La casa sopra i portici di Carlo Verdone

Una casa, la casa di famiglia, il luogo più caldo e accogliente che ci sia; ecco la grande protagonista di La casa sopra i portici (Bompiani, 2012, pp. 283), struggente autobiografia di Carlo Verdone. La dimora avita entra di prepotenza nel tessuto narrativo dell’opera e le sue vicende si intrecciano e dialogano con il vissuto dell’attore e regista.

Il corridoio, luogo di passaggio e raccordo fra le varie stanze della casa, ha per Carlo un valore iniziatico in quanto è lì che avviene l’incontro del giovane — una vera epifania — con il teatro; la mamma infatti è solita allestirvi, ogni Carnevale, degli spettacoli di burattini. Nel salone i coniugi Verdone usano ospitare personaggi illustri del variegato mondo culturale quali direttori d’orchestra, compositori, il pianista Postiglione: tutti costoro affascinano il piccolo Carlo che spia di nascosto attraverso un buco nella porta dello studio del padre. In quella stanza si svolgono anche feste a tema, come quella, memorabile, ispirata a D’Annunzio. Grazie al genitore Carlo conosce il suo mito, Federico Fellini, e Alberto Sordi, che egli già spiava di soppiatto dalla finestra della camera da letto. D’altra parte Mario, il padre di Carlo, spesso porta con sé il figlio in occasione di eventi prestigiosi come la Mostra del Cinema di Venezia o semplicemente a vedere film d’azione o comici. A casa Verdone si avvicendano varie figure femminili, dalla zia Lina alle collaboratrici domestiche le quali incarnano l’approccio di Carlo con l’universo muliebre. Appassionatosi al cinema underground, il giovane Verdone conosce l’avanguardista Gregory Markopoulos e lo invita a visionare i suoi “poemetti visivi”. L’incontro, tragicomico, segna per Carlo il crollo di un mito. Dopo anni felici il destino bussa alla porta di casa Verdone; nel giugno 1984 viene a mancare la mamma Rossana, stroncata da una lunga e straziante malattia. Da allora e dopo un’altra crudele prova, la casa sopra i portici va incontro alla sua sorte.

La casa è un’entità cosciente e senziente, quasi dotata di carne, sangue e anima e pulsante di vita. Le mura assorbono gli umori degli abitanti e restituiscono loro un caldo abbraccio, un abbraccio materno e protettivo. Le stanze sono le cellule, i familiari le membra e insieme formano un unicum inscindibile in una sostanziale identità e continuità. La casa è una vetusta signora aristocratica dotata di rara eleganza d’altri tempi. Essa risuona di rumori peculiari che sono le modulazioni della voce con cui si esprime. Ma la casa, la signora, emana anche degli odori; odori che sanno di buono, di tempi lontani, di passato e di ricordi struggenti.

“Era la casa dei rumori e degli odori. Ogni ambiente aveva un suono che la caratterizzava. […] C’erano gli odori tipici di una casa vera: quello di tappeti dell’Ottocento, di libri antichi, di cera, di poltrone, di lucidante per pianoforte. Odori nobili e di altri tempi, ma anche di tanta vita vissuta”.

La dimora è un microcosmo in cui si attuano dinamiche familiari non chiuse in se stesse ma aperte a quelle relazionali e sociali. Tali dinamiche infatti non si esauriscono nel rapporto tra coniugi e tra genitori e figli ma sono arricchite e complicate dall’apporto di personaggi che a vario titolo gravitano come satelliti intorno ai singoli componenti della famiglia Verdone-Schiavina. Il salotto è il cuore pulsante della vita della casa; esso è il teatro di eleganti feste e memorabili serate culturali. Il piccolo Carlo non è ammesso ma pure percepisce che in quella stanza avviene una comunicazione forte e potente tra personalità di alta caratura intellettuale. Lo studio è il sancta sanctorum del professor Mario; esso è tappezzato di dipinti futuristi e traboccante di libri e trasuda cultura. Quella cultura che rappresenta il sostrato della famiglia Verdone. Ma il centro nevralgico della casa sopra i portici è la sala da pranzo, già camera coniugale. Qui la gens dei Verdone si riunisce in occasione dei pasti e trova terreno di confronto.

“Si parlava tanto, si litigava, si rideva, si discuteva della scuola e tenevo banco io perché prendevo sempre brutti voti nelle materie scientifiche. Silvia mangiava sempre poco, Luca invece si abbuffava di pasta, lasciando i nostri piatti semivuoti. Su quel tavolo sono nati i miei primi sketch, li scrivevo tutti lì sopra perché avvertivo un’energia particolare che mi sosteneva nel furore creativo”.

Il tavolo è testimone di tanta vita, ma non solo; è un luogo maieutico in cui la feconda mente del giovane Carlo partorisce idee che diverranno capolavori. Alessandro Manzoni amava scrivere su un tavolinetto da gioco che era solito sistemare vicino alla finestra dello studio per sfruttare tutte le ore di luce; allo stesso modo Carlo avverte una forte energia promanare da quel legno, muto artefice e testimone della genesi di successi quali Bianco, rosso e Verdone.

La cesura nella vita della casa, il punto di non ritorno, è segnato dalla morte della signora Rossana. I colori sbiadiscono in un anonimo grigio; i suoni si affievoliscono, si fanno ovattati fino a sfumare nel silenzio; i grati profumi di un tempo lasciano spazio a un odore acre, quello della desolazione e della solitudine. Anche la casa piange la scomparsa di Rossana e si avvia con lei sul viale del tramonto, non tanto fisico quanto spirituale. Sì, perché quell’energia vitale che si avvertiva prima del lutto si spegne insieme alla donna, anima e fulcro della famiglia e presenza angelicata che effondeva serenità entro le mura domestiche.

La famiglia Verdone incarna appieno l’idea del nido pascoliano. Essa rappresenta il rifugio tranquillo, il porto sicuro cui far ritorno durante le tempeste della vita. Perché lì ci sono sempre braccia aperte ad accogliere e mani protese ad aiutare. Un giardino cinto da un’alta siepe invalicabile al cui interno abbeverarsi al fonte della pace.

Mario e Rossana rappresentano le radici di un albero dalla chioma rigogliosa. Tali radici traggono nutrimento dall’humus in cui affondano e da esso trasmettono ai rami — i figli — linfa vitale. Quest’ultima è sostanziata da valori: onestà, senso del dovere e della responsabilità, laboriosità, rispetto, educazione e cultura. Mario è un intellettuale e studioso di prestigio, affamato di sapere e curioso verso il talento, soprattutto quello sconosciuto. L’erudito professore è un uomo dall’alto profilo morale; integerrimo e probo, egli non esita a bocciare il povero Carlo all’esame di Storia del Cinema. Padre e marito amorevole, sa essere severo quando è necessario: citando una battuta di Bianco, rosso e Verdone diremmo che egli “pò esse fero e pò esse piuma”. Discreto e delicato, egli vorrebbe andarsene in punta di piedi, senza disturbare.

Rossana è una moglie innamorata e una madre premurosa e presente; è una fine psicologa dei propri figli ed è la prima a credere in Carlo e nel suo talento cinematografico. Ma anche Rossana sa essere giustamente brusca e scabra per il bene dei propri ragazzi. «Vai fregnone, che un giorno mi ringrazierai!» esclama a un Carlo terrorizzato dall’imminente debutto. Di origine benestante, ella è una donna colta che suona il pianoforte e ama organizzare le feste a tema e gli spettacoli teatrali di cui si diceva.

Luca è di due anni più giovane di Carlo il quale lo accoglie con invidia. Ha un carattere solare, allegro e aperto. Anche davanti alle difficoltà egli mantiene un atteggiamento entusiastico e positivo. Carlo vede in Luca la compensazione di sé riconoscendogli quelle qualità che a lui mancano. Il secondogenito ha una notevole propensione per lo studio ed è il primo a realizzare documentari con una macchina da presa 8 mm.

Se con Luca è severo, con Silvia, la terzogenita, Carlo è assai protettivo. Egli non esita a mettere in fuga un attempato pretendente della sorella e ad affrontare a duro muso Christian De Sica che ha preso a corteggiare la giovane. È la piccola di casa Verdone, Silvia, eppure in occasione della morte di Rossana si rivelerà la roccia della famiglia e un esempio di forza e compostezza.

Carlo si sente investito del ruolo di custode e protettore della sua bella e solida dinastia. Egli nasce venerdì 17 novembre 1950; per esorcizzare i possibili eventi funesti che tale data infausta avrebbe potuto arrecare al neonato, i genitori ricorrono al principio latino nomen omen. Al bambino vengono così imposti i due nomi Carlo — come il santo cui si era votata la madre — e Gregorio — che in dialetto romanesco indica una gran fortuna —. La personalità di Carlo si basa su un sostanziale dualismo. Da una parte essa mostra un aspetto crepuscolare, quasi notturno, incline a una oscura tristezza — la quale fin da piccolo lo portava a nascondersi ovunque — e a una melancholia obscura, nome ottocentesco che definisce la depressione, diagnosticatagli in tenera età come reazione postraumatica da stress. L’ipersensibilità e la malinconia, unite a un temperamento elegiaco, si manifestano chiari nel piccolo Carlo che li porterà come un fardello sulle sue spalle anche da adulto. Questo aspetto contemplativo trova la sua dimensione ideale nelle visite al cimitero, luogo di meditazione e raccoglimento per eccellenza. Questa devozione verso i defunti è un tratto ereditato da Rossana. Come nelle antiche domus esisteva un altare dedicato ai lares familiares, così in casa Verdone esisteva un angolo dedicato ai cari estinti e di esso si prendeva cura la mamma in persona. Ma l’altra faccia del dualismo di Carlo è un aspetto gioioso e giocondo, giullaresco; egli è incline alla goliardia, a una dimensione ludica e allo scherzo — di cui è un vero artista, come quello, atroce, che gli costò le cinghiate del padre —. Comico nato, egli è appagato quando riesce a far ridere chi gli sta intorno. Questa vis comica si esplica nell’imitazione eccellente e nella riproposizione dei tic e delle manie dei vari tipi umani che Carlo incontra.

L’opera di Verdone è articolata come una ring composition; l’alpha e l’omega della narrazione si congiungono sotto il segno di Carlo e del suo rapporto con la casa. La casa sopra i portici è una autobiografia non strutturata in prospettiva diacronica ma che zampilla come uno stream of consciousness scandito dalle stanze della casa, ognuna delle quali è una stazione dei ricordi. Questi ultimi si materializzano lì dentro come antichi vapori evanescenti eppure concreti e presenti allo stesso tempo. La penna di Carlo Verdone è versatile, come d’altronde lo è l’attore nell’interpretare molteplici ruoli: lirica e sagace, nostalgica e dissacrante, intimista e pungente, essa tocca tante corde emotive. La prosa di Verdone trasuda amore: amore per la sua casa natale, amore per la sua famiglia, amore per il suo vissuto, con tutto il bagaglio di gioie e dolori. È una prosa garbata eppure graffiante; la vis ironica che alita su tutta l’opera fustiga in primis se stesso, il Carlo che è stato, con i suoi spettri e le sue fobie. Eppure questa ironia cela uno sguardo benevolo che ammicca con bonaria indulgenza a quel giovane vissuto nella casa di Lungotevere dei Vallati.

Verdone ci apre le stanze della propria dimora e della propria vita e lo fa con onestà e orgoglio per le proprie radici. E noi non possiamo fare altro che ringraziarlo per averci donato — dopo tanti film di successo — questo ennesimo capolavoro: la storia del suo cammino esistenziale, grandioso nella sua umanità. «A Carlé! Grazie pe’ avemme dato er sorriso a n’adolescenza de merda!» ebbe a dirgli un fan. In questa frase si riassume la grandezza di Carlo Gregorio Verdone, uomo e artista. Perché senza il grande uomo non esisterebbe il grande artista.

Profumo di Luigi Capuana

Senza intenderlo nell’atto della concezione e dell’esecuzione, io venivo imbastendo un simbolo di me stesso e di parecchi altri che, al pari di me, hanno sbagliato la loro via, chiedendo alla vita più che essa non sia in grado di dare; non comprendendo, smarriti dietro un falso ideale, che il vero ideale è la realtà che si attua e si trasforma; la quale non è poi tanto disprezzabile, come io e parecchi altri abbiamo ingenuamente creduto.

Così Luigi Capuana, nell’avvertenza al lettore posta come incipit di Profumo (Amazon Fulfillment, pp. 196), intenso e tormentato romanzo psicologico, rivendica la propria adesione alla poetica verista. Profumo compare dapprima sulla rivista «Nuova Antologia» tra il luglio e il dicembre 1880, poi viene dato alle stampe a Palermo dagli editori Pedone e Lauriel nel 1892.

Patrizio Moro-Lanza è sposato da tre mesi con la dolce Eugenia. Nominato Agente delle tasse a Marzallo, vi si trasferisce con la consorte e con l’anziana madre Geltrude. La famiglia prende dimora in un ex convento ora adibito a residenza e ufficio di Patrizio. La vita della giovane coppia potrebbe essere idilliaca se non fosse che donna Geltrude nutre una profonda gelosia e una malcelata ostilità nei confronti della nuora. Quest’ultima, a causa della tensione emotiva, cade preda di violente crisi nervose che la prostrano e che si accompagnano a un singolare fenomeno: sono sempre annunciate da un profumo di zagara che emana dal suo corpo. Patrizio consulta il dottor Mola e si convince che la moglie abbia bisogno di una vita tranquilla e priva di emozioni e così frena le proprie dimostrazioni di amore. Donna Geltrude, già malata, viene a mancare e il figlio fatica a elaborare il lutto; anche da morta la madre è una presenza ingombrante tra i coniugi. Eugenia frattanto sta per cedere alla corte serrata di Ruggero, rampollo del sindaco. Un’altra nube oscura si addensa dunque sul martoriato matrimonio dei Moro-Lanza che sembra avviato al naufragio.

Eugenia è una sposa giovanissima: ha ventidue anni e sogna un futuro radioso accanto all’amato Patrizio. È entusiasta di vivere nell’ex convento che alla sua fantasia fanciullesca appare quale un castello cui manca solo il ponte levatoio; ella si sente dunque una regina che abita in una fiaba. Ma come in ogni fiaba che si rispetti la protagonista deve affrontare prove e peripezie e, a volte, le angherie del cattivo di turno. Che in questo caso è la suocera. Eugenia, creatura fragile e delicata come un fiore, soccombe alla gelida e sottile tirannia di donna Geltrude e, in seguito a un’estenuante guerra dei nervi, cade malata.

Patrizio ha trentotto anni; se anagraficamente è un uomo, il suo spirito è ancora quello di un fanciullo. Anch’egli crede di vivere in una fiaba, la presenza di Eugenia è per lui un talismano che sconfigge la malasorte da cui è stato perseguitato fino al matrimonio. Se Eugenia è una creatura fragile, Patrizio ha un temperamento remissivo, mite e accomodante che lo porta a essere completamente succube della madre. Imbrigliato entro la ferrea ala protettiva della donna, egli non riesce a rivendicare l’intimità coniugale e a mettere in pratica il precetto biblico secondo cui l’uomo lascerà il padre e la madre per formare una famiglia.

Fra qualche mese avrò trent’otto anni, e mi sento fanciullo senza esperienza, senza forza, intimidito dal subbuglio della vita che ignoro, roso dal dubbio che io non apporti male più agli altri che a me stesso […].

La morte di Geltrude non allevia l’affanno in cui versa il rapporto di Eugenia e Patrizio; quest’ultimo continua a tenere in vita la madre non solo attraverso l’appassionato e costante ricordo ma anche frequentandone la stanza, accarezzando con lo sguardo gli oggetti a lei appartenuti e recandosi ogni giorno al cimitero. È una lotta impari quella tra Eugenia e la larva di Geltrude: la ragazza può offrire al marito solamente se stessa e il proprio amore incondizionato; l’altra gli ha dato la vita, lo ha tenuto in grembo, lo ha cresciuto e gli ha fatto anche da padre, guidandolo nel delicato passaggio dall’infanzia alla prima giovinezza e quindi lo ha accompagnato nell’ingresso nella maturità.

Patrizio vede sfiorire la moglie, consumata da un male che la divora da dentro. E sceglie di tacere. Sceglie di farsi da parte, convinto che la solitudine sia ciò che più giova al precario equilibrio psichico di Eugenia. Quello che per lui è un atto di amore e partecipazione si rivela invece un atteggiamento deleterio: ogni gesto non compiuto, ogni parola non detta costituisce un mattone che finisce con l’erigere un muro tra i coniugi.

Uno degli assi portanti del romanzo è il rapporto di Patrizio con l’elemento femminile che si declina come rapporto coniugale e rapporto con il materno. Egli è un microcosmo maschile che si trova in una posizione equidistante da due universi muliebri, ciascuno dei quali è amato in modo totalizzante. Eugenia è la donna che gli ruba palpiti e sospiri, la donna-angelo che sparge e dona sorrisi i quali dissipano il buio della solitudine e del silenzio in cui si è dipanata la vita di Patrizio. Egli è grato alla sposa per questa capacità serenatrice che placa angustie e tormenti. Donna Geltrude è la mamma, quasi una deità al cospetto della quale Patrizio si sente piccolo, umano troppo umano. Con lei vive un rapporto simbiotico, quasi edipico e neppure la morte è in grado di recidere il cordone ombelicale che lo tiene legato a lei. Geltrude è la Grande Madre della tradizione ancestrale, colei che tesse nel suo grembo le viscere e le carni del figlio. Ma se così dirompente è la forza del potere che ella esercita su Patrizio, il quale accetta il dominio esercitato dalla genitrice, per altro verso questa stessa forza schiaccia Eugenia che cade malata sotto il peso di una figura che la soverchia.

L’altra direttrice del romanzo di Capuana è proprio l’analisi minuziosa della malattia psichica. Come già in Giacinta e ne Il Marchese di Roccaverdina, egli dà sfogo al suo vivo interesse per ciò che è patologico e per la ricerca dell’intima correlazione tra queste manifestazioni e la loro spiegazione nella fisiologia.

Il nodo è qui. Si tratta di un disordine morale che ne produce uno fisico […]

La curiosità di matrice positivista e naturalista di Capuana abbraccia le alterazioni della psiche, le turbe e le tare ereditarie e, come extrema ratio, la follia. Se la psicopatologia è uno dei cardini di Profumo, è anche vero che in quest’opera Capuana sembra tornare al nucleo centrale della sua poetica, ovvero all’indagine psicologica. La vita interiore e i moti dell’animo dei protagonisti vengono scandagliati con precisione chirurgica. L’amore stesso è visto come espressione di una malattia, la pathologia amoris e non come desiderio sensuale e tenera devozione. Eugenia è vittima di isteria che si palesa attraverso l’emanazione dal suo corpo di un intenso profumo di zagara, il fiore d’arancio che, non a caso, è simbolo del legame sponsale.

Il rigore scientifico che Capuana mutua dal Naturalismo apre però all’irrazionale, allo spirituale, alla Fede. Questo dualismo è incarnato dal dottor Mola, anziano medico che pratica con scrupolo la propria disciplina ma senza far mistero di considerarla finita, limitata e di rimettere se stesso e il paziente a un Volere superiore. In questa singolare figura non è arduo scorgere un alter ego di Capuana che si qualifica come esponente di un Verismo attento agli aspetti “strani” e inquietanti dell’esperienza umana.

Una luce spietata ritrae vicenda e personaggi con crudo realismo, così come fa Zola in Francia. La prosa di Capuana è implacabile, quasi crudele; essa insinua nel lettore un disagio, un malessere sottile e strisciante. Una nota stridula si avverte in tutto il romanzo, una nota che introduce un quid cacofonico e disturbante nella partitura armonica della scrittura di Capuana. Questa nota stridula, foriera di cattivi presagi, si avverte fin nella descrizione del tripudio del giardino, metafora di una vita viziata dal tarlo del dolore e della sofferenza.

Mandorla amara di Maria Rita Sanna

Quando uno sconosciuto diventa un amico affidabile, è un’anima buona mandata dal cielo.

Per una sorta di affinità elettiva le anime simili, quando si incontrano si riconoscono, si specchiano l’una negli occhi dell’altra, intrecciano i loro destini e diventano reciprocamente indispensabili.

E anime affini sono Marisa e Lucia, le due grandi figure protagoniste di Mandorla amara (Edizioni Convalle, 2019, pp. 212), intenso romanzo di Maria Rita Sanna, già autrice nel 2018 della raccolta di racconti Pane e fragole, sempre per la casa editrice Convalle. In precedenza la Sanna si è classificata al terzo posto nel contesto del Premio Letterario “Dentro l’amore” e ha ottenuto menzioni speciali in altre edizioni.

Dopo anni trascorsi nella Capitale, Marisa, una clochard, torna a Cagliari, sua città natale. Lucia è una donna pressoché sola; l’unica amica che le è rimasta è Laura che deve frequentare di nascosto dal marito Sandro, uomo violento e possessivo. Lucia ha subìto un aborto spontaneo e il coniuge le rinfaccia continuamente di non essere stata in grado di portare a termine la gravidanza. Marisa e Lucia si incontrano per la prima volta in una panetteria. Questa attività ha appena cambiato gestione: il proprietario è Antonio, fratello di Laura e primo amore di Lucia. Quest’ultima gli scrive un biglietto affettuoso. Al cimitero Lucia incontra ancora Marisa; incontro dopo incontro le due donne acquistano familiarità e confidenza. All’occhio attento della clochard non sfuggono i lividi sul volto dell’amica. Antonio ricambia il messaggio di Lucia con una lettera struggente e la donna trova il coraggio di sporgere denuncia contro Sandro. Ma quest’ultimo – da membro dell’esercito – riesce a insabbiare il procedimento. Marisa si offre come intermediaria tra Lucia e Antonio. La confidenza tra le due donne è ormai tale che quella confessa a Lucia il proprio fardello: anch’ella è stata vittima di violenza e ha ucciso il marito per legittima difesa per poi diventare clochard lasciando una figlia. La ragazza, Chiara, è diventata avvocato e ha un bambino di nome Riccardo. Chiara ha riconosciuto in Marisa la propria mamma perduta. Lucia progetta la fuga con Antonio grazie alla complicità della clochard e di Chiara ma deve fare i conti con la pervicacia di Sandro che la coinvolgerà in un finale rocambolesco. La vicenda di Marisa si avvia invece a un epilogo tranquillo.

Marisa mostra una scorza ruvida che custodisce una mandorla dolce, un animo nobile e generoso pronto a sacrificarsi per il prossimo in difficoltà. Sembra di vederla aggirarsi per le strade di Cagliari vestita con abiti lisi, i capelli arruffati; sembra di vederla dimessa eppure altera, trasandata eppure fiera. Ella vagabonda per la città per poi tornare al solito posto, un cantuccio che è una postazione da cui osserva il variegato caleidoscopio che è il mondo. Non è stata facile la vita, la “prima vita” di Marisa. Ha conosciuto il dolore, ha vissuto giorni di disperazione e momenti di smarrimento. Vittima della violenza psicologica e verbale del marito, ella compie un gesto estremo, “il” gesto, e si sporca le mani del sangue dell’uomo. Quelle stesse mani che avevano accarezzato la figlioletta, che avevano mandato avanti con il lavoro la famiglia. E questa stessa famiglia proprio lei, Marisa, la frantuma in mille pezzi. È la sola via di salvezza che la donna intravede. Ed ecco insorgere allora il senso di colpa, lacerante, sordo, che la accompagna notte e giorno e, proprio come Lady Macbeth, continua a scorgere sulle proprie mani e dentro casa il sangue di Efisio. Questa visione perseguita Marisa ed ecco profilarsi un’altra possibilità di salvezza: la fuga. Fuggi, Marisa! Fuggi da quella prigione! Scappa dal tuo folle, disperato gesto! Eppure fuggendo Marisa abbandona la figlia Chiara; il cuore le duole e la donna non riesce a vincere il rammarico di aver privato la ragazza dell’amore paterno. Se per la legge Marisa è innocente, la sua coscienza la condanna senza appello. Schiacciata e oppressa dal senso di colpa ella concepisce la fuga come un’espiazione del crimine commesso; diventare clochard equivale a una morte civile per cui ella non ha più nome né identità. Entra a far parte di quel sottobosco della società composto dagli ultimi, dai reietti e dai derelitti.

La dolce Lucia nell’adolescenza aveva un bagaglio pieno di sogni, speranze e promesse di una felicità futura. Profondamente legata alla propria terra e alle proprie radici, amava trascorrere il suo tempo tra i mandorli del terreno dei nonni. E quel terreno diventa suo alla loro morte. Ma la dolcezza dei sogni giovanili viene intossicata dal veleno sparso da una mandorla amara; chi uccide e calpesta la gioia di vivere di Lucia è Sandro.

Nell’amaretto è nascosto il senso della vita: la crosticina è la fatica quotidiana; all’interno la pasta morbida, rugosa al palato, dolce con un retrogusto d’amaro, nasconde le gioie e i dolori. La mandorla amara nell’impasto è determinata dalla mano dell’uomo, come i dolori sono decisi dalle azioni di ognuno.

Sandro, l’uomo che dovrebbe proteggere Lucia si rivela uno spietato aguzzino che cerca di tarpare le ali alla fragile moglie. Egli insiste affinché la donna venda il terreno con i mandorli, le impedisce di frequentare amicizie, controlla e sorveglia ogni movimento. Sandro non è un uomo empatico e quando Lucia perde il bambino anziché farle sentire il calore delle proprie braccia la umilia e colpevolizza. Feroce, spietato uomo che attribuisce l’aborto alla mancanza di attenzione da parte di Lucia, rea ai suoi occhi di aver lavorato troppo in campagna. Dalla violenza verbale a quella fisica il passo è breve e Lucia si ritrova ferita nel corpo e nell’anima, piena di lividi che fanno ancora più male perché inferti da quello che dovrebbe essere il suo amore. Se ne sta come una bambola rotta, Lucia. L’unico conforto è l’affetto incondizionato della cagnetta Briciola, capace di darle – lei che è un animale – quell’amore che l’umano le nega. Lucia lenisce le proprie pene dialogando con le “anime buone”, soprattutto con la mamma e l’adorata nonna. Ecco perché Sandro ha facile gioco nel farla passare per una povera pazza che crede di parlare con i defunti.

Sandro è un personaggio odioso, una presenza funesta come una nube tossica che toglie ossigeno e costringe a vivere in una perenne apnea.

Se le esperienze di Marisa e Lucia corrono parallele lungo il binario della violenza subita, le condotte adottate di fronte a questa imprimono una divaricazione alle loro vite. Marisa, al culmine dell’esasperazione, perde la testa e si macchia di un efferato crimine. Lucia, per sua stessa natura, non concepisce un epilogo così tragico e sceglie di continuare a subire un doloroso stillicidio. Anche l’altro comun denominatore tra le due donne è di segno opposto: la fuga. Marisa fugge ghermita dalle proprie Erinni mentre la fuga per Lucia è il viatico verso la libertà. La forza di quest’ultima è il suo amore per Antonio, il quale è la mandorla dolce che lenisce i patimenti subiti per anni da parte di Sandro.

Vedi, Lucia, la mandorla diversa, amara, è necessaria per farci apprezzare meglio la dolcezza di quelle buone; il gusto dell’amaretto è particolare e la sua crosticina croccante, che racchiude la pasta morbida, ci ricorda la vita con le sue difficoltà che nascondono le gioie.

Attraverso Marisa e Lucia Maria Rita Sanna dà voce a tutte quelle donne che vengono sottoposte a sevizie verbali e fisiche. Donne spesso sole che tacciono per paura o per pudore. Donne che si illudono che il maltrattamento sia solo un episodio, che il loro compagno cambierà – non può succedere proprio a me, no! -. Donne che si autoaccusano di aver provocato lo scatto d’ira e si convincono di averlo meritato. Ma quanto è importante superare la vergogna e la paura! Solo parlando, confidandosi e mettendosi a nudo, la donna maltrattata può sperare di sfuggire al suo aguzzino. Nelle città oggi si tende a ricreare la logica del “quartierino” ovvero a tessere una rete di rapporti amicali o parentali in grado di sostenere la vittima e sottrarla al carnefice. È questo uno dei casi in cui l’unione fa la forza: come la forza di Lucia sono Antonio, Laura e Marisa, così amicizie e parentele possono stringersi attorno alla donna formando una barriera difficile da scalfire . E sempre grazie a questa rete affettiva, la preda riesce a trovare motivazione e coraggio di denunciare il partner maltrattante. A volte capita però che le forze dell’ordine non riescano a procedere contro quest’ultimo, come nel caso di Lucia la cui querela è insabbiata dal subdolo Sandro. Ecco allora che la rete di supporto amplifica la propria importanza ed efficacia. Laddove le istituzioni tacciono possono essere proprio amici e parenti ad abbracciare la sfortunata e a curarne le ferite. Non è facile, no, ma l’amore è un’arma potente, un farmaco portentoso.

Maria Rita Sanna affronta il tema scottante della violenza sulle donne con garbo e delicatezza, quasi in punta di piedi. La penna è lo strumento con cui denuncia questo odioso fenomeno; una penna elegante ma lapidaria, una prosa fluida e luminosa che è un duro j’accuse contro quei mariti-padroni fedeli alla logica del voglio-comando-posso in nome della quale privano le proprie compagne della loro autostima e autonomia. Mandorla amara è un romanzo forte e sincero che arriva dritto al segno come un pugno nello stomaco. Non c’è morbosità né efferatezza nelle dinamiche descritte dalla Sanna ma una straordinaria capacità di penetrazione psicologica. A ben vedere tutta l’opera è costruita sul terreno di un fine psicologismo; i personaggi sono resi con potente vitalità, icastici e robusti.

Se c’è un messaggio tra le pagine di Mandorla amara è quello di sapere aude, di avere il coraggio di valersi del proprio raziocinio per individuare i punti deboli del nemico e neutralizzarli. Soprattutto quando il nemico stesso, il “mostro”, vive accanto a noi. Allora, proprio allora, quando il dolore è forte e la delusione cocente, è più che mai necessario che sapere aude si traduca in realtà fattuale.

C’era una mamma di Daniela Zepponi

“C’era una volta”. Così iniziano tutte le fiabe che si rispettino. Fiabe che parlano di magia, di incantesimi ed eroi coraggiosi. Di infanzia. A volte la vita stessa è una fiaba — o quasi. Anche quella delle mamme.

Ed ecco allora che C’era una mamma (Giaconi Editore, 2020, pp. 188), della digital strategist e blogger Daniela Zepponi — parafrasando l’incipit di cui sopra — narra le peripezie semiserie di una mamma alle prese con i propri bimbi. Questa tenera opera è un canto d’amore per i suoi piccoli Tommaso e Matilde e per tutti i bambini del mondo.

L’amore per Tommy e Mati è nato ancora prima che essi nascessero. Daniela cerca di spiegare cosa sia l’amore per un figlio e lo fa mettendo nero su bianco le proprie emozioni. Il suo intento è quello di circoscrivere, definire e distillare questo sentimento ineffabile. La conclusione cui Daniela giunge è che l’amore non si possa spiegare ma solo trasmettere. La nostalgia si declina come ricordo. Essa ghermisce guardando le scarpette di un figlio che ora indossa un 38; è il primo dentino spuntato a Matilde; ma è anche il ricordo della propria infanzia. Per una mamma è importante ridere. Il divertimento ha un potere terapeutico che aiuta ad alleggerire la tensione della vita da madre. Una vita che diventa improvvisamente caotica e movimentata. Ma si tratta di un fantastico e allegro caos tra cambi di pannolini e di “penthatlon” per portare i figli a scuola. La tenerezza è un sentimento rivoluzionario in un mondo frenetico e impazzito. È lieve, la tenerezza; è il tocco della mano di un papà che stringe quella piccina del figlio; è la felicità data dall’abbraccio del proprio bambino, una felicità che andrebbe distillata in gocce e chiusa in una boccetta per alleviare i momenti più duri. Ed è una cura. Sì, essa ha il potere straordinario di guarire un figlio al suono di una ninna nanna. Essere madre richiede coraggio: coraggio di rivendicare i propri diritti, di saper dire di no, di fare in modo che le paure dei genitori non condizionino i figli e, sì, coraggio di ignorare il giudizio altrui. Il dolore ha molte forme. Esiste la paura del dolore, il dolore fisico, quello spirituale e quello legato a una perdita. Ma tutte queste manifestazioni sono legate da un fil rouge, ossia il senso di speranza che addolcisce anche il dolore più acuto. Daniela ha sperimentato la sofferenza fisica e quella legata alla morte dell’adorato padre ma la nascita di Tommaso e Matilde ha ridato gioia al suo cuore “malandato”, ha asciugato le sue lacrime e le ha donato la forza di guardare con serenità al futuro.

L’Amore è un mistero insondabile, a maggior ragione quello verso i figli. Esso è un oceano, un immenso mare nella cui vastità è dolce annegare. L’Amore è multiforme, sfaccettato come un prisma. Ha mille volti: quello del proprio compagno, quello dei figli, quello di un genitore o di un fratello. Esiste l’Amore per la Patria e quello per un’Entità Superiore, Dio o qualunque altro Essere Supremo. Si nutre di baci, di abbracci, di sospiri ed emozioni profonde, di “ti voglio bene” detti o sottintesi, di parole pronunciate ad alta voce o solo sussurrate, di gesti semplici ma pregni di valore, di “sì” e di “no”. Perché anche certi “no” sono dettati dall’Amore e servono a chi li riceve a crescere e maturare. L’infinito Amore di una madre è discreto, sa farsi da parte e assistere all’ingresso del figlio — forte del bagaglio di insegnamenti e valori che ella gli ha trasmesso — nel mondo degli adulti. L’Amore infatti è saper lasciare chi ami libero di spiccare il volo e perfino di sbagliare. Una mamma sa che il figlio inevitabilmente si staccherà da lei, lo sa fin dal primo momento che lo prende fra le braccia. E lo accetta come verità ineluttabile. L’Amore deve essere davvero il fulcro dell’umana esistenza, se Sant’Agostino ne fa la chiave di volta della comprensione. Il professor Enzo Corradini, nel suo Lungo il viale e oltre, ha dato dell’Amore una definizione mirabile: “[…] esso è un componente importante dell’animo umano e, a guardarlo bene, un componente sui generis: ha un’apertura e un dire che gli sono peculiari, una sintassi e una punteggiatura specifiche per cui i fatti, sempre gli stessi, nella sua ottica acquistano tutt’altro significato. Ha anche un lessico proprio, perché parole come speranza, fede, eroismo, rinuncia, dedizione, ascetismo, Dio, raggiungono la pienezza del loro significato soltanto in esso. Ha anche addirittura un suo codice genetico che prescinde dalle eleganti spirali del DNA”.

Amore è quando fai di tutto per camminare accanto a chi ami. È quando rallenti il passo per non lasciare nessuno indietro. E quando, se la vita te lo chiede, li prendi in braccio e cammini tu per tutti.

La maternità, altro grande pilastro di C’era una mamma, non è soltanto una condizione fisica o uno stato giuridico; essa è piuttosto una disposizione dell’animo presente in nuce anche nel cuore di chi non ha ancora figli. È quell’istinto di sollecitudine e protezione che le donne provano quando vedono la testina ricciuta o la manina protesa di un bimbo, quando lo guardano nei suoi occhi ancora ingenui e non contaminati dalle brutture del mondo.

Il corpo delle mamme è un’astronave che traghetta un minuscolo viaggiatore nel mondo dei no, fino alle nostre braccia. È un veliero che cresce, spinto da un uragano che si porta dentro e cambia di forma in forma per nove mesi. […] Il corpo delle mamme è impastato d’amore e d’acciaio, come il nostro cuore. Resiste a tutto, per tenere quel figlio tra le braccia.

Purtuttavia la maternità si basa su un dualismo di fondo. Da un lato essa è una condizione beata, la realizzazione di un percorso durato nove mesi in cui mamma e figlio sono tutt’uno e i loro cuori battono all’unisono. Il sorriso di un piccolo al mattino permette di affrontare con positività la giornata più dura e la sera allevia la stanchezza o il malumore per qualche grana sul lavoro. Il “ti voglio bene” detto dal proprio bimbo o anche solo sentirsi chiamare “mamma” ripagano ogni sacrificio.

Dall’altro lato però la maternità si pone sotto il segno di quello che potremmo definire “alpha privativo”, della mancanza, o meglio della rinuncia. Sì, perché essa comporta la rinuncia alle uscite con le amiche nelle notti un po’ pazze, o alle sigarette e ai mojitos per garantire la salute alla creatura che è nel grembo. La maternità porta con sé notti insonni e corse tra la scuola e lo sport; richiede la capacità di incastrare i propri impegni con quelli dei figli; in una parola comporta la crescita dalla vita spensierata e quasi adolescenziale alla consapevolezza della propria responsabilità verso un altro essere vivente che dalla mamma dipende in tutto e per tutto. A volte la maternità è dolce, altre è pesante, addirittura dolorosa ma è sempre agire per il bene del proprio figlio.

Un racconto narra di un ragazzo a cui viene chiesta una prova d’amore da parte dell’amata. “Portami quello che hai di più caro”, dice questa. Il giovane, confuso ed esitante, capisce che la cosa più preziosa che possiede è la mamma. Dopo giorni di tormento e indecisione egli uccide quest’ultima e le strappa il cuore. Nel portarlo alla ragazza egli inciampa e dal cuore la voce della madre gli chiede: “Figlio, ti sei fatto male?”. Ecco cos’è la maternità: un Amore così immortale e sconfinato che perdona sempre.

Un altro nucleo tematico che emerge dal lavoro della Zepponi è l’importanza della Famiglia, la quale non è solo uno stato civile ma un’avventura dell’anima, un viaggio del cuore. Essa è fatta di calde braccia che accolgono e coccolano, di dita che asciugano lacrime e di bocche che sorridono. La famiglia è la prima scuola dove si imparano parole come “grazie”, “prego”, “scusa” e getta le basi di uomini e donne del futuro. Noi siamo la nostra famiglia, nel senso che siamo ciò che essa ci ha trasmesso, l’educazione e i valori che ha inculcato non solo con le parole ma anche con l’esempio. La famiglia è il rifugio tranquillo, il porto sicuro e la corazza che nessuno può scalfire.

C’era una mamma esibisce una struttura ettagonale: sette capitoli ciascuno dedicato a un sentimento cui viene attribuito un corrispondente cromatico ispirato all’arcobaleno. Figurano così l’Amore dipinto di rosso, la Nostalgia di giallo, la Tenerezza di verde, il Coraggio di blu, il Dolore di indaco e la Speranza di viola. Il cromatismo emozionale fa di C’era una mamma un’opera allegra, gioiosa anche nelle pagine più dolorose. La prosa di Daniela è lieve come il battito di ciglia di un bimbo, impalpabile e dolce come zucchero filato. Profuma di infanzia, di giochi, di biscotti e latte. Una prosa magica che evoca draghi e fate, castelli e principesse: il fantastico mondo dei bambini viene a galla in controluce con la loro schiettezza disarmante a cui noi adulti dovremmo riabituarci.

Non c’è fabula e non c’è intreccio; il lavoro della Zepponi è una sorta di diario intimo in cui sono immortalati sentimenti, sensazioni e impressioni che, come una miriade di goccioline d’acqua colpite dal sole, vanno a formare l’arcobaleno. Infatti la struttura diaristica dell’opera non soccombe al rischio della frammentarietà ma è un continuum omogeneo. La penna di Daniela Zepponi è camaleontica: lirica, ironica, dissacrante, perfino esilarante quando tratta gli aspetti tragicomici della maternità. È questo che ci piace della scrittura di Daniela: la schiettezza, la sincerità di ammettere che quello della mamma è un bel lavoro, sì, ma decisamente faticoso, senza per questo volersene lamentare. D’altra parte questo aspetto è messo in evidenza dal sottotitolo Una vita quasi da favola. Quindi tutte possiamo riconoscerci in queste pagine: chi è già mamma vi vedrà riflessa se stessa, chi non lo è potrà empatizzare con una giovane donna moderna dalla vita frenetica.

E stringere in mano C’era una mamma è come stringere un pezzo di arcobaleno.

Delitti nell’orto di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati

Alcuni casi di cronaca nera sono destinati a restare una aporia, misteri privi di soluzione. Altri vengono risolti felicemente grazie a una brillante intuizione proprio quando gli investigatori brancolano nel buio. Nel magico mondo dell’invenzione letteraria tale guizzo può venire anche da chi non ti aspetti, come Onorina, attempata detective in gonnella.

Onorina nasce dalla penna di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati che in Delitti nell’orto (Edizioni Convalle, 2019, pp. 228) danno vita a questa nonnina che tutti vorremmo avere e che è la colonna portante del romanzo, come si evince fin dal sottotitolo che recita Le prime indagini della Sciura Marpol, la quale altri non è se non Onorina.

A Maranese, negli orti comunali coltivati dagli anziani, si verificano strani furti di ortaggi. Quando Olga Resnati viene aggredita con un bastone di prugnolo tutti pensano che il responsabile sia il ladro. La verità è ben diversa e sarà Onorina ad arrivare per prima alla soluzione del caso. Chiuso l’affaire Resnati, Onorina e l’ispettore Ruggero Ascione devono far luce sulla misteriosa morte di Goffredo, trovato suicida nella cantina di casa. Pochi giorni ed essi scoprono il motivo del gesto estremo dell’uomo, tormentato dal pungiglione del rimorso. In prossimità dell’ospizio Santa Croce vengono disseppellite delle ossa umane. Si profila dunque un terzo caso per la “premiata ditta” Onorina e Ascione. Come se non bastasse a questo filone di indagini si aggiungono quello che riguarda l’incidente di una Ypsilon grigia finita in un fosso e la denuncia, da parte di Giovanna Ricci, di circonvenzione di incapace ai danni della madre, anch’ella ospite del Santa Croce. Ma a Maranese i misteri non finiscono qui. L’anziano ortista Pietro Gerosa muore apparentemente in séguito a una caduta dalla bicicletta. Al suo decesso succedono quelli di Rita Motta, dell’Osvaldo, marito di Onorina, e di Giovanni Persegati, faccendiere e proprietario del terreno che ospita gli orti degli anziani. Onorina riesce a dipanare la matassa di questa catena di morti e, individuato il colpevole, non esita ad affrontarlo mettendo a repentaglio la sua stessa vita.

Onorina è un’arzilla vecchietta molto nota in paese. Vive un matrimonio longevo con l’Osvaldo con il quale, tra battibecchi e momenti di affetto e affiatamento, è sposata da ben 55 anni, fino a quando la morte li separa e la lascia vedova. La scomparsa del marito è un duro colpo per Onorina che, all’improvviso, si ritrova senza il compagno di una vita. Moglie, madre e nonna, Onorina conduce un’esistenza esemplare e specchiata, che profuma di cose buone, come i manicaretti che prepara per l’amica Rita, ospite di una casa di riposo, a cui va a fare visita ogni settimana. Onorina è una confidente discreta e saggia, che sa sempre usare le parole giuste ed elargire consigli assennati. Ma questo “angelo del focolare”, questa tenera vecchina nasconde una faccia che non ti aspetti; è dotata di un acume e di un intuito fuori dal comune che la rendono una valida collaboratrice delle locali forze dell’ordine, incarnate dall’ispettore Ruggero Ascione. Non a caso ella si è guadagnata il nomignolo di “Sciura Marpol” come il personaggio — quasi suo omologo letterario — di Agatha Christie, della quale è grande estimatrice. Sì, perché Onorina, tra lavori a maglia, coltivazione dell’orto e impegno in cucina, è un’appassionata giallista.

Possiede un ottimo intuito. Unito all’esperienza e alla conoscenza della gente, contribuisce a farne una persona che è meglio avere dalla propria parte.

Acuta osservatrice dell’animo umano come Miss Marple e attenta alla criminogenesi come Poirot, Onorina è la summa delle due creature della Christie. Tanto più che la donna è solita far lavorare le famose “celluline grigie” tanto care all’investigatore belga dalla singolare testa a forma di uovo.

Attende che i dubbi si facciano strada piano piano fino a diventare intuizioni come spesso le è accaduto.

La figura di Onorina è ispirata a Onorina Brambilla Pesce, partigiana milanese.

Se Onorina è la mente, il braccio armato che inchioda i colpevoli alle loro responsabilità è l’ispettore Ruggero Ascione. Trapiantato tra le brume dell’hinterland milanese, egli avverte il morso della nostalgia per il calore, i sapori e la gente della sua terra natia, la Campania. Ciononostante Ascione si è perfettamente integrato nel tessuto sociale di Maranese intrattenendo rapporti di cordialità con gli abitanti del posto e addirittura di amicizia. L’amicizia è ciò che lega l’ispettore e Onorina, verso la quale l’uomo nutre un senso di rispetto — dovuto alla vetusta età della donna — e di affiatamento quando ella si rende utile alla risoluzione di un’indagine. Ascione è un inquirente 2.0, dinamico, sempre in movimento ma che non disdegna di avvalersi della saggezza dell’anziana.

Ruggero è un ispettore valido e stimato, un vero mastino che incalza la preda fino a quando non riesce ad afferrarla. Le sue capacità investigative sono riconosciute e stimate dal superiore Cerverizzo, il quale gli propone di tentare il concorso per il ruolo di commissario.

Ascione è un uomo d’azione ma è anche capace di slanci di grande sensibilità e profondità.

Un uomo che non è in grado di provare affetto per qualcuno, che umilia gli altri, che li prevarica, non è intelligente, è solo incapace di fidarsi del prossimo, è un poveraccio.

Il Nord, pur così freddo e dal clima uggioso, gli ha elargito un caro dono, gli ha fatto conoscere la donna della sua vita, Silvana, dolce bibliotecaria che ha fatto battere il cuore di Ruggero fin dal primo incontro. Silvana è il sole che irrompe e dissolve la nebbia del paesino lombardo, è colei che riporta calore e colori nella vita dell’uomo; il rimpianto per la terra lontana si trasforma grazie alla giovane in un più forte e sentito radicamento nella comunità di Maranese.

Anche Silvana è amica di Onorina, per lei quasi una seconda madre. Le due donne si scambiano confidenze e segreti e si sostengono a vicenda. Onorina è una sorta di Cupido che favorisce la relazione tra Silvana e Ruggero, una sorta di nume tutelare dei due giovani. È bella, Silvana; è una donna moderna e indipendente che — nonostante sia figlia del suo tempo — sogna una famiglia con un marito e dei figli da allevare.

Maranese è una cittadina immaginaria sita nell’hinterland di Milano. Essa è l’archetipo di tutti i paesini di provincia, sonnolenta, placida e silenziosa. Un luogo (o anche un non-luogo) in cui non succede mai niente e in cui la vita scorre sui binari di un’ordinaria quotidianità. Un luogo in cui inimicizie e rivalità, nel momento del bisogno e nel dramma, vengono superate e trascese in una rete di solidarietà. Maranese è un corpo in cui si annida una cellula infetta, malata, che cresce in maniera ipertrofica fino a diventare un tumore maligno. Il Male, infatti, allunga i suoi tentacoli e stritola tra le sue spire, come un terribile mostro, questa cittadina che avverte il sapore acre del sangue, quel sangue che una scia di delitti lascia dietro sé in un’assurda e delirante nemesi genealogica.

Delitti nell’orto ha una struttura quadripartita in cui ogni sezione corrisponde a un’indagine in un climax criminale che parte da un’aggressione per culminare nel più grave ed efferato dei reati, l’omicidio. Si direbbe quasi che il romanzo abbia un moto ascensionale che parte dal basso per arrivare al punto più alto dell’umana aberrazione. Nel tessuto narrativo di Delitti nell’orto non si avverte lo strappo dovuto alla duplice maternità dell’opera; Anna Maria Castoldi e Miriam Donati scrivono in perfetta unità di intenti e comunione di stile, il quale risulta potenziato dal reciproco labor limae. In effetti le due autrici hanno fatto proprio l’insegnamento della loro editrice — e writer coach — Stefania Convalle, la quale caldeggia la pratica della scrittura a quattro mani in cui lo scrittore si fa lettore e viceversa.

La prosa è frizzante, vivace e non priva di ironia. Inserzioni di espressioni dialettali lombarde, lungi dal generare cacofonia, colorano l’impianto narrativo e rafforzano la caratterizzazione dei personaggi, ognuno dei quali esibisce una robusta e ben delineata personalità.

Se queste quattro sono le prime indagini della Sciura Marpol, i suoi primi passi nel mondo del crimine al servizio della Giustizia, non possiamo non auspicare che a questi casi ne seguano altri per ammirare ancora all’opera la vispa Onorina!

L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

In Sardegna, nella Sardegna rurale e ancestrale, il figlio partorito da una donna povera e adottato da una famiglia benestante è detto fillus de anima , “figlio dell’anima”.
Tale è la protagonista de L’Arminuta(Einaudi editore , 2019, pp. 170), breve e struggente romanzo di Donatella Di Pietrantonio , vincitore del Premio Campiello nel 2017.

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Nell’agosto 1975, a tredici anni, la giovane viene riaccompagnata dal padre adottivo in seno alla famiglia di origine. La ragazzina sarà chiamata da tutti “l’arminuta”, “la ritornata”. Ella sale le scale della nuova casa con una valigia in una mano e una borsa piena di scarpe nell’altra. Ad aprirle è una bambina con le trecce sfatte: è la sorella minore Adriana. L’arminuta ha anche tre fratelli maggiori e uno ancora in fasce, Giuseppe. Vincenzo, il più grande di tutti, è affabile e protettivo con lei, mentre Sergio è polemico e litigioso. L’arminuta scrive a Adalgisa, la madre adottiva, e le confida il proprio disagio, psicologico e materiale; per tutta risposta la donna le fa recapitare un letto a castello e ogni settimana le corrisponde una piccola somma di denaro.
Ricomincia la scuola. L’arminuta viene emarginata dai compagni ma eccelle nello studio. Il destino bussa alla porta della sua nuova famiglia e Vincenzo perde la vita in un incidente con il motorino. La ragazza viene iscritta a un liceo in città; Adalgisa, le annuncia che non può ospitarla e che alloggerà nella casa della signora Bice come pensionante. Adriana vorrebbe seguirla in città ma, difronte al diniego della sorella, le urla in faccia la verità sull’abbandono da parte dei genitori adottivi. Si tratta di una rivelazione che sconvolge l’arminuta e tutte le sue certezze e la getta nella più cupa disperazione.
L’arminuta nasce due volte: quando viene alla luce e quando viene adottata. E due volte vive l’abbandono: quando i genitori biologici la cedono e quando lo zio la riporta a casa. Ella si trova catapultata da un presente sereno in un passato di cui non conserva memoria. È in una terra di nessuno:  vede svanire la famiglia in cui aveva creduto e quella di origine non la sente come sua. E, due volte orfana, l’arminuta si sente defraudata degli affetti più cari e sperimenta uno strappo, una frattura nella propria vita. Non è più figlia di Adalgisa, non è ancora figlia dei genitori biologici.

Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo.

Ella non usa mai le parole “mamma” e “papà” per rivolgersi a questi ma li definisce “la madre” e “il padre”. Quando deve attirare la loro attenzione invece di chiamarli inventa espedienti per farsi notare.

Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.

Sono due universi opposti quelli in cui l’arminuta si trova scissa, anche dal punto di vista geografico; la famiglia adottiva, quella della città , la faceva sentire amata e protetta, le permetteva di frequentare la piscina e studiare danza. Ben diversa è la famiglia del paese, immersa in una realtà più prosaica e modesta; le preoccupazioni materiali soffocano le manifestazioni di affetto, una diversa cultura mette al bando le parole dolci e le coccole. È gente scabra, questa, resa ruvida dalle asperità di una vita misera e grama, fondata sul lavoro umile e sulla fatica.
Dal giorno in cui Adriana le ha aperto la porta della sua nuova casa, l’arminuta attende che lo zio-padre torni a prenderla per condurla con sé in città, questa volta per sempre. Attende pazientemente, come Penelope attende il suo Odisseo, tenacemente e instancabilmente. Nella sua ingenuità fanciullesca ella crede che Adalgisa sia malata e non voglia crearle apprensione ma, una volta guarita, tutto tornerà come prima e la vita in paese sarà solo un ricordo lontano. Ma così non è e quando Adriana si lascia sfuggire la verità tutte le speranze della sorella crollano miseramente. E la delusione, quella cocente e feroce, provoca una rabbia che prende allo stomaco, Un rancore che pulsa nelle tempie. un altro strappo, un’altra ferita nella giovane esistenza della ragazza.
Non conosciamo il nome della protagonista; per il paese è “l’arminuta”, la signorina che viene dalla città, conosce le buone maniere e parla in italiano, a differenza dei compagni di classe.
Adriana è una bimba di dieci anni, è vivace e sveglia. È suo il primo volto che l’arminuta vede all’inizio della sua nuova vita. Adriana è una guida, una spalla e una confidente per la sorella ritornata. Da lei, “fiore improbabile cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”, quella apprende la resistenza. Ma Adriana è anche la spietata Parca che recide il filo della speranza . Eppure, superato questo banco di prova, il loro legame resterà saldo anche dopo decenni.
Donatella Di Pietrantonio sceglie la soluzione omodiegetica. L’io narrante è l’arminuta che, con un periodare nervoso, ricuce la trama della propria esistenza lacerata. Frasi brevissime si rincorrono veloci a estrinsecare la tensione emotiva e gli spasmi di un’attesa lunga, dolorosa e disillusa. La scrittura scabra e asciutta della Di Pietrantonio riesce comunque a conferire grazia e delicatezza a una materia deflagrante e a una vicenda che si presenta come un groviglio di dolore e pathos . E grazie a una penna sapiente questo grumo si dipana e si scioglie nello struggimento del ricordo di una storia rivissuta alla distanza. Sono trascorsi anni e le vicissitudini dell’arminuta sono ripercorse attraverso lo schermo di una rassegnazione pacata, di un’amarezza contenuta.
Inserti dialettali contribuiscono alla caratterizzazione dei personaggi.
Quello della maternità è un tema caro alla Di Pietrantonio che lo affronta anche nei romanzi precedenti, Mia madre è un fiume , vincitore del Premio Tropea, e Bella mia che si è aggiudicato il Premio Brancati e il Premio Vittoriano Esposito Città di Celano. Sono tutti superbi ritratti al femminile, superbi ritratti di donne e di madri; donne forti e solide come le rocce d’Abruzzo. Donne sconosciute alla grande Storia ma che hanno costruito giorno dopo giorno, con tenacia e passione, la propria personale storia e quella della loro famiglia.

Scrivere di Stefania Convalle

Come si scrive un romanzo? Quali sono le regole da seguire? Da cosa trarre l’ispirazione? A questa e altre domande che si pone l’aspirante scrittore Stefania Convalle risponde nel prezioso manuale Scrivere con sottotitolo Alla ricerca di sé e del proprio stile (Edizioni Convalle, 2019, pp. 142). In esso la Convalle mette in campo la sua esperienza di autrice e writer coach per guidare chi si accinge a imboccare il sentiero della scrittura in un vero e proprio viaggio dentro se stesso per far emergere quanto di più peculiare alberga in lui. La Convalle si è aggiudicata numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Giovani “Microeditoria di qualità”.

La prima regola – se di regole vogliamo parlare – è la semplicità; questo non significa banalità o sciatteria ma fluidità di comunicazione che buca la pagina e colpisce il lettore. Per scrivere bene è necessario affinare l’uso dei cinque sensi, soprattutto l’udito. La musica è un valido aiuto nella fase di stesura di un’opera grazie alla sua capacità di evocare immagini che poi lo scrittore fisserà sul foglio. Lo stile deve essere sintetico per non scadere nella piaga degli elenchi; perciò lo scrittore deve avere il coraggio e l’onestà intellettuale di tagliare le parti superflue. Un accorgimento utile per comporre un buon romanzo è scrivere a quattro mani: l’autore si fa lettore e viceversa. Per far volare la mente è determinante l’immedesimazione. Uno dei nodi da sciogliere quando si compone un’opera è scegliere la prima o la terza persona. Nel primo caso è ancora fondamentale l’immedesimazione, nel secondo l’occhio dello scrittore è come una grande lente d’ingrandimento che tutto vede e tutto sa. Lo scrittore deve saper padroneggiare la punteggiatura, la grammatica e l’uso accorto degli avverbi. Come la musica suscita ispirazione, così anche i dipinti stimolano la creatività: è dunque buona norma osservarne alcuni in fase di stesura. E se lo scrittore incorre nel famigerato blocco? In questo caso si può ricorrere a un metodo coercitivo ma fruttuoso: è bene che scriva per dieci minuti al giorno qualsiasi cosa gli venga in mente. Altro punto di notevole importanza sono i dialoghi, i quali devono essere credibili e non improbabili o artificiosi. Naturalmente un occhio particolare va riservato ai personaggi, non solo ai protagonisti ma anche a quelli secondari che possono essere funzionali allo svolgimento dell’azione. Last but not least lo scrittore deve essere un buon lettore.

In medio stat virtus dicevano i latini; Stefania Convalle adotta come un mantra la formula “non una parola di più non una parola di meno”. In questo giusto mezzo, in questa medietà risiede il segreto dello scrivere bene, cioè di una scrittura che deve essere pulita, ordinata ed essenziale. A tale scopo occorre “sfrondare”, proprio come si fa con un albero la cui chioma sia diventata troppo rigogliosa. La cifra della scrittura ideale è per la Convalle la sobrietà, uno stile parco e frugale capace di arrivare dritto al cuore del lettore senza bisogno di artifici o arzigogoli. La semplicità ha un’intrinseca forza ben più potente di uno stile ridondante o barocco e denota la padronanza delle parole da parte dell’autore, la sua sicurezza in se stesso e nella sua scrittura. In questo modo il lettore viene conquistato da ciò che esce dall’intimo dello scrittore, dal suo io più profondo, dalla sua essenza.

Voglio poter arrivare a ogni singolo lettore. La scrittura non dev’essere una sterile esibizione delle proprie conoscenze, ma deve arrivare. A chi? A chi legge.

E come si arriva a chi legge?

Mettendo da parte la testa e usando il cuore.

Il processo di immedesimazione nella storia e nei personaggi deve essere totalizzante, avvolgente e perfino doloroso. Lo scrittore deve essere disposto a scavare anche nella parte più torbida di sé, senza sconti né remore. Egli deve abbandonarsi completamente a se stesso, lasciarsi trasportare dalle maree del suo essere per trasporre sulla carta il proprio viaggio interiore, arrivando solo in questo modo a centrare il cuore di chi legge.

Ciò che scriviamo parlerà da sé, e parlerà con tanta forza se ci sfileremo i guanti del buonismo, perché lo scrittore sa e deve sporcarsi le mani quando serve, affondarle nel fango quando la storia lo richiede.

Chi si aspetta un manuale serioso e pedante resterà piacevolmente sorpreso dal trovarsi tra le mani un libretto brioso, fresco e diretto. Fedele alla regola aurea della semplicità e della sintesi, Stefania Convalle ci regala un utile enchiridion la cui spontaneità arriva diretta al lettore-allievo. Non concetti complessi, non parole astruse né periodi troppo articolati; al contrario uno stile snello, paragrafi brevi e incisivi, linguaggio pulito e mood colloquiale: questi i tratti distintivi di Scrivere. La Convalle padroneggia una penna sagace che spesso riesce a suscitare il sorriso nel segno del motto latino delectando pariterque monendo: lei stessa ammonisce l’aspirante scrittore a non indossare i panni del “maestrino”, a evitare l’intento di voler insegnare a tutti i costi. Ebbene, non è tanto la writer coach a parlare quanto una persona che ha accumulato esperienza prima di noi e con noi vuole condividerla. Parla con leggerezza, Stefania Convalle, una leggerezza che, come dice Calvino, “non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

L’obiettivo dell’autrice è sì quello di comunicarci i “trucchi del mestiere” ma, soprattutto, di trasmettere l’amore per la scrittura, il desiderio di custodirla e preservarla per goderne e gioirne come di un bene prezioso che abbellisce l’umana esistenza. Ma, ancora di più, la Convalle si pone come un Cicerone nel labirinto delle lettere; una guida che si propone di aiutare il lettore-scrittore a scandagliare gli strati più profondi del suo essere per far emergere la propria unicità.

Scrivere è una ricerca, una ricerca prima di tutto di sé.

Trasporre sulla carta ciò che vediamo guardandoci dentro è la via per scoprire la nostra vera essenza; sì, la carta diventa il nostro specchio, uno specchio che non ci permette di barare ma ci obbliga ad essere sinceri con noi stessi e con chi ci leggerà. Si tratta di un processo maieutico che può anche turbare ma, alla fine del tunnel, splenderà la luce e la nostra unicità, il nostro io verranno allo scoperto come una farfalla dalla crisalide. E allora saremo maturi per dare inizio alla nostra avventura nello sfavillante mondo delle lettere.

A Stefania Convalle va un sentito grazie per averci trasmesso i suoi segreti e il suo contagioso amore per la scrittura.

Anime Antiche di Stefania Convalle

Dice Oscar Wilde che “il mistero dell’Amore è più grande del mistero della Morte”. L’Amore è soffio vitale, è energia potente, è una forza capace di resistere all’urto del tempo e di sopravvivere al tempo. L’Amore, anzi, pulsa già nel secondo che precede il tempo. Nulla può la Morte contro questo afflato vitalistico che la respinge e sconfigge. L’Amore si annida nelle pieghe dell’animo umano ed è capace di traghettarlo attraverso innumerevoli vite. Questo è il teorema su cui si regge Anime Antiche (Edizioni Convalle, 2019, pp. 203), intenso e suggestivo romanzo di Stefania Convalle, scrittrice, writer coach e editrice.

Muriel è inghiottita in una relazione tormentata con Lorenzo. Seduta ad una panchina incontra Greg, un giovane tanto espansivo quanto enigmatico. Dopo alcune settimane di frequentazione i due partono per la Sardegna. Qui Greg mostra a Muriel la “casa azzurra”, un edificio antico e imponente dall’intonaco turchese scrostato dalla salsedine dove, in quella stessa notte, Greg torna da solo. In questa vecchia dimora egli ha trascorso una delle sue vite precedenti; sì, perché Greg è un’anima antica reincarnata per vivere di nuovo l’amore con la sua Maria, la quale altri non è se non Muriel. Quando il giovane le racconta la loro storia ella sulle prime è incredula e diffidente, poi ha una folgorazione e riconosce in Greg Alessandro, il suo amore della vita precedente vissuta proprio nella casa azzurra. Lorenzo viene informato della strana situazione ma non intende farsi da parte. Muriel avverte forte il richiamo degli States e parte per Boston. A Cape Cod ella trova Greg ad aspettarla: il ragazzo le racconta che, in una delle loro vite, essi hanno abitato lì, in una casa dai mattoni rossi ma il loro matrimonio ebbe un tragico epilogo che coinvolse anche Lorenzo, altra anima antica. Greg svela che egli è stato anche Pierre, amico fraterno del rivale. Muriel torna a Milano e convoca Lorenzo con cui ha un colloquio chiarificatore in seguito al quale l’uomo sembra addolcirsi. Ma è solo un’illusione e la vera natura di Lorenzo ritorna a galla. Muriel organizza un incontro a tre per confrontarsi; tale incontro avrà un esito decisivo.

Greg, Muriel e Lorenzo. Anime antiche legate da un filo invisibile ma tenace che li guida nella successione delle vite e li porta a ritrovarsi in ciascuna.

Greg è un puro; giovane ma saggio e misterioso, porta in sé un’energia e un’aura che attraggono irresistibilmente Muriel, pure molto più grande di lui.

Sono stato un uomo, una donna , persino un cane, ma anche una quercia nelle mie tante vite: in viaggio nel tempo.

Un folle, uno “svitato”; così viene giudicato Greg il quale è l’unico a sapere che le anime non muoiono mai ma sono soggette a cicliche reincarnazioni. Questa verità di cui egli è depositario è insieme un dono e una condanna; è un dono perché gli permette di fare tesoro dei propri errori e di non ripeterli nella vita successiva. Ma è una condanna perché lo costringe al ruolo di una Cassandra veritiera ma ignorata.

Anche Muriel sulle prime lo considera un pazzo, uno stolto. Eppure quell’Amore che li ha fatti ritrovare brilla negli occhi di Greg ed è in quel bagliore che Muriel riconosce il suo adorato marito; è allora che la donna capisce ciò che sa già intimamente anche se la ragione non è in grado di accettarlo. Cioè che anche lei è una ritornata, un’anima antica.

Ma poi, è davvero così importante che tutto abbia un senso? Forse è proprio questo affannarsi a trovare una logica in ogni singolo evento che crea tanta infelicità nell’essere umano.

“Sei felice?” chiede Greg a Muriel durante il loro primo incontro. Domanda breve, secca, lapidaria, che mette in crisi la donna. Ella accoglie in sé contraddizioni e conflitti; ha mollato il lavoro, ama Lorenzo eppure detesta il suo comportamento, è una donna la cui vita è costellata di “casi umani”, ovvero di incontri sbagliati. Una donna divisa a metà tra un amore tormentato e l’irresistibile richiamo emanato dal giovane Greg. Ed è proprio per Greg che Muriel, donna pragmatica e solida, abbandona le proprie paure e, in un impeto di sana “follia”, vola negli Stati Uniti come attratta da un magnetismo. Il nome Muriel significa ‘Profumo di Dio’ ed è lo stesso di un Angelo, quello più vicino agli esseri umani. Proprio come l’Angelo eponimo, Muriel ha un grande cuore e sa provare forti emozioni. La donna è il personaggio più empatico di tutto il romanzo; ella assorbe stati d’animo e sensazioni ed è l’unica a percepire la verità del racconto di Greg.

Lorenzo è un traditore seriale, un animo narcisista e dall’ego smisurato. Tipico maschio alfa, vuole per sé Muriel ma si concede tutte le avventure che desidera. Anche Lorenzo è un’anima antica ma il suo cinismo è una corazza contro la quale l’arma del messaggio di Greg si spunta e viene respinta. Ma Lorenzo è davvero così ruvido? Davvero è impermeabile ai sentimenti? La realtà è che anche lui ha sofferto per amore e si è costruito tale armatura per non cadere più preda del dolore. Man mano che l’intreccio procede scopriamo così il lato umano di Lorenzo, la cui personalità, che sembra nera, si rivela un po’ meno cupa salvo poi tornare a vestire i panni abituali.

Dunque Greg è una sorta di angelo psicopompo che attraversa gli abissi del Tempo e della Morte per guidare Muriel e Lorenzo a uno stadio di evoluzione spirituale che presuppone la superiore e acquisita consapevolezza della loro natura di anime antiche.

L’Amore è più potente della Morte, si è detto. E l’Amore in Anime Antiche si declina in tutte le sue forme: coniugale, fraterno, genitoriale, filiale, amicale. Greg e Muriel sono stati di volta in volta marito e moglie, fratello e sorella, madre e figlio, amici.

L’intreccio si dipana attraverso la triangolazione Milano-Sardegna-Boston; ognuno di questi luoghi è un polo geografico e morale che fa da sfondo alle storie di Greg e Muriel. La città meneghina rappresenta l’irruzione della contemporaneità nel ciclo delle reincarnazioni; l’isola è quell’Eden che vede Maria e Alessandro amarsi di un amore totalizzante e tenace. La metropoli statunitense, elegante e vagamente snob, e più ancora la vicina Cape Cod, sono il teatro di una relazione troncata in modo violento, un rapporto offuscato da nubi che preludono alla tempesta finale.

Anime Antiche è un romanzo polifonico, a quattro voci. La quarta è quella di Luna che, nell’invenzione letteraria della Convalle, è l’autrice del romanzo che noi leggiamo e che sembra adombrare la stessa Convalle in una sorta di alter ego. La presenza di Luna pone l’opera in una prospettiva metaletteraria la quale riserva al lettore una sorpresa finale che riguarda proprio Luna; quest’ultima si ritroverà protagonista di una vicenda surreale. Le quattro voci narranti si alternano e compenetrano in un dialogo armonioso e serrato; i personaggi si fanno cantori ciascuno del proprio sentire e delle proprie passioni, del proprio presente e dei ricordi del passato, quei ricordi che – sepolti negli archivi della memoria – pure urgono e gridano forte.

La scrittura di Stefania Convalle, asciutta, sobria ed elegante, dà forma a una dimensione onirica che si respira fin dalle prime pagine e fa di Anime Antiche un romanzo che ha la consistenza di un sogno; lieve, impalpabile eppure vivido e nitido nella coscienza del risveglio.

Un amore di Dino Buzzati

L’Amore. Quel sentimento che riscalda e avvolge come una coperta, che fa sciogliere di tenerezza e battere il cuore, che ha ispirato poeti e artisti. Ma l’Amore si declina anche altrimenti; esso è capace di mostrare un volto cinico e duro, di assumere le fattezze di un “garzon crudo” come canta Petrarca nel Triumphus Amoris. Questa sorta di Giano bifronte è ciò con cui deve misurarsi l’architetto Antonio Dorigo, protagonista di Un amore (Mondadori Editore, 1999, pp. 282), intenso romanzo di Dino Buzzati, in parte autobiografico.

La gestazione dell’opera prende avvio infatti nel marzo 1959 quando l’autore si trova a Saint Moritz; in tale occasione egli comincia a temere che la donna amata possa mancare agli appuntamenti, sfuggirgli, addirittura dissolversi. Ed ecco allora il nucleo generativo di un romanzo dominato dalla passione amorosa e da un diffuso erotismo.

Un giorno del febbraio 1960, a Milano, Antonio Dorigo telefona alla signora Ermelina – che gestisce un giro di prostituzione – chiedendo un appuntamento con una ragazza. La giovane prescelta è Laide, diciotto anni, ballerina alla Scala. Ella colpisce l’uomo che, alcuni giorni dopo, reclama un nuovo incontro con lei. Il pensiero della fanciulla si insinua sempre di più nella mente di Antonio che si scopre geloso e incapace di vivere senza di lei. L’uomo confessa timidamente a Laide il proprio sentimento. La ragazza si reca a Modena per un servizio fotografico; alcuni giorni dopo ella chiede all’amante di andare a prenderla a per riportarla a casa. Dorigo conosce Marcello, presunto cugino di Laide, e avverte imperioso il morso della gelosia. Durante il viaggio di ritorno Antonio le propone un accordo: le verserà una congrua somma alla settimana per incontrarsi due o tre volte; per il resto la lascia assolutamente libera. La ragazza accetta di buon grado ma Dorigo, dopo l’iniziale sollievo, si sente turbato e sempre più geloso perché l’embrione di diritto che ha acquisito sulla giovane gli rende intollerabile la di lei libertà. La notte di Capodanno Laide e Antonio hanno un’accesa discussione e per due settimane non si vedono né si sentono. Laide ricompare nello studio di lui, pallida e sfatta. I due ricominciano a incontrarsi ma il rapporto si deteriora a causa delle menzogne di Laide. Ma è davvero finita? Antonio ha veramente deciso di voltare pagina?

Dorigo è un ragazzo imprigionato in un corpo di cinquantenne.

Eppure anche a cinquant’anni si può essere bambini, esattamente deboli smarriti e spaventati come il bambino che si è perso nel buio della selva. L’inquietudine, la sete, la paura, lo sbigottimento, la gelosia, l’impazienza, la disperazione. L’amore!

Vittima della più splendente delle ossessioni, egli si ritrova avviluppato nella tela inconsapevolmente tessuta da Laide. A motivo della sua educazione di stampo cattolico e ostile alla sfera sessuale, Antonio considera la donna come un essere di un altro mondo, come una creatura quasi superiore, misteriosa ed enigmatica.

Fra lui e le donne giovani c’era stata sempre una barriera, e le donne erano qualcosa di illecito e l’atto carnale una specie di mito.

Ma proprio questo tabù rende l’universo femminile affascinante agli occhi di Antonio. Una donna onesta non lo attrarrebbe ed è appunto la fascinazione del proibito, del possedere con il denaro un corpo altrimenti inaccessibile che gli dà soddisfazione e piacere.

Specularmente ad Antonio Laide è una donna vissuta imprigionata in un corpo di ventenne. Ella è una sorta di Lolita, una ninfetta conscia del proprio fascino e del potere che esercita su Dorigo in virtù dell’innocenza del pudore che non ha. La ballerina è il respiro della Milano buzzatiana: sicura, tracotante, sfacciata, insolente, puttana. Tutto questo è Laide e tutto questo soggioga Antonio. L’amore che egli nutre per la ragazza nasce per caso, come una pianta tra le rocce. Il seme caduto accidentalmente attecchisce alla nuda terra, germoglia e da tenero virgulto si trasforma in un’esplosione di vita.

Quella tra Antonio e Laide è una relazione in cui i ruoli sono ben definiti e nitidi i rapporti di forza: è lei a dominare, a tenere le redini del cuore e della vita dell’amante che, nonostante sia un uomo maturo, è del tutto succube dei suoi capricci e soggiogato dalla sua impudicizia. E Dorigo che pure intuisce, anzi inconsciamente – ma non troppo – sa che Laide ha costruito un castello di bugie, un labirinto di menzogne, si sforza di soffocare tale certezza, ha bisogno di credere che ella sia sincera; forsennatamente, disperatamente, tenacemente, vuole credere alle parole di lei, a ogni giustificazione palesemente assurda ma proferita con un candore che la rende veritiera. O meglio, che la rende veritiera al cuore innamorato reso ottuso dalla passione e ottenebrato dall’amore. Sì, perché per uno strano e paradossale rovesciamento di prospettiva, ogni volta che Dorigo fiuta o scopre una bugia, Laide lo zittisce con un’innocenza disarmante con la quale ella rivendica la propria – fittizia – buona fede. E ad Antonio non resta che fidarsi, anche a costo di chiudere gli occhi. Quando Laide lo presenta come uno zio, Dorigo ingoia l’umiliazione e mastica rabbia. Ma si annulla e si lascia calpestare.

Dopo un lungo travaglio, Antonio placa la sua forsennata passione e il palo rovente in corrispondenza dello sterno cessa di provocare dolore. A cinquant’anni scompare l’ultimo lembo delle inquietudini giovanili e l’uomo raggiunge la pace. Così Laide, alla fine di un tortuoso percorso fatto di sotterfugi e menzogne, di astuzie quasi bambinesche, si rivela una sorta di bestiolina ammansita. È la vita stessa che ha agito su di lei; la giovane femme fatale è diventata una donna matura nel cui animo fanno capolino “i desideri per le gioie semplici ed eterne, domestiche, rassicuranti, banali forse, che sono il sale della terra”. Come per una sorta di muta, dalla pelle giovanile emergono due adulti che si sono lasciati alle spalle schermaglie e vendette, rancori e amarezze.

La scrittura di Buzzati è articolata in lunghi periodi nei quali le proposizioni sono coordinate asindeticamente e abbonda la figura retorica dell’accumulazione, espressioni stilistiche – queste – dell’affastellarsi dei pensieri di Antonio e del suo arrovellarsi sulle ipotesi e sulle visioni immaginifiche della sua mente. La sintassi è dunque lo specchio della babele emotiva e del labirintico pathos che albergano nell’uomo Dorigo. Buzzati usa alternare e confondere i tempi verbali passando, all’interno dello stesso periodo, dal presente al passato prossimo a quello remoto. È altresì frequente il salto dal monologo interiore alla seconda persona.

Dino Buzzati disseziona con spietato realismo tutti i meandri di una passione amorosa totalizzante e lo fa attraverso la gentilezza di una prosa adamantina e dalla purezza liliale. È una precisione chirurgica quella che scava nella profondità di un sentimento quasi patologico ma di sicuro guizzante e vitale. Perché l’Amore è ciò che fa palpitare, comunque esso si manifesti; è ciò che fa vibrare ogni cellula del nostro corpo in uno slancio vitalistico che nessun’altra esperienza farà mai provare.

Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin

In francese la parola Toussaint indica l’1 novembre, giorno di Ognissanti quando, per tradizione, si fa visita alle tombe dei defunti. Per ironia della sorte o forse secondo il detto latino nomen omen, Violette Toussaint nata Trenet è la custode del cimitero di Brancion- en-Chalon.

Violette è una signora affabile e generosa che accoglie tutti in casa sua e sa sempre trovare le parole giuste per ognuno. Violette è la depositaria dei segreti e delle confidenze di chi, passando per il camposanto, si rivolge a lei per un consiglio o uno sfogo. Violette è una bella donna che ha smesso di prendersi cura del suo aspetto. Violette indossa l’estate sotto l’inverno, indumenti colorati sotto un soprabito scuro consono al ruolo che ricopre. E “l’estate sotto l’inverno” potrebbe essere l’espressione che sintetizza il romanzo di Valérie Perrin Cambiare l’acqua ai fiori (Edizioni e/o, 2020, pp. 478, trad. di Alberto Bracci Testasecca), intensa storia di resilienza con una sottotraccia gialla, che si è aggiudicata il Prix Maison de la Presse nel 2018.

In una giornata piovosa si presenta al cimitero di Brancion-en-Chalon il commissario marsigliese Julien Seul il quale espone a Violette il proprio caso: la madre, prima di morire, ha espresso il desiderio che le proprie ceneri riposino in quello stesso camposanto sulla tomba dell’avvocato Gabriel Prudent. Violette ha un passato doloroso alle spalle; giovanissima sposa Philippe Toussaint e i due ottengono lavoro come custodi di un passaggio a livello. I Toussaint hanno una figlia, Léonine, la quale muore in seguito a un incendio sviluppatosi in circostanze misteriose mentre è in un campo estivo. Nell’agosto 1997 i coniugi perdono il lavoro in seguito all’automatizzazione del passaggio a livello e poco dopo ottengono il posto di guardiani del cimitero di Brancion-en-Chalon. Alcuni mesi più tardi Philippe abbandona Violette. Sarà proprio Julien a ritrovare l’uomo, al quale la moglie invia una lettera con la richiesta di divorzio. Philippe torna da lei per informarla di non cercarlo più e sulla via del ritorno muore in un incidente in moto portando con sé il peso schiacciante della verità sulla morte della figlia. Una verità dolorosa, sconcertante, che Violette stessa apprenderà dopo il decesso del marito, quando i tasselli del passato si ricompongono a formare un quadro di sconvolgente nitore.

Violette è una donna prostrata dal dolore, una donna spezzata. Ma non vinta né morta. Quella Vita che le sembra di aver perso insieme alla piccola Léonine pian piano germina di nuovo in lei, diventa un virgulto e poi esplode con forza. Questo miracolo è reso possibile grazie all’incontro con Sasha, l’anziano custode del cimitero, il quale, oltre a essere un confidente sensibile e attento, la inizia alla coltivazione di ortaggi e al giardinaggio. È dunque attraverso la Natura che la Vita fa irruzione nel cuore ibernato di Violette. Nel maturare delle verdure, nello sbocciare dei fiori, nelle onde del Mediterraneo ella sente e percepisce la presenza della sua piccina. Il ventre di Violette ha cullato Léonine; il ventre della Terra custodisce la Vita che si manifesta nel ciclo delle stagioni e questa epifania è terapeutica per la donna che ritrova così un senso alla sua esistenza interrotta.

Essendosi spenta la vita principale il vulcano era morto, ma sentivo crescere dentro di me ramificazioni e controviali, sentivo quel che seminavo. Eppure la terra desertica di cui ero fatta era molto più povera di quella dell’orto del cimitero, era una pietraia. Ma un filo d’erba può crescere ovunque, e io ero fatta di quell’ovunque. Sì, una radice può attecchire anche nel catrame, basta una microfessura per far penetrare la vita all’interno dell’impossibile. Un po’ di pioggia, un po’ di sole, e spuntano germogli venuti da chissà dove, forse portati dal vento.

Violette ha familiarità con la dimensione della morte; fin dalla nascita ha avuto a che fare con essa. Neonata e rifiutata dalla madre, stava per morire assiderata. È stata la compassione di un’infermiera a salvarla; la donna l’ha chiamata Violette – a causa del colore violaceo che la piccola stava assumendo – Trenet, in omaggio al cantante da lei amato. Violette, strappata in fasce alla morte, della morte si è beffata e continua a farlo anche da adulta.

Mi piace ridere della morte, prenderla in giro. È mio modo di esorcizzare, così si dà meno arie. Burlandomi di lei permetto alla vita di prendere il sopravvento, di avere il potere.

Non ha paura della morte, Violette; d’altra parte la nera signora ha fatto visita a casa sua privandola del bene più prezioso e così la donna non può più temerla perché è sprofondata nel pozzo buio della disperazione, ha conosciuto il dolore più atroce e lacerante che una madre possa provare. Ed essendo risalita da questo pozzo, la morte nulla può più su Violette. Ella può parlarne con serenità, quasi francescanamente come “sorella morte”. Il cimitero è il mondo della Toussaint, un microcosmo popolato da persone ognuna delle quali le racconta la propria storia. Attraverso le orazioni funebri, attraverso le epigrafi, ogni defunto le parla di sé come in una sorta di Antologia di Spoon River. Violette considera i morti del suo cimitero compagni di viaggio, si occupa della manutenzione delle tombe in un afflato di pietas.

I Toussaint rappresentano la famiglia disgregata. Dopo gli anni iniziali segnati da una passione assoluta, travolgente e totalizzante, compaiono le prime crepe nel rapporto coniugale, crepe che diventeranno una frattura insanabile. Violette e Philippe incarnano due modi opposti di intendere e vivere la genitorialità. La donna rappresenta la maternità concessa e poi sottratta brutalmente; è una madre attenta e premurosa, sempre pronta a giocare con la propria bambina. La culla, le legge libri per addormentarla, ne respira il profumo infantile, un profumo assai più grato e dolce di quello delle amanti che percepisce addosso al marito. Quest’ultimo è un padre assente, indifferente, quasi di passaggio nella vita della figlioletta. È un coniuge fedifrago e un traditore seriale, un inconcludente che vive con il salario della moglie e i cui unici interessi – oltre alle donne – sono i videogiochi e le corse in moto. È un eterno ragazzo, una sorta di Peter Pan in un corpo adulto.

La morte di Léonine scuote anche l’apatico Philippe che non si dà pace e, per quanto soffra meno di Violette, si batte per scoprire ciò che realmente accadde quella terribile notte. La ricerca della verità è uno dei grandi temi del romanzo. La verità processuale è che la bambina e le tre compagne di stanza siano sgattaiolate in cucina per farsi una cioccolata e così, da una disattenzione, si sarebbe sviluppato l’incendio che le ha uccise. Ma il cuore di madre di Violette sa che non è così. E questa intima certezza la spinge a lottare per conoscere la verità vera. Solo quando smetterà di arrovellarsi e farà pace con la vita ella la apprenderà come eredità di Philippe. Egli si batte come un leone per dissipare le tenebre dell’incidente notturno; avvicina i protagonisti della tragedia, li mette sotto torchio e cerca di carpire il segreto che la avvolge. Un segreto soverchiante che, scoperto, pesa come un macigno sulle spalle di Philippe. Il suo senso di colpa non è dovuto al fatto che il suo dolore per la perdita della figlia sia misurato e contenuto, quanto alla sua incapacità di alleviare lo strazio della moglie. Così questo personaggio all’apparenza rude e cupo rivela un’anima, un cuore di carne in cui pulsa un amore celato e sotterraneo, forse ignorato da lui stesso eppure presente e vivo come fuoco sotto la cenere.

Il romanzo è strutturato come un trittico; tre quadri che raffigurano rispettivamente il presente di Violette, un flashback che ci riporta indietro nel tempo e la vicenda di Irène Fayolle e Gabriel Prudent. Tre quadri, tre fili che si intrecciano intimamente fra loro in un mirabile rapporto di causa-effetto a narrare una storia emotivamente forte e avvolgente. Cambiare l’acqua ai fiori è un’opera stratificata in cui attualità e passato dialogano armoniosamente senza cesure né soluzione di continuità. Il lettore non avverte salti ma percepisce un continuum omogeneo e lineare che fa di questo romanzo una lettura avvolgente da cui è difficile staccarsi.

Le pagine si susseguono delicate e potenti al tempo stesso; la Perrin dipinge così bene i personaggi da renderli presenze concrete e vive. Ci si affeziona loro, alcuni si amano, altri suscitano avversione, altri commozione. In ogni caso non lasciano indifferenti. La prosa di Valérie Perrin ha una grana luminosa, solare nonostante la materia narrata sia di per sé foriera di mestizia. È proprio la luce che tale scrittura emana ad annullare qualsiasi cupezza, come una stella illumina il cielo notturno.

La Perrin alterna la narrazione in prima persona a quella in terza; prospettiva omodiegetica e narratore onnisciente convivono all’interno del romanzo senza che questa alternanza risulti cacofonica o stridula; ché anzi è tutto straordinariamente, dannatamente perfetto e senza sbavatura alcuna.