha un tono fiabesco, a differenza delle fiabe non c’è lieto fine.

L’amore è il demone più crudele, ma anche altri si annidano tra le pieghe della storia: quello del rancore, da cui tutti in qualche modo sono avvelenati, quello dell’intolleranza, il quale svela la faccia spietata della Chiesa che, attraverso abominevoli pratiche ‘esorcistiche’, lungi dal salvare anime perse, condanna ad atroci sofferenze i corpi di poveri innocenti la cui unica colpa è solo una fragilità tutta umana.

Anche il demone della solitudine – ricorrente in Márquez – aleggia in tutto il romanzo. Ogni personaggio è un microcosmo in cui non c’è spazio per l’altro, anzi, la solitudine viene custodita gelosamente come esclusiva compagna e ognuno la vive a suo modo; come apatia, come degrado morale e fisico, come ferita emotiva. Proprio per colmare il vuoto affettivo, Sierva María si rifugia nella menzogna; la sua aggressività non è dovuta né a malattia né a possessione diabolica ma è il grido di aiuto di una bambina abbandonata dai genitori e cresciuta tra gli schiavi anziché nel calore di casa.

Come sempre, la prosa incantatoria di Márquez, con il suo magico fluire, trasporta il lettore in una dimensione onirica cui contribuisce un singolare sincretismo religioso che mescola rituali africani, superstizioni e fede cattolica; nel segno del realismo magico, presagi e sogni premonitori conferiscono un’aura soprannaturale a una vicenda insieme delicata e dolorosa.

Palpiti d’amore, lievi come un volo di farfalle, aprono alla speranza della felicità; un amore che si nutre di poesia e di sospiri bagnati di lacrime. Ma ecco, brutale, il demone dell’intolleranza – l’anima nera della Chiesa – sferra gli artigli e strappa le ali a quelle farfalle, ridotte a larve morenti. E allora suona tristemente profetica la risposta del Marchese a una domanda sull’amore che Sierva María gli aveva posto tempo prima.

Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. «È vero» le rispose lui, «ma farai bene a non crederci»

García Márquez condensa in una storia breve l’eterna lotta dell’uomo contro le passioni che agitano il suo cuore; questo sono i demoni: pulsioni sordide, basse, abiette. E sono sempre in agguato, pronti a ghermire la preda e a trascinarla nel fondo.

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Un fatto di cronaca nera del ‘600

La mia tesi di Laurea si intitola La Signora di Monza tra storia e letteratura. Per alcuni mesi ho vissuto a stretto contatto con suor Virginia Maria de Leyva e con Gian Paolo Osio e ho ripercorso le tappe del loro amore illecito e sacrilego e le nefandezze a cui esso spinse i due amanti. È stato un viaggio nel passato, appassionante, coinvolgente poiché, man mano che sfogliavo gli atti del processo a carico di suor Virginia Maria, attraverso la voce delle consorelle chiamate a testimoniare, i protagonisti hanno cessato di essere meri personaggi storici e hanno assunto le fattezze di persone reali, in carne e ossa. E sentimenti. Sentimenti proibiti a una donna consacrata, che si trovò scissa tra il senso di colpa per aver infranto il voto pronunciato — sia pure per imposizione paterna — e l’inesorabilità della passione che la consumò fino alla perdizione. Per questo motivo, oggi 28 luglio, non posso non ricordare questo stesso giorno del 1606, giorno capitale nella vita di suor Virginia Maria, quello in cui si compì il suo destino.

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Giuseppe Molteni, La Signora di Monza, 1847

Voci sulle intemperanze della monaca circolavano dentro il convento di santa Margherita e anche in città si mormorava di strane frequentazioni notturne dell’Osio con la Signora. Le elezioni capitolari che si sarebbero tenute il 29 luglio, festa di santa Marta, parvero a suor Virginia un’occasione propizia per porre un argine allo scandalo che rischiava di travolgere lei e le due fedeli consorelle, complici e custodi del suo segreto; la Signora ambiva alla carica di priora, che le avrebbe permesso di godere di una libertà e di un potere di cui si sarebbe servita per mettere a tacere le malelingue e convincere il cardinale Borromeo dell’infondatezza delle voci sul suo conto.

La vicenda tragica si annuncia il 23 luglio, antivigilia di san Giacomo, quando, in seguito all’ennesimo atto di indisciplina, la conversa Caterina della Cassina da Meda — capricciosa, attaccabrighe e ribelle a detta di tutte le monache — per ordine della Signora viene rinchiusa in un locale adibito a lavatoio, isolato dalle stanze delle altre suore e a ridosso del muro esterno del monastero che dà sulla strada maestra. In occasione del processo, suor Ottavia riferisce che «non ci è alcuna monaca che non habbi cridato con detta Cattarina perché era tanto cattiva che reportava parole di qua e di là e sempre faceva cridare or questa hor quell’altra monaca». Quando viene imprigionata, Caterina, in preda all’esasperazione, minaccia di vendicarsi denunciando ai superiori la Signora, suor Benedetta e suor Ottavia; la conversa è la domestica di suor Virginia Maria e, come tale, è a conoscenza di molti particolari compromettenti sulla condotta di quest’ultima e sulla complicità delle due consorelle.

La minaccia non è casuale, infatti è imminente l’arrivo al monastero di monsignor Pietro Barco, dottore in sacra teologia e canonico della collegiata di sant’Ambrogio Maggiore a Milano. Resesi conto dell’ostinazione di Caterina, le monache implicate nella tresca tra l’Osio e la Signora — vale a dire, suor Virginia Maria stessa, Benedetta, Ottavia, Candida Colomba e Silvia — tengono una rapida consultazione, nel corso della quale decidono di uccidere la giovane. La sera del 28 luglio, festa di san Nazario, fanno entrare nel convento Gian Paolo, lo mettono al corrente delle intenzioni di Caterina e si avviano insieme a lui verso la stanza della prigioniera. Questa se ne sta sdraiata sul proprio pagliericcio, in compagnia di suor Benedetta, la quale ha preceduto i complici. Costei al processo ricorda «stando io il giorno avanti circa le 22 hore nel giardino a dir offitio detta Cattarina mi dimandò dalla finestra del luogo dove stava rinchiusa che risponde nel detto giardino et mi pregò che dovessi andar da lei perché havea paura et io li risposi che non potevo».

È in corso un temporale: forse Caterina è spaventata dai tuoni o forse è inquieta e angosciata perché sa di aver osato troppo e quindi intuisce di essere in pericolo; nonostante ciò continuerà a minacciare delazioni fino all’ultimo istante. Suor Benedetta, in sede processuale, ricorda che

[…]tuttavia circa le due hore di notte andai da lei con la quale steti da due a tre hore parlando d’un mal tempo che era di tuono pioggia losnate (n.d.r.ʻlampiʼ), et in questo mentre sopra arrivorno suor Virginia Maria, et suor Ottavia et detta Cattarina disse verso suor Virginia Maria che voleva non voler più ciancie da lei, et che la mattina seguente havrebbe sentito et ciò disse perché suor Virginia Maria volse dirli non so che cioè li disse ascolta ascolta, et in un tratto sopragiunse detto Gio. Paolo che apena lo viddi, et con un piede di bicocca (n.d.r.ʻarcolaioʼ) che havea in mano diede da due o tre colpi su la testa a detta Cattarina che stava gettata sopra un pagliarizzo per quali botte detta Cattarina morse subito senza dir niente che gli diede dalla parte di dietro et gli ruppe anco la testa che n’uscì sangue et restò imbrattato il legno et piede sodetto che io ne lo lavai poi.

Nel Fermo e Lucia Alessandro Manzoni ricorderà questo fatto di cronaca nera — pur adattandolo alla finzione letteraria. Nel romanzo è una consorella di Geltrude — nome attribuito dall’autore alla Signora — l’esecutrice del delitto, che viene così narrato:

[ella] andò prima pianamente verso il luogo dove la infelice stavasi rannicchiata, quindi giuntale presso le si avventò, e prima che quella potesse né difendersi né gettare un grido né quasi avvedersi, con un colpo la lasciò senza vita.

La figlia di Iorio, il dramma di san Giovanni

 

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Francesco Paolo Michetti, La figlia di Iorio, 1895

In una lettera datata 31 agosto 1903, D’Annunzio comunica al pittore Francesco Paolo Michetti, suo amico fraterno, la conclusione di La figlia di Iorio, la tragedia a cui aveva lavorato febbrilmente in quella stessa estate e che aveva portato a termine in meno di due mesi. La stesura dell’opera fu assai rapida ma era stata preceduta da una lunga gestazione nella mente dell’autore che scrive a Michetti: “Quest’opera viveva dentro di me da anni, oscura. Non ti ricordi? La tua Figlia di Iorio fece la prima apparizione or è più di vent’anni, col capo sotto un dramma di nubi“. D’Annunzio fa riferimento al dipinto che l’amico aveva realizzato in occasione dell’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Milano del 1881 e, nel ricordarlo, ripropone l’espressione usata dal critico Nino Costa per descrivere l’atmosfera cupa che aleggia nel quadro. Michetti intendeva dar vita a un ciclo pittorico dedicato a quella giovane donna – la figlia di Iorio – che pecca per amore e si perde a causa dei suoi eccessi. Le parole di D’Annunzio lasciano intendere che la sua tragedia sia intimamente legata – se non addirittura ispirata – all’opera michettiana, salvo poi negare questa influenza in un’intervista rilasciata a Filippo Surico nel 1921; in questa sede l’autore rivela il vero nucleo generativo della sua Figlia di Iorio, che affonda le radici in un’esperienza reale vissuta anni prima in compagnia di Francesco Paolo, durante una delle escursioni che i due amici erano soliti compiere alla scoperta delle zone più interne e selvagge dell’Abruzzo. D’Annunzio rievoca così l’episodio che aveva molto turbato entrambi: “Io ero col mio divino fratello Ciccio in un paesetto d’Abruzzo, chiamato Tocco Casauria, dove, appunto, era nato l’amico […]. Ebbene, tutti e due, d’improvviso, vedemmo irrompere nella piazzetta una donna urlante, scarmigliata, giovane e formosa, inseguita da una torma di mietitori imbestiati dal sole, dal vino e dalla lussuria. La scena ci impressionò vivamente: Michetti fermò l’attimo nella sua tela […] ed io rielaborai nel mio spirito, per anni, quanto avevo veduto su quella piazzetta: e infine scrissi la tragedia”. La prima de La figlia di Iorio fu messa in scena il 2 marzo 1904 al Teatro Lirico di Milano, con la partecipazione di Irma Gramatica nel ruolo della protagonista Mila di Codra.

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Irma Gramatica nel ruolo di Mila di Codra

La figlia di Iorio è definita tragedia pastorale in quanto il protagonista, Aligi, è un guardiano di pecore. L’opera si compone di tre atti; il primo e il terzo si svolgono nel mondo rurale, in una dimensione atemporale e mitica, indicata da D’Annunzio con la didascalia che recita “Nella terra d’Abruzzi, or è molt’anni”. Il secondo atto, centrale anche per lo svolgimento dell’evento tragico, è ambientato sui monti della Maiella, dove Aligi conduce il gregge nei mesi estivi.

È il 24 giugno, festa di san Giovanni Battista, e in casa di Candia della Leonessa c’è un clima gioioso in quanto si celebrano le nozze del figlio Aligi con Vienda di Giava. L’unione sponsale si svolge secondo le usanze arcaiche della società matriarcale, ed è proprio Candia, in qualità di mater familias, a presiedere al rituale con cui la nuora viene introdotta in famiglia; ella spezza un pane e con esso tocca la fronte, il petto e le spalle della ragazza pronunciando una formula beneaugurante. Entra Aligi, il quale racconta alla madre di aver sognato Cristo, introducendo un presagio negativo. Dall’esterno si odono voci maschili concitate che gridano ingiurie quando, inaspettatamente, una sconosciuta irrompe in casa turbando la serenità di quel momento, anche perché si verifica un altro segno di sventura, cioè cade a terra il pane che Vienda aveva raccolto nel grembiule. Si tratta di Mila di Codra, figlia del mago Iorio e lei stessa sospettata di essere una strega. La giovane è inseguita da un gruppo di mietitori che fanno l’incanata, un’usanza della tradizione rurale legata ai riti della mietitura, quando i contadini, ebbri di sole, di fatica e di vino, erano soliti urlare parole estremamente offensive contro lo straniero che si trovasse a passare di lì, come cani che abbaiano. Mila prega le donne di casa di proteggerla perché gli uomini che la rincorrono farebbero strazio di lei. Solo Ornella, la figlia minore di Candia, mostra pietà per la poveretta mentre le altre congiunte vorrebbero allontanare l’intrusa, che tutta la comunità disprezza. Anche Aligi è diffidente e afferra ai polsi Mila per cacciarla ma si ravvede quando ha la visione dell’Angelo muto che piange alle spalle della giovane. Egli capisce così che la “strega” è invece una creatura innocente e il Cielo vuole che ella sia salvata. Il pastore è pronto a bruciarsi la mano con cui l’ha toccata ma Mila glielo impedisce. Lazaro di Roio, il padre di Aligi, si presenta nella sua stessa dimora per prendere possesso della donna, che gli spetta di diritto perché ha vinto il duello rusticano con un altro mietitore che la reclamava. La figlia di Iorio fugge e fa perdere le sue tracce.

Sono trascorsi tre mesi dall’incanata. Aligi ha lasciato la famiglia ed è salito sulla montagna con il gregge; anche Mila si è spinta fin lassù e vive in una grotta insieme al pastore che l’aveva trovata seduta su una roccia. La donna aveva i piedi feriti ed egli l’aveva curata e presa con sé. Il loro rapporto non è mai stato carnale ma la natura del sentimento che li lega non è puramente spirituale, come rivela il bacio che si scambiano. Aligi ha intenzione di recarsi dal papa per chiedere lo scioglimento del vincolo nuziale e sposare Mila, la quale – al contrario – desidera che il giovane torni ai suoi affetti familiari. Una lampada a olio arde davanti a un’immagine della Vergine posta in una nicchia della caverna; Aligi deve andare a soccorrere una pecora e raccomanda a Mila di non far spegnere il lume. In presenza di una misteriosa “ammantata” – che si rivela essere Ornella – si verifica un funesto presagio: mentre Mila cerca di aggiungere dell’olio, la lanterna cade e la fiamma si estingue. Sopraggiunge Lazaro di Roio che sta per abusare di lei; la tragedia si consuma con l’arrivo di Aligi che, per salvare la donna, si macchia di parricidio.

Il terzo atto si apre con il coro delle lamentatrici – perfettamente speculare a quello nuziale che apre l’opera – che piangono la morte del pater familias. Aligi è portato in ceppi come parricida e subirà una tortura atroce secondo le leggi tribali: gli verrà tagliata una mano, verrà messo in un sacco insieme a un mastino e gettato nel fiume. Candia, che sragiona per il dolore, recita i versi della Passio Christi; a lei spetta il compito di porgere al figlio una bevanda speziata, il consolo, che lo renderà non cosciente al momento dell’amputazione. Egli ha già bevuto quando si presenta Mila –  ritenuta morta in un crepaccio sulla montagna – la quale si autoaccusa dell’omicidio. Grazie alle sue arti magiche – rivela – ha stregato Aligi, il quale ha creduto di aver ucciso il padre, mentre in realtà è innocente. L’Angelo muto che egli aveva scorto alle sue spalle non era una creatura benigna ma l’Angelo apostatico che lo ha tratto in inganno. Il pastore viene assolto e liberato e lei, la “maga”, arsa sul rogo.

Ne La figlia di Iorio, suggestioni magico-sacrali si innestano su un sostrato religioso cristiano. Molteplici sono i richiami alla tradizione biblica, come le arche che contengono il corredo nuziale, e neotestamentaria, quale la banda di lana scarlatta, citata da san Paolo nella lettera agli Ebrei. La festa cristiana di san Giovanni – giorno dell’incanata – si presta a contaminazioni pagane; si credeva che allora la testa mozzata del santo, grondante sangue, apparisse nel disco solare, e che il “demone meridiano” della tradizione arcaica, grazie alla “contagione dell’afa”, togliesse la ragione all’uomo e lo conducesse alle azioni più turpi. In questo clima di religiosità sconfinante nella superstizione l’unico personaggio veramente cristiano è Ornella, la sola a mostrare pietà e carità. La figura di Mila si erge sulle altre per la forte connotazione cristologica. Definita “pecora scabbiosa”, non è forse piuttosto l’agnello che si immola, che versa il proprio sangue per lavare peccati non suoi? E come Cristo, innocente, fu appeso sulla croce quale malfattore tra altri malfattori, così Mila – che alcun male ha commesso –  va incontro alla morte per salvare Aligi, la cui maledizione le risuona nelle orecchie mentre le fiamme la inghiottono. La figlia di Iorio muore con questo dolore nel cuore, proprio lei che ha compiuto per chi ora la disprezza un supremo gesto d’amore.

13 giugno 1942

Padova, 13 giugno 1942. Mentre la città era in festa per il suo Santo, un ragazzo – appena ventenne – era arrivato da lontano portando con sé un pesante bagaglio di paura e incertezza: da lì sarebbe partito per il fronte. “Non scrivetemi” – aveva detto ai genitori per non aggravare la loro angoscia – “Non so dove mi mandano. Vi scriverò io”. Invece sapeva benissimo dove doveva andare: lo avevano destinato in Russia. E quando, consumando l’ultimo pasto in famiglia prima della partenza, suo padre – forse presagendo qualcosa – gli aveva chiesto: “Non andrai mica in Russia?” il ragazzo avvertì un groppo in gola e, per un attimo, non riuscì a mandar giù il boccone che stava mangiando, tanto era il dispiacere per i genitori che si vedevano strappare il figlio dalla guerra e tanta la paura per la propria sorte.

A Padova, dunque, si celebrava sant’Antonio. Animato dalla Fede, il ragazzo entrò in Basilica, affidando la vita ad Antonio e chiedendogli di proteggerlo nella durissima prova a cui andava incontro.

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Diciotto mesi trascorse in Russia. Là visse un rigido inverno. Le acque ghiacciate del Don formavano un blocco così spesso che sopra vi passavano i carri armati. Patì la fame, e con lui i suoi compagni, tanto che facevano a spintoni per raccogliere da terra un maccherone caduto tra il fango, e anche se era stato calpestato non importava. Il fortunato che riusciva ad aggiudicarselo lo sciacquava e lo mangiava come se fosse il cibo più prelibato.

Fame, freddo e paura. E chissà a quali atrocità – di cui mai volle parlare –  quel ragazzo si trovò ad assistere. Intanto, a casa sua, durante quello stesso inverno, la mamma si sdraiava tra la neve, in sottoveste, per provare a immaginare quanto freddo avesse suo figlio, là, lontano da lei, in una terra sconosciuta e ostile.

Eppure, dopo diciotto mesi, egli tornò sano e salvo da quella terribile esperienza, proprio come aveva chiesto ad Antonio quel 13 giugno, nella Sua Basilica, nel Suo giorno. Per il resto della sua lunga vita, il ragazzo non smise mai di onorarlo e ringraziarlo per averlo salvato.

Quel ragazzo era mio nonno.

Mio nonno, il mio orgoglio.

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La teologia del cinghiale di Gesuino Némus

Nel luglio 1969 l’uomo mette piede sulla Luna per la prima volta, quasi a coronamento del boom che, in quel decennio, coinvolge ogni aspetto della società. Anche a Telèvras, piccolo paese sardo, giunge l’eco dell’epopea statunitense, ma in quei giorni caldissimi la comunità si trova alle prese con una vicenda molto più terrena.

All’alba del 22 luglio viene rinvenuto il cadavere di Bachisio Trudìnu, latitante scomparso da due settimane; è l’inizio di un caso destinato a farsi sempre più intricato. Il corpo è stato parzialmente sbranato dai cinghiali, ma da quello che resta non emergono tracce di ferite che facciano pensare a un colpo d’arma da fuoco. Sembra improbabile quindi che l’uomo sia stato ucciso da un rivale.

Il maresciallo De Stefani e il carabiniere Piras indagano per far luce sul mistero che si infittisce con la scoperta di un altro cadavere e con la sparizione di Matteo Trudìnu, figlio di Bachisio, rimasto orfano anche della mamma, che si è impiccata dopo aver appreso della morte di suo marito. Il bambino è forse fuggito e ha trovato un nascondiglio sicuro in un anfratto dei monti? O forse è stato ucciso? E la mamma si è suicidata per la disperazione? Numerosi sono i punti oscuri in questa brutta storia.

Un giallo è l’ossatura di  La teologia del cinghiale (Elliot Edizioni, 2015, pp. 240), la bizzarra opera prima di Gesuino Némus, eteronimo dello scrittore sardo Matteo Locci, che con questa prova di esordio ha conquistato il favore della critica e si è aggiudicato ben cinque premi letterari. Bizzarra lo è fin dal titolo che suona come un ossimoro, sintesi di sacro e profano, di spirito e materia. Una vis dissacratoria e ironica pervade il romanzo, che davvero si può definire sospeso tra cielo e terra, tra le cose religiose e le umane passioni.

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Trait d’union tra le due dimensioni è don Egisto Cossu, il parroco gesuita del paese, che, oltre a esercitare la missione pastorale, non disdegna di partecipare a estenuanti battute di caccia al cinghiale e ai succulenti banchetti “offerti” dalla povera preda.  Il curato ha preso sotto la sua ala protettiva Matteo e Gesuino, dodicenne ritardato, anzi considerato proprio un minus habens. I due ragazzini sono legati da un’ amicizia sincera e profonda, suggellata dal “giuramento di Polifemo”.

“I nasi si toccano e ci si guarda negli occhi. […] Se si riesce a vedere un solo occhio, come quello di Polifemo, vuol dire che è come la storia della mela di Platone […]. Se uno ha il naso più lungo dell’ altro o l’occhio che gli balla in modo diverso, tutto si scontorna e allora non si vede più un solo occhio e vuol dire che le persone non sono simili”

Per tenere fede a questo giuramento, Gesuino, unico depositario della verità sulla scomparsa di Matteo, non ne farà parola con nessuno.

“La verità è nella follia”

Così dice don Cossu; e Gesuino sarà anche folle, ma è altrettanto tenace e fiero nel custodire il segreto dell’amico.

“Ma la verità è più forte dell’amicizia […]”

E solo molti anni dopo, Gesuino si deciderà a confessare ciò che sa, e lo farà in un modo assai inusuale, come un novello Martin Lutero.

L’amicizia è uno dei cardini del romanzo. Matteo è un piccolo genio, un vero enfant prodige. Anche Gesuino, a suo modo, è un genio; è vero, non parla, ma scrive. Scrive “libri che durano un giorno”, scrive riflessioni, scrive le proprie memorie. Nèmus ci sorprende con un inatteso cambio di prospettiva, per cui il narratore esterno che ci accompagna nei primi capitoli, nell’ottavo cede la parola proprio a Gesuino che si fa narratore interno.

La prosa di Nèmus-Locci è eccentrica e non può essere diversamente. Gesuino “il matto” scrive seguendo il corso dei propri pensieri, il flusso della sua coscienza la cui naïvetée non si lascia ingabbiare dalle regole sintattiche né si preoccupa della punteggiatura. E Gesuino-Locci, figlio della Sardegna, intesse la scrittura di parole, frasi, interi dialoghi in lingua sarda, perché il sardo rappresenta l’identità di quel popolo. 

Non è un dialetto o un intercalare: è una lingua! La loro lingua!

Oltre ai personaggi, la Sardegna è la grande protagonista del romanzo. Una terra mitica, primitiva, la cui bellezza selvaggia toglie il fiato al visitatore che si trova catapultato nell’Eden. Una terra aspra e generosa, madre che nutre la propria prole, la nasconde nelle proprie viscere, e ne ricambia l’amore.

E l’amore di Gesuino Nèmus-Locci per la sua terra si avverte tutto; mentre la penna punzecchia e ironizza su certi vizi del carattere sardo, possiamo stare certi che gli occhi sorridono complici a quella gente fiera e allegra, ruvida e buona come il pane che essa usa fare in casa.

Durissima la crosta; morbidissima e fragrante la mollica. […] Perché è il pane che ti dice quello che vuoi sapere di un popolo.

 

 

E quello sardo è un popolo genuino.

 

Oltre la porta, una notte

 

 

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Marc Chagall, Le Tre Candele (1938-40)

Un altro giorno trascorso tra lacrime e speranze. Da oltre un anno ormai, Eleonora viveva in un limbo in cui momenti di cupa disperazione venivano alleviati dal conforto della Fede. Si rasserenava, poi, subdola, la paura tornava a insinuarsi nella sua testa e le esplodeva in petto un’angoscia lacerante. Si consumava in questo logorio da quando suo marito Giosuè era partito per il fronte.

15 giugno 1942. Quella data era impressa a fuoco nella memoria di Eleonora. Quella data era lo spartiacque tra il prima e il dopo. Il prima era stato troppo breve, una felicità appena gustata di cui non aveva dimenticato il sapore dolce. Dolci erano stati quei pochi mesi di matrimonio, quando, ignari della tragedia che incombeva sulle loro giovani vite, Eleonora e Giosuè erano proiettati verso un futuro luminoso in quella casetta modesta ma piena d’amore.

Il dopo era quella vita che si trascinava stancamente nell’attesa di notizie dal fronte. L’unica compagnia di Eleonora in quella casa era la solitudine. Eppure, con l’ostinazione dell’amore, continuava a tenere viva la presenza di Giosuè. Apparecchiava sempre la tavola per due, lavava i suoi vestiti e li stirava, poi li riponeva con cura nel comò. Parlava a Giosuè, gli raccontava le chiacchiere delle comari, di come il figlio della signora Concetta avesse chiesto in sposa la figlia del farmacista, il quale si era opposto fermamente a quel fidanzamento – “Troppa differenza di ceto sociale”, aveva sentenziato senza ammettere repliche. “Giosuè – commentava Eleonora – ma noi non siamo fortunati? Siamo tutti e due dei poveri disgraziati, non abbiamo un soldo… Ma almeno ci siamo sposati in santa pace !”.

Queste erano le giornate di Eleonora. Quando la notte si coricava, recitava le preghiere, mandava un bacio a Giosuè e si voltava su un fianco. Allora cominciava a piangere sommessamente, come se lui fosse sdraiato lì accanto e lei non volesse fargli sentire il suono del suo dolore. Così era stato anche quella notte, la notte in cui la sua vita sarebbe cambiata per sempre .

Sazia di pianto aveva preso sonno. La svegliò il rumore del vento che si era levato impetuoso. Le imposte sbattevano, così Eleonora scese dal letto, si avvolse nello scialle e andò alla finestra. A fatica riuscì a chiuderle. Rimase in piedi ad ascoltare il rumore furioso del vento che annunciava la tempesta. Un brivido le corse lungo la schiena. Istintivamente si strinse più forte nello scialle. Non era un brivido di freddo, era piuttosto una sensazione che non sapeva spiegarsi.

Era ancora lì in piedi quando udì bussare alla porta. Ebbe paura. Chi poteva essere a quell’ora? Guardò l’orologio alla parete. Segnava l’una e un quarto. Decise di ignorare quei colpi. Chiunque fosse, si sarebbe stancato e se ne sarebbe andato. Poi udì una voce, sovrastata dal fragore del vento; “Eleonora”, chiamava, “Eleonora”. La riconobbe subito quella voce, non avrebbe potuto confonderla con nessun’altra. Allora la paura lasciò posto allo stupore e lo stupore alla felicità. Aprì. Era Giosuè. Lo sapeva, ne era certa. Le aveva promesso che sarebbe tornato e così fu.

Senza dirsi una parola, si abbracciarono, si baciarono tra le lacrime, le quali si mescolarono sui loro volti. Fu Eleonora a parlare per prima. “Ti ho aspettato ogni giorno. Sapevo che non mi avresti lasciata sola. Dio mio, come sei magro! E guarda la tua uniforme… Lacera, sporca… Dio mio Giosuè, quanto devi aver sofferto!”. Giosuè le mise delicatamente una mano sulla bocca. “Non dire niente. Non ha più importanza. Ora sono finalmente a casa. Ho solo bisogno di restare qui, di stare tra le tue braccia. Il tuo amore mi darà la pace”.

Eleonora lo aiutò a togliersi la divisa. Quante ferite sul corpo di Giosuè! Le guardava e sentiva dolore anche lei quasi fosse martoriata allo stesso modo. Medicò le ferite, le fasciò con cura. Nei giorni che seguirono non lo lasciò un attimo. Quando riprese le forze, Giosuè espresse il desiderio di uscire in giardino insieme a Eleonora. Voleva riempirsi gli occhi e l’anima di quel posto in cui aveva vissuto troppo poco, voleva riscoprirne ogni dettaglio. Quante volte al fronte aveva ripensato alla casa che era stato costretto a lasciare, ai vasi di gerani che Eleonora amava tenere sul davanzale, al glicine che si arrampicava sul muro! E gli sembrava di sentirne il profumo  e perfino di vederne i colori. I rossi gerani di Eleonora gli apparivano davanti agli occhi ogni volta che vedeva la neve della Siberia tingersi del sangue di un commilitone ferito a morte. Un fiore rosso che sbocciava caldo su quella coltre gelida. Ma quel fiore non profumava come quelli di Eleonora. Quel fiore odorava di morte. Quanta morte aveva visto Giosuè…  E non era mai riuscito a capacitarsi della smisurata follia che aveva causato tutto questo orrore.

Mentre passeggiavano in giardino, Eleonora osò chiedere: “Giosuè, cos’è la guerra? “. E lui, accarezzandole una guancia, rispose amaramente: “La guerra, Eleonora, è una bestia assetata di sangue. Una bestia che ogni giorno esige carne umana di cui cibarsi. Questa è la guerra…”. Eleonora rabbrividì e si strinse a lui senza aggiungere altro.

I giorni trascorsero felici. Eleonora finalmente poteva coronare il suo sogno di vivere insieme a Giosuè in quella casetta di cui era orgogliosa. Due settimane dopo il ritorno del marito, Eleonora stava stendendo il bucato quando si sentì chiamare dal vialetto di casa. Era un carabiniere. Eleonora si avvicinò e l’uomo, tradendo un certo disagio, le porse una lettera. Giosuè era in cucina, seduto al tavolo a fumare una sigaretta.

“Signora – disse il carabiniere – sono addolorato. Tocca a me comunicarle una tragica notizia”. Eleonora non capiva. Aprì la busta e cominciò a leggere. C’era scritto che il soldato Giosuè Conti era deceduto in data 20 novembre 1943, colpito da una raffica di proiettili. Era morto dopo una breve agonia. Eleonora non credeva affatto a ciò che aveva letto. “Ci deve essere un errore. Guardi, le assicuro che mio marito è tornato sano e salvo. Sicuramente si tratta di un omonimo… Oppure un altro povero soldato è stato scambiato per mio marito… Qui c’è scritto che è morto il 20 novembre, ma io le dico che non è possibile perché Giosuè è tornato a casa proprio la notte successiva. Vuole che non ricordi la data in cui è tornato mio marito? Dopo che l’ho aspettato per così tanto tempo? Le assicuro che era l’una e un quarto del 21 novembre! Mi deve credere! Anzi, venga, venga in casa che le faccio vedere con i suoi occhi che è vivo e vegeto !”.

“Signora – riprese il carabiniere, il quale credeva che il dolore facesse sragionare la vedova – ho da restituirle anche questo” e le porse lo zaino di Giosuè. Eleonora lo aprì con mani tremanti e dentro trovò gli effetti personali del marito. C’era anche, sgualcita, la foto del loro matrimonio. Sul retro, riconobbe la calligrafia di Giosuè. Vi aveva scritto: “Tornerò da te. Tornerò per te. E sarà per sempre”. Poi tirò fuori un fazzoletto. Lo avvicinò al volto e ne aspirò l’odore. Era l’inconfondibile odore di tabacco di Giosuè. Eleonora sentì un’ondata di calore salirle dal ventre alla faccia. Il cuore le batteva fortissimo, le tempie pulsavano. Eppure non capiva. Giosuè era in casa. Lo aveva curato, abbracciato, baciato.

Volse le spalle al carabiniere e corse in cucina. Giosuè non c’era. La sigaretta che non aveva finito di fumare si stava spegnendo. Nell’aria odore di fumo e di tabacco. Eleonora sentì un soffio sulla guancia e una voce sussurrarle all’orecchio: “Sono tornato da te. Sono tornato per te. E sarà per sempre”.

La sigaretta si spense e l’odore di tabacco si dissolse.

Delle perdute stagioni e di un eterno ritorno

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Era arrivato giugno. Novella ne aveva seguito l’incedere scrutando i cambiamenti del tiglio nel giardino di casa. Amava vederlo diventare sempre più rigoglioso. Amava vedere la vita farsi strada dentro quell’albero e poi esplodere inarrestabile. Le foglie, dapprima piccole e di un verde pallido, erano ormai diventate tante mani di smeraldo. I boccioli, raccolti in grappoli, quasi come una miriade di bouquet da sposa, si erano schiusi a offrire il loro profumo generoso al concerto di colori e odori di quelle giornate azzurre.

E quel profumo, inevitabilmente, la riportava indietro nel tempo. Là, nel corridoio del liceo, quando la scuola stava per finire; allora dalle finestre spalancate irrompeva la promessa dell’estate nella luce intensa e abbacinante di giugno e nel profumo dei tigli piantati nel cortile di quel palazzo austero.

Parlava della sua adolescenza quel profumo, della spensieratezza, dei sogni, delle attese che nutriva in quegli anni beati. Delle chiacchierate con le amiche mentre erano affacciate a quelle finestre al cambio dell’ora; lì, inebriate da quell’effluvio che sembrava una presenza concreta e silenziosa, pronta a raccogliere e custodire i loro innocenti segreti, si confidavano le piccole grandi pene per un amore non ricambiato, si asciugavano le lacrime e ricominciavano a sorridere.

E quando il pomeriggio uscivano tutte insieme, con il cuore già più leggero, in giro per la città era sempre la fragranza dei tigli ad accompagnarle nelle loro passeggiate, quando mangiavano un gelato a un tavolo all’aperto o quando si sedevano su una panchina ai giardinetti. La vita era lieve, allora, passava su di lei come una carezza; era una levità che Novella aveva compreso solo alla distanza, dopo che le vicissitudini dolorose affrontate in seguito le avevano rivelato tutta la bellezza indomita, potente e prepotente della prima giovinezza.

Questo era per lei il profumo del tiglio. Un manto che la cingeva e, stretta in quell’abbraccio, riviveva se stessa, ciò che era stata e ciò che aveva provato. Se i sentimenti avessero un profumo – pensava ogni volta che si ripeteva il miracolo della fioritura – esso sarebbe di certo quello del tiglio, che porta con sé una sorta di doloroso piacere, una nostalgia struggente per le perdute stagioni. Perdute, ché il tempo non si volge indietro, eppure ancora vive, come quell’adolescente che ritornava sempre al magico richiamo di quell’albero.

E Novella era certa che, anche se fosse vissuta cent’anni, quella sarebbe sempre tornata, nei primi giorni di giugno.