L’isola di Arturo di Elsa Morante

Cosa hanno in comune una stella, un re e un ragazzo? Il nome: Arturo. Una stella, un re e un giovane intrepido. Sembrano i personaggi di una fiaba.
“C’era una volta”, così potrebbe iniziare L’isola di Arturo (Giulio Einaudi editore , 2019, pp. 398), incantevole romanzo di Elsa Morante , vincitore del Premio Strega nel 1957. Quell’incipit si addice all’opera per il carattere fiabesco che la caratterizza.

IMG_20200415_165010

Il giovane Arturo vive sull’isola di Procida. Orfano di madre – morta nel darlo alla luce -, egli è stato allevato dal balio Silvestro che lo ha nutrito con latte di capra. Il padre Wilhelm, italo-tedesco, è spesso in viaggio quindi il bambino trascorre le sue giornate pressoché solo nella Casa dei guaglioni che il genitore ha ereditato da Romeo l’Amalfitano. Quando Arturo ha quattordici anni Wilhelm sposa in seconde nozze Nunziata, poco più che adolescente e quasi coetanea del figliastro. Dopo l’iniziale simpatia per la matrigna, Arturo inizia a nutrire per lei diffidenza e fastidio perché si sente spodestato dal cuore del padre e defraudato delle di lui attenzioni. La convivenza si rivela quindi difficile. Wilhelm riparte poco dopo il matrimonio lasciando Arturo solo con Nunziata. Il ragazzo si impegna a essere sempre più duro nei confronti della donna e non perde occasione per mortificarla. Nunziata resta incinta. I mesi volano nell’assenza di Wilhelm. Arriva il momento del parto che sancisce la riconciliazione tra Nunziata e Arturo, il quale ha temuto per la vita della matrigna e tutto il suo malanimo viene spazzato via dalla prospettiva della morte della donna. Al neonato viene dato il nome di Carmine Arturo. Quando il padre torna, il piccolo ha già un mese; l’uomo è profondamente cambiato: più cupo, chiuso e tetro, Arturo non conosce né riesce a immaginare la ragione di quello stato d’animo. Intanto il ragazzo comincia ad essere geloso del fratellastro che gode dell’amore di una madre, quell’amore che a lui è stato negato. Per attirare l’attenzione di Nunziata, ora assorbita dal figlio, Arturo inscena un finto tentativo di suicidio. L’espediente sortisce l’effetto sperato e la matrigna si prodiga per la salute di Arturo. Quando il giovane si ristabilisce avviene l’inevitabile: egli vince ogni ritrosia e bacia Nunziata. I rapporti si deteriorano nuovamente; durante una fugace avventura con Assunta, Arturo si scopre innamorato della matrigna ma, non potendo averla, intreccia una relazione con l’altra donna. Wilhelm nasconde in casa un galeotto, a cui sembra legato da profonda amicizia. Privato dell’affetto del genitore, precluso l’amore di Nunziata, Arturo accarezza l’idea di abbandonare l’isola e di lì a poco si presenta l’occasione. Il giovane lascerà davvero la sua casa? Verso quali avventure si sente proiettato?
La sola realtà che Arturo conosce è l’isola. Presenza immobile e immota, essa accompagna e scandisce le varie fasi della prima fanciullezza del ragazzo. Quando egli, bimbo felice, gioca, quando ride, quando piange, quando soffre, quando ama, essa, sullo sfondo, stat , si erge, sta. È immobile, si è detto, ma brulica di Vita; l’isola ha dato ad Arturo carne e sangue, lo ha nutrito e allevato. Procida gli è madre; aspra, selvaggia, lo abbraccia con i suoi arti rocciosi, lo bacia con il soffio del vento che gli accarezza la pelle, lo culla intonando la dolce nenia delle onde che lambiscono la spiaggia. L’isola è uno spazio circoscritto, una sorta di Eden, un locus amoenus che contiene la presenza fisica di Arturo ma non la sua fantasia, che trascende quel perimetro e si proietta verso altri mondi, oltre le Colonne d’Ercole in uno spazio misterioso e vagheggiato. Arturo ha una fervida immaginazione, nutrita dallo studio e dai libri, che lo rende affamato di avventure, assetato di imprese gloriose.

Avevo sempre rimpianto che, ai tempi moderni, non ci fosse più sulla terra qualche limite vietato, come per gli antichi le Colonne d’Ercole, perché mi sarebbe piaciuto di oltrepassarlo io per primo, sfidando il divieto con la mia audacia; e allo stesso modo, adesso, guardando lo stellato, invidiavo i futuri pionieri che potranno arrivare fino agli astri.

E come Odisseo, figlio di Itaca, è costretto dai Fati a lasciare la Patria, così Arturo, figlio di Procida, avverte l’urgenza di esplorare altre realtà.
Arturo incarna l’eterno anelito dell’uomo verso l’infinito, verso un “oltre”, verso la pienezza della conoscenza. È il respiro universale dell’Io che si frantuma per poi ricomporsi in una nuova unità e identità attraverso l’esperienza del dolore. Vuole oltrepassare le Colonne d’Ercole, Arturo e, sia pure a suo modo, lo farà: attraverserà quella linea che separa la fanciullezza dall’età virile; attraverso un travaglio disperato e doloroso, dall’embrione del bambino nascerà il giovane uomo, pronto a conquistare il suo avvenire glorioso.
Arturo adora il padre che gli appare quale una divinità olimpica: biondo, occhi azzurri, fisico prestante, Wilhelm incarna la persona che il figlio vorrebbe essere.

Dei discorsi di mio padre […] io, a quel tempo non potevo intendere altro se non quanto rispondeva alla mia certezza indiscussa: che lui, cioè, fosse l’esempio incarnato della perfezione e felicità umana! […] Io, a somiglianza dei mistici, non volevo ricevere spiegazioni da lui, ma dedicare a lui la mia fede. Quello che aspettavo da lui era un premio per la mia fede

Questa idealizzazione infantile è destinata ad andare in frantumi. Nel corso del processo di maturazione di Arturo essa mostra le prime crepe per poi crollare come un castello di carte quando il ragazzo giunge alle soglie dell’età adulta. Allora Wilhelm gli si mostra in tutta la sua imperfezione, in tutta la sua umana fralità. Più che per il “tradimento” che il genitore consuma ai suoi danni, Arturo sperimenta il dolore, la delusione amara di constatare che quell’essere superiore in cui aveva creduto non esiste, è solo la proiezione della sua infantile suggestione. Questa discrasia tra l’immagine ideale e quella reale del padre mette in crisi Arturo, costretto a rivedere quelle Certezze Assolute che aveva creduto di padroneggiare. E allora cosa gli rimane? Gli rimane se stesso. È da se stesso che egli vuole ripartire. Non ama più Nunziata, non odia più Wilhelm. Ora, libero dai lacci dei sentimenti infantili, Arturo è rigenerato e rinato in una sorta di palingenesi che affonda le radici nella sofferenza. Come dopo la tempesta il mare si placa, così, dopo il tumulto di passioni in lotta tra loro, Arturo ritrova la pace.
Il ragazzo nasce e cresce in un universo maschile – financo la sua dimora, la “Casa dei guaglioni”, reca nel nome questa sorte. Un universo maschile sostanzialmente misogino, a partire da quel Romeo l’Amalfitano che non faceva mistero di odiare le donne e si circondava di soli uomini. E tuttavia, in parte, anche Wilhelm e Arturo condividono questa linea di pensiero; per loro le femmine sono esseri brutti, pressoché inutili e di scarsa intelligenza. Fino ai quattordici anni dunque il contatto di Arturo con il mondo femminile è limitato al vagheggiamento, a una sorta di malinconica nostalgia per quella madre bambina perduta di cui ogni tanto guarda l’unica foto che gli è rimasta. È pertanto un’irruzione inaspettata nella sua vita quella dell’elemento femmineo che ha le fattezze di Nunziata, l’amore che ha il fascino del proibito, lo struggimento per ciò che non si avrà mai e di Assunta, la passione carnale, sfogo delle pulsioni , quasi un povero surrogato dell’irraggiungibile matrigna.
La Morante sceglie con cura le parole, calibra le frasi, modula i periodi plasmandoli entro la misura di una leggerezza che finisce per acquistare un peso specifico il quale dà forma e sostanza alla leggerezza pesante degli anni di Arturo, alla levità potente delle sue passioni. È una scrittura, quella della Morante, in cui la Vita urge, le pulsioni premono entro il limite di uno stile pacato e, alla fine, esplodono. È una prosa incantata, magica, che situa la materia narrata in una dimensione mitica.
Brillante e sofferto, sagace e ricco di pathos, l’intreccio procede fluente in un climax emotivo che rende il ritmo sempre più serrato.
Arturo è l’io narrante; la soluzione omodiegetica adottata dalla Morante fa del romanzo una raccolta di memorie: il giovane ripercorre due anni della propria vita, dai quattordici ai sedici, che rappresentano il ganglio nodale della sua esistenza e lo conducono al disinganno. Arturo, alla distanza, guarda al se stesso che è stato con tenero affetto, con commossa partecipazione.
Il tempo è passato ma il ricordo ancora graffia.

L’amica geniale di Elena Ferrante

Qualcosa mi convinse, allora, che se fossi andata sempre dietro a lei, alla sua andatura, il passo di mia madre, che mi era entrato nel cervello e non se ne usciva più, avrebbe smesso di minacciarmi. Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata.

Agli occhi affascinati della piccola Elena Greco, detta Lenú, la coetanea Lila Cerullo è un faro, la Stella Polare da seguire per non smarrire la strada, una guida luminosa e splendente nel polveroso rione dove le due bimbe vivono. Lila diventa inconsapevolmente maestra di vita per Lenú, la quale agisce sempre senza troppa convinzione, sentendosi come scollata dalle proprie azioni – è la cosiddetta “smarginatura” di cui parla Lila – mentre la giovane Cerullo è animata in ogni sua azione da una forte determinazione.
L’amica geniale (Edizioni e/o, 2018, pp. 331) è il primo capitolo della tetralogia che Elena Ferrante dedica alla storia dell’amicizia tra Lila e Lenú, seguite dall’infanzia fino alla vecchiaia.

IMG_20200309_174124

Lila e Lenú sono compagne di classe alle scuole elementari. Se Lenú è sempre stata la più brava negli studi, viene presto scalzata da Lila. Sebbene la piccola Cerullo sia cattiva, Lenú, attratta proprio da questo aspetto, stringe amicizia con lei; le si vede spesso giocare per le strade polverose della loro rione. Conseguita la licenza elementare, Lenú sostiene l’esame di ammissione alla scuola media mentre Lila lavora presso la calzoleria del padre insieme al fratello Rino. Sebbene le loro vite abbiano preso direzioni diverse, l’amicizia tra le due ragazze si mantiene viva e forte. Dopo le medie Lenú si iscrive al Ginnasio; mentre ella si dedica allo “studio matto e disperatissimo”, Lila e Rino lavorano alla produzione di una nuova scarpa maschile con un obiettivo ambizioso: fondare un calzaturificio che porti il nome Cerullo. Nel frattempo Lila è letteralmente sbocciata e il suo corpo flessuoso attrae ragazzi e uomini. Lenú non vuole essere da meno e si fidanza con Gino. L’impegno di Lila alla calzoleria finisce per sempre quando il padre, lungi dall’essere soddisfatto della creazione dei figli, si infuria con loro. Lila riceve la proposta di fidanzamento da parte di Marcello Solara, uno dei partiti più ambiti dalle ragazze del rione ma ella oppone un netto rifiuto. Il giovane non si rassegna e “corteggia” Rino per arrivare alla sorella. Lenú si schiera a favore di Lila fino a quando, dopo la fine dell’anno scolastico, parte per Ischia. Qui Lenú incontra la famiglia Sarratore; innamorata del primogenito Nino, la ragazza subisce le avances del padre Donato, ferroviere poeta. Decide allora di tornare a Napoli anche per aiutare Lila sempre più pressata dai familiari che caldeggiano il matrimonio con Solara. Nella vita di Lila irrompe Stefano Carracci, salumiere che finanzia il calzaturificio e acquista le scarpe realizzate da Rino e Lila. Le premure del giovane fanno breccia nel cuore della Cerullo che accetta di sposare Stefano per allontanare definitivamente Marcello. Lenú si fidanza con Alfonso, suo coetaneo, ma non è appagata e accetta la corte di Antonio. Ma anche su quest’ultimo non tardano a sorgere dubbi. Lila sposerà Stefano? La sua indole ribelle si ammorbidirà grazie all’amore di quest’ultimo? E Lenú troverà il ragazzo giusto, quello che le farà battere il cuore e trovare la serenità? E che evoluzione avranno i suoi studi?
L’esclusività del rapporto tra le due ragazze è sancita da una consuetudine: la Cerullo si chiama Raffaella, per tutti Lina. Per tutti ma non per Lenú; per lei no, per lei è Lila. Se smettesse di chiamarla così vorrebbe dire che la loro amicizia è finita.
E qual è la natura di questa amicizia? Quello tra Lila e Lenú è un legame complesso, stratificato e sfaccettato come un prisma. Un affetto sincero le unisce, quasi un’empatia che, seppure nei momenti di lontananza, permette all’una di avvertire il dolore dell’altra e di correre in suo aiuto.
Sì, perché sono molti i momenti in cui le circostanze della vita le tengono distanti ma poi quell’affetto, come un fiume carsico, ritorna a galla e le fa ritrovare.
Ma l’amicizia tra Lila e Lenú non mostra solo questo volto idilliaco. Essa si nutre anche di un forte spirito di emulazione che sfocia a tratti in una reciproca rivalità. Prima ancora che Lenú inizi il Ginnasio, Lila – che gli studi li ha abbandonati – apprende il greco da autodidatta, così come il latino e sarà proprio lei a spiegare a Lenú le regole per scrivere una buona versione.
A ben vedere quello che muove Lila è una sete di conoscenza che la ragazza non ha avuto modo di estinguere a causa del rifiuto dei genitori di farla studiare; ecco allora che attraverso Lenú ella può soddisfare, anche se solo in parte, quella sete.

«Qualsiasi cosa succeda, tu continua a studiare».
«Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito».
«No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre. […] Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine».

Rivalità reciproca, si è detto. Anche Lenú emula la sua amica cercando di replicare le vicende sentimentali. Eccola quindi in un carosello emotivo che la vede impegnata con Gino, Alfonso e Antonio anche se il vero amore, Nino, non è in grado di afferrarlo. Ma quello che conta è non essere da meno di Lila.
Lenú è dunque l'”amica geniale”, quella che ha trovato nello studio e nella cultura la via di fuga da quel rione miserabile popolato dagli ultimi, condannati a una vita grama e mediocre. La via di fuga di Lila è un matrimonio agiato, che le permetterà di fare la signora, di avere una casa di proprietà con la vasca e perfino il telefono. Ma le due ragazze continueranno a guardarsi con occhi colmi di rammarico e di reciproca ammirazione, una sorta di invidia buona, edulcorata.
Lila è l’emanazione del rione. Creatura indomita, viscerale e terragna, dalla natura selvaggia e quasi ferina, ella è capace di forti passioni, impetuosa come il mare in tempesta. Dice Cesare Pavese: “Prima di essere schiuma saremo indomabili onde”; ecco, questa è l’essenza di Lila che da adolescente come da bambina è posseduta da una forza travolgente, da un fluido che la rende irresistibile agli occhi di chi le sta accanto. Ella esercita un magnetismo e una fascinazione cui è inevitabile soccombere.

Sebbene fragile nell’aspetto, ogni divieto davanti a lei perdeva consistenza. Sapeva come passare il limite senza mai subirne veramente le conseguenze. Alla fine la gente cedeva e addirittura, per quanto a malincuore, era costretta a lodarla.

Lenú è invece una creatura lunare, di una malinconia che sfuma quasi nell’elegia. È l’eterna seconda; se Lila è il mare impetuoso, ella è il mare calmo, quello le cui onde lambiscono dolcemente il bagnasciuga. Se Lila è affamata di vita, Lenú questa vita la assapora a piccoli morsi.
Un tocco delicato, una carezza leggera, un soffio gentile: tutto questo è la prosa di Elena Ferrante che fa della semplicità e della freschezza della sua penna il punto di forza di una narrazione che si dipana irresistibile pagina dopo pagina e fa di questo romanzo una di quelle letture che si divorano. Il mood narrativo colloquiale, genuino, immediato rende i personaggi vivi, fa acquistare loro carne sangue e anima. Li rende vivi e veri. A ciò contribuisce la prospettiva omodiegetica secondo la quale è la voce di Lenú a parlarci; il racconto acquista così il sapore di un diario intimo in cui la protagonista si mette a nudo con onestà e ci porta dentro la propria casa, dentro la propria vita, dentro le dinamiche del rione.
L’amica geniale è un romanzo in cui lo studio, i libri, la cultura hanno un ruolo chiave quali strumenti di emancipazione ma anche chiave di lettura del mondo. È il romanzo delle parole, le quali hanno il potere di plasmare la realtà, di cambiare le carte in tavola, di contribuire positivamente all’accettazione sociale di chi le sa padroneggiare.

«Questo impari a scuola?»
«Cosa?»
«A usare le parole per prendere in giro la gente».
[…]
«Non ti volevo dire una cosa brutta. Volevo dire solo che sei brava a farti voler bene. La differenza tra me e te, da sempre, è che di me la gente ha paura e di te no».

Vi assicuro che, dopo aver letto il primo volume della tetralogia ferrantiana, non si può fare a meno di correre in libreria ad acquistare il secondo. Io l’ho fatto perché Elena Ferrante ha scritto qualcosa di grande che crea dipendenza!

Segreti di sabbia di Erika Rigamonti

Chi ama solo una metà
non ti ama a metà
ma per nulla
ti vuole ritagliare a misura
amputare
mutilare.
Te, Erich Fried

Cita questi versi Letizia, rivolgendosi al suo amore. Un amore da cui si sente desiderata a metà, pur nell’esclusività totalizzante e appagante di quel sentimento. Vorrebbe di più, Letizia. Vorrebbe vivere la sua favola alla luce del sole e non nel segreto di una casa. Ma non può.
Non può perché il suo amore è un amore che viola le regole della morale corrente.
Non può perché il suo è un amore sbagliato agli occhi del paesino.
Non può perché il suo è un amore “diverso”.
Non può perché il suo amore è una donna.

Letizia e Sofia, due corpi e una sola anima. Due solitudini che si sono incontrate e scelte. La loro relazione omosessuale, tanto appassionata e tenera quanto tormentata e ricca di sfaccettature è il cuore di Segreti di sabbia (CAPIRE Edizioni , 2019, pp. 196), intenso romanzo di Eika Rigamonti .

received_3011567575531979

Sofia ha 39 anni, fa la supplente e traduttrice e ha appena ottenuto la cattedra di letteratura italiana in un istituto tecnico di Ancona. Da Parma, dove vive con la madre e con Caterina, per lei quasi una balia, ella si trasferisce nelle Marche riaprendo la casa di famiglia situata nel bosco. Una notte di temporale irrompe nella sua vita Letizia, con la quale stringe una solida amicizia. Letizia ha 21 anni ed è reduce dal fidanzamento con Emanuele: insofferente e ribelle, lo ha lasciato perché è lesbica. Di lì a poco le due donne intrecciano una relazione, cullata dall’intimità della casa nel bosco. Di ritorno da Parma, dopo le festività natalizie trascorse con Letizia nella lussuosa dimora della madre di Sofia, quest’ultima riceve una busta anonima che contiene un video nel quale è ripresa durante le effusioni con la compagna. Emanuele, che era sembrato rassegnato, diventa sempre più pressante nei confronti della ex fidanzata. Sofia si rivolge a un avvocato che le consiglia di convincere la giovane a denunciare l’uomo ma Letizia preferisce rifugiarsi a Roma da un’amica. Il video viene diffuso in rete e spedito alla preside dell’istituto, la quale esorta la professoressa a lasciare la scuola. La relazione con Letizia è ormai naufragata, il lavoro compromesso. Proprio quando si prepara ad abbandonare la casa nel bosco, Sofia riceve una visita che cambierà per sempre la sua vita.
La diffusione del video e lo scandalo che ne consegue rappresentano il banco di prova del legame tra le due donne. Un legame profondo, sì, ma non così forte da reggere il peso dell’onta caduta su di loro. Mentre Sofia, adulta e matura, confida nella giustizia, Letizia preferisce fuggire e far perdere le proprie tracce. Il gap generazionale che le separa si esplica anche nel modo opposto di intendere e vivere l’omosessualità; Sofia ne prova pudore, quasi vergogna.

Oggi mentre scrivo, ricordo l’umiliazione e il dolore […], ricordo il senso di colpa che accompagnò la presa di coscienza di essere lesbica e la solitudine generata dalla vergogna di me stessa.

Ella dà molta importanza al giudizio del paesino e per questo sceglie la strada della riservatezza, anche per il suo ruolo di educatrice. Letizia, nell’irruenza dei suoi vent’anni, vorrebbe gridare al mondo il suo amore, incurante delle malelingue e dei pettegolezzi sul loro conto. Per entrambe la casa nel bosco è un rifugio, un’oasi di pace, un luogo felice in cui vivere pienamente e liberamente la passione. Una passione che è per tutte e due un bellissimo dono del destino, una ventata di freschezza dopo le precedenti fallite relazioni con uomini che non hanno mai regalato loro il piacere che ora si scambiano a vicenda.
Ma poiché panta rhei , tutto passa, anche questo amore così travolgente crolla sotto il peso del clamore mediatico. La bella favola in cui Sofia e Letizia hanno creduto svanisce lasciando loro solo l’amarezza di un presente ingarbugliato e confuso. Il dolore della perdita, la diffusione del video e l’interdizione dall’insegnamento precipitano Sofia in una cupa disperazione che la porta sull’orlo del baratro.

Ho conosciuto il disprezzo, figlio dell’ignoranza, un’ignoranza fiera del suo esistere e del suo essere tiranna. Regina incontrastata di sudditi che non vogliono conoscere l’altro, che non vogliono vedere, nella diversità, il germoglio del rispetto. Ho ascoltato il verdetto del coro, capace di mutare toni e tempi, immutabile nella sua arroganza collettiva che, arroccato nella torre della normalità, emette la condanna: che il diverso, additato e marchiato, venga escluso […]. Che con una lama si lacerino le viscere della vittima predestinata, si lasci colare il sangue nella ciotola d’oro dell’ignominia e si buttino ai cani gli avanzi della dignità umana.

Eppure, dopo aver toccato il fondo, da questo dolore Sofia riesce a rigenerarsi in una palingenesi che la rende ancora più forte e consapevole.

Oggi osservo le cicatrici […] non più testimonianza del mio dolore, ma segni della mia rinascita: nessun inutile segreto, nessuna umiliante vergogna avrebbe più condizionato la mia vita. Le mie ferite mi ricordano che fui a un passo dal perdere la mia dignità.

Letizia è figlia di una tossicomane morta insieme al compagno. La cattiva reputazione della madre ha lasciato un marchio a fuoco sulla pelle della ragazza che, dietro la corazza della spavalderia giovanile e dietro la maschera di un’apparente noncuranza, nasconde una profonda fragilità, una fame d’amore, una necessità di protezione. E trova tutto questo in Sofia che è conquistata proprio dalla delicatezza di questo scricciolo che ha bisogno di cura e dedizione come un fiore raro.
All’amore puro e limpido tra Sofia e Letizia si contrappone quello torbido di Emanuele per quest’ultima. L’uomo non accetta la fine del fidanzamento, non sopporta di essere stato lasciato proprio alla vigilia del matrimonio. È questo l’altro grande nucleo tematico del romanzo: l’amore malato , un amore che si trasforma in ossessione, in una lucida follia che sfocia nella piaga dello stalking. Emanuele spia Letizia, la pedina, la tempesta di messaggi, addirittura viola l’intimità della casa nel bosco e la dà in pasto alla rete.
Erika Rigamonti mette in campo uno dei più nefandi flagelli del nostro tempo, ovvero l’uso improprio del mezzo informatico che miete vittime tra i più deboli. La diffusione in rete di contenuti di carattere scabroso conduce alla morte, non solo a quella fisica – quando il soggetto danneggiato soccombe al peso della vergogna – ma anche a quella di tipo civile e sociale in quanto il marchio dell’onta provoca la gogna e l’allontanamento dell’interessato dalla comunità. Così, mentre Sofia stringe i denti, Letizia si chiude in un guscio, come fanno tante donne vittime degli uomini che dicevano di amarle. Uomini che si trasformano in carnefici; si appropriano della privacy della loro preda, ne carpiscono i segreti, ne succhiano l’energia vitale e la immolano sull’altare del proprio ego ferito, e lo fanno con ogni mezzo, per fas et nefas . Emanuele è la nota stridula nella partitura armonica dell’amore tra Sofia e Letizia. Nel suo delirio arriva a reclamare il possesso della sua donna assolvendola da ogni colpa e addossando la responsabilità del traviamento a Sofia, la quale viene dipinta come la professoressa che si approfitta delle giovani, l’adulta lesbica e ninfomane che corrompe le adolescenti.
Erika Rigamonti sa dosare i generi letterari come fossero colori: il rosa del romanzo d’amore si sposa con il nero del thriller psicologico. Diversi sono anche i registri linguistici utilizzati, i quali si attagliano alla personalità del parlante, da quello pacato di Sofia a quello fresco e giovanile di Letizia fino a quello triviale di Emanuele che ne rispecchia la brutalità animalesca. E, a proposito di personaggi, essi sono caratterizzati in modo efficace e potente cosicché, nel bene o nel male, non lasciano indifferente il lettore ma suscitano la sua reazione; la pacatezza rassicurante di Sofia, la fragilità di Letizia, il bigottismo becero della preside, la tracotanza di Emanuele, la curiosità morbosa delle comari di paese: tutto il caleidoscopio dei tipi umani è fissato sulla pagina dalla Rigamonti.
La soluzione omodiegetica adottata contribuisce alla solidità dell’impianto narrativo che si connota come una raccolta di memorie in cui gli eventi si susseguono in un climax emotivo che raggiunge il culmine nelle pagine finali le quali riservano al lettore un colpo di scena inaspettato. Una conclusione al cardiopalma che, è certo, mozza il fiato!

received_2319940541441953
Erika Rigamonti

received_218053292787444
I diritti del libro vanno alla onlus di Erika Rigamonti in Benin

Lettere a Theo di Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh è un’anima inquieta e tormentata da un profondo malessere che sfocerà in una malattia dall’epilogo tragico. La sera del 27 luglio 1890 si spara e, colpitosi all’inguine, resiste per due giorni finché il 29, dopo aver conversato lucidamente con il suo medico, fumando la pipa, si spegne.
La parabola umana e artistica di Vincent può essere ricostruita attraverso il suo nutrito epistolario; è dalla viva voce dell’artista che apprendiamo i suoi patimenti, le sue preoccupazioni, i progressi compiuti in campo pittorico e la sollecitudine verso i suoi cari. Parla, Vincent; parla e ci parla di sé ancora oggi. Le sue lettere sono qualcosa di vivo, non sono semplici fogli scritti ma piccoli quadri palpitanti di sentimento e di vita.
L’epistolario vangoghiano consta complessivamente di 821 lettere, 668 delle quali rivolte al fratello Theo – 6 indirizzate a lui e alla cognata insieme -; esse non sono redatte in un’unica lingua bensì in olandese, inglese e francese e ciò restituisce l’immagine di un Van Gogh poliglotta cittadino del mondo.
In effetti le Lettere a Theo (Guanda Editore, 2019, pp. 413, a cura di Massimo Cescon, trad. di Marisa Dovito e Beatrice Casavecchia) permettono di ricostruire, oltre alla vicenda umana e artistica, anche le peregrinazioni di Van Gogh. L’edizione Guanda ha selezionato 97 lettere che si snodano lungo un arco temporale che va dal 1875 al 1890.

received_3005746846120971~3

Tra il 1875 e il 1880 le missive sono scritte da Parigi, dall’Inghilterra, dall’Olanda e dal Belgio. Esse sono pervase da una fortissima spiritualità, da una Fede incrollabile che, sola, può consolare il misero e fragile essere umano.

C’è in me una salda Fede in Dio […]. Egli sarà per me un forte sostegno ed è in Suo potere rendere tollerabile la nostra vita, proteggerci dal male, far sì che tutte le cose contribuiscano al raggiungimento del bene, concedendoci una fine serena. C’è molto male nel mondo e in noi stessi […]. Con la Fede, invece, si può continuare, e resistere a lungo.

Nel 1881 Vincent scrive sempre da Etten; in Olanda egli sembra trovare la stabilità e anche l’amore. Si invaghisce infatti della cugina Kate Vos, detta Kee, che però lo respinge ma la delusione viene presto superata dal giovane. Nella lettera datata 21 dicembre 1881, Vincent confida a Theo di aver conosciuto Sien, una prostituta “non bella, non giovane, niente di speciale”. Eppure Van Gogh prende la donna sotto la propria ala protettiva e la fa posare come modella. Ben presto il loro rapporto assume una connotazione sentimentale; le lettere del 1882 insistono sulla volontà dell’artista di sposare Sien con o senza l’approvazione della famiglia. Vincent registra progressi nel disegno e si dedica a questa disciplina e alla realizzazione di acquerelli. In questo anno si colloca la svolta coloristica; nel contempo, Van Gogh comincia a interessarsi alle figure dopo aver privilegiato a lungo il paesaggio. Il tema ricorrente delle lettere del 1883 è il rapporto conflittuale con il padre e il persistere di problemi economici. Nel 1884 le missive mostrano una continua pressione su Theo affinché si adoperi a vendere le opere del fratello. Nel 1885 Vincent annuncia di aver portato a termine I mangiatori di patate , il suo primo capolavoro e comincia a trovare acquirenti. Le lettere di questo anno insistono molto sulla teoria e sul simbolismo dei colori. Nel 1886 Van Gogh frequenta l’École de Beaux Arts ad Anversa dove è intenzionato a restare perché la città offre concrete opportunità di guadagno. Dopo un silenzio epistolare durato un anno – il 1887 -, la corrispondenza riprende nel 1888, quando Van Gogh lavora alacremente ad Arles. Allestisce personalmente la casa in cui andrà a vivere e attende l’arrivo di Gauguin che viene annunciato nella lettera datata 24 ottobre. La vigilia di Natale è funestata dalla prima, violenta crisi di Vincent a seguito della quale Gauguin se ne va. Le lettere del 1889 mostrano una netta cesura all’altezza del mese di maggio, quando Van Gogh lascia Arles per essere ricoverato in ospedale a Saint Rémy dove gli viene diagnosticata l’epilessia – in realtà psicosi epilettica. Nel 1890, ancora nella casa di cura, Van Gogh confida a Theo di sentirsi “triste e scocciato” e “smarrito e malinconico”. Il desiderio di andarsene è assillante finché, a fine maggio, si trasferisce ad Auverse-sur-Oise dove vive in libertà sotto le cure del dottor Gachet. Stringe una sincera amicizia con il medico, lavora con passione, la sua mente è ricca di idee. Ma la fine è vicina. L’ultima lettera, incompiuta, è datata 27 luglio 1890, lo stesso giorno in cui Vincent si spara. Essa verrà trovata addosso al suo corpo dopo la morte.
Molteplici sono i temi presenti nelle epistole, così come molteplici sono le sfumature della Vita che in esse viene immortalata. Frequenti sono le notazioni relative alla quotidianità, che ci parlano di un’esistenza frugale, semplice e dedita al lavoro e agli affetti familiari. I conti con i quali Vincent è sempre alle prese per far bastare la modesta cifra di cui mensilmente dispone; la lista dei colori e le dimensioni delle tele che gli occorrono e che è premura di Theo inviargli; la passione per le due donne che più hanno segnato il cuore dell’artista; il cibo di cui si nutre e i disturbi fisici e psichici che accusa; le letture che affronta – sì, Vincent è un lettore incallito -; la tenerezza verso la famiglia: è questo un caleidoscopio di informazioni che ci offre una visione a tutto tondo del grande artista. Perché Van Gogh, fragile come uomo, è un gigante nell’Arte. In quell’Arte che ama e in cui crede fermamente; quell’Arte che è per lui conforto e luce nei momenti più bui della malattia, quell’Arte a cui si vota completamente e che rappresenta per lui una sorta di catarsi.

L’arte è gelosa, non vuole che a lei si preferiscano le malattie, così faccio quanto desidera. […] Voglio che tu capisca bene la mia concezione dell’arte. Bisogna lavorare a lungo per afferrarne l’essenza. Quello a cui miro è maledettamente difficile, eppure non penso di mirare troppo in alto. Voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente.

Eppure Vincent non è mai soddisfatto del proprio lavoro, in uno sforzo incessante di perfezionare se stesso.
La scrittura di Van Gogh è fluida, duttile come i colori che stende sulla tela. Passa infatti da accenti elegiaci ad altri asciutti e severi, perfino frementi di sdegno quando rimprovera Theo di non impegnarsi a sufficienza per piazzare le sue opere. Nell’incipit e nella chiusa delle lettere ricorre a formule fisse, quasi stilemi personali; inizia con “Caro Theo” e conclude con “una stretta di mano”.
L’eredità che Vincent ci lascia non è solo la sua vasta e preziosa produzione artistica, ma anche un testamento morale che compare nella lettera del 21 luglio 1882.

Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole […]; in breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno. Questa è la mia ambizione, che, malgrado tutto, è basata meno sull’ira che sull’amore, più sulla serenità che sulla passione.

Testamento morale che è anche la via maestra per avvicinarsi alla sua opera.

Chiudo gli occhi di Floriana Naso

Cosa succede quando un fiore delicato viene scosso da un vento impetuoso? Cosa succede quando due pianeti lontani anni luce si trovano improvvisamente a gravitare l’uno vicino all’altro?
Il fiore soccombe alla furia del vento; i pianeti collidono.
Allo stesso modo, quando due persone diverse come il giorno e la notte si incontrano, il soggetto più debole è soggiogato, sopraffatto, schiacciato da quello dominante.
Questi tre quadri esprimono appieno il senso di Chiudo gli occhi (Edizioni Convalle, 2019, pp. 195), dolorosa opera di Floriana Naso, torinese, alla terza prova come autrice di romanzi.

received_185436272537827~2

Periferia di Torino. I Ferraris sono una famiglia come tante, gente semplice ma onesta e laboriosa, aggredita dal morso della crisi economica. Il padre Giacomo lavora in Fiat; Eleonora, la madre, gestisce un negozio di calzature che, nonostante gli sforzi, naviga in cattive acque. La coppia ha due figlie: Giulia, di ventitré anni, e Sofia, di ventisei. Due sorelle, queste, che non potrebbero essere più diverse: goffa, timida e riflessiva la prima, sicura di sé, arrogante e stretta in un imbuto sentimentale la seconda.
Giulia sta per laurearsi in Psicologia, più per assecondare le ambizioni dei genitori che per personale convinzione; la sua passione è la moda e disegnare abiti la sua vera vocazione. Durante una giornata in spiaggia con l’amica Angelica nella vita di Giulia irrompe Giorgio, aitante giovane che vive in un mondo patinato. Bello, ricco e risoluto, Giorgio fa una corte serrata alla ritrosa Giulia che è dilaniata dai dubbi sulle reali intenzioni del ragazzo. Le incessanti e tenaci premure di Giorgio fanno breccia nella corazza della giovane che capitola e, in pochi mesi, la coppia convola a nozze. Ma il matrimonio riserva un’amara sorpresa alla dolce Giulia, la quale scoprirà il vero motivo per cui Giorgio ha scelto proprio lei come moglie. Quali fini persegue il De Rose? In che modo il suo diabolico progetto coinvolge la povera Giulia? E che ne sarà di lei?
Giorgio è anaffettivo, narcisista, un ricettacolo di vizi, un serpente dagli occhi di ghiaccio che si insinua tra le pieghe della vita di Giulia spargendovi veleno letale. È dotato di una vis distruttiva che travolge ciò che incontra sul suo cammino; è distruttivo nei rapporti umani, con le donne che gli gravitano intorno, con Giulia, con la famiglia di questa e perfino nel modo di vivere il sesso.
Il mondo patinato in cui egli vive intimidisce la ragazza che non si sente all’altezza e teme di essere inadeguata. Ma la forza dell’Amore ha la meglio; omnia vincit Amor dice Virgilio e così Giulia cede. Cede alle avances di Giorgio, alla sua corte discreta ma serrata, alla sua presenza lieve ma costante. E cede a se stessa, mettendo a tacere quella voce che, insistente, le sussurra all’orecchio di fare attenzione.
Il matrimonio segna uno spartiacque nella vita della giovane: prima, durante il fidanzamento lampo, Giorgio indossa la maschera romantica del gentiluomo d’altri tempi, del principe azzurro; dopo quella stessa maschera cade e i dolci sorrisi che egli le aveva donato lasciano il posto a un volto deformato da un ghigno diabolico. E per Giulia inizia una terribile descensio ad inferos .

Tranquilla tesoro, sai come si dice, no? L’occhio inganna.

Giorgio è una figura torbida, dalla doppia vita, tutto il contrario della moglie, la quale viene da una famiglia che le ha inculcato i valori della rettitudine, dell’onestà e del sacrificio. Giulia è una ventata di freschezza, una persona che sa di cose buone, dei dolcetti cucinati dalla mamma, del gelato alla crema gustato con Angy. Giovane, inesperta, vergine, ella viene fagocitata da Giorgio, creatura crepuscolare, notturna che la immola, inconsapevole vittima sacrificale, sull’altare del dio denaro. La ragazza viene letteralmente stuprata sia nel corpo che nell’anima e il dolore è ancora più atroce in quanto a provocarlo è l’uomo che le ha giurato amore e fedeltà, quello con cui ha sognato una vita da fiaba. Ma dentro il bel viso di Giorgio si cela un mostro, una natura calcolatrice e senza scrupoli che non esita a calpestare i sentimenti di chi gli sta accanto per perseguire i suoi fini diabolici.

Si allontana, cosciente di essersi annientata per un uomo che si concede sempre a metà, che non sarà mai veramente suo. Non sa come fare per liberarsi da quella schiavitù… o forse sì.

La coppia formata dalla goffa Giulia e dal torbido Giorgio ricorda quella formata da Anastasia Steele e Christian Grey nella trilogia delle Cinquanta sfumature. Ma se in essa i personaggi risultano piatti e bidimensionali, non altrettanto si può dire della coppia di Chiudo gli occhi . Floriana Naso ha saputo caratterizzare in modo potente i suoi protagonisti, che finiscono con il vivere di vita propria, tanto acquistano carne e sangue dalla sua penna.
La Naso scrive una storia magistrale mettendo in campo una prospettiva omodiegetica che conferisce al racconto l’allure di un diario intimo, quello in cui Giulia si mette a nudo con il lettore, senza tacere nulla. La scrittura dell’autrice torinese è nitida, lapidaria, priva di sbavature; è una scrittura inesorabile che turba e disturba insinuando un’inquietudine sottile che, nelle pagine conclusive, diventa angoscia pura in un mirabile climax emotivo.
Amore, dolore, speranze, delusioni, lacrime e sangue: tutto questo è presente nel romanzo della Naso che sa amalgamare tutti gli ingredienti in una perfetta alchimia. Quella che scrive Floriana è una storia moderna, al passo con i tempi eppure universale nel rappresentare l’ampio spettro dei sentimenti umani e degli umani caratteri – dall’agnello al lupo famelico.
Anche i generi letterari sono sapientemente amalgamati: il romanzo rosa, il noir , il thriller psicologico si compenetrano in un’opera breve ma densa, pregna di suspense e dall’incedere adrenalinico. E il finale non delude, anzi, lascia a bocca aperta e con il fiato sospeso, facendoci addirittura auspicare un sequel.

Sigari cubani di Adriana Fabozzi

Quello della matematica è un universo perfetto, ordinato secondo regole fisse e immutabili; è un mondo in cui ogni elemento ha la sua precisa collocazione né mai muta. Tutto il contrario della vita, che soggiace ai capricci del destino e alle variabili impazzite di un imperscrutabile caos ma, soprattutto, agli umani sentimenti. Ne sa qualcosa Asia, la protagonista di Sigari cubani ((Albatros , 2018, pp. 199), delizioso romanzo di Adriana Fabozzi.

received_1069261360093559~2

Asia Ferrante, venticinque anni, laureata in Matematica, ha fatto di questa disciplina non solo un oggetto di studio ma anche una filosofia di vita.

Mia madre diceva che non avrei potuto scegliere di meglio, perché rispecchiava in pieno il mio modo di essere e la mia personalità. Era il mondo “perfetto” e non opinabile nel quale mi sentivo perfettamente a mio agio e protetta, quel mondo in cui i conti, in un modo o in un altro, tornavano sempre.

La sua esistenza scorre tranquilla e senza scossoni ed è scandita da ritmi precisi e rituali che si ripetono fissi; la giovane ha saldi punti di riferimento: la famiglia – i genitori, una sorella sposata, un fratello discolo e l’adorata bisnonna Conny, sua fedele consigliera -, gli amici e il fidanzato Lorenzo.
Ogni mattina, appena sveglia, Asia legge sul telefono i messaggi di quest’ultimo, lontano da lei per motivi di lavoro. La giovane contraddice le aspettative del padre che la vorrebbe impegnata nell’azienda vinicola di famiglia ma ella ha altre ambizioni e, nell’attesa di vincere il concorso per diventare insegnante di Matematica, lavora presso lo studio dello zio Ernesto, psichiatra. Dopo una serata folle trascorsa suo malgrado in un luogo di incontri clandestini, si insinua in Asia il tarlo dell’insofferenza per quella vita prevedibile che ha condotto fino a quel momento. E allora eccola, la “miss perfettina”, come viene chiamata, trasgredire per la prima volta. Divorata dal senso di colpa, Asia sposa Lorenzo e afferra di nuovo le redini della propria vita, una vita che riprende a scorrere tranquilla, anche se il rimorso torna spesso ad affondare il suo pungiglione nella mente di Asia. Sarà l’incontro-scontro con Paride, un uomo senza scrupoli, traditore seriale di una moglie devota, a permettere ad Asia di riscattarsi dal proprio errore.
Chi è il signor Paride? Cosa ha a che fare con Asia? Dopo averla conosciuta la sua esistenza dissoluta cambierà rotta?
A volte occorre venir meno a se stessi per ritrovare se stessi, occorre compiere un salto mortale nel vuoto per scoprirsi più forti di prima. Non sempre affidarsi al dominio della ragione rende felici e completi; è necessario osare. Siamo fatti di materia cerebrale, sì, ma anche di carne e sangue che reclamano la loro parte.
A processo davanti al tribunale della propria coscienza, Asia viene condannata, non c’è clemenza né indulgenza per se stessa e per il proprio fallo.
Come due insiemi matematici che si intersecano, la vita normata della giovane viene a contatto con quella, di segno opposto, di vari tipi umani – tra cui lo stesso Paride -. Ella scopre così che essi indossano maschere: la maschera dello stimato professionista, la maschera dell’integerrimo padre di famiglia, la maschera della persona perbene. Dietro queste maschere il vuoto, l’assoluta mancanza di valori.
L’incontro con Paride è dunque per Asia un momento catartico; il lui ella rivede se stessa, la propria caduta e, lungi dall’assolvere l’uomo, la ragazza lo redarguisce aspramente. In realtà il confronto con Paride rappresenta il confronto con la parte oscura di se stessa, contro la quale Asia si scaglia con veemenza riaffermando la priorità dei valori sull’istinto.

Potrai perderti, ma questo è umano, tutti noi possiamo sbagliare e deragliare. L’importante è sapersi rialzare e ritornare sulla retta via. Credi sempre nell’onestà, nella sincerità, nella fedeltà e nell’amore. Credi sempre nei VALORI, credici comunque e fino in fondo, e non permettere mai a nessuno di portarteli via, mai e poi mai!

Asia vive una palingenesi, una redenzione, un riscatto da quel momento di debolezza – o follia? – che da anni porta dentro sé senza avere il coraggio di parlarne con nessuno per paura di deludere. Finalmente il nodo si scioglie e la giovane può ritrovare l’armonia con se stessa e la forza di guardarsi allo specchio.
Quella di Adriana Fabozzi è una scrittura gentile ed elegante; una scrittura assai femminile per la sensibilità con cui affronta la materia spinosa del tradimento. La sua grazia non significa però mollezza o debolezza, ché anzi l’autrice punta il dito contro questo riprovevole fenomeno sociale ma lo fa con la forza della pacatezza, con la ferma semplicità di uno stile fresco e addirittura frizzante che getta una boccata di aria pura su un tema scabroso. Non c’è rabbia nelle sue parole, né eccesso ma equilibrio e lucidità.
La prospettiva omodiegetica adottata dalla Fabozzi conferisce alla narrazione l’allure di un memoriale, di una sorta di memoria difensiva che Asia redige per confessare la sua condotta non proprio irreprensibile. E anche questo espediente narrativo rafforza l’impianto accusatorio su cui si regge tutto il romanzo, che pure risulta godibile grazie alla verve di cui la Fabozzi non si priva.
E cosa ci rimane da questo memoriale di Asia Ferrante? Il monito a non cedere alle lusinghe del denaro o del successo se poi si perde di vista ciò che veramente conta e che rende la vita degna di essere vissuta: i valori. Si può essere ricchi, sì, e molto; si può avere prestigio; si può vivere nel lusso ma senza i valori si è poveri. Poveri d’amore, poveri di cuore, poveri di sentimenti. E contro questa povertà non c’è rimedio né riscatto dalla grettezza che essa, inevitabilmente, porta con sé.

received_672659266601822~2

Scrivo racconti perché l’attenzione scema di Alberto Fiori

Riso amaro. Non è il titolo del celeberrimo film, no. Riso amaro è ciò che suscita la lettura di Scrivo racconti perché l’attenzione scema (L’Erudita di Giulio Perrone Editore, 2019, pp. 176) di Alberto Fiori. L’opera si compone di 31 racconti, i cui titoli seguono l’ordine alfabetico, e di 9 “loop letterari” di cui uno “senza titolo”.

Schermata_2019-11-26-18-24-21-453~3

Il filo conduttore che lega i racconti è la satira della società contemporanea , con i suoi falsi miti, il suo culto dell’apparire per cui il “sembrare” è più importante dell'”essere”. Esemplari in questo senso sono Nessuna cura – beffarda critica verso l’ammirazione di un’esteriorità dietro cui spesso si cela una realtà deludente – e Il mondo bello. La satira sociale di Fiori si appunta anche contro la frenesia della vita moderna che fa un uso smodato della tecnologia, come in Otto vite, in cui quest’ultima sopperisce a tutti i bisogni quotidiani ma non riesce di certo a sostituirsi al calore dei rapporti umani. Ma il mondo attuale presenta un’altra piaga verso cui Fiori punta il dito, sempre con il sorriso sulle labbra – ma forse non troppo. L’inquietante Goltor è la metafora di una società che idolatra la ricchezza, che crede di poter comprare tutto ma che viene fagocitata proprio dal denaro. E solo la bellezza – che non può essere acquistata – è in grado di salvare il mondo, proprio come diceva Dostoëvskij.
Il mondo di oggi cozza con gli ideali dei nostri genitori, e questo in effetti è un altro degli aspetti presi in considerazione dalla satira di Fiori: il gap generazionale, quel baratro che separa i vecchi – o comunque i meno giovani – dai ragazzi. Inutile e Lammerda gettano luce sull’incomunicabilità tra genitori e figli e sull’incapacità dei primi di comprendere le mode giovanili, viste come stravaganze o degenerazioni.

La chiamano “Roma bene, “Milano bene”. La prima cosa che feci […] fu cercare il termine “bene” per analizzarlo. Questi ragazzi non rispondono a nessuno dei requisiti riportati, non è più tempo di dolce vita perché a guardarli mi viene solo amarezza.

I loop letterari sono brevi brani dalla struttura a cerchi concentrici, quasi “esercizi di stile” che abbracciano anch’essi tematiche varie, da quella amorosa a quella ansiosa, dal loop “in fumo” a quello “globale”.

Sai cosa ci vorrebbe? Una bella pelle d’orso da mettere sotto al camino. Ne vorrei una. Ho letto che qualcuno se la vende prima di averlo ucciso, facile se lo trovi agonizzante su un iceberg, distrutto dal caldo e pronto per essere messo sotto al mio camino. Dove sai cosa manca? Una bella pelle d’orso da mettere sotto al camino. Ne vorrei una. Ho letto che qualcuno se la vende prima di averlo ucciso, facile se lo trovi agonizzante su un iceberg, distrutto dal caldo e pronto per essere messo sotto al mio camino. Dove sai cosa manca? Un po’ di cervello e amore per questo pianeta.

La maggior parte dei racconti adotta la prospettiva omodiegetica; la narrazione in prima persona rafforza la vis comica di Fiori che si colloca pienamente nel solco della tradizione romana del castigat ridendo mores. E in effetti la sua verve più volte strappa non solo un sorriso ma vere e proprie risate nel mostrarci incarnati nei suoi personaggi tipi umani a noi noti – e magari nel riconoscervi noi stessi. I protagonisti dei racconti sono macchiette, figure caricaturali che assommano in sé vizi e virtù, pregi e difetti che possiamo trovare ovunque intorno a noi. Don Infame è il prete avido di denaro; Giovanni è l’anziano agguerrito e arrabbiato per una questione di proprietà; Rosalba Randello, nata a Bellano, in provincia di Lecco il 12 dicembre 1969 è la donna impegnata in una tragicomica ricerca di lavoro – solo per citarne alcuni.
Roma e la romanità sono una presenza che aleggia in tutta l’opera di Fiori, dai miti calcistici al linguaggio. Frequenti sono le battute in dialetto romanesco che coloriscono una prosa pirotecnica. Fiori padroneggia alla perfezione la lingua italiana; i titoli dei racconti esibiscono spesso figure retoriche quali l’allitterazione o la paronomasia.
Una delle particolarità della raccolta è che in calce ad ogni racconto viene riportata l’indicazione del tempo di lettura. Anche se questa è così accattivante che non ci accorgiamo dei minuti che passano e già ci ritroviamo all’ultima pagina.

received_445843562780394
Foto di Mauro Trabalza