Delitti nell’orto di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati

Alcuni casi di cronaca nera sono destinati a restare una aporia, misteri privi di soluzione. Altri vengono risolti felicemente grazie a una brillante intuizione proprio quando gli investigatori brancolano nel buio. Nel magico mondo dell’invenzione letteraria tale guizzo può venire anche da chi non ti aspetti, come Onorina, attempata detective in gonnella.

Onorina nasce dalla penna di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati che in Delitti nell’orto (Edizioni Convalle, 2019, pp. 228) danno vita a questa nonnina che tutti vorremmo avere e che è la colonna portante del romanzo, come si evince fin dal sottotitolo che recita Le prime indagini della Sciura Marpol, la quale altri non è se non Onorina.

A Maranese, negli orti comunali coltivati dagli anziani, si verificano strani furti di ortaggi. Quando Olga Resnati viene aggredita con un bastone di prugnolo tutti pensano che il responsabile sia il ladro. La verità è ben diversa e sarà Onorina ad arrivare per prima alla soluzione del caso. Chiuso l’affaire Resnati, Onorina e l’ispettore Ruggero Ascione devono far luce sulla misteriosa morte di Goffredo, trovato suicida nella cantina di casa. Pochi giorni ed essi scoprono il motivo del gesto estremo dell’uomo, tormentato dal pungiglione del rimorso. In prossimità dell’ospizio Santa Croce vengono disseppellite delle ossa umane. Si profila dunque un terzo caso per la “premiata ditta” Onorina e Ascione. Come se non bastasse a questo filone di indagini si aggiungono quello che riguarda l’incidente di una Ypsilon grigia finita in un fosso e la denuncia, da parte di Giovanna Ricci, di circonvenzione di incapace ai danni della madre, anch’ella ospite del Santa Croce. Ma a Maranese i misteri non finiscono qui. L’anziano ortista Pietro Gerosa muore apparentemente in séguito a una caduta dalla bicicletta. Al suo decesso succedono quelli di Rita Motta, dell’Osvaldo, marito di Onorina, e di Giovanni Persegati, faccendiere e proprietario del terreno che ospita gli orti degli anziani. Onorina riesce a dipanare la matassa di questa catena di morti e, individuato il colpevole, non esita ad affrontarlo mettendo a repentaglio la sua stessa vita.

Onorina è un’arzilla vecchietta molto nota in paese. Vive un matrimonio longevo con l’Osvaldo con il quale, tra battibecchi e momenti di affetto e affiatamento, è sposata da ben 55 anni, fino a quando la morte li separa e la lascia vedova. La scomparsa del marito è un duro colpo per Onorina che, all’improvviso, si ritrova senza il compagno di una vita. Moglie, madre e nonna, Onorina conduce un’esistenza esemplare e specchiata, che profuma di cose buone, come i manicaretti che prepara per l’amica Rita, ospite di una casa di riposo, a cui va a fare visita ogni settimana. Onorina è una confidente discreta e saggia, che sa sempre usare le parole giuste ed elargire consigli assennati. Ma questo “angelo del focolare”, questa tenera vecchina nasconde una faccia che non ti aspetti; è dotata di un acume e di un intuito fuori dal comune che la rendono una valida collaboratrice delle locali forze dell’ordine, incarnate dall’ispettore Ruggero Ascione. Non a caso ella si è guadagnata il nomignolo di “Sciura Marpol” come il personaggio — quasi suo omologo letterario — di Agatha Christie, della quale è grande estimatrice. Sì, perché Onorina, tra lavori a maglia, coltivazione dell’orto e impegno in cucina, è un’appassionata giallista.

Possiede un ottimo intuito. Unito all’esperienza e alla conoscenza della gente, contribuisce a farne una persona che è meglio avere dalla propria parte.

Acuta osservatrice dell’animo umano come Miss Marple e attenta alla criminogenesi come Poirot, Onorina è la summa delle due creature della Christie. Tanto più che la donna è solita far lavorare le famose “celluline grigie” tanto care all’investigatore belga dalla singolare testa a forma di uovo.

Attende che i dubbi si facciano strada piano piano fino a diventare intuizioni come spesso le è accaduto.

La figura di Onorina è ispirata a Onorina Brambilla Pesce, partigiana milanese.

Se Onorina è la mente, il braccio armato che inchioda i colpevoli alle loro responsabilità è l’ispettore Ruggero Ascione. Trapiantato tra le brume dell’hinterland milanese, egli avverte il morso della nostalgia per il calore, i sapori e la gente della sua terra natia, la Campania. Ciononostante Ascione si è perfettamente integrato nel tessuto sociale di Maranese intrattenendo rapporti di cordialità con gli abitanti del posto e addirittura di amicizia. L’amicizia è ciò che lega l’ispettore e Onorina, verso la quale l’uomo nutre un senso di rispetto — dovuto alla vetusta età della donna — e di affiatamento quando ella si rende utile alla risoluzione di un’indagine. Ascione è un inquirente 2.0, dinamico, sempre in movimento ma che non disdegna di avvalersi della saggezza dell’anziana.

Ruggero è un ispettore valido e stimato, un vero mastino che incalza la preda fino a quando non riesce ad afferrarla. Le sue capacità investigative sono riconosciute e stimate dal superiore Cerverizzo, il quale gli propone di tentare il concorso per il ruolo di commissario.

Ascione è un uomo d’azione ma è anche capace di slanci di grande sensibilità e profondità.

Un uomo che non è in grado di provare affetto per qualcuno, che umilia gli altri, che li prevarica, non è intelligente, è solo incapace di fidarsi del prossimo, è un poveraccio.

Il Nord, pur così freddo e dal clima uggioso, gli ha elargito un caro dono, gli ha fatto conoscere la donna della sua vita, Silvana, dolce bibliotecaria che ha fatto battere il cuore di Ruggero fin dal primo incontro. Silvana è il sole che irrompe e dissolve la nebbia del paesino lombardo, è colei che riporta calore e colori nella vita dell’uomo; il rimpianto per la terra lontana si trasforma grazie alla giovane in un più forte e sentito radicamento nella comunità di Maranese.

Anche Silvana è amica di Onorina, per lei quasi una seconda madre. Le due donne si scambiano confidenze e segreti e si sostengono a vicenda. Onorina è una sorta di Cupido che favorisce la relazione tra Silvana e Ruggero, una sorta di nume tutelare dei due giovani. È bella, Silvana; è una donna moderna e indipendente che — nonostante sia figlia del suo tempo — sogna una famiglia con un marito e dei figli da allevare.

Maranese è una cittadina immaginaria sita nell’hinterland di Milano. Essa è l’archetipo di tutti i paesini di provincia, sonnolenta, placida e silenziosa. Un luogo (o anche un non-luogo) in cui non succede mai niente e in cui la vita scorre sui binari di un’ordinaria quotidianità. Un luogo in cui inimicizie e rivalità, nel momento del bisogno e nel dramma, vengono superate e trascese in una rete di solidarietà. Maranese è un corpo in cui si annida una cellula infetta, malata, che cresce in maniera ipertrofica fino a diventare un tumore maligno. Il Male, infatti, allunga i suoi tentacoli e stritola tra le sue spire, come un terribile mostro, questa cittadina che avverte il sapore acre del sangue, quel sangue che una scia di delitti lascia dietro sé in un’assurda e delirante nemesi genealogica.

Delitti nell’orto ha una struttura quadripartita in cui ogni sezione corrisponde a un’indagine in un climax criminale che parte da un’aggressione per culminare nel più grave ed efferato dei reati, l’omicidio. Si direbbe quasi che il romanzo abbia un moto ascensionale che parte dal basso per arrivare al punto più alto dell’umana aberrazione. Nel tessuto narrativo di Delitti nell’orto non si avverte lo strappo dovuto alla duplice maternità dell’opera; Anna Maria Castoldi e Miriam Donati scrivono in perfetta unità di intenti e comunione di stile, il quale risulta potenziato dal reciproco labor limae. In effetti le due autrici hanno fatto proprio l’insegnamento della loro editrice — e writer coach — Stefania Convalle, la quale caldeggia la pratica della scrittura a quattro mani in cui lo scrittore si fa lettore e viceversa.

La prosa è frizzante, vivace e non priva di ironia. Inserzioni di espressioni dialettali lombarde, lungi dal generare cacofonia, colorano l’impianto narrativo e rafforzano la caratterizzazione dei personaggi, ognuno dei quali esibisce una robusta e ben delineata personalità.

Se queste quattro sono le prime indagini della Sciura Marpol, i suoi primi passi nel mondo del crimine al servizio della Giustizia, non possiamo non auspicare che a questi casi ne seguano altri per ammirare ancora all’opera la vispa Onorina!

L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

In Sardegna, nella Sardegna rurale e ancestrale, il figlio partorito da una donna povera e adottato da una famiglia benestante è detto fillus de anima , “figlio dell’anima”.
Tale è la protagonista de L’Arminuta(Einaudi editore , 2019, pp. 170), breve e struggente romanzo di Donatella Di Pietrantonio , vincitore del Premio Campiello nel 2017.

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Nell’agosto 1975, a tredici anni, la giovane viene riaccompagnata dal padre adottivo in seno alla famiglia di origine. La ragazzina sarà chiamata da tutti “l’arminuta”, “la ritornata”. Ella sale le scale della nuova casa con una valigia in una mano e una borsa piena di scarpe nell’altra. Ad aprirle è una bambina con le trecce sfatte: è la sorella minore Adriana. L’arminuta ha anche tre fratelli maggiori e uno ancora in fasce, Giuseppe. Vincenzo, il più grande di tutti, è affabile e protettivo con lei, mentre Sergio è polemico e litigioso. L’arminuta scrive a Adalgisa, la madre adottiva, e le confida il proprio disagio, psicologico e materiale; per tutta risposta la donna le fa recapitare un letto a castello e ogni settimana le corrisponde una piccola somma di denaro.
Ricomincia la scuola. L’arminuta viene emarginata dai compagni ma eccelle nello studio. Il destino bussa alla porta della sua nuova famiglia e Vincenzo perde la vita in un incidente con il motorino. La ragazza viene iscritta a un liceo in città; Adalgisa, le annuncia che non può ospitarla e che alloggerà nella casa della signora Bice come pensionante. Adriana vorrebbe seguirla in città ma, difronte al diniego della sorella, le urla in faccia la verità sull’abbandono da parte dei genitori adottivi. Si tratta di una rivelazione che sconvolge l’arminuta e tutte le sue certezze e la getta nella più cupa disperazione.
L’arminuta nasce due volte: quando viene alla luce e quando viene adottata. E due volte vive l’abbandono: quando i genitori biologici la cedono e quando lo zio la riporta a casa. Ella si trova catapultata da un presente sereno in un passato di cui non conserva memoria. È in una terra di nessuno:  vede svanire la famiglia in cui aveva creduto e quella di origine non la sente come sua. E, due volte orfana, l’arminuta si sente defraudata degli affetti più cari e sperimenta uno strappo, una frattura nella propria vita. Non è più figlia di Adalgisa, non è ancora figlia dei genitori biologici.

Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo.

Ella non usa mai le parole “mamma” e “papà” per rivolgersi a questi ma li definisce “la madre” e “il padre”. Quando deve attirare la loro attenzione invece di chiamarli inventa espedienti per farsi notare.

Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.

Sono due universi opposti quelli in cui l’arminuta si trova scissa, anche dal punto di vista geografico; la famiglia adottiva, quella della città , la faceva sentire amata e protetta, le permetteva di frequentare la piscina e studiare danza. Ben diversa è la famiglia del paese, immersa in una realtà più prosaica e modesta; le preoccupazioni materiali soffocano le manifestazioni di affetto, una diversa cultura mette al bando le parole dolci e le coccole. È gente scabra, questa, resa ruvida dalle asperità di una vita misera e grama, fondata sul lavoro umile e sulla fatica.
Dal giorno in cui Adriana le ha aperto la porta della sua nuova casa, l’arminuta attende che lo zio-padre torni a prenderla per condurla con sé in città, questa volta per sempre. Attende pazientemente, come Penelope attende il suo Odisseo, tenacemente e instancabilmente. Nella sua ingenuità fanciullesca ella crede che Adalgisa sia malata e non voglia crearle apprensione ma, una volta guarita, tutto tornerà come prima e la vita in paese sarà solo un ricordo lontano. Ma così non è e quando Adriana si lascia sfuggire la verità tutte le speranze della sorella crollano miseramente. E la delusione, quella cocente e feroce, provoca una rabbia che prende allo stomaco, Un rancore che pulsa nelle tempie. un altro strappo, un’altra ferita nella giovane esistenza della ragazza.
Non conosciamo il nome della protagonista; per il paese è “l’arminuta”, la signorina che viene dalla città, conosce le buone maniere e parla in italiano, a differenza dei compagni di classe.
Adriana è una bimba di dieci anni, è vivace e sveglia. È suo il primo volto che l’arminuta vede all’inizio della sua nuova vita. Adriana è una guida, una spalla e una confidente per la sorella ritornata. Da lei, “fiore improbabile cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”, quella apprende la resistenza. Ma Adriana è anche la spietata Parca che recide il filo della speranza . Eppure, superato questo banco di prova, il loro legame resterà saldo anche dopo decenni.
Donatella Di Pietrantonio sceglie la soluzione omodiegetica. L’io narrante è l’arminuta che, con un periodare nervoso, ricuce la trama della propria esistenza lacerata. Frasi brevissime si rincorrono veloci a estrinsecare la tensione emotiva e gli spasmi di un’attesa lunga, dolorosa e disillusa. La scrittura scabra e asciutta della Di Pietrantonio riesce comunque a conferire grazia e delicatezza a una materia deflagrante e a una vicenda che si presenta come un groviglio di dolore e pathos . E grazie a una penna sapiente questo grumo si dipana e si scioglie nello struggimento del ricordo di una storia rivissuta alla distanza. Sono trascorsi anni e le vicissitudini dell’arminuta sono ripercorse attraverso lo schermo di una rassegnazione pacata, di un’amarezza contenuta.
Inserti dialettali contribuiscono alla caratterizzazione dei personaggi.
Quello della maternità è un tema caro alla Di Pietrantonio che lo affronta anche nei romanzi precedenti, Mia madre è un fiume , vincitore del Premio Tropea, e Bella mia che si è aggiudicato il Premio Brancati e il Premio Vittoriano Esposito Città di Celano. Sono tutti superbi ritratti al femminile, superbi ritratti di donne e di madri; donne forti e solide come le rocce d’Abruzzo. Donne sconosciute alla grande Storia ma che hanno costruito giorno dopo giorno, con tenacia e passione, la propria personale storia e quella della loro famiglia.

Scrivere di Stefania Convalle

Come si scrive un romanzo? Quali sono le regole da seguire? Da cosa trarre l’ispirazione? A questa e altre domande che si pone l’aspirante scrittore Stefania Convalle risponde nel prezioso manuale Scrivere con sottotitolo Alla ricerca di sé e del proprio stile (Edizioni Convalle, 2019, pp. 142). In esso la Convalle mette in campo la sua esperienza di autrice e writer coach per guidare chi si accinge a imboccare il sentiero della scrittura in un vero e proprio viaggio dentro se stesso per far emergere quanto di più peculiare alberga in lui. La Convalle si è aggiudicata numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”.

La prima regola – se di regole vogliamo parlare – è la semplicità; questo non significa banalità o sciatteria ma fluidità di comunicazione che buca la pagina e colpisce il lettore. Per scrivere bene è necessario affinare l’uso dei cinque sensi, soprattutto l’udito. La musica è un valido aiuto nella fase di stesura di un’opera grazie alla sua capacità di evocare immagini che poi lo scrittore fisserà sul foglio. Lo stile deve essere sintetico per non scadere nella piaga degli elenchi; perciò lo scrittore deve avere il coraggio e l’onestà intellettuale di tagliare le parti superflue. Un accorgimento utile per comporre un buon romanzo è scrivere a quattro mani: l’autore si fa lettore e viceversa. Per far volare la mente è determinante l’immedesimazione. Uno dei nodi da sciogliere quando si compone un’opera è scegliere la prima o la terza persona. Nel primo caso è ancora fondamentale l’immedesimazione, nel secondo l’occhio dello scrittore è come una grande lente d’ingrandimento che tutto vede e tutto sa. Lo scrittore deve saper padroneggiare la punteggiatura, la grammatica e l’uso accorto degli avverbi. Come la musica suscita ispirazione, così anche i dipinti stimolano la creatività: è dunque buona norma osservarne alcuni in fase di stesura. E se lo scrittore incorre nel famigerato blocco? In questo caso si può ricorrere a un metodo coercitivo ma fruttuoso: è bene che scriva per dieci minuti al giorno qualsiasi cosa gli venga in mente. Altro punto di notevole importanza sono i dialoghi, i quali devono essere credibili e non improbabili o artificiosi. Naturalmente un occhio particolare va riservato ai personaggi, non solo ai protagonisti ma anche a quelli secondari che possono essere funzionali allo svolgimento dell’azione. Last but not least lo scrittore deve essere un buon lettore.

In medio stat virtus dicevano i latini; Stefania Convalle adotta come un mantra la formula “non una parola di più non una parola di meno”. In questo giusto mezzo, in questa medietà risiede il segreto dello scrivere bene, cioè di una scrittura che deve essere pulita, ordinata ed essenziale. A tale scopo occorre “sfrondare”, proprio come si fa con un albero la cui chioma sia diventata troppo rigogliosa. La cifra della scrittura ideale è per la Convalle la sobrietà, uno stile parco e frugale capace di arrivare dritto al cuore del lettore senza bisogno di artifici o arzigogoli. La semplicità ha un’intrinseca forza ben più potente di uno stile ridondante o barocco e denota la padronanza delle parole da parte dell’autore, la sua sicurezza in se stesso e nella sua scrittura. In questo modo il lettore viene conquistato da ciò che esce dall’intimo dello scrittore, dal suo io più profondo, dalla sua essenza.

Voglio poter arrivare a ogni singolo lettore. La scrittura non dev’essere una sterile esibizione delle proprie conoscenze, ma deve arrivare. A chi? A chi legge.

E come si arriva a chi legge?

Mettendo da parte la testa e usando il cuore.

Il processo di immedesimazione nella storia e nei personaggi deve essere totalizzante, avvolgente e perfino doloroso. Lo scrittore deve essere disposto a scavare anche nella parte più torbida di sé, senza sconti né remore. Egli deve abbandonarsi completamente a se stesso, lasciarsi trasportare dalle maree del suo essere per trasporre sulla carta il proprio viaggio interiore, arrivando solo in questo modo a centrare il cuore di chi legge.

Ciò che scriviamo parlerà da sé, e parlerà con tanta forza se ci sfileremo i guanti del buonismo, perché lo scrittore sa e deve sporcarsi le mani quando serve, affondarle nel fango quando la storia lo richiede.

Chi si aspetta un manuale serioso e pedante resterà piacevolmente sorpreso dal trovarsi tra le mani un libretto brioso, fresco e diretto. Fedele alla regola aurea della semplicità e della sintesi, Stefania Convalle ci regala un utile enchiridion la cui spontaneità arriva diretta al lettore-allievo. Non concetti complessi, non parole astruse né periodi troppo articolati; al contrario uno stile snello, paragrafi brevi e incisivi, linguaggio pulito e mood colloquiale: questi i tratti distintivi di Scrivere. La Convalle padroneggia una penna sagace che spesso riesce a suscitare il sorriso nel segno del motto latino delectando pariterque monendo: lei stessa ammonisce l’aspirante scrittore a non indossare i panni del “maestrino”, a evitare l’intento di voler insegnare a tutti i costi. Ebbene, non è tanto la writer coach a parlare quanto una persona che ha accumulato esperienza prima di noi e con noi vuole condividerla. Parla con leggerezza, Stefania Convalle, una leggerezza che, come dice Calvino, “non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

L’obiettivo dell’autrice è sì quello di comunicarci i “trucchi del mestiere” ma, soprattutto, di trasmettere l’amore per la scrittura, il desiderio di custodirla e preservarla per goderne e gioirne come di un bene prezioso che abbellisce l’umana esistenza. Ma, ancora di più, la Convalle si pone come un Cicerone nel labirinto delle lettere; una guida che si propone di aiutare il lettore-scrittore a scandagliare gli strati più profondi del suo essere per far emergere la propria unicità.

Scrivere è una ricerca, una ricerca prima di tutto di sé.

Trasporre sulla carta ciò che vediamo guardandoci dentro è la via per scoprire la nostra vera essenza; sì, la carta diventa il nostro specchio, uno specchio che non ci permette di barare ma ci obbliga ad essere sinceri con noi stessi e con chi ci leggerà. Si tratta di un processo maieutico che può anche turbare ma, alla fine del tunnel, splenderà la luce e la nostra unicità, il nostro io verranno allo scoperto come una farfalla dalla crisalide. E allora saremo maturi per dare inizio alla nostra avventura nello sfavillante mondo delle lettere.

A Stefania Convalle va un sentito grazie per averci trasmesso i suoi segreti e il suo contagioso amore per la scrittura.

Anime Antiche di Stefania Convalle

Dice Oscar Wilde che “il mistero dell’Amore è più grande del mistero della Morte”. L’Amore è soffio vitale, è energia potente, è una forza capace di resistere all’urto del tempo e di sopravvivere al tempo. L’Amore, anzi, pulsa già nel secondo che precede il tempo. Nulla può la Morte contro questo afflato vitalistico che la respinge e sconfigge. L’Amore si annida nelle pieghe dell’animo umano ed è capace di traghettarlo attraverso innumerevoli vite. Questo è il teorema su cui si regge Anime Antiche (Edizioni Convalle, 2019, pp. 203), intenso e suggestivo romanzo di Stefania Convalle, scrittrice, writer coach e editrice.

Muriel è inghiottita in una relazione tormentata con Lorenzo. Seduta ad una panchina incontra Greg, un giovane tanto espansivo quanto enigmatico. Dopo alcune settimane di frequentazione i due partono per la Sardegna. Qui Greg mostra a Muriel la “casa azzurra”, un edificio antico e imponente dall’intonaco turchese scrostato dalla salsedine dove, in quella stessa notte, Greg torna da solo. In questa vecchia dimora egli ha trascorso una delle sue vite precedenti; sì, perché Greg è un’anima antica reincarnata per vivere di nuovo l’amore con la sua Maria, la quale altri non è se non Muriel. Quando il giovane le racconta la loro storia ella sulle prime è incredula e diffidente, poi ha una folgorazione e riconosce in Greg Alessandro, il suo amore della vita precedente vissuta proprio nella casa azzurra. Lorenzo viene informato della strana situazione ma non intende farsi da parte. Muriel avverte forte il richiamo degli States e parte per Boston. A Cape Cod ella trova Greg ad aspettarla: il ragazzo le racconta che, in una delle loro vite, essi hanno abitato lì, in una casa dai mattoni rossi ma il loro matrimonio ebbe un tragico epilogo che coinvolse anche Lorenzo, altra anima antica. Greg svela che egli è stato anche Pierre, amico fraterno del rivale. Muriel torna a Milano e convoca Lorenzo con cui ha un colloquio chiarificatore in seguito al quale l’uomo sembra addolcirsi. Ma è solo un’illusione e la vera natura di Lorenzo ritorna a galla. Muriel organizza un incontro a tre per confrontarsi; tale incontro avrà un esito decisivo.

Greg, Muriel e Lorenzo. Anime antiche legate da un filo invisibile ma tenace che li guida nella successione delle vite e li porta a ritrovarsi in ciascuna.

Greg è un puro; giovane ma saggio e misterioso, porta in sé un’energia e un’aura che attraggono irresistibilmente Muriel, pure molto più grande di lui.

Sono stato un uomo, una donna , persino un cane, ma anche una quercia nelle mie tante vite: in viaggio nel tempo.

Un folle, uno “svitato”; così viene giudicato Greg il quale è l’unico a sapere che le anime non muoiono mai ma sono soggette a cicliche reincarnazioni. Questa verità di cui egli è depositario è insieme un dono e una condanna; è un dono perché gli permette di fare tesoro dei propri errori e di non ripeterli nella vita successiva. Ma è una condanna perché lo costringe al ruolo di una Cassandra veritiera ma ignorata.

Anche Muriel sulle prime lo considera un pazzo, uno stolto. Eppure quell’Amore che li ha fatti ritrovare brilla negli occhi di Greg ed è in quel bagliore che Muriel riconosce il suo adorato marito; è allora che la donna capisce ciò che sa già intimamente anche se la ragione non è in grado di accettarlo. Cioè che anche lei è una ritornata, un’anima antica.

Ma poi, è davvero così importante che tutto abbia un senso? Forse è proprio questo affannarsi a trovare una logica in ogni singolo evento che crea tanta infelicità nell’essere umano.

“Sei felice?” chiede Greg a Muriel durante il loro primo incontro. Domanda breve, secca, lapidaria, che mette in crisi la donna. Ella accoglie in sé contraddizioni e conflitti; ha mollato il lavoro, ama Lorenzo eppure detesta il suo comportamento, è una donna la cui vita è costellata di “casi umani”, ovvero di incontri sbagliati. Una donna divisa a metà tra un amore tormentato e l’irresistibile richiamo emanato dal giovane Greg. Ed è proprio per Greg che Muriel, donna pragmatica e solida, abbandona le proprie paure e, in un impeto di sana “follia”, vola negli Stati Uniti come attratta da un magnetismo. Il nome Muriel significa ‘Profumo di Dio’ ed è lo stesso di un Angelo, quello più vicino agli esseri umani. Proprio come l’Angelo eponimo, Muriel ha un grande cuore e sa provare forti emozioni. La donna è il personaggio più empatico di tutto il romanzo; ella assorbe stati d’animo e sensazioni ed è l’unica a percepire la verità del racconto di Greg.

Lorenzo è un traditore seriale, un animo narcisista e dall’ego smisurato. Tipico maschio alfa, vuole per sé Muriel ma si concede tutte le avventure che desidera. Anche Lorenzo è un’anima antica ma il suo cinismo è una corazza contro la quale l’arma del messaggio di Greg si spunta e viene respinta. Ma Lorenzo è davvero così ruvido? Davvero è impermeabile ai sentimenti? La realtà è che anche lui ha sofferto per amore e si è costruito tale armatura per non cadere più preda del dolore. Man mano che l’intreccio procede scopriamo così il lato umano di Lorenzo, la cui personalità, che sembra nera, si rivela un po’ meno cupa salvo poi tornare a vestire i panni abituali.

Dunque Greg è una sorta di angelo psicopompo che attraversa gli abissi del Tempo e della Morte per guidare Muriel e Lorenzo a uno stadio di evoluzione spirituale che presuppone la superiore e acquisita consapevolezza della loro natura di anime antiche.

L’Amore è più potente della Morte, si è detto. E l’Amore in Anime Antiche si declina in tutte le sue forme: coniugale, fraterno, genitoriale, filiale, amicale. Greg e Muriel sono stati di volta in volta marito e moglie, fratello e sorella, madre e figlio, amici.

L’intreccio si dipana attraverso la triangolazione Milano-Sardegna-Boston; ognuno di questi luoghi è un polo geografico e morale che fa da sfondo alle storie di Greg e Muriel. La città meneghina rappresenta l’irruzione della contemporaneità nel ciclo delle reincarnazioni; l’isola è quell’Eden che vede Maria e Alessandro amarsi di un amore totalizzante e tenace. La metropoli statunitense, elegante e vagamente snob, e più ancora la vicina Cape Cod, sono il teatro di una relazione troncata in modo violento, un rapporto offuscato da nubi che preludono alla tempesta finale.

Anime Antiche è un romanzo polifonico, a quattro voci. La quarta è quella di Luna che, nell’invenzione letteraria della Convalle, è l’autrice del romanzo che noi leggiamo e che sembra adombrare la stessa Convalle in una sorta di alter ego. La presenza di Luna pone l’opera in una prospettiva metaletteraria la quale riserva al lettore una sorpresa finale che riguarda proprio Luna; quest’ultima si ritroverà protagonista di una vicenda surreale. Le quattro voci narranti si alternano e compenetrano in un dialogo armonioso e serrato; i personaggi si fanno cantori ciascuno del proprio sentire e delle proprie passioni, del proprio presente e dei ricordi del passato, quei ricordi che – sepolti negli archivi della memoria – pure urgono e gridano forte.

La scrittura di Stefania Convalle, asciutta, sobria ed elegante, dà forma a una dimensione onirica che si respira fin dalle prime pagine e fa di Anime Antiche un romanzo che ha la consistenza di un sogno; lieve, impalpabile eppure vivido e nitido nella coscienza del risveglio.

Un amore di Dino Buzzati

L’Amore. Quel sentimento che riscalda e avvolge come una coperta, che fa sciogliere di tenerezza e battere il cuore, che ha ispirato poeti e artisti. Ma l’Amore si declina anche altrimenti; esso è capace di mostrare un volto cinico e duro, di assumere le fattezze di un “garzon crudo” come canta Petrarca nel Triumphus Amoris. Questa sorta di Giano bifronte è ciò con cui deve misurarsi l’architetto Antonio Dorigo, protagonista di Un amore (Mondadori Editore, 1999, pp. 282), intenso romanzo di Dino Buzzati, in parte autobiografico.

La gestazione dell’opera prende avvio infatti nel marzo 1959 quando l’autore si trova a Saint Moritz; in tale occasione egli comincia a temere che la donna amata possa mancare agli appuntamenti, sfuggirgli, addirittura dissolversi. Ed ecco allora il nucleo generativo di un romanzo dominato dalla passione amorosa e da un diffuso erotismo.

Un giorno del febbraio 1960, a Milano, Antonio Dorigo telefona alla signora Ermelina – che gestisce un giro di prostituzione – chiedendo un appuntamento con una ragazza. La giovane prescelta è Laide, diciotto anni, ballerina alla Scala. Ella colpisce l’uomo che, alcuni giorni dopo, reclama un nuovo incontro con lei. Il pensiero della fanciulla si insinua sempre di più nella mente di Antonio che si scopre geloso e incapace di vivere senza di lei. L’uomo confessa timidamente a Laide il proprio sentimento. La ragazza si reca a Modena per un servizio fotografico; alcuni giorni dopo ella chiede all’amante di andare a prenderla a per riportarla a casa. Dorigo conosce Marcello, presunto cugino di Laide, e avverte imperioso il morso della gelosia. Durante il viaggio di ritorno Antonio le propone un accordo: le verserà una congrua somma alla settimana per incontrarsi due o tre volte; per il resto la lascia assolutamente libera. La ragazza accetta di buon grado ma Dorigo, dopo l’iniziale sollievo, si sente turbato e sempre più geloso perché l’embrione di diritto che ha acquisito sulla giovane gli rende intollerabile la di lei libertà. La notte di Capodanno Laide e Antonio hanno un’accesa discussione e per due settimane non si vedono né si sentono. Laide ricompare nello studio di lui, pallida e sfatta. I due ricominciano a incontrarsi ma il rapporto si deteriora a causa delle menzogne di Laide. Ma è davvero finita? Antonio ha veramente deciso di voltare pagina?

Dorigo è un ragazzo imprigionato in un corpo di cinquantenne.

Eppure anche a cinquant’anni si può essere bambini, esattamente deboli smarriti e spaventati come il bambino che si è perso nel buio della selva. L’inquietudine, la sete, la paura, lo sbigottimento, la gelosia, l’impazienza, la disperazione. L’amore!

Vittima della più splendente delle ossessioni, egli si ritrova avviluppato nella tela inconsapevolmente tessuta da Laide. A motivo della sua educazione di stampo cattolico e ostile alla sfera sessuale, Antonio considera la donna come un essere di un altro mondo, come una creatura quasi superiore, misteriosa ed enigmatica.

Fra lui e le donne giovani c’era stata sempre una barriera, e le donne erano qualcosa di illecito e l’atto carnale una specie di mito.

Ma proprio questo tabù rende l’universo femminile affascinante agli occhi di Antonio. Una donna onesta non lo attrarrebbe ed è appunto la fascinazione del proibito, del possedere con il denaro un corpo altrimenti inaccessibile che gli dà soddisfazione e piacere.

Specularmente ad Antonio Laide è una donna vissuta imprigionata in un corpo di ventenne. Ella è una sorta di Lolita, una ninfetta conscia del proprio fascino e del potere che esercita su Dorigo in virtù dell’innocenza del pudore che non ha. La ballerina è il respiro della Milano buzzatiana: sicura, tracotante, sfacciata, insolente, puttana. Tutto questo è Laide e tutto questo soggioga Antonio. L’amore che egli nutre per la ragazza nasce per caso, come una pianta tra le rocce. Il seme caduto accidentalmente attecchisce alla nuda terra, germoglia e da tenero virgulto si trasforma in un’esplosione di vita.

Quella tra Antonio e Laide è una relazione in cui i ruoli sono ben definiti e nitidi i rapporti di forza: è lei a dominare, a tenere le redini del cuore e della vita dell’amante che, nonostante sia un uomo maturo, è del tutto succube dei suoi capricci e soggiogato dalla sua impudicizia. E Dorigo che pure intuisce, anzi inconsciamente – ma non troppo – sa che Laide ha costruito un castello di bugie, un labirinto di menzogne, si sforza di soffocare tale certezza, ha bisogno di credere che ella sia sincera; forsennatamente, disperatamente, tenacemente, vuole credere alle parole di lei, a ogni giustificazione palesemente assurda ma proferita con un candore che la rende veritiera. O meglio, che la rende veritiera al cuore innamorato reso ottuso dalla passione e ottenebrato dall’amore. Sì, perché per uno strano e paradossale rovesciamento di prospettiva, ogni volta che Dorigo fiuta o scopre una bugia, Laide lo zittisce con un’innocenza disarmante con la quale ella rivendica la propria – fittizia – buona fede. E ad Antonio non resta che fidarsi, anche a costo di chiudere gli occhi. Quando Laide lo presenta come uno zio, Dorigo ingoia l’umiliazione e mastica rabbia. Ma si annulla e si lascia calpestare.

Dopo un lungo travaglio, Antonio placa la sua forsennata passione e il palo rovente in corrispondenza dello sterno cessa di provocare dolore. A cinquant’anni scompare l’ultimo lembo delle inquietudini giovanili e l’uomo raggiunge la pace. Così Laide, alla fine di un tortuoso percorso fatto di sotterfugi e menzogne, di astuzie quasi bambinesche, si rivela una sorta di bestiolina ammansita. È la vita stessa che ha agito su di lei; la giovane femme fatale è diventata una donna matura nel cui animo fanno capolino “i desideri per le gioie semplici ed eterne, domestiche, rassicuranti, banali forse, che sono il sale della terra”. Come per una sorta di muta, dalla pelle giovanile emergono due adulti che si sono lasciati alle spalle schermaglie e vendette, rancori e amarezze.

La scrittura di Buzzati è articolata in lunghi periodi nei quali le proposizioni sono coordinate asindeticamente e abbonda la figura retorica dell’accumulazione, espressioni stilistiche – queste – dell’affastellarsi dei pensieri di Antonio e del suo arrovellarsi sulle ipotesi e sulle visioni immaginifiche della sua mente. La sintassi è dunque lo specchio della babele emotiva e del labirintico pathos che albergano nell’uomo Dorigo. Buzzati usa alternare e confondere i tempi verbali passando, all’interno dello stesso periodo, dal presente al passato prossimo a quello remoto. È altresì frequente il salto dal monologo interiore alla seconda persona.

Dino Buzzati disseziona con spietato realismo tutti i meandri di una passione amorosa totalizzante e lo fa attraverso la gentilezza di una prosa adamantina e dalla purezza liliale. È una precisione chirurgica quella che scava nella profondità di un sentimento quasi patologico ma di sicuro guizzante e vitale. Perché l’Amore è ciò che fa palpitare, comunque esso si manifesti; è ciò che fa vibrare ogni cellula del nostro corpo in uno slancio vitalistico che nessun’altra esperienza farà mai provare.

Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin

In francese la parola Toussaint indica l’1 novembre, giorno di Ognissanti quando, per tradizione, si fa visita alle tombe dei defunti. Per ironia della sorte o forse secondo il detto latino nomen omen, Violette Toussaint nata Trenet è la custode del cimitero di Brancion- en-Chalon.

Violette è una signora affabile e generosa che accoglie tutti in casa sua e sa sempre trovare le parole giuste per ognuno. Violette è la depositaria dei segreti e delle confidenze di chi, passando per il camposanto, si rivolge a lei per un consiglio o uno sfogo. Violette è una bella donna che ha smesso di prendersi cura del suo aspetto. Violette indossa l’estate sotto l’inverno, indumenti colorati sotto un soprabito scuro consono al ruolo che ricopre. E “l’estate sotto l’inverno” potrebbe essere l’espressione che sintetizza il romanzo di Valérie Perrin Cambiare l’acqua ai fiori (Edizioni e/o, 2020, pp. 478, trad. di Alberto Bracci Testasecca), intensa storia di resilienza con una sottotraccia gialla, che si è aggiudicata il Prix Maison de la Presse nel 2018.

In una giornata piovosa si presenta al cimitero di Brancion-en-Chalon il commissario marsigliese Julien Seul il quale espone a Violette il proprio caso: la madre, prima di morire, ha espresso il desiderio che le proprie ceneri riposino in quello stesso camposanto sulla tomba dell’avvocato Gabriel Prudent. Violette ha un passato doloroso alle spalle; giovanissima sposa Philippe Toussaint e i due ottengono lavoro come custodi di un passaggio a livello. I Toussaint hanno una figlia, Léonine, la quale muore in seguito a un incendio sviluppatosi in circostanze misteriose mentre è in un campo estivo. Nell’agosto 1997 i coniugi perdono il lavoro in seguito all’automatizzazione del passaggio a livello e poco dopo ottengono il posto di guardiani del cimitero di Brancion-en-Chalon. Alcuni mesi più tardi Philippe abbandona Violette. Sarà proprio Julien a ritrovare l’uomo, al quale la moglie invia una lettera con la richiesta di divorzio. Philippe torna da lei per informarla di non cercarlo più e sulla via del ritorno muore in un incidente in moto portando con sé il peso schiacciante della verità sulla morte della figlia. Una verità dolorosa, sconcertante, che Violette stessa apprenderà dopo il decesso del marito, quando i tasselli del passato si ricompongono a formare un quadro di sconvolgente nitore.

Violette è una donna prostrata dal dolore, una donna spezzata. Ma non vinta né morta. Quella Vita che le sembra di aver perso insieme alla piccola Léonine pian piano germina di nuovo in lei, diventa un virgulto e poi esplode con forza. Questo miracolo è reso possibile grazie all’incontro con Sasha, l’anziano custode del cimitero, il quale, oltre a essere un confidente sensibile e attento, la inizia alla coltivazione di ortaggi e al giardinaggio. È dunque attraverso la Natura che la Vita fa irruzione nel cuore ibernato di Violette. Nel maturare delle verdure, nello sbocciare dei fiori, nelle onde del Mediterraneo ella sente e percepisce la presenza della sua piccina. Il ventre di Violette ha cullato Léonine; il ventre della Terra custodisce la Vita che si manifesta nel ciclo delle stagioni e questa epifania è terapeutica per la donna che ritrova così un senso alla sua esistenza interrotta.

Essendosi spenta la vita principale il vulcano era morto, ma sentivo crescere dentro di me ramificazioni e controviali, sentivo quel che seminavo. Eppure la terra desertica di cui ero fatta era molto più povera di quella dell’orto del cimitero, era una pietraia. Ma un filo d’erba può crescere ovunque, e io ero fatta di quell’ovunque. Sì, una radice può attecchire anche nel catrame, basta una microfessura per far penetrare la vita all’interno dell’impossibile. Un po’ di pioggia, un po’ di sole, e spuntano germogli venuti da chissà dove, forse portati dal vento.

Violette ha familiarità con la dimensione della morte; fin dalla nascita ha avuto a che fare con essa. Neonata e rifiutata dalla madre, stava per morire assiderata. È stata la compassione di un’infermiera a salvarla; la donna l’ha chiamata Violette – a causa del colore violaceo che la piccola stava assumendo – Trenet, in omaggio al cantante da lei amato. Violette, strappata in fasce alla morte, della morte si è beffata e continua a farlo anche da adulta.

Mi piace ridere della morte, prenderla in giro. È mio modo di esorcizzare, così si dà meno arie. Burlandomi di lei permetto alla vita di prendere il sopravvento, di avere il potere.

Non ha paura della morte, Violette; d’altra parte la nera signora ha fatto visita a casa sua privandola del bene più prezioso e così la donna non può più temerla perché è sprofondata nel pozzo buio della disperazione, ha conosciuto il dolore più atroce e lacerante che una madre possa provare. Ed essendo risalita da questo pozzo, la morte nulla può più su Violette. Ella può parlarne con serenità, quasi francescanamente come “sorella morte”. Il cimitero è il mondo della Toussaint, un microcosmo popolato da persone ognuna delle quali le racconta la propria storia. Attraverso le orazioni funebri, attraverso le epigrafi, ogni defunto le parla di sé come in una sorta di Antologia di Spoon River. Violette considera i morti del suo cimitero compagni di viaggio, si occupa della manutenzione delle tombe in un afflato di pietas.

I Toussaint rappresentano la famiglia disgregata. Dopo gli anni iniziali segnati da una passione assoluta, travolgente e totalizzante, compaiono le prime crepe nel rapporto coniugale, crepe che diventeranno una frattura insanabile. Violette e Philippe incarnano due modi opposti di intendere e vivere la genitorialità. La donna rappresenta la maternità concessa e poi sottratta brutalmente; è una madre attenta e premurosa, sempre pronta a giocare con la propria bambina. La culla, le legge libri per addormentarla, ne respira il profumo infantile, un profumo assai più grato e dolce di quello delle amanti che percepisce addosso al marito. Quest’ultimo è un padre assente, indifferente, quasi di passaggio nella vita della figlioletta. È un coniuge fedifrago e un traditore seriale, un inconcludente che vive con il salario della moglie e i cui unici interessi – oltre alle donne – sono i videogiochi e le corse in moto. È un eterno ragazzo, una sorta di Peter Pan in un corpo adulto.

La morte di Léonine scuote anche l’apatico Philippe che non si dà pace e, per quanto soffra meno di Violette, si batte per scoprire ciò che realmente accadde quella terribile notte. La ricerca della verità è uno dei grandi temi del romanzo. La verità processuale è che la bambina e le tre compagne di stanza siano sgattaiolate in cucina per farsi una cioccolata e così, da una disattenzione, si sarebbe sviluppato l’incendio che le ha uccise. Ma il cuore di madre di Violette sa che non è così. E questa intima certezza la spinge a lottare per conoscere la verità vera. Solo quando smetterà di arrovellarsi e farà pace con la vita ella la apprenderà come eredità di Philippe. Egli si batte come un leone per dissipare le tenebre dell’incidente notturno; avvicina i protagonisti della tragedia, li mette sotto torchio e cerca di carpire il segreto che la avvolge. Un segreto soverchiante che, scoperto, pesa come un macigno sulle spalle di Philippe. Il suo senso di colpa non è dovuto al fatto che il suo dolore per la perdita della figlia sia misurato e contenuto, quanto alla sua incapacità di alleviare lo strazio della moglie. Così questo personaggio all’apparenza rude e cupo rivela un’anima, un cuore di carne in cui pulsa un amore celato e sotterraneo, forse ignorato da lui stesso eppure presente e vivo come fuoco sotto la cenere.

Il romanzo è strutturato come un trittico; tre quadri che raffigurano rispettivamente il presente di Violette, un flashback che ci riporta indietro nel tempo e la vicenda di Irène Fayolle e Gabriel Prudent. Tre quadri, tre fili che si intrecciano intimamente fra loro in un mirabile rapporto di causa-effetto a narrare una storia emotivamente forte e avvolgente. Cambiare l’acqua ai fiori è un’opera stratificata in cui attualità e passato dialogano armoniosamente senza cesure né soluzione di continuità. Il lettore non avverte salti ma percepisce un continuum omogeneo e lineare che fa di questo romanzo una lettura avvolgente da cui è difficile staccarsi.

Le pagine si susseguono delicate e potenti al tempo stesso; la Perrin dipinge così bene i personaggi da renderli presenze concrete e vive. Ci si affeziona loro, alcuni si amano, altri suscitano avversione, altri commozione. In ogni caso non lasciano indifferenti. La prosa di Valérie Perrin ha una grana luminosa, solare nonostante la materia narrata sia di per sé foriera di mestizia. È proprio la luce che tale scrittura emana ad annullare qualsiasi cupezza, come una stella illumina il cielo notturno.

La Perrin alterna la narrazione in prima persona a quella in terza; prospettiva omodiegetica e narratore onnisciente convivono all’interno del romanzo senza che questa alternanza risulti cacofonica o stridula; ché anzi è tutto straordinariamente, dannatamente perfetto e senza sbavatura alcuna.

L’isola di Arturo di Elsa Morante

Cosa hanno in comune una stella, un re e un ragazzo? Il nome: Arturo. Una stella, un re e un giovane intrepido. Sembrano i personaggi di una fiaba.
“C’era una volta”, così potrebbe iniziare L’isola di Arturo (Giulio Einaudi editore , 2019, pp. 398), incantevole romanzo di Elsa Morante , vincitore del Premio Strega nel 1957. Quell’incipit si addice all’opera per il carattere fiabesco che la caratterizza.

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Il giovane Arturo vive sull’isola di Procida. Orfano di madre – morta nel darlo alla luce -, egli è stato allevato dal balio Silvestro che lo ha nutrito con latte di capra. Il padre Wilhelm, italo-tedesco, è spesso in viaggio quindi il bambino trascorre le sue giornate pressoché solo nella Casa dei guaglioni che il genitore ha ereditato da Romeo l’Amalfitano. Quando Arturo ha quattordici anni Wilhelm sposa in seconde nozze Nunziata, poco più che adolescente e quasi coetanea del figliastro. Dopo l’iniziale simpatia per la matrigna, Arturo inizia a nutrire per lei diffidenza e fastidio perché si sente spodestato dal cuore del padre e defraudato delle di lui attenzioni. La convivenza si rivela quindi difficile. Wilhelm riparte poco dopo il matrimonio lasciando Arturo solo con Nunziata. Il ragazzo si impegna a essere sempre più duro nei confronti della donna e non perde occasione per mortificarla. Nunziata resta incinta. I mesi volano nell’assenza di Wilhelm. Arriva il momento del parto che sancisce la riconciliazione tra Nunziata e Arturo, il quale ha temuto per la vita della matrigna e tutto il suo malanimo viene spazzato via dalla prospettiva della morte della donna. Al neonato viene dato il nome di Carmine Arturo. Quando il padre torna, il piccolo ha già un mese; l’uomo è profondamente cambiato: più cupo, chiuso e tetro, Arturo non conosce né riesce a immaginare la ragione di quello stato d’animo. Intanto il ragazzo comincia ad essere geloso del fratellastro che gode dell’amore di una madre, quell’amore che a lui è stato negato. Per attirare l’attenzione di Nunziata, ora assorbita dal figlio, Arturo inscena un finto tentativo di suicidio. L’espediente sortisce l’effetto sperato e la matrigna si prodiga per la salute di Arturo. Quando il giovane si ristabilisce avviene l’inevitabile: egli vince ogni ritrosia e bacia Nunziata. I rapporti si deteriorano nuovamente; durante una fugace avventura con Assunta, Arturo si scopre innamorato della matrigna ma, non potendo averla, intreccia una relazione con l’altra donna. Wilhelm nasconde in casa un galeotto, a cui sembra legato da profonda amicizia. Privato dell’affetto del genitore, precluso l’amore di Nunziata, Arturo accarezza l’idea di abbandonare l’isola e di lì a poco si presenta l’occasione. Il giovane lascerà davvero la sua casa? Verso quali avventure si sente proiettato?
La sola realtà che Arturo conosce è l’isola. Presenza immobile e immota, essa accompagna e scandisce le varie fasi della prima fanciullezza del ragazzo. Quando egli, bimbo felice, gioca, quando ride, quando piange, quando soffre, quando ama, essa, sullo sfondo, stat , si erge, sta. È immobile, si è detto, ma brulica di Vita; l’isola ha dato ad Arturo carne e sangue, lo ha nutrito e allevato. Procida gli è madre; aspra, selvaggia, lo abbraccia con i suoi arti rocciosi, lo bacia con il soffio del vento che gli accarezza la pelle, lo culla intonando la dolce nenia delle onde che lambiscono la spiaggia. L’isola è uno spazio circoscritto, una sorta di Eden, un locus amoenus che contiene la presenza fisica di Arturo ma non la sua fantasia, che trascende quel perimetro e si proietta verso altri mondi, oltre le Colonne d’Ercole in uno spazio misterioso e vagheggiato. Arturo ha una fervida immaginazione, nutrita dallo studio e dai libri, che lo rende affamato di avventure, assetato di imprese gloriose.

Avevo sempre rimpianto che, ai tempi moderni, non ci fosse più sulla terra qualche limite vietato, come per gli antichi le Colonne d’Ercole, perché mi sarebbe piaciuto di oltrepassarlo io per primo, sfidando il divieto con la mia audacia; e allo stesso modo, adesso, guardando lo stellato, invidiavo i futuri pionieri che potranno arrivare fino agli astri.

E come Odisseo, figlio di Itaca, è costretto dai Fati a lasciare la Patria, così Arturo, figlio di Procida, avverte l’urgenza di esplorare altre realtà.
Arturo incarna l’eterno anelito dell’uomo verso l’infinito, verso un “oltre”, verso la pienezza della conoscenza. È il respiro universale dell’Io che si frantuma per poi ricomporsi in una nuova unità e identità attraverso l’esperienza del dolore. Vuole oltrepassare le Colonne d’Ercole, Arturo e, sia pure a suo modo, lo farà: attraverserà quella linea che separa la fanciullezza dall’età virile; attraverso un travaglio disperato e doloroso, dall’embrione del bambino nascerà il giovane uomo, pronto a conquistare il suo avvenire glorioso.
Arturo adora il padre che gli appare quale una divinità olimpica: biondo, occhi azzurri, fisico prestante, Wilhelm incarna la persona che il figlio vorrebbe essere.

Dei discorsi di mio padre […] io, a quel tempo non potevo intendere altro se non quanto rispondeva alla mia certezza indiscussa: che lui, cioè, fosse l’esempio incarnato della perfezione e felicità umana! […] Io, a somiglianza dei mistici, non volevo ricevere spiegazioni da lui, ma dedicare a lui la mia fede. Quello che aspettavo da lui era un premio per la mia fede

Questa idealizzazione infantile è destinata ad andare in frantumi. Nel corso del processo di maturazione di Arturo essa mostra le prime crepe per poi crollare come un castello di carte quando il ragazzo giunge alle soglie dell’età adulta. Allora Wilhelm gli si mostra in tutta la sua imperfezione, in tutta la sua umana fralità. Più che per il “tradimento” che il genitore consuma ai suoi danni, Arturo sperimenta il dolore, la delusione amara di constatare che quell’essere superiore in cui aveva creduto non esiste, è solo la proiezione della sua infantile suggestione. Questa discrasia tra l’immagine ideale e quella reale del padre mette in crisi Arturo, costretto a rivedere quelle Certezze Assolute che aveva creduto di padroneggiare. E allora cosa gli rimane? Gli rimane se stesso. È da se stesso che egli vuole ripartire. Non ama più Nunziata, non odia più Wilhelm. Ora, libero dai lacci dei sentimenti infantili, Arturo è rigenerato e rinato in una sorta di palingenesi che affonda le radici nella sofferenza. Come dopo la tempesta il mare si placa, così, dopo il tumulto di passioni in lotta tra loro, Arturo ritrova la pace.
Il ragazzo nasce e cresce in un universo maschile – financo la sua dimora, la “Casa dei guaglioni”, reca nel nome questa sorte. Un universo maschile sostanzialmente misogino, a partire da quel Romeo l’Amalfitano che non faceva mistero di odiare le donne e si circondava di soli uomini. E tuttavia, in parte, anche Wilhelm e Arturo condividono questa linea di pensiero; per loro le femmine sono esseri brutti, pressoché inutili e di scarsa intelligenza. Fino ai quattordici anni dunque il contatto di Arturo con il mondo femminile è limitato al vagheggiamento, a una sorta di malinconica nostalgia per quella madre bambina perduta di cui ogni tanto guarda l’unica foto che gli è rimasta. È pertanto un’irruzione inaspettata nella sua vita quella dell’elemento femmineo che ha le fattezze di Nunziata, l’amore che ha il fascino del proibito, lo struggimento per ciò che non si avrà mai e di Assunta, la passione carnale, sfogo delle pulsioni , quasi un povero surrogato dell’irraggiungibile matrigna.
La Morante sceglie con cura le parole, calibra le frasi, modula i periodi plasmandoli entro la misura di una leggerezza che finisce per acquistare un peso specifico il quale dà forma e sostanza alla leggerezza pesante degli anni di Arturo, alla levità potente delle sue passioni. È una scrittura, quella della Morante, in cui la Vita urge, le pulsioni premono entro il limite di uno stile pacato e, alla fine, esplodono. È una prosa incantata, magica, che situa la materia narrata in una dimensione mitica.
Brillante e sofferto, sagace e ricco di pathos, l’intreccio procede fluente in un climax emotivo che rende il ritmo sempre più serrato.
Arturo è l’io narrante; la soluzione omodiegetica adottata dalla Morante fa del romanzo una raccolta di memorie: il giovane ripercorre due anni della propria vita, dai quattordici ai sedici, che rappresentano il ganglio nodale della sua esistenza e lo conducono al disinganno. Arturo, alla distanza, guarda al se stesso che è stato con tenero affetto, con commossa partecipazione.
Il tempo è passato ma il ricordo ancora graffia.

L’amica geniale di Elena Ferrante

Qualcosa mi convinse, allora, che se fossi andata sempre dietro a lei, alla sua andatura, il passo di mia madre, che mi era entrato nel cervello e non se ne usciva più, avrebbe smesso di minacciarmi. Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata.

Agli occhi affascinati della piccola Elena Greco, detta Lenú, la coetanea Lila Cerullo è un faro, la Stella Polare da seguire per non smarrire la strada, una guida luminosa e splendente nel polveroso rione dove le due bimbe vivono. Lila diventa inconsapevolmente maestra di vita per Lenú, la quale agisce sempre senza troppa convinzione, sentendosi come scollata dalle proprie azioni – è la cosiddetta “smarginatura” di cui parla Lila – mentre la giovane Cerullo è animata in ogni sua azione da una forte determinazione.
L’amica geniale (Edizioni e/o, 2018, pp. 331) è il primo capitolo della tetralogia che Elena Ferrante dedica alla storia dell’amicizia tra Lila e Lenú, seguite dall’infanzia fino alla vecchiaia.

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Lila e Lenú sono compagne di classe alle scuole elementari. Se Lenú è sempre stata la più brava negli studi, viene presto scalzata da Lila. Sebbene la piccola Cerullo sia cattiva, Lenú, attratta proprio da questo aspetto, stringe amicizia con lei; le si vede spesso giocare per le strade polverose della loro rione. Conseguita la licenza elementare, Lenú sostiene l’esame di ammissione alla scuola media mentre Lila lavora presso la calzoleria del padre insieme al fratello Rino. Sebbene le loro vite abbiano preso direzioni diverse, l’amicizia tra le due ragazze si mantiene viva e forte. Dopo le medie Lenú si iscrive al Ginnasio; mentre ella si dedica allo “studio matto e disperatissimo”, Lila e Rino lavorano alla produzione di una nuova scarpa maschile con un obiettivo ambizioso: fondare un calzaturificio che porti il nome Cerullo. Nel frattempo Lila è letteralmente sbocciata e il suo corpo flessuoso attrae ragazzi e uomini. Lenú non vuole essere da meno e si fidanza con Gino. L’impegno di Lila alla calzoleria finisce per sempre quando il padre, lungi dall’essere soddisfatto della creazione dei figli, si infuria con loro. Lila riceve la proposta di fidanzamento da parte di Marcello Solara, uno dei partiti più ambiti dalle ragazze del rione ma ella oppone un netto rifiuto. Il giovane non si rassegna e “corteggia” Rino per arrivare alla sorella. Lenú si schiera a favore di Lila fino a quando, dopo la fine dell’anno scolastico, parte per Ischia. Qui Lenú incontra la famiglia Sarratore; innamorata del primogenito Nino, la ragazza subisce le avances del padre Donato, ferroviere poeta. Decide allora di tornare a Napoli anche per aiutare Lila sempre più pressata dai familiari che caldeggiano il matrimonio con Solara. Nella vita di Lila irrompe Stefano Carracci, salumiere che finanzia il calzaturificio e acquista le scarpe realizzate da Rino e Lila. Le premure del giovane fanno breccia nel cuore della Cerullo che accetta di sposare Stefano per allontanare definitivamente Marcello. Lenú si fidanza con Alfonso, suo coetaneo, ma non è appagata e accetta la corte di Antonio. Ma anche su quest’ultimo non tardano a sorgere dubbi. Lila sposerà Stefano? La sua indole ribelle si ammorbidirà grazie all’amore di quest’ultimo? E Lenú troverà il ragazzo giusto, quello che le farà battere il cuore e trovare la serenità? E che evoluzione avranno i suoi studi?
L’esclusività del rapporto tra le due ragazze è sancita da una consuetudine: la Cerullo si chiama Raffaella, per tutti Lina. Per tutti ma non per Lenú; per lei no, per lei è Lila. Se smettesse di chiamarla così vorrebbe dire che la loro amicizia è finita.
E qual è la natura di questa amicizia? Quello tra Lila e Lenú è un legame complesso, stratificato e sfaccettato come un prisma. Un affetto sincero le unisce, quasi un’empatia che, seppure nei momenti di lontananza, permette all’una di avvertire il dolore dell’altra e di correre in suo aiuto.
Sì, perché sono molti i momenti in cui le circostanze della vita le tengono distanti ma poi quell’affetto, come un fiume carsico, ritorna a galla e le fa ritrovare.
Ma l’amicizia tra Lila e Lenú non mostra solo questo volto idilliaco. Essa si nutre anche di un forte spirito di emulazione che sfocia a tratti in una reciproca rivalità. Prima ancora che Lenú inizi il Ginnasio, Lila – che gli studi li ha abbandonati – apprende il greco da autodidatta, così come il latino e sarà proprio lei a spiegare a Lenú le regole per scrivere una buona versione.
A ben vedere quello che muove Lila è una sete di conoscenza che la ragazza non ha avuto modo di estinguere a causa del rifiuto dei genitori di farla studiare; ecco allora che attraverso Lenú ella può soddisfare, anche se solo in parte, quella sete.

«Qualsiasi cosa succeda, tu continua a studiare».
«Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito».
«No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre. […] Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine».

Rivalità reciproca, si è detto. Anche Lenú emula la sua amica cercando di replicare le vicende sentimentali. Eccola quindi in un carosello emotivo che la vede impegnata con Gino, Alfonso e Antonio anche se il vero amore, Nino, non è in grado di afferrarlo. Ma quello che conta è non essere da meno di Lila.
Lenú è dunque l'”amica geniale”, quella che ha trovato nello studio e nella cultura la via di fuga da quel rione miserabile popolato dagli ultimi, condannati a una vita grama e mediocre. La via di fuga di Lila è un matrimonio agiato, che le permetterà di fare la signora, di avere una casa di proprietà con la vasca e perfino il telefono. Ma le due ragazze continueranno a guardarsi con occhi colmi di rammarico e di reciproca ammirazione, una sorta di invidia buona, edulcorata.
Lila è l’emanazione del rione. Creatura indomita, viscerale e terragna, dalla natura selvaggia e quasi ferina, ella è capace di forti passioni, impetuosa come il mare in tempesta. Dice Cesare Pavese: “Prima di essere schiuma saremo indomabili onde”; ecco, questa è l’essenza di Lila che da adolescente come da bambina è posseduta da una forza travolgente, da un fluido che la rende irresistibile agli occhi di chi le sta accanto. Ella esercita un magnetismo e una fascinazione cui è inevitabile soccombere.

Sebbene fragile nell’aspetto, ogni divieto davanti a lei perdeva consistenza. Sapeva come passare il limite senza mai subirne veramente le conseguenze. Alla fine la gente cedeva e addirittura, per quanto a malincuore, era costretta a lodarla.

Lenú è invece una creatura lunare, di una malinconia che sfuma quasi nell’elegia. È l’eterna seconda; se Lila è il mare impetuoso, ella è il mare calmo, quello le cui onde lambiscono dolcemente il bagnasciuga. Se Lila è affamata di vita, Lenú questa vita la assapora a piccoli morsi.
Un tocco delicato, una carezza leggera, un soffio gentile: tutto questo è la prosa di Elena Ferrante che fa della semplicità e della freschezza della sua penna il punto di forza di una narrazione che si dipana irresistibile pagina dopo pagina e fa di questo romanzo una di quelle letture che si divorano. Il mood narrativo colloquiale, genuino, immediato rende i personaggi vivi, fa acquistare loro carne sangue e anima. Li rende vivi e veri. A ciò contribuisce la prospettiva omodiegetica secondo la quale è la voce di Lenú a parlarci; il racconto acquista così il sapore di un diario intimo in cui la protagonista si mette a nudo con onestà e ci porta dentro la propria casa, dentro la propria vita, dentro le dinamiche del rione.
L’amica geniale è un romanzo in cui lo studio, i libri, la cultura hanno un ruolo chiave quali strumenti di emancipazione ma anche chiave di lettura del mondo. È il romanzo delle parole, le quali hanno il potere di plasmare la realtà, di cambiare le carte in tavola, di contribuire positivamente all’accettazione sociale di chi le sa padroneggiare.

«Questo impari a scuola?»
«Cosa?»
«A usare le parole per prendere in giro la gente».
[…]
«Non ti volevo dire una cosa brutta. Volevo dire solo che sei brava a farti voler bene. La differenza tra me e te, da sempre, è che di me la gente ha paura e di te no».

Vi assicuro che, dopo aver letto il primo volume della tetralogia ferrantiana, non si può fare a meno di correre in libreria ad acquistare il secondo. Io l’ho fatto perché Elena Ferrante ha scritto qualcosa di grande che crea dipendenza!

Segreti di sabbia di Erika Rigamonti

Chi ama solo una metà
non ti ama a metà
ma per nulla
ti vuole ritagliare a misura
amputare
mutilare.
Te, Erich Fried

Cita questi versi Letizia, rivolgendosi al suo amore. Un amore da cui si sente desiderata a metà, pur nell’esclusività totalizzante e appagante di quel sentimento. Vorrebbe di più, Letizia. Vorrebbe vivere la sua favola alla luce del sole e non nel segreto di una casa. Ma non può.
Non può perché il suo amore è un amore che viola le regole della morale corrente.
Non può perché il suo è un amore sbagliato agli occhi del paesino.
Non può perché il suo è un amore “diverso”.
Non può perché il suo amore è una donna.

Letizia e Sofia, due corpi e una sola anima. Due solitudini che si sono incontrate e scelte. La loro relazione omosessuale, tanto appassionata e tenera quanto tormentata e ricca di sfaccettature è il cuore di Segreti di sabbia (CAPIRE Edizioni , 2019, pp. 196), intenso romanzo di Eika Rigamonti .

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Sofia ha 39 anni, fa la supplente e traduttrice e ha appena ottenuto la cattedra di letteratura italiana in un istituto tecnico di Ancona. Da Parma, dove vive con la madre e con Caterina, per lei quasi una balia, ella si trasferisce nelle Marche riaprendo la casa di famiglia situata nel bosco. Una notte di temporale irrompe nella sua vita Letizia, con la quale stringe una solida amicizia. Letizia ha 21 anni ed è reduce dal fidanzamento con Emanuele: insofferente e ribelle, lo ha lasciato perché è lesbica. Di lì a poco le due donne intrecciano una relazione, cullata dall’intimità della casa nel bosco. Di ritorno da Parma, dopo le festività natalizie trascorse con Letizia nella lussuosa dimora della madre di Sofia, quest’ultima riceve una busta anonima che contiene un video nel quale è ripresa durante le effusioni con la compagna. Emanuele, che era sembrato rassegnato, diventa sempre più pressante nei confronti della ex fidanzata. Sofia si rivolge a un avvocato che le consiglia di convincere la giovane a denunciare l’uomo ma Letizia preferisce rifugiarsi a Roma da un’amica. Il video viene diffuso in rete e spedito alla preside dell’istituto, la quale esorta la professoressa a lasciare la scuola. La relazione con Letizia è ormai naufragata, il lavoro compromesso. Proprio quando si prepara ad abbandonare la casa nel bosco, Sofia riceve una visita che cambierà per sempre la sua vita.
La diffusione del video e lo scandalo che ne consegue rappresentano il banco di prova del legame tra le due donne. Un legame profondo, sì, ma non così forte da reggere il peso dell’onta caduta su di loro. Mentre Sofia, adulta e matura, confida nella giustizia, Letizia preferisce fuggire e far perdere le proprie tracce. Il gap generazionale che le separa si esplica anche nel modo opposto di intendere e vivere l’omosessualità; Sofia ne prova pudore, quasi vergogna.

Oggi mentre scrivo, ricordo l’umiliazione e il dolore […], ricordo il senso di colpa che accompagnò la presa di coscienza di essere lesbica e la solitudine generata dalla vergogna di me stessa.

Ella dà molta importanza al giudizio del paesino e per questo sceglie la strada della riservatezza, anche per il suo ruolo di educatrice. Letizia, nell’irruenza dei suoi vent’anni, vorrebbe gridare al mondo il suo amore, incurante delle malelingue e dei pettegolezzi sul loro conto. Per entrambe la casa nel bosco è un rifugio, un’oasi di pace, un luogo felice in cui vivere pienamente e liberamente la passione. Una passione che è per tutte e due un bellissimo dono del destino, una ventata di freschezza dopo le precedenti fallite relazioni con uomini che non hanno mai regalato loro il piacere che ora si scambiano a vicenda.
Ma poiché panta rhei , tutto passa, anche questo amore così travolgente crolla sotto il peso del clamore mediatico. La bella favola in cui Sofia e Letizia hanno creduto svanisce lasciando loro solo l’amarezza di un presente ingarbugliato e confuso. Il dolore della perdita, la diffusione del video e l’interdizione dall’insegnamento precipitano Sofia in una cupa disperazione che la porta sull’orlo del baratro.

Ho conosciuto il disprezzo, figlio dell’ignoranza, un’ignoranza fiera del suo esistere e del suo essere tiranna. Regina incontrastata di sudditi che non vogliono conoscere l’altro, che non vogliono vedere, nella diversità, il germoglio del rispetto. Ho ascoltato il verdetto del coro, capace di mutare toni e tempi, immutabile nella sua arroganza collettiva che, arroccato nella torre della normalità, emette la condanna: che il diverso, additato e marchiato, venga escluso […]. Che con una lama si lacerino le viscere della vittima predestinata, si lasci colare il sangue nella ciotola d’oro dell’ignominia e si buttino ai cani gli avanzi della dignità umana.

Eppure, dopo aver toccato il fondo, da questo dolore Sofia riesce a rigenerarsi in una palingenesi che la rende ancora più forte e consapevole.

Oggi osservo le cicatrici […] non più testimonianza del mio dolore, ma segni della mia rinascita: nessun inutile segreto, nessuna umiliante vergogna avrebbe più condizionato la mia vita. Le mie ferite mi ricordano che fui a un passo dal perdere la mia dignità.

Letizia è figlia di una tossicomane morta insieme al compagno. La cattiva reputazione della madre ha lasciato un marchio a fuoco sulla pelle della ragazza che, dietro la corazza della spavalderia giovanile e dietro la maschera di un’apparente noncuranza, nasconde una profonda fragilità, una fame d’amore, una necessità di protezione. E trova tutto questo in Sofia che è conquistata proprio dalla delicatezza di questo scricciolo che ha bisogno di cura e dedizione come un fiore raro.
All’amore puro e limpido tra Sofia e Letizia si contrappone quello torbido di Emanuele per quest’ultima. L’uomo non accetta la fine del fidanzamento, non sopporta di essere stato lasciato proprio alla vigilia del matrimonio. È questo l’altro grande nucleo tematico del romanzo: l’amore malato , un amore che si trasforma in ossessione, in una lucida follia che sfocia nella piaga dello stalking. Emanuele spia Letizia, la pedina, la tempesta di messaggi, addirittura viola l’intimità della casa nel bosco e la dà in pasto alla rete.
Erika Rigamonti mette in campo uno dei più nefandi flagelli del nostro tempo, ovvero l’uso improprio del mezzo informatico che miete vittime tra i più deboli. La diffusione in rete di contenuti di carattere scabroso conduce alla morte, non solo a quella fisica – quando il soggetto danneggiato soccombe al peso della vergogna – ma anche a quella di tipo civile e sociale in quanto il marchio dell’onta provoca la gogna e l’allontanamento dell’interessato dalla comunità. Così, mentre Sofia stringe i denti, Letizia si chiude in un guscio, come fanno tante donne vittime degli uomini che dicevano di amarle. Uomini che si trasformano in carnefici; si appropriano della privacy della loro preda, ne carpiscono i segreti, ne succhiano l’energia vitale e la immolano sull’altare del proprio ego ferito, e lo fanno con ogni mezzo, per fas et nefas . Emanuele è la nota stridula nella partitura armonica dell’amore tra Sofia e Letizia. Nel suo delirio arriva a reclamare il possesso della sua donna assolvendola da ogni colpa e addossando la responsabilità del traviamento a Sofia, la quale viene dipinta come la professoressa che si approfitta delle giovani, l’adulta lesbica e ninfomane che corrompe le adolescenti.
Erika Rigamonti sa dosare i generi letterari come fossero colori: il rosa del romanzo d’amore si sposa con il nero del thriller psicologico. Diversi sono anche i registri linguistici utilizzati, i quali si attagliano alla personalità del parlante, da quello pacato di Sofia a quello fresco e giovanile di Letizia fino a quello triviale di Emanuele che ne rispecchia la brutalità animalesca. E, a proposito di personaggi, essi sono caratterizzati in modo efficace e potente cosicché, nel bene o nel male, non lasciano indifferente il lettore ma suscitano la sua reazione; la pacatezza rassicurante di Sofia, la fragilità di Letizia, il bigottismo becero della preside, la tracotanza di Emanuele, la curiosità morbosa delle comari di paese: tutto il caleidoscopio dei tipi umani è fissato sulla pagina dalla Rigamonti.
La soluzione omodiegetica adottata contribuisce alla solidità dell’impianto narrativo che si connota come una raccolta di memorie in cui gli eventi si susseguono in un climax emotivo che raggiunge il culmine nelle pagine finali le quali riservano al lettore un colpo di scena inaspettato. Una conclusione al cardiopalma che, è certo, mozza il fiato!

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Erika Rigamonti

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I diritti del libro vanno alla onlus di Erika Rigamonti in Benin

Lettere a Theo di Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh è un’anima inquieta e tormentata da un profondo malessere che sfocerà in una malattia dall’epilogo tragico. La sera del 27 luglio 1890 si spara e, colpitosi all’inguine, resiste per due giorni finché il 29, dopo aver conversato lucidamente con il suo medico, fumando la pipa, si spegne.
La parabola umana e artistica di Vincent può essere ricostruita attraverso il suo nutrito epistolario; è dalla viva voce dell’artista che apprendiamo i suoi patimenti, le sue preoccupazioni, i progressi compiuti in campo pittorico e la sollecitudine verso i suoi cari. Parla, Vincent; parla e ci parla di sé ancora oggi. Le sue lettere sono qualcosa di vivo, non sono semplici fogli scritti ma piccoli quadri palpitanti di sentimento e di vita.
L’epistolario vangoghiano consta complessivamente di 821 lettere, 668 delle quali rivolte al fratello Theo – 6 indirizzate a lui e alla cognata insieme -; esse non sono redatte in un’unica lingua bensì in olandese, inglese e francese e ciò restituisce l’immagine di un Van Gogh poliglotta cittadino del mondo.
In effetti le Lettere a Theo (Guanda Editore, 2019, pp. 413, a cura di Massimo Cescon, trad. di Marisa Dovito e Beatrice Casavecchia) permettono di ricostruire, oltre alla vicenda umana e artistica, anche le peregrinazioni di Van Gogh. L’edizione Guanda ha selezionato 97 lettere che si snodano lungo un arco temporale che va dal 1875 al 1890.

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Tra il 1875 e il 1880 le missive sono scritte da Parigi, dall’Inghilterra, dall’Olanda e dal Belgio. Esse sono pervase da una fortissima spiritualità, da una Fede incrollabile che, sola, può consolare il misero e fragile essere umano.

C’è in me una salda Fede in Dio […]. Egli sarà per me un forte sostegno ed è in Suo potere rendere tollerabile la nostra vita, proteggerci dal male, far sì che tutte le cose contribuiscano al raggiungimento del bene, concedendoci una fine serena. C’è molto male nel mondo e in noi stessi […]. Con la Fede, invece, si può continuare, e resistere a lungo.

Nel 1881 Vincent scrive sempre da Etten; in Olanda egli sembra trovare la stabilità e anche l’amore. Si invaghisce infatti della cugina Kate Vos, detta Kee, che però lo respinge ma la delusione viene presto superata dal giovane. Nella lettera datata 21 dicembre 1881, Vincent confida a Theo di aver conosciuto Sien, una prostituta “non bella, non giovane, niente di speciale”. Eppure Van Gogh prende la donna sotto la propria ala protettiva e la fa posare come modella. Ben presto il loro rapporto assume una connotazione sentimentale; le lettere del 1882 insistono sulla volontà dell’artista di sposare Sien con o senza l’approvazione della famiglia. Vincent registra progressi nel disegno e si dedica a questa disciplina e alla realizzazione di acquerelli. In questo anno si colloca la svolta coloristica; nel contempo, Van Gogh comincia a interessarsi alle figure dopo aver privilegiato a lungo il paesaggio. Il tema ricorrente delle lettere del 1883 è il rapporto conflittuale con il padre e il persistere di problemi economici. Nel 1884 le missive mostrano una continua pressione su Theo affinché si adoperi a vendere le opere del fratello. Nel 1885 Vincent annuncia di aver portato a termine I mangiatori di patate , il suo primo capolavoro e comincia a trovare acquirenti. Le lettere di questo anno insistono molto sulla teoria e sul simbolismo dei colori. Nel 1886 Van Gogh frequenta l’École de Beaux Arts ad Anversa dove è intenzionato a restare perché la città offre concrete opportunità di guadagno. Dopo un silenzio epistolare durato un anno – il 1887 -, la corrispondenza riprende nel 1888, quando Van Gogh lavora alacremente ad Arles. Allestisce personalmente la casa in cui andrà a vivere e attende l’arrivo di Gauguin che viene annunciato nella lettera datata 24 ottobre. La vigilia di Natale è funestata dalla prima, violenta crisi di Vincent a seguito della quale Gauguin se ne va. Le lettere del 1889 mostrano una netta cesura all’altezza del mese di maggio, quando Van Gogh lascia Arles per essere ricoverato in ospedale a Saint Rémy dove gli viene diagnosticata l’epilessia – in realtà psicosi epilettica. Nel 1890, ancora nella casa di cura, Van Gogh confida a Theo di sentirsi “triste e scocciato” e “smarrito e malinconico”. Il desiderio di andarsene è assillante finché, a fine maggio, si trasferisce ad Auverse-sur-Oise dove vive in libertà sotto le cure del dottor Gachet. Stringe una sincera amicizia con il medico, lavora con passione, la sua mente è ricca di idee. Ma la fine è vicina. L’ultima lettera, incompiuta, è datata 27 luglio 1890, lo stesso giorno in cui Vincent si spara. Essa verrà trovata addosso al suo corpo dopo la morte.
Molteplici sono i temi presenti nelle epistole, così come molteplici sono le sfumature della Vita che in esse viene immortalata. Frequenti sono le notazioni relative alla quotidianità, che ci parlano di un’esistenza frugale, semplice e dedita al lavoro e agli affetti familiari. I conti con i quali Vincent è sempre alle prese per far bastare la modesta cifra di cui mensilmente dispone; la lista dei colori e le dimensioni delle tele che gli occorrono e che è premura di Theo inviargli; la passione per le due donne che più hanno segnato il cuore dell’artista; il cibo di cui si nutre e i disturbi fisici e psichici che accusa; le letture che affronta – sì, Vincent è un lettore incallito -; la tenerezza verso la famiglia: è questo un caleidoscopio di informazioni che ci offre una visione a tutto tondo del grande artista. Perché Van Gogh, fragile come uomo, è un gigante nell’Arte. In quell’Arte che ama e in cui crede fermamente; quell’Arte che è per lui conforto e luce nei momenti più bui della malattia, quell’Arte a cui si vota completamente e che rappresenta per lui una sorta di catarsi.

L’arte è gelosa, non vuole che a lei si preferiscano le malattie, così faccio quanto desidera. […] Voglio che tu capisca bene la mia concezione dell’arte. Bisogna lavorare a lungo per afferrarne l’essenza. Quello a cui miro è maledettamente difficile, eppure non penso di mirare troppo in alto. Voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente.

Eppure Vincent non è mai soddisfatto del proprio lavoro, in uno sforzo incessante di perfezionare se stesso.
La scrittura di Van Gogh è fluida, duttile come i colori che stende sulla tela. Passa infatti da accenti elegiaci ad altri asciutti e severi, perfino frementi di sdegno quando rimprovera Theo di non impegnarsi a sufficienza per piazzare le sue opere. Nell’incipit e nella chiusa delle lettere ricorre a formule fisse, quasi stilemi personali; inizia con “Caro Theo” e conclude con “una stretta di mano”.
L’eredità che Vincent ci lascia non è solo la sua vasta e preziosa produzione artistica, ma anche un testamento morale che compare nella lettera del 21 luglio 1882.

Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole […]; in breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno. Questa è la mia ambizione, che, malgrado tutto, è basata meno sull’ira che sull’amore, più sulla serenità che sulla passione.

Testamento morale che è anche la via maestra per avvicinarsi alla sua opera.