Storia di Roque Rey di Ricardo Romero

Alcuni libri hanno il potere di risvegliare ricordi lontani, come fossero la famosa madeleine proustiana. Ho sperimentato questa specie di operazione archeologica del mio vissuto leggendo Storia di Roque Rey (Fazi Editore, 2017, pp. 528, trad. di Vittoria Martinetto), di Ricardo Romero, argentino, classe 1976, penna assai apprezzata nell’attuale panorama letterario del suo Paese. L’Argentina di Romero è il teatro di questo romanzo che ammicca al Realismo Magico e in ogni pagina ho avvertito i colori, i sapori e i suoni che ho percepito durante il mio viaggio in quella terra sconfinata; e ho ritrovato i nomi di alcune delle città che ho visitato — Rojas, Junín, Buenos Aires e molti altri. Ecco perché ho parlato di archeologia dei ricordi.

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Storia di Roque Rey si presenta da subito come un romanzo che tende la mano al fantastico, a cominciare dalle origini di Roque, le quali hanno un che di mitico. Egli si annuncia al mondo solo il giorno della nascita, quando è una creatura già perfettamente formata, quasi non fosse stato plasmato per nove mesi nel ventre della madre, ignara fino all’ultimo istante di quella vita che le sbocciava dentro. La donna non ha la stoffa per fare la mamma e “cede” il neonato alla sorella. Roque festeggerà sempre il compleanno con due mesi di ritardo, a datare da quel sabato pomeriggio in cui gli zii Elsa e Pedro lo presero con loro.
Quando Pedro muore, la vedova chiede al nipote di camminare con le scarpe del defunto per allargarle e renderle più comode in vista del suo ultimo viaggio. Il ragazzo non tornerà più a casa. Inizia così il lungo pellegrinaggio di Roque attraverso l’Argentina, nel corso del quale egli incontra vari tipi umani. Per poco tempo viaggia con Umberto, un prete parricida ossessionato dai propri fantasmi. In seguito Roque viene ingaggiato come ballerino dal gruppo dei Los Espectros, con cui il giovane si esibisce per qualche anno, fino a quando si ridesta in lui quello spirito gitano che lo spinge a lasciare i compagni e a partire da solo.
A Buenos Aires Roque conosce Marcos Vryzas, studente di Filosofia con cui si dà alla vita notturna e dissoluta, trova l’amore, che ha gli occhi neri di Mariana Gallardo, e inizia a lavorare all’Obitorio Giudiziario. Come anni prima aveva indossato le scarpe dello zio, adesso va camminando per la Capitale con quelle dei morti che gli sfilano davanti ogni giorno; attraverso esse, Roque riesce a penetrare nei segreti più nascosti di chi le aveva calzate in vita.

«Le scarpe sono molto di più di un capo di vestiario. […]Non sono nient’altro e nientemeno che gli intermediari fra noi e la terra. Sono loro che si fanno carico del peso dei nostri corpi e anche […] delle nostre anime. Sono il ricettacolo finale di quanto procrastiniamo, dei nostri desideri più reconditi, dell’elettricità segreta di quei sogni che non siamo in grado di ricordare al risveglio. […] Le terminazioni nervose dei nostri piedi, lungo le piante, ricevono l’eco, la vibrazione finale di tutto quanto ci accade, e saranno le scarpe il luogo dove si depositeranno»

L’incontro con Natalia, una bambina la cui bellezza straordinaria è pari a un’intelligenza superiore alla media, segna un altro cambiamento nella vita di Roque. Ancora una fuga, ancora una città; qui la strana coppia si spaccia per padre e figlia. La parvenza di famiglia che Roque forma sposando Inés è un’illusione e, rimasto definitivamente solo, egli non può fare altro che rimettersi in marcia, questa volta senza scarpe.
Romero costruisce il romanzo sul campo semantico del cammino: i passi di zio Pedro sono il primo ricordo che affiora nella memoria di Roque; i passi che il ragazzo deve compiere nell’isolato per allargare le scarpe del morto si susseguono in un vagabondaggio per la città; da questa Roque scappa e molte altre ne raggiunge nel corso degli anni.

E ogni volta che Roque sembra trovare una stabilità, ecco riemergere quella inquietudine esistenziale che gli impedisce di mettere radici in uno stesso luogo. Allora egli riprende il cammino, che altro non è se non l’ennesima fuga. Da cosa fugge Roque? Da un passato segnato dall’abbandono del padre — anzi, dall’assenza dell’uomo che non ha mai saputo di avere un figlio — e della madre; il ragazzo poco sa delle proprie origini, giusto i vaghi pettegolezzi che ha carpito tra i parenti. La sua vita è un pellegrinaggio — come quelli a cui lo costringeva la zia Elsa — alla ricerca di sé, o meglio di una prospettiva che gli restituisca l’immagine autentica di sé, che gli mostri con chiarezza chi è Roque Rey, senza maschere né interferenze.

«Bisogna fare il giro del mondo per vedere se stessi di spalle mentre si cammina. […] I suoi passi gli dicevano a quali passi doveva pensare. A quali camminate. Dove si trovava di spalle. Ed era di spalle sulla rotta dei morti. […]Era lì il segreto della sua esistenza»

Non solo Roque compie delle incursioni oltre il confine tra la vita e la morte, ma i morti, a loro volta, si affacciano sul mondo dei vivi, come due insiemi matematici che si intersecano. La naturalezza con cui queste due dimensioni si sfiorano diffonde nel romanzo un’atmosfera di magia impalpabile. Una prosa straniante, dunque, quella di Romero, che ricorda lo stile di García Márquez — maestro del Realismo Magico — in cui, dietro lo schermo di una realtà apparentemente normale, si coglie una nota stridula che ne distorce la percezione.

«Nessun morto era sufficientemente morto e nessun vivo sufficientemente vivo da non potersi incontrare a un incrocio, in un’alba fra tante»

Non c’è molta azione in Storia di Roque Rey , che privilegia piuttosto il percorso — ecco di nuovo un vocabolo legato al cammino — esistenziale del protagonista, eppure la lettura non annoia affatto, anzi il lettore si scopre suo compagno di viaggio. Un viaggio lungo quarant’anni, durante i quali anche l’Argentina segue il proprio sviluppo storico, non sempre indolore.

«[…]La Storia è come una donna. Periodicamente, a intervalli, sanguina. Guerre mondiali e civili, guerre sante […]. È la Storia con le gambe aperte che lascia cadere a fiotti il sangue dei popoli. Ed è sangue morto quello che le esce. […] La Storia mestrua. Si dissangua. E il sangue che sgorga da lei è quello di migliaia di disgraziati come noi che non capiscono niente di quel che succede»

Se è vero che la vita è un cammino — ricordiamo l’incipit della Commedia di Dante — le peregrinazioni di Roque sono una metafora del percorso che ogni individuo e l’umanità intera compiono durante la propria esistenza: come tensione verso una meta, come evoluzione spirituale, come crescita e maturazione. Roque non torna mai indietro, così come non si volge mai indietro il corso della Vita, del Tempo, della Storia; è un incedere continuo, che può rallentare o accelerare, ma non fermarsi, segnato da tappe e guidato da una “bussola”. Roque trae l’orientamento dalle scarpe dello zio. Esse sono quasi un prolungamento del suo corpo; aspirandone l’odore vi riconosce il proprio. Le tratta come esseri senzienti, parla e confida loro pensieri e preoccupazioni.
Il gesto di togliersi le scarpe e abbandonarle per affrontare scalzo un viaggio diverso da tutti gli altri ha un valore simbolico di rinnovamento, è una specie di “morte non convenzionale”. In astrologia i piedi rappresentano la possibilità di ritornare al grembo materno; forse è l’inconscio a suggerire a Roque di trascorrere il resto della propria vita sulle acque del delta del Paraná o forse il desiderio di emulare il padre, che scomparve proprio solcando quel fiume. In ogni caso, il nuovo — e ultimo — capitolo della storia di Roque ha tutto l’aspetto di un ritorno alle origini, a quelle tiepide acque in cui era immerso nel grembo della madre, a piedi nudi allora come oggi.

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Real Neat Blog Award, seconda nomination

Ho ricevuto la seconda nomination per il Real Neat Blog Award e sono felice di nominare a mia volta altri bloggers che meritano questo premio.

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Rispondo alle sette domande che mi sono state rivolte da chi mi ha nominato.

1) Da dove viene la maggior parte dei visitatori del tuo blog?
Dall’Italia.

2) Qual è il tuo sport preferito?
Non pratico alcuno sport perché sono troppo pigra, però mi piace il calcio e tifo Inter.

3) Qual è stato finora per te un momento speciale nel 2018?
È un momento speciale ogni volta che il mio nipotino Nicola mi tende le manine per farsi abbracciare. 😍😍😍

4) Qual è la tua citazione preferita?
“Bisogna avere in sé il caos per generare una stella danzante” di Friedrich Nietzsche.

5) Qual era la tua materia preferita a scuola?
Senza dubbio Latino.

6) Cosa vorresti aver imparato prima?
Vorrei aver cominciato prima a studiare le lingue.

7) Che strumento musicale hai provato a suonare?
La chitarra.

Ringrazio https://dearkitty1.wordpress.com/ per la nomination.
Le mie nomination sono:
https://briciolanellatte.com
https://millesplendidilibriblog.wordpress.com/
https://bookcoffeesite.wordpress.com/
https://pensieriscrittilessenzaioesisto.wordpress.com/
https://libroguerriero.wordpress.com/

Le mie sette domande sono:

1) Cosa ti ha spinto a creare il tuo blog?
2) Qual è il tuo genere di lettura preferito?
3) Qual è il tuo genere musicale preferito?
4) Ami l’arte?
5) Qual è la tua stagione preferita?
6) Preferisci il mare o la montagna?
7) Se dovessi cambiare città, dove vorresti andare a vivere?

Real Neat Blog Award

Ho ricevuto la nomination per il Real Neat Blog Award e sono felice di nominare a mia volta altri bloggers che meritano questo premio.

Rispondo alle sette domande che mi sono state rivolte da chi mi ha nominato.

1) Come e perché hai inaugurato il tuo blog?

Ho deciso di creare il mio blog su suggerimento di mia sorella, per poter condividere il mio amore per la lettura e la scrittura con persone che coltivano questa stessa passione.

2) Cosa ti rende felice nella vita?

Il mio nipotino Nicola, la mia famiglia e i miei tre pelosini: Paolino, Olivia e Ugo. E, naturalmente, un bel mucchio di libri, accompagnati da una tazza di tè.

3) Qual è il tuo hobby?

Leggere e scrivere, ovviamente. Ma anche dedicarmi al makeup e passeggiare in mezzo al verde.

4) Cosa ti ispira?

Il mondo che mi circonda.

5) Se dovessi descriverti con tre parole, quali sarebbero?

Riflessiva, ironica, intuitiva.

6) Cosa speri di realizzare nel 2018?

Spero di aumentare la composizione di racconti in modo da poterli pubblicare in una raccolta.

7) Qual è il tuo piatto preferito?

La pasta alla Carbonara.

Ringrazio per la nomination anguanasa.wordpress.com

Nomino

langolinodellacultura.wordpress.com

isobelblue.wordpress.com

ilviziodileggereblog.wordpress.com

 

Le mie sette domande sono:

1) Cosa ti ha spinto a creare il tuo blog?

2) Qual è il tuo genere di lettura preferito?

3) Qual è il tuo genere musicale preferito?

4) Ami l’arte?

5) Qual è la tua stagione preferita?

6) Preferisci il mare o la montagna?

7) Se dovessi cambiare città, dove vorresti andare a vivere?

 

 

 

 

 

 

 

 

Tela rossa

Non credevo che avrei mai raccontato questa storia. Per pudore, per vergogna, per il bisogno di dimenticare. E perfino per quella paura che ancora mi fa correre un brivido e mi prende allo stomaco come se, ricordando, i fantasmi del passato potessero prendere corpo e riportarmi indietro. A quei giorni. A quella vita che non riconoscevo più come mia e che era diventata una prigione.

Ma è pur sempre la mia storia; dimenticare è impossibile — e forse non è nemmeno giusto — ma raccontare è doveroso.

Mi chiamo Camilla, per gli amici Cami. Ho 35 anni, da cinque sono sposata con Alex. O forse, a questo punto, dovrei dire ero sposata, chi lo sa… Non ho figli. Per tanto tempo questo è stato un grosso cruccio per me, ma ora so che è bene così.

Eravamo i belli del gruppo, ammirati, affiatati. Invidiati, anche. Tanto tempo fa.

Ricordo la prima volta che Alex mi picchiò. Fu per un motivo banale. In ufficio si erano accumulate molte pratiche urgenti, non era possibile rimandare al giorno dopo. Avrei fatto più tardi del solito. Nella confusione dimenticai di avvertire Alex e, soprattutto, dimenticai che quella sera avremmo dovuto cenare dai suoi per festeggiare il loro anniversario di matrimonio. Per giunta avevo l’abitudine di tenere il telefono spento sul posto di lavoro. Quando tornai a casa fu sufficiente vedere l’espressione di mio marito per ricordare di colpo quella cena saltata.

«Mi dispiace davvero… Scusami, scusami, scusami… Ero incasinatissima con il lavoro e il capo mi stava con il fiato sul collo e… E così ho avuto un vero e proprio blackout in testa…» tentai di giustificarmi. Le mie parole lo fecero infuriare ancora di più.

«Tu sei solo una stronza che mette se stessa al primo posto… Gli altri per te non contano niente… La carriera… Lei pensa solo alla carriera… È da un po’ che ti tengo d’occhio, lo vedo che sei cambiata, sei diventata ambiziosa, la tua posizione ti va stretta, la tua vita ti va stretta, io non ti basto più… E quel tuo capo, immagino quale lavoro tu svolga per lui… Con me sei sfuggente. Non sono abbastanza per te… Certo, io sono un cafone, un ignorante… Quella che ha studiato sei tu… Quella che va alle stupide mostre d’arte… Quella che suona il pianoforte…».

Non riuscì più a trattenersi. Era un fiume in piena. Mi afferrò malamente per le braccia e mi spinse a terra. Mi mollò due calci, uno sulla pancia e uno sul viso, poco sotto lo zigomo. Io non sentivo dolore per le botte ma era l’anima che sanguinava. A ferirmi era lo stupore di trovarmi davanti uno sconosciuto; mi stordiva un incredulo sgomento mentre mi rendevo conto che l’uomo con cui avevo condiviso tutti quegli anni, da quando eravamo adolescenti, covava tanto risentimento verso di me da arrivare ad alzare le mani. Ero come una bambola rotta, mi sentivo come ipnotizzata: giacevo a terra e lo seguivo con lo sguardo, incapace di muovermi o di dire qualcosa, qualsiasi cosa. Avevo paura anche di respirare.

Poi uscì, sbattendo la porta di casa. A fatica mi sollevai, mi trascinai in bagno. Vomitai. Poi mi guardai allo specchio. Sotto lo zigomo si stava formando un livido. Le lacrime, che prima l’incredulità aveva trattenuto, uscirono senza più freni. Piansi, piansi fino a sentire dolore al petto e alla testa. Poi feci la doccia, avevo bisogno di sentire l’acqua accarezzare il mio corpo, come se il calore potesse sciogliere il gelo che avevo addosso.

Quando Alex tornò, mi trovò sul divano; mi guardò con vergogna e, con voce rauca, mi chiese perdono. «Non succederà più» disse. Volli credere che sarebbe stato così, che l’incubo di quella sera non si sarebbe ripetuto. Fu un errore. Avrei dovuto sapere che l’uomo violento dice sempre così — e magari in quel momento è davvero convinto che non ci ricascherà — ma poi, alla prima occasione, la furia cieca torna a esplodere e non c’è promessa che tenga.

Un giorno ero nello stanzino che avevo adibito ad atelier dove mi dedicavo alla pittura. Amavo dipingere, lui invece non sopportava l’odore dei colori e dei solventi; spesso lo prendevo in giro per questa avversione. Lui la buttava sul ridere e mi mandava bonariamente al diavolo con qualche battuta delle sue. Ma quel giorno non andò così. Avevo lasciato la porta socchiusa e lui, passando di lì, sentì quell’odore che odiava. Vedermi dipingere mentre ascoltavo musica, probabilmente perché stavo godendo un momento di serenità da cui si sentiva escluso, lo mandò in bestia. Mi aggredì dicendo che il suo era un lavoro duro, che la stanchezza non gli permetteva di concedersi svaghi.

«Lei invece, la principessa, quando torna a casa ha voglia di sporcare quelle cazzo di tele! Ma va’ a fare cose utili piuttosto! Va’ a pulire o a cucinare, ché i quadri non si mangiano!».

Rabbrividii poi avvampai e, prima che mi rendessi conto, mi si avventò addosso. Mi strappò il pennello dalla mano, poi, non so da dove, prese un taglierino e cominciò a squarciare la tela. La ridusse a brandelli. Mi percosse ripetutamente con il cavalletto, la sua furia cresceva a ogni colpo. Solo quando il cavalletto si spezzò Alex tornò in sé. Ancora scuse, ancora promesse.

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Gigi Busato, L’allieva

Quella volta fui tentata di confidarmi con la mia famiglia, oppure di rivolgermi a uno psicologo o a uno di quei centri che aiutano le donne maltrattate. Ma fu solo un pensiero passeggero. Volevo convincermi che le cose si sarebbero sistemate, avrei fatto la mia parte per non contrariarlo, per non offenderlo, per compiacerlo. Ma il mostro cresceva. Cresceva e lo divorava. Intanto mi chiedevo sempre più spesso se davvero ero stata così presa da me stessa e dal mio lavoro da non accorgermi che in lui stava venendo a galla un malessere, se davvero il mio comportamento — per me del tutto normale — lo aveva fatto sentire escluso dalla mia vita, inferiore a me, se davvero avevo fatto o detto qualcosa che lo aveva umiliato. Per quanto mi arrovellassi, non trovavo risposte. Speravo soltanto. Speravo che, avvolgendolo con il calore del mio amore, tornasse il ragazzo buono e allegro di cui mi ero innamorata.

Ma il mio amore non fu sufficiente a guarirlo.

L’estate è da sempre la mia stagione preferita. Mi piace sentire il rumore assordante delle cicale, prendere il caffè in giardino all’ombra di un tiglio o semplicemente sdraiarmi sul prato ad ascoltare i suoni della natura e i miei pensieri. Quel sabato pomeriggio sedevo sull’erba e giocherellavo con il telefono. Lui si avvicinò. Io, istintivamente, cercai di nasconderlo perché non volevo che pensasse chissà cosa… Era diventato sospettoso, geloso, ossessivo…

Fu quell’innocente gesto furtivo a scatenare la sua collera.

«Stai parlando con il tuo amichetto, vero? Sei solo una puttana da quattro soldi… Lo so in che modo ti stai dando da fare per ottenere la promozione… Mi fai solo schifo… Ma questa volta imparerai le buone maniere! Te le insegno io, te le insegno! Così la smetti di prendermi per il culo!».

Fu un attimo. Afferrò una sedia e mi colpì una, due, tre volte. E poi? Quante altre? Non so… Io chiusi gli occhi per non vedere il suo amato volto trasfigurato dall’odio, per non vedere i suoi abiti macchiarsi del mio sangue. Non vedevo, ma non potevo impedirmi di immaginare pennellate rosse che andavano a colorare una delle mie tele; poi quella tela si trasformava in una maglia, gocciolante di rosso. Solo che non era una tempera, era sangue. Il mio.

Inerte sotto i suoi colpi, aspettavo che la furia si placasse.

Poi tutto finì.

Mi chiamo Camilla, per gli amici Cami. Ho 35 anni. È successo anche a me: sono stata uccisa dall’uomo che amavo e che diceva di amarmi.

Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” nei giorni del dolore

via Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” nei giorni del dolore

Due anni fa la terra tremò e per tante persone tutto è cambiato per sempre. Da marchigiana faccio mio il motto di Unicam “Il futuro non crolla”.

Ripropongo l’articolo in cui riflettevo sul terremoto alla luce del “Dialogo della Natura e di un Islandese” di Giacomo Leopardi.

 

Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafón

A Barcellona si erge la monumentale basilica della Sagrada Familia; nella stessa città, Carlos Ruiz Zafón immagina anche un altro tempio, laico, altrettanto imponente: il Cimitero dei Libri Dimenticati, una biblioteca che custodisce tutti i libri del mondo. Essa è un dedalo di corridoi, tunnel, scalinate e archi intrecciati, un vero e proprio labirinto in cui l’inesperto visitatore può smarrirsi.

L’immagine del labirinto è cara a Zafón, il quale la applica anche alle storie; secondo la sua concezione, esse non seguono un percorso lineare ma sono strutturate come un intrico di percorsi.

Una storia non ha principio né fine, soltanto porte d’ingresso.

Il labirinto degli spiriti (Mondadori Libri, collana I Miti, 2018, pp. 1118, trad. di Bruno Arpaia) costituisce l’ultimo capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, le cui parti possono essere lette in qualsiasi ordine, anche separatamente. Ogni puntata è una porta che permette di accedere alla vicenda principale le vicissitudini della famiglia Sempere da angolazioni diverse, come sentieri che convergono sulla strada maestra.

 

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I libri sono il filo conduttore della tetralogia, un universo in cui si muovono scrittori alle prese con le loro opere addirittura ossessionati dalle proprie creazioni e lettori, in una dimensione metaletteraria evidente fin dal titolo. Il labirinto degli spiriti è infatti il romanzo di Víctor Mataix rinvenuto nella scrivania del ministro Mauricio Valls, scomparso misteriosamente all’alba di una grigia giornata del novembre 1959.

La sparizione di un personaggio così vicino ai vertici del regime mobilita immediatamente le forze dell’ordine e le indagini vengono affidate al capitano Vargas e ad Alicia Gris, giovane agente dotata della capacità di vedere cose che altri non vedono. Creatura d’ombra perfino nel nome gris in spagnolo significa grigio’— e orfana di guerra, Alicia porta anche nel corpo i segni dell’orrore a cui ha assistito: una grossa cicatrice al fianco le ricorda la notte del bombardamento in cui vide la morte in faccia.

La risposta si trovava quasi sempre nel passato.

Alicia ha fatto proprio questo insegnamento del suo mentore, così si volge a frugare nel passato del ministro, focalizzando l’attenzione sugli anni in cui egli dirigeva con pugno di ferro il carcere di Montjuic. In quel periodo Valls entrò in contatto con due scrittori ivi reclusi, David Martín e Víctor Mataix. I loro nomi, che qualcuno ha cercato di gettare nell’oblio, riemergono prepotenti e sembrano indicare la strada che conduce a don Mauricio. Quei nomi, inoltre, sono legati alla famiglia Sempere.

Daniel è cresciuto portando dentro il senso di vuoto per la mancanza della madre, morta quando lui aveva quattro anni. «Devi raccontare la verità» gli dice in sogno la donna, e questo è lo scopo di Daniel: scoprire e raccontare la verità sulla fine di Isabella Sempere, che non sembra deceduta per cause naturali. Il sospetto è che proprio Valls sia in qualche modo responsabile della tragedia. Grazie alla caparbietà di Alicia, il ragazzo otterrà le risposte che cerca e tanti altri nodi della storia verranno sciolti.

La parola ʻveritàʼ ricorre con un ritmo martellante; sono molte le verità da scoprire e copioso lo spargimento di sangue che esse portano con sé.

La verità non è mai perfetta e non quadra mai con tutte le aspettative. La verità pone sempre dubbi e domande. Solo la menzogna è credibile al cento per cento, perché non deve spiegare la realtà, ma semplicemente dirci quello che vogliamo sentirci dire.

Il corpo del romanzo, sviluppato in forma eterodiegetica, è racchiuso tra due capitoli in cui il narratore è interno: Daniel introduce la vicenda per cedere la parola, sul finale, al figlio Julián, che si fa storiografo della famiglia, perché la Verità chiede di essere raccontata e la scrittura è la più potente arma di denuncia e divulgazione.

La prosa fluente di Zafón è ricca di dialoghi e tocca vari registri linguistici che riproducono la piramide sociale descritta nel romanzo, dall’élite al popolino; i personaggi sono caratterizzati in maniera formidabile e alcuni di essi sono memorabili, su tutti Fermín. L’andamento ascensionale della storia è accompagnato dalla trasformazione dell’immagine di Barcellona: prima cupa e spettrale, essa si va via via illuminando. La città è metafora della vita stessa che dal buio ascende alla luce grazie alla capacità serenatrice della Verità.

In filigrana si legge la condanna del regime franchista, uno dei periodi più oscuri per la Spagna. L’antidoto che Zafón suggerisce contro gli orrori che l’uomo può commettere è la cultura, estesa a tutti senza distinzione di sesso.

[…] il livello di barbarie di una società si misura dalla distanza che cerca di mettere fra le donne e i libri.

 

Alicia e Isabella sono due donne dalla personalità forte, capaci di pensare con la propria testa e di compiere scelte consapevoli. Donne indipendenti, che affermano la propria identità nel clima coercitivo degli anni ’50 — all’apice del regime franchista nutrendosi di cultura e formando sui libri la propria visione del mondo.

I libri mi hanno insegnato a pensare, a sentire e a vivere mille vite.

Ed è una vera perla di saggezza la massima espressa da donna Lorena, vera Vestale della biblioteca.

Nulla spaventa di più un cafone di una donna che sa leggere, scrivere, pensare e che per di più mostra le ginocchia.

Storia, società, letteratura; luci e ombre; allegria e dolore; ingredienti amalgamati con perfetta alchimia da Zafón, il quale regala al lettore momenti di spassosa leggerezza che sdrammatizzano altri di seria riflessione.

Dell’amore e di altri demoni di Gabriel García Márquez

Il 26 ottobre 1949 Gabriel García Márquez si trovò ad assistere all’apertura di un’antica tomba nel convento di Santa Clara a Cartagena de Indias. Oltre alle minute ossa di una ragazzina, ne fu rinvenuta la chioma, color rame e lunga, molto lunga: misurava ventidue metri e undici centimetri. La bambina si chiamava Sierva María de todos los Ángeles. Questo episodio, legato al ricordo di una leggenda narrata a García Márquez dalla nonna, costituisce il nucleo generativo del breve romanzo Dell’amore e di altri dèmoni (Mondadori Editore, collana Oscar Moderni, 2016, pp. 133, trad. di Angelo Morino).

 

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Márquez ci trasporta a Cartagena de Indias, in una dimensione atemporale che conferisce al racconto un aspetto quasi mitico. Che la vicenda si svolge in un lontano passato coloniale si evince dal riferimento all’intensa attività dell’Inquisizione spagnola, particolarmente crudele e impietosa.

La prima domenica di dicembre, Sierva María de todos los Ángeles, figlia del Marchese di Casalduero, viene morsa da un cane rabbioso. È il giorno del suo dodicesimo compleanno. Nonostante il tentativo di tenere nascosto ai genitori l’increscioso episodio, essi ne vengono a conoscenza. La notizia lascia piuttosto indifferente Bernarda, madre degenere che odia la figlia da quando l’ha vista nascere, mentre turba profondamente il Marchese. Egli riscopre un affetto paterno che dà senso alla sua vita, trascinata stancamente nell’apatia. L’imperativo che lo muove è salvare Sierva María, perciò l’uomo non esita ad affidarla alle cure di Abrenuncio de Sa Peira Cao, medico dalla fama di negromante finito nel mirino dell’Inquisizione per le sue teorie e per le pratiche non ortodosse. La bambina non sembra aver contratto la rabbia, ma sarà il tempo a confermare o smentire la diagnosi.

Quando a Sierva María sale la febbre, il Marchese, terrorizzato, convoca farmacisti e salassatori i cui metodi stregoneschi aggravano le condizioni della ragazzina. Si diffonde la voce che ella sia posseduta dal demonio, cosicché il vescovo interviene personalmente e ordina che venga internata nel convento delle Clarisse, dove sarà sottoposta a pratiche esorcistiche. Il sacerdote incaricato di salvare la sua povera anima è Cayetano Delaura. Egli si convince che Sierva María non è affatto posseduta e, nel corso dei colloqui con lei, finisce per innamorarsene. Cayetano, nemico giurato di tutti i demoni, si ritrova prigioniero del demone di una passione forsennata.

È il demonio, padre mio. […] Il più terribile di tutti.

L’amore di Cayetano scioglie i nodi che tengono avvinta l’anima di Sierva María la quale, per la prima volta nella sua vita, assapora momenti di estatica felicità. Ma è una beatitudine effimera e, se il romanzo ha un tono fiabesco, a differenza delle fiabe non c’è lieto fine.

L’amore è il demone più crudele, ma anche altri si annidano tra le pieghe della storia: quello del rancore, da cui tutti in qualche modo sono avvelenati, quello dell’intolleranza, il quale svela la faccia spietata della Chiesa che, attraverso abominevoli pratiche ‘esorcistiche’, lungi dal salvare anime perse, condanna ad atroci sofferenze i corpi di poveri innocenti la cui unica colpa è solo una fragilità tutta umana.

Anche il demone della solitudine – ricorrente in Márquez – aleggia in tutto il romanzo. Ogni personaggio è un microcosmo in cui non c’è spazio per l’altro, anzi, la solitudine viene custodita gelosamente come esclusiva compagna e ognuno la vive a suo modo; come apatia, come degrado morale e fisico, come ferita emotiva. Proprio per colmare il vuoto affettivo, Sierva María si rifugia nella menzogna; la sua aggressività non è dovuta né a malattia né a possessione diabolica ma è il grido di aiuto di una bambina abbandonata dai genitori e cresciuta tra gli schiavi anziché nel calore di casa.

Come sempre, la prosa incantatoria di Márquez, con il suo magico fluire, trasporta il lettore in una dimensione onirica cui contribuisce un singolare sincretismo religioso che mescola rituali africani, superstizioni e fede cattolica; nel segno del realismo magico, presagi e sogni premonitori conferiscono un’aura soprannaturale a una vicenda insieme delicata e dolorosa.

Palpiti d’amore, lievi come un volo di farfalle, aprono alla speranza della felicità; un amore che si nutre di poesia e di sospiri bagnati di lacrime. Ma ecco, brutale, il demone dell’intolleranza – l’anima nera della Chiesa – sferra gli artigli e strappa le ali a quelle farfalle, ridotte a larve morenti. E allora suona tristemente profetica la risposta del Marchese a una domanda sull’amore che Sierva María gli aveva posto tempo prima.

Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. «È vero» le rispose lui, «ma farai bene a non crederci»

García Márquez condensa in una storia breve l’eterna lotta dell’uomo contro le passioni che agitano il suo cuore; questo sono i demoni: pulsioni sordide, basse, abiette. E sono sempre in agguato, pronti a ghermire la preda e a trascinarla nel fondo.