Come le stelle del cielo

Il 24 ottobre 1883 era stato uno dei giorni più funesti della vita di don Ottavio Orsini. Dopo ore di travaglio, al rintocco della campana dell’Angelus, donna Antonia aveva dato alla luce una bambina, Lucrezia Maria. Dovettero passare degli anni perché don Ottavio perdonasse alla moglie questo ‘torto’, tanto più grave in quanto la donna non avrebbe potuto partorire altri figli. Quel maschio ardentemente voluto non sarebbe mai arrivato e l’Orsini, ricco proprietario terriero, vedeva sfumare gli ambiziosi disegni di dare un seguito alla propria dinastia e di ampliare il patrimonio di famiglia. Stizzoso e irascibile, il suo carattere era decisamente peggiorato dopo la nascita di Lucrezia, verso cui provava solo disprezzo.
Quando però la giovane raggiunse la soglia dell’adolescenza, il padre cominciò a guardare con occhi diversi quell’unica figlia femmina che gli schiudeva allettanti prospettive. Lucrezia era bella e prometteva di diventarlo ancora di più una volta che l’età adulta avesse donato a quella bellezza acerba il fascino di una maturità consapevole. Già alcuni rampolli di buone famiglie mostravano una certa infatuazione per lei e non avrebbero tardato ad arrivare proposte di matrimonio. Era questo il cavallo su cui puntare: l’avvenenza di quella figlia che egli trattava con malcelato fastidio e che invece si rivelava la chiave per entrare nell’alta società. Ma Lucrezia provava pena, perfino rabbia verso quelle donne che accettavano rassegnate la strada del matrimonio. Volitiva, fiera e caparbia, era decisa a lottare per realizzare il sogno che nutriva fin da piccola.
Poco più che bambina, era rimasta affascinata da una rappresentazione teatrale a cui aveva assistito con i genitori. Gli abiti di scena, il trucco, la gestualità e la voce dell’attrice protagonista, dal tono ora flautato ora risoluto, tutto di quel mondo le era rimasto impresso nella mente. Immaginava se stessa su un palcoscenico, gli occhi del pubblico puntati su di lei. Il sipario si alzava e lei diventava un’altra persona e con questa gioiva e piangeva. Oppressa da quel padre che non perdeva occasione per mostrare il proprio rancore, Lucrezia era convinta che avrebbe trovato la libertà vivendo tante altre vite, calandosi in tante identità che le avrebbero fatto dimenticare quella di figlia non amata in cui si sentiva prigioniera.
Così era riuscita a strappare a don Ottavio il permesso di frequentare una scuola di recitazione; egli le aveva concesso questo favore solo per apparire come un genitore munifico a parenti e amici, non certo per affetto verso la figlia. Anzi, considerava quelle lezioni delle sciocchezze per nullafacenti ma, in fondo, a lui poco importava di come impiegasse il tempo Lucrezia. Gli importava invece, e molto, che ella convolasse presto a nozze con uno dei suoi ricchi pretendenti.
Qualche santo sembrava aver ascoltato le preghiere di don Ottavio, cui parve una grazia di Dio l’occasione che gli si presentò. Il Marchese Rustici, vedovo e non più giovane, aveva messo gli occhi su Lucrezia. Molto ambìto come genero dalle signore del suo ceto, egli non aveva mai voluto risposarsi ma, dopo anni di libertinaggio, aveva capitolato di fronte alla bellezza di Lucrezia. L’uomo chiese la mano della ragazza a don Ottavio — a cui non sembrava vero imparentarsi con un nobile — , il quale la concesse senza pensarci due volte, esibendo un fare untuoso che sfoderava raramente.
L’annuncio del matrimonio combinato venne dato a Lucrezia soltanto in serata, all’ora di cena. «Il Marchese Rustici ci ha degnato della sua benevolenza. Lucrezia, ti ha onorata del suo favore; ha chiesto la tua mano e io ho dato il mio consenso. Diventerai sua moglie, la Marchesa Rustici, e darai lustro a questa famiglia. Così è stato deciso e così sarà!».
Lucrezia avvampò. Si alzò di scatto dalla sedia; ogni muscolo fremeva di rabbia. Con il viso arrossato e gli occhi lucidi sostenne lo sguardo del padre. «Voi non potete decidere il mio futuro né influenzare il mio destino. Non mi presterò ai vostri piani, non piegherò la testa alla vostra volontà. Io, diversamente da voi, di un titolo nobiliare non so che farmene e tantomeno di un marito vecchio e disgustoso. Non mi avrà mai, fatevene una ragione!».
Don Ottavio non credeva alle proprie orecchie: quella figlia ingrata, che grazie a lui avrebbe potuto fare una vita da regina, osava ribellarsi. «No! Tu farai proprio quello che ti dico! Ho dato la mia parola al Marchese. Non perderò la rispettabilità per colpa dei tuoi capricci! E poi, tu che sei stata la mia più grossa delusione, almeno adesso puoi riscattarti. Sposerai il Marchese, darai prestigio alla famiglia. Almeno così avrai fatto qualcosa di buono dopo una vita inutile campata sulle mie spalle!».
Lucrezia non cedette e ribadì il suo rifiuto. Don Ottavio, cieco di rabbia, la minacciò che se si fosse opposta ancora l’avrebbe cacciata di casa e non l’avrebbe più riconosciuta. «Se è così, sono io che me ne vado!», sibilò Lucrezia. Donna Antonia piangeva e cercava di rabbonire il marito. Intanto Lucrezia si chiuse in camera, mise in un fagotto gli abiti più modesti che possedeva e si addormentò per qualche ora. Si svegliò alle prime luci dell’alba. «È il momento» si disse.
Scese nelle stalle e montò Sganarello, il suo puledro. Cavalcava nella campagna in cui era cresciuta; non si voltò mai indietro. Non era pentita, non aveva paura, anzi, il mondo le appariva più bello: l’ebbrezza della libertà le acuiva i sensi.
Lasciò il puledro prima di entrare in città; sapeva che l’animale avrebbe trovato la strada di casa e vi avrebbe fatto ritorno sano e salvo. «Addio Sganarello» gli sussurrò accarezzandogli il muso. Lucrezia aveva gli occhi umidi di pianto, ma non si voltò nemmeno a guardare il puledro per l’ultima volta.
La scuola di recitazione era un anonimo edificio che si affacciava su un vicolo pieno di botteghe artigiane ed era aperta quasi tutto il giorno perché il maestro, non avendo famiglia, trascorreva lì buona parte del suo tempo. Quando inaspettatamente quella mattina si trovò davanti Lucrezia, l’uomo capì che doveva esserle successo qualcosa di grave e che, probabilmente, c’era di mezzo don Ottavio.
«Don Agostino» esordì risoluta Lucrezia «Non starò a spiegarvi le circostanze che mi hanno condotto qui oggi. Vi chiedo solo un favore. Voi conoscete il mio talento. Io ho aspettato pazientemente che arrivasse il momento di recitare sul serio, con una compagnia, non più alla festa del patrono o in occasione di qualche ricorrenza. Mi sento pronta; la mia vita è arrivata a un bivio: andare avanti, compiendo questo salto, o tornare indietro. Ma tornare indietro sarebbe una sconfitta, non potrei più, mai più realizzare il sogno di diventare attrice. Ve lo chiedo con tutta me stessa, aiutatemi a unirmi alla compagnia di Ettore Ferraris. Mi salvereste da un destino che non voglio e mi donereste la libertà».
Don Agostino rimase stupito del tono accorato e perentorio di Lucrezia. Mentre la osservava, cercava nell’espressione del suo volto una traccia che gli permettesse di capire cosa le fosse successo tanto da spingerla a recarsi lì da sola, giovanissima, a implorarlo di aiutarla. Agostino soppesò la richiesta di Lucrezia. Non voleva mettersi contro il famigerato don Ottavio ma, nel contempo, desiderava esaudire la richiesta della ragazza, anche perché condivideva ciò che ella aveva detto. La recitazione era la sua strada, il teatro il suo destino. E sapeva che il momento di spiccare il volo, per Lucrezia, era arrivato.
Don Agostino le procurò un incontro con Ferraris; davanti a lui Lucrezia declamò un passo di Intrigo e amore di Schiller. Ferraris fu assai impressionato. Quella giovane donna aveva appena sedici anni ma covava dentro sé un fuoco, il fuoco dell’arte. Era questo fuoco che la faceva ardere mentre recitava, le infondeva veemenza e impeto, dolcezza e struggimento; le faceva brillare gli occhi e le imporporava le guance quando si calava nel personaggio. La faceva vivere. Ferraris sapeva riconoscere il talento, quando c’era, anche se, a suo giudizio, esso era cosa rara. Ma gli bastò assistere alla breve esibizione di Lucrezia per capire che lei ne aveva da vendere.
Così Lucrezia entrò nella compagnia di Ettore Ferraris che stava per portare in tournée l’Aminta. Lucrezia avrebbe interpretato il ruolo di Dafne. La nuova vita le piaceva, gli attori l’avevano accolta con un po’ di diffidenza, vista la giovane età ma ben presto avevano dovuto ricredersi: quella ragazzina aveva una forza di volontà encomiabile, non si stancava mai di provare, era sempre l’ultima a lasciare il palco. Accettava di buon grado le correzioni, i suggerimenti e perfino i rimproveri del regista, anzi, ne faceva tesoro per crescere professionalmente.
Tanta tenacia non mancò di portare buoni frutti; al suo debutto, Lucrezia riscosse il consenso unanime del pubblico, conquistato da quell’attrice alle prime armi che calcava il palcoscenico come una diva consumata. Si decise di attribuirle un nome d’arte e, proprio in ricordo di quella prima trionfale, Lucrezia divenne famosa come Dafne. Tournée dopo tournée, il suo astro brillava sempre di più.
Dopo quattro anni era ormai conosciuta dai più autorevoli impresari, i quali facevano a gara per ingaggiarla. La spuntò Goffredo Galli, che aveva già avuto a che fare con le eccellenze del teatro nazionale. Lucrezia raggiunse l’apice del successo; la sua fama era pari a quella di attrici quali Eleonora Duse e Irma Gramatica. Era il 1903. Le esibizioni con la compagnia Galli la portarono nei teatri più prestigiosi d’Italia; era celebrata dal pubblico, ammirata e invidiata dalle donne, desiderata dagli uomini. Bella, ricca e famosa, aveva il mondo ai suoi piedi.

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Lyda Borelli

Ogni sera, mentre pettinava i lunghi capelli neri seduta alla toletta, guardava con attenzione la sua immagine riflessa nello specchio. Durante questo rituale, rivolgeva un pensiero all’episodio avvenuto anni prima quando, nel corso di una cena che sembrava uguale a tutte le altre, oppose un categorico rifiuto al volere paterno. Allora il volto si distendeva in un sorriso compiaciuto; si guardava ed era orgogliosa di se stessa, di essere stata capace di dare forma e sostanza al sogno che aveva cullato fin da piccola. Era fiera di essere diventata come aveva voluto essere. Appagata, realizzata. E libera. Libera dalle imposizioni di una società maschilista che pretendeva di decidere per le donne e le riduceva a merce di scambio, a figure sbiadite all’ombra dell’uomo, padre o marito. Lucrezia era una donna che con un ‘no’ si era autodeterminata e affermata come persona.
Fu a Firenze che il vento cominciò a cambiare.
Era il 1907. Andava in scena Delitto e delitto di Strindberg; Dafne vestiva in modo superbo i panni di Henriette, la “femmina satanica”. Tra gli spettatori sedeva Odoacre Spinelli, il più illustre impresario teatrale. Fiutando le potenzialità del nascente cinematografo, egli aveva iniziato a occuparsi anche di quella forma artistica. L’interpretazione di Lucrezia fu impeccabile come sempre.
Spinelli la precedette dietro le quinte. Ricevuta l’ovazione del pubblico in delirio e calato il sipario, Lucrezia si diresse verso il camerino. Spinelli se la trovò davanti, fiera e regale nel portamento. Di persona era ancora più bella che nei ritratti; la stanchezza conferiva al suo volto un languore che ne accresceva il fascino. Quello che colpì Spinelli furono gli occhi, il cui colore variava con il variare della luce. Erano di un castano che ora tendeva al verde ora al miele ora all’ambra. Uno sguardo di velluto che sembrava accarezzare tutto ciò su cui si posasse; era facile perdersi in quella morbida profondità. E Spinelli vi si perse.
«Dafne, siete stata magnifica» esordì l’impresario. «Immagino che siate abituata a ricevere complimenti e, anzi, vi saranno perfino venuti a noia. Pertanto non voglio dilungarmi troppo e vi dirò subito il motivo per cui sono qui. Io sono Odoacre Spinelli; ho intenzione di farvi una proposta che credo non rifiuterete ma intendo parlarne con voi in una cornice più consona al vostro fascino. Spero vogliate accettare il mio invito a cena nella suite che occupo all’hotel Rinascimento. Sarà, diciamo così, una cena di affari». «So bene chi siete, signor Spinelli» ribatté Lucrezia «Un’autorità come voi non ha bisogno di presentazioni. Dite che avete da parlarmi di affari. E sia. Accetto il vostro invito».
Spinelli attese l’arrivo di Lucrezia seduto su una poltrona; fumava un sigaro e, contemplando le volute che esso disegnava nell’aria, pregustava l’incontro con la diva. Il volto roseo dell’impresario si accendeva al pensiero di sfiorare quelle mani lunghe e affusolate, di toccare quella pelle candida. Questo era l’effetto che Lucrezia-Dafne faceva agli uomini, e ancora di più a un dongiovanni come Spinelli, abituato ad avere tutte le donne che voleva. Ma quella non era una donna qualsiasi; era assai noto il suo carattere fiero e risoluto e, nell’ambiente, girava voce che, da ragazzina, aveva osato opporsi al padre che l’aveva cacciata di casa e diseredata. «Una puledra di razza» pensò Spinelli socchiudendo gli occhi voglioso. Egli sapeva che doveva giocare bene le sue carte per non pregiudicare l’esito della serata.
Lucrezia arrivò in perfetto orario; Spinelli la accolse porgendole la gardenia che si era sfilato dall’occhiello della giacca. Lucrezia si sfilò la stola di pelliccia e si mostrò in tutto il suo splendore; l’abito blu di velluto le lasciava scoperte le spalle. Tre giri di perle davano luce al suo volto; i capelli erano raccolti ma qualche ciocca rimaneva libera a incorniciare l’ovale perfetto. La sua persona emanava un profumo che Spinelli giudicò essere mughetto.

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Giovanni Boldini, ritratto di donna Franca Florio

«Dafne, è un onore avervi qui!» esclamò Spinelli «Siete un raro e felice connubio di bellezza e talento. È questo che vi rende più unica che rara». «Signor Spinelli» rispose Lucrezia «Dicono che voi siete un critico severo, pertanto le vostre parole mi lusingano e la vostra approvazione vale molto per me. Ma spero vogliate espormi quanto prima ciò per cui mi avete convocata qui stasera».
«Certamente… ma prego, seguitemi. Accomodatevi pure!» e Spinelli la fece sedere a tavola, quindi fece cenno al cameriere di iniziare a servire la cena. L’atmosfera era rilassata; il padrone di casa era gioviale e Lucrezia rispondeva prontamente alle sue battute di spirito.
Finita la cena, Spinelli assunse un’aria compunta e, finalmente, venne alla questione.
«Dafne… o forse dovrei chiamarvi Lucrezia… voi certamente saprete che io mi sto interessando al cinematografo, che è agli albori ma che credo avrà un grande futuro. Molti mi considerano pazzo e prevedono una rovinosa disfatta. Ma io credo che i pazzi siano proprio quelli che non scommettono sulla fortuna di questa nuova forma d’arte. Io ho in mente un progetto che, se andrà a buon fine, farà di me il pioniere del cinematografo nel nostro Paese. Ecco il punto: vi propongo di recitare nella pellicola che sto per girare. Essa vi consacrerebbe quale stella indiscussa del firmamento artistico italiano, un’attrice completa. Il teatro è ormai una tradizione consolidata, attrici piuttosto brave ce ne sono… ma nel campo del cinematografo voi sareste la prima e come tale verreste ricordata per sempre… pensateci. Pensate quale opportunità vi sto offrendo…».
Lucrezia seguiva con attenzione il discorso di Spinelli e lo fissava con i suoi occhi di velluto. Avvertendo la carezza di quello sguardo, Spinelli si fece più audace e le prese la mano. Poi, continuando a parlare del successo che Lucrezia avrebbe conseguito, si alzò e si portò alle spalle della donna. «Siete così attraente Dafne… un corpo come il vostro è fatto per essere mostrato… per essere sognato… desiderato… tanti uomini vi desiderano… e anch’io non posso resistere al vostro fascino… Dafne, recitate per me… concedetevi a me… potremmo essere una coppia formidabile nel lavoro e nella vita…».
Intanto le mani di Spinelli erano scivolate sulle spalle di Lucrezia e poi si erano spinte sui seni; bramose, frugavano dentro la scollatura. Lucrezia cercò di sottrarsi alla presa dell’uomo, si divincolò. Cercò di alzarsi dalla sedia ma Spinelli le si avventò addosso con la sua mole imponente e la fece cadere. A fatica Lucrezia si levò in piedi; allora Spinelli la afferrò per la vita e la strinse a sé mentre le sue labbra cercavano quelle di Lucrezia. Spinelli ansimava e sudava; sembrava un animale infoiato. Lucrezia era sopraffatta dal disgusto, cercava disperatamente di sfuggire a quella foga bestiale. Allora con la coda dell’occhio vide il candelabro. Allungò un braccio. Con la punta delle dita riusciva a toccarlo. Qualche passo, solo qualche passo e avrebbe potuto afferrarlo. Indietreggiò e provò un senso di trionfo quando lo prese in mano. Allora colpì Spinelli alla tempia. Lo colpì con tutta la forza di cui era capace. L’uomo si accasciò mentre il sangue cominciava a scorrere. La ferita era profonda ma non mortale; prima di perdere i sensi, Spinelli imprecò contro Lucrezia che si affrettava a fuggire. «Maledetta! Maledetta! Io ti rovino… ti rovino… hai capito? Sei finita! Maledetta!».
Lucrezia uscì in strada. Era buio e faceva freddo. Attese che il respiro tornasse regolare e, lasciandosi alle spalle l’hotel e cercando di scacciare la paura, se ne andò. Si sentiva miracolata.
Per settimane non pensò più alla minaccia di Spinelli. La compagnia stava allestendo una nuova tournée che avrebbe portato in scena la Salomè di Oscar Wilde. La notizia fu clamorosa: al momento dell’assegnazione delle parti, si ritenne opportuno che Lucrezia, vista l’età — si affacciava ormai ai 25 anni — vestisse i panni di Erodiade, mentre per interpretare Salomè fu scelta una giovanissima attrice emergente. Lucrezia montò su tutte le furie: non era ammissibile che un’artista del suo calibro venisse scalzata da una ragazzina pressoché sconosciuta e, per di più, di dubbio talento. Lei era Dafne, la diva, e non tollerava questo affronto. Dopo aver abbandonato in malo modo la compagnia con cui aveva recitato per anni raccogliendo enormi successi, Lucrezia si ritirò in casa. In solitudine masticò la propria rabbia e bevve il fiele dell’onta; poi tornò lucida e il suo spirito indomito rialzò la testa. Aveva chiuso con Galli? Ebbene, non le mancavano di certo altre possibilità. Quante proposte aveva rifiutato! Quanti impresari avevano quasi strisciato ai suoi piedi! Era il momento di guardarsi intorno e scegliere la strada più vantaggiosa. Ma la diva non aveva fatto i conti con il potere di Spinelli; come una serpe, egli si era insinuato fra le pieghe della sua vita e aveva sparso un veleno letale. Ella bussò alla porta di tutti gli impresari che fino a poco prima l’avevano osannata ma ottenne solo rifiuti e vaghe promesse. Le era chiaro: le minacce di Spinelli non erano cadute nel vuoto. Lucrezia era ormai fuori dal mondo dorato di cui era stata l’indiscussa regina. Aveva dettato legge, aveva tenuto tutti in pugno; chiedeva e otteneva; ogni suo capriccio era un ordine. Ma ormai la sua stella si era offuscata e, inesorabile, era iniziato il declino.
Dafne non esisteva più.
Fu costretta a vendere i gioielli, le suppellettili più preziose e, infine, la dimora che era stata teatro di banchetti sontuosi e feste eleganti. Lucrezia non aveva mai conosciuto la povertà, era abituata a non badare a spese, perciò non fu capace di amministrare i proventi e in poco tempo dilapidò tutto. Si stabilì in una squallida pensione gestita da una donna di dubbia moralità e frequentata da gente altrettanto equivoca, in un quartiere malfamato. Per sbarcare il lunario, di notte si esibiva in sordidi locali in cui il pubblico, soprattutto maschile, più che ai suoi monologhi era interessato alle sue grazie. La apostrofavano con epiteti volgari e si sentiva umiliata, come artista e come donna. Provava ribrezzo per la natura animalesca di quegli uomini, indifferenti alla bellezza dell’arte ma accesi dalla sua.
Lucrezia accusava sempre più spesso forti dolori al torace. A volte erano così lancinanti che non riusciva a respirare. Era sempre più pallida e magra e la tosse squassava la sua esile persona. Una sera, mentre declamava un monologo spassoso, aveva perso i sensi e si era accasciata a terra, mentre il pubblico passava dalle risa allo stupore. Il proprietario della bettola convocò un medico; la diagnosi fu impietosa: tisi. Le sue condizioni peggioravano a vista d’occhio ma non intendeva smettere di recitare. L’arte le infondeva vita, anche se sentiva che quella vita, giorno dopo giorno, fluiva via dal suo corpo.
Lucrezia lasciò questo mondo la sera del 30 novembre 1908, all’età di 25 anni. Stava andando a recitare. Camminava nella nebbia e la tosse violenta portava con sé piccoli fiotti di sangue. Le gambe le cedettero. Cadde, il volto macilento rivolto al cielo. Non si vedevano le stelle, offuscate dalla nebbia. «Anche voi…» sussurrò «Hanno spento anche voi… come me…».
Quello che resta di Lucrezia è una misera tomba addossata al muro di cinta del cimitero e ricoperta di mattoni. Tra le connessure sono spuntate erbacce e qualche margherita. A volte, un’anima pietosa si ferma e vi lascia un fiore, quasi a voler scaldare con un gesto d’affetto il freddo abbraccio della terra in cui giace una creatura morta in solitudine e dimenticata da tutti, stella volata tra le stelle.

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Storia di Roque Rey di Ricardo Romero

Alcuni libri hanno il potere di risvegliare ricordi lontani, come fossero la famosa madeleine proustiana. Ho sperimentato questa specie di operazione archeologica del mio vissuto leggendo Storia di Roque Rey (Fazi Editore, 2017, pp. 528, trad. di Vittoria Martinetto), di Ricardo Romero, argentino, classe 1976, penna assai apprezzata nell’attuale panorama letterario del suo Paese. L’Argentina di Romero è il teatro di questo romanzo che ammicca al Realismo Magico e in ogni pagina ho avvertito i colori, i sapori e i suoni che ho percepito durante il mio viaggio in quella terra sconfinata; e ho ritrovato i nomi di alcune delle città che ho visitato — Rojas, Junín, Buenos Aires e molti altri. Ecco perché ho parlato di archeologia dei ricordi.

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Storia di Roque Rey si presenta da subito come un romanzo che tende la mano al fantastico, a cominciare dalle origini di Roque, le quali hanno un che di mitico. Egli si annuncia al mondo solo il giorno della nascita, quando è una creatura già perfettamente formata, quasi non fosse stato plasmato per nove mesi nel ventre della madre, ignara fino all’ultimo istante di quella vita che le sbocciava dentro. La donna non ha la stoffa per fare la mamma e “cede” il neonato alla sorella. Roque festeggerà sempre il compleanno con due mesi di ritardo, a datare da quel sabato pomeriggio in cui gli zii Elsa e Pedro lo presero con loro.
Quando Pedro muore, la vedova chiede al nipote di camminare con le scarpe del defunto per allargarle e renderle più comode in vista del suo ultimo viaggio. Il ragazzo non tornerà più a casa. Inizia così il lungo pellegrinaggio di Roque attraverso l’Argentina, nel corso del quale egli incontra vari tipi umani. Per poco tempo viaggia con Umberto, un prete parricida ossessionato dai propri fantasmi. In seguito Roque viene ingaggiato come ballerino dal gruppo dei Los Espectros, con cui il giovane si esibisce per qualche anno, fino a quando si ridesta in lui quello spirito gitano che lo spinge a lasciare i compagni e a partire da solo.
A Buenos Aires Roque conosce Marcos Vryzas, studente di Filosofia con cui si dà alla vita notturna e dissoluta, trova l’amore, che ha gli occhi neri di Mariana Gallardo, e inizia a lavorare all’Obitorio Giudiziario. Come anni prima aveva indossato le scarpe dello zio, adesso va camminando per la Capitale con quelle dei morti che gli sfilano davanti ogni giorno; attraverso esse, Roque riesce a penetrare nei segreti più nascosti di chi le aveva calzate in vita.

«Le scarpe sono molto di più di un capo di vestiario. […]Non sono nient’altro e nientemeno che gli intermediari fra noi e la terra. Sono loro che si fanno carico del peso dei nostri corpi e anche […] delle nostre anime. Sono il ricettacolo finale di quanto procrastiniamo, dei nostri desideri più reconditi, dell’elettricità segreta di quei sogni che non siamo in grado di ricordare al risveglio. […] Le terminazioni nervose dei nostri piedi, lungo le piante, ricevono l’eco, la vibrazione finale di tutto quanto ci accade, e saranno le scarpe il luogo dove si depositeranno»

L’incontro con Natalia, una bambina la cui bellezza straordinaria è pari a un’intelligenza superiore alla media, segna un altro cambiamento nella vita di Roque. Ancora una fuga, ancora una città; qui la strana coppia si spaccia per padre e figlia. La parvenza di famiglia che Roque forma sposando Inés è un’illusione e, rimasto definitivamente solo, egli non può fare altro che rimettersi in marcia, questa volta senza scarpe.
Romero costruisce il romanzo sul campo semantico del cammino: i passi di zio Pedro sono il primo ricordo che affiora nella memoria di Roque; i passi che il ragazzo deve compiere nell’isolato per allargare le scarpe del morto si susseguono in un vagabondaggio per la città; da questa Roque scappa e molte altre ne raggiunge nel corso degli anni.

E ogni volta che Roque sembra trovare una stabilità, ecco riemergere quella inquietudine esistenziale che gli impedisce di mettere radici in uno stesso luogo. Allora egli riprende il cammino, che altro non è se non l’ennesima fuga. Da cosa fugge Roque? Da un passato segnato dall’abbandono del padre — anzi, dall’assenza dell’uomo che non ha mai saputo di avere un figlio — e della madre; il ragazzo poco sa delle proprie origini, giusto i vaghi pettegolezzi che ha carpito tra i parenti. La sua vita è un pellegrinaggio — come quelli a cui lo costringeva la zia Elsa — alla ricerca di sé, o meglio di una prospettiva che gli restituisca l’immagine autentica di sé, che gli mostri con chiarezza chi è Roque Rey, senza maschere né interferenze.

«Bisogna fare il giro del mondo per vedere se stessi di spalle mentre si cammina. […] I suoi passi gli dicevano a quali passi doveva pensare. A quali camminate. Dove si trovava di spalle. Ed era di spalle sulla rotta dei morti. […]Era lì il segreto della sua esistenza»

Non solo Roque compie delle incursioni oltre il confine tra la vita e la morte, ma i morti, a loro volta, si affacciano sul mondo dei vivi, come due insiemi matematici che si intersecano. La naturalezza con cui queste due dimensioni si sfiorano diffonde nel romanzo un’atmosfera di magia impalpabile. Una prosa straniante, dunque, quella di Romero, che ricorda lo stile di García Márquez — maestro del Realismo Magico — in cui, dietro lo schermo di una realtà apparentemente normale, si coglie una nota stridula che ne distorce la percezione.

«Nessun morto era sufficientemente morto e nessun vivo sufficientemente vivo da non potersi incontrare a un incrocio, in un’alba fra tante»

Non c’è molta azione in Storia di Roque Rey , che privilegia piuttosto il percorso — ecco di nuovo un vocabolo legato al cammino — esistenziale del protagonista, eppure la lettura non annoia affatto, anzi il lettore si scopre suo compagno di viaggio. Un viaggio lungo quarant’anni, durante i quali anche l’Argentina segue il proprio sviluppo storico, non sempre indolore.

«[…]La Storia è come una donna. Periodicamente, a intervalli, sanguina. Guerre mondiali e civili, guerre sante […]. È la Storia con le gambe aperte che lascia cadere a fiotti il sangue dei popoli. Ed è sangue morto quello che le esce. […] La Storia mestrua. Si dissangua. E il sangue che sgorga da lei è quello di migliaia di disgraziati come noi che non capiscono niente di quel che succede»

Se è vero che la vita è un cammino — ricordiamo l’incipit della Commedia di Dante — le peregrinazioni di Roque sono una metafora del percorso che ogni individuo e l’umanità intera compiono durante la propria esistenza: come tensione verso una meta, come evoluzione spirituale, come crescita e maturazione. Roque non torna mai indietro, così come non si volge mai indietro il corso della Vita, del Tempo, della Storia; è un incedere continuo, che può rallentare o accelerare, ma non fermarsi, segnato da tappe e guidato da una “bussola”. Roque trae l’orientamento dalle scarpe dello zio. Esse sono quasi un prolungamento del suo corpo; aspirandone l’odore vi riconosce il proprio. Le tratta come esseri senzienti, parla e confida loro pensieri e preoccupazioni.
Il gesto di togliersi le scarpe e abbandonarle per affrontare scalzo un viaggio diverso da tutti gli altri ha un valore simbolico di rinnovamento, è una specie di “morte non convenzionale”. In astrologia i piedi rappresentano la possibilità di ritornare al grembo materno; forse è l’inconscio a suggerire a Roque di trascorrere il resto della propria vita sulle acque del delta del Paraná o forse il desiderio di emulare il padre, che scomparve proprio solcando quel fiume. In ogni caso, il nuovo — e ultimo — capitolo della storia di Roque ha tutto l’aspetto di un ritorno alle origini, a quelle tiepide acque in cui era immerso nel grembo della madre, a piedi nudi allora come oggi.

Real Neat Blog Award, seconda nomination

Ho ricevuto la seconda nomination per il Real Neat Blog Award e sono felice di nominare a mia volta altri bloggers che meritano questo premio.

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Rispondo alle sette domande che mi sono state rivolte da chi mi ha nominato.

1) Da dove viene la maggior parte dei visitatori del tuo blog?
Dall’Italia.

2) Qual è il tuo sport preferito?
Non pratico alcuno sport perché sono troppo pigra, però mi piace il calcio e tifo Inter.

3) Qual è stato finora per te un momento speciale nel 2018?
È un momento speciale ogni volta che il mio nipotino Nicola mi tende le manine per farsi abbracciare. 😍😍😍

4) Qual è la tua citazione preferita?
“Bisogna avere in sé il caos per generare una stella danzante” di Friedrich Nietzsche.

5) Qual era la tua materia preferita a scuola?
Senza dubbio Latino.

6) Cosa vorresti aver imparato prima?
Vorrei aver cominciato prima a studiare le lingue.

7) Che strumento musicale hai provato a suonare?
La chitarra.

Ringrazio https://dearkitty1.wordpress.com/ per la nomination.
Le mie nomination sono:
https://briciolanellatte.com
https://millesplendidilibriblog.wordpress.com/
https://bookcoffeesite.wordpress.com/
https://pensieriscrittilessenzaioesisto.wordpress.com/
https://libroguerriero.wordpress.com/

Le mie sette domande sono:

1) Cosa ti ha spinto a creare il tuo blog?
2) Qual è il tuo genere di lettura preferito?
3) Qual è il tuo genere musicale preferito?
4) Ami l’arte?
5) Qual è la tua stagione preferita?
6) Preferisci il mare o la montagna?
7) Se dovessi cambiare città, dove vorresti andare a vivere?

Real Neat Blog Award

Ho ricevuto la nomination per il Real Neat Blog Award e sono felice di nominare a mia volta altri bloggers che meritano questo premio.

Rispondo alle sette domande che mi sono state rivolte da chi mi ha nominato.

1) Come e perché hai inaugurato il tuo blog?

Ho deciso di creare il mio blog su suggerimento di mia sorella, per poter condividere il mio amore per la lettura e la scrittura con persone che coltivano questa stessa passione.

2) Cosa ti rende felice nella vita?

Il mio nipotino Nicola, la mia famiglia e i miei tre pelosini: Paolino, Olivia e Ugo. E, naturalmente, un bel mucchio di libri, accompagnati da una tazza di tè.

3) Qual è il tuo hobby?

Leggere e scrivere, ovviamente. Ma anche dedicarmi al makeup e passeggiare in mezzo al verde.

4) Cosa ti ispira?

Il mondo che mi circonda.

5) Se dovessi descriverti con tre parole, quali sarebbero?

Riflessiva, ironica, intuitiva.

6) Cosa speri di realizzare nel 2018?

Spero di aumentare la composizione di racconti in modo da poterli pubblicare in una raccolta.

7) Qual è il tuo piatto preferito?

La pasta alla Carbonara.

Ringrazio per la nomination anguanasa.wordpress.com

Nomino

langolinodellacultura.wordpress.com

isobelblue.wordpress.com

ilviziodileggereblog.wordpress.com

 

Le mie sette domande sono:

1) Cosa ti ha spinto a creare il tuo blog?

2) Qual è il tuo genere di lettura preferito?

3) Qual è il tuo genere musicale preferito?

4) Ami l’arte?

5) Qual è la tua stagione preferita?

6) Preferisci il mare o la montagna?

7) Se dovessi cambiare città, dove vorresti andare a vivere?

 

 

 

 

 

 

 

 

Tela rossa

Non credevo che avrei mai raccontato questa storia. Per pudore, per vergogna, per il bisogno di dimenticare. E perfino per quella paura che ancora mi fa correre un brivido e mi prende allo stomaco come se, ricordando, i fantasmi del passato potessero prendere corpo e riportarmi indietro. A quei giorni. A quella vita che non riconoscevo più come mia e che era diventata una prigione.

Ma è pur sempre la mia storia; dimenticare è impossibile — e forse non è nemmeno giusto — ma raccontare è doveroso.

Mi chiamo Camilla, per gli amici Cami. Ho 35 anni, da cinque sono sposata con Alex. O forse, a questo punto, dovrei dire ero sposata, chi lo sa… Non ho figli. Per tanto tempo questo è stato un grosso cruccio per me, ma ora so che è bene così.

Eravamo i belli del gruppo, ammirati, affiatati. Invidiati, anche. Tanto tempo fa.

Ricordo la prima volta che Alex mi picchiò. Fu per un motivo banale. In ufficio si erano accumulate molte pratiche urgenti, non era possibile rimandare al giorno dopo. Avrei fatto più tardi del solito. Nella confusione dimenticai di avvertire Alex e, soprattutto, dimenticai che quella sera avremmo dovuto cenare dai suoi per festeggiare il loro anniversario di matrimonio. Per giunta avevo l’abitudine di tenere il telefono spento sul posto di lavoro. Quando tornai a casa fu sufficiente vedere l’espressione di mio marito per ricordare di colpo quella cena saltata.

«Mi dispiace davvero… Scusami, scusami, scusami… Ero incasinatissima con il lavoro e il capo mi stava con il fiato sul collo e… E così ho avuto un vero e proprio blackout in testa…» tentai di giustificarmi. Le mie parole lo fecero infuriare ancora di più.

«Tu sei solo una stronza che mette se stessa al primo posto… Gli altri per te non contano niente… La carriera… Lei pensa solo alla carriera… È da un po’ che ti tengo d’occhio, lo vedo che sei cambiata, sei diventata ambiziosa, la tua posizione ti va stretta, la tua vita ti va stretta, io non ti basto più… E quel tuo capo, immagino quale lavoro tu svolga per lui… Con me sei sfuggente. Non sono abbastanza per te… Certo, io sono un cafone, un ignorante… Quella che ha studiato sei tu… Quella che va alle stupide mostre d’arte… Quella che suona il pianoforte…».

Non riuscì più a trattenersi. Era un fiume in piena. Mi afferrò malamente per le braccia e mi spinse a terra. Mi mollò due calci, uno sulla pancia e uno sul viso, poco sotto lo zigomo. Io non sentivo dolore per le botte ma era l’anima che sanguinava. A ferirmi era lo stupore di trovarmi davanti uno sconosciuto; mi stordiva un incredulo sgomento mentre mi rendevo conto che l’uomo con cui avevo condiviso tutti quegli anni, da quando eravamo adolescenti, covava tanto risentimento verso di me da arrivare ad alzare le mani. Ero come una bambola rotta, mi sentivo come ipnotizzata: giacevo a terra e lo seguivo con lo sguardo, incapace di muovermi o di dire qualcosa, qualsiasi cosa. Avevo paura anche di respirare.

Poi uscì, sbattendo la porta di casa. A fatica mi sollevai, mi trascinai in bagno. Vomitai. Poi mi guardai allo specchio. Sotto lo zigomo si stava formando un livido. Le lacrime, che prima l’incredulità aveva trattenuto, uscirono senza più freni. Piansi, piansi fino a sentire dolore al petto e alla testa. Poi feci la doccia, avevo bisogno di sentire l’acqua accarezzare il mio corpo, come se il calore potesse sciogliere il gelo che avevo addosso.

Quando Alex tornò, mi trovò sul divano; mi guardò con vergogna e, con voce rauca, mi chiese perdono. «Non succederà più» disse. Volli credere che sarebbe stato così, che l’incubo di quella sera non si sarebbe ripetuto. Fu un errore. Avrei dovuto sapere che l’uomo violento dice sempre così — e magari in quel momento è davvero convinto che non ci ricascherà — ma poi, alla prima occasione, la furia cieca torna a esplodere e non c’è promessa che tenga.

Un giorno ero nello stanzino che avevo adibito ad atelier dove mi dedicavo alla pittura. Amavo dipingere, lui invece non sopportava l’odore dei colori e dei solventi; spesso lo prendevo in giro per questa avversione. Lui la buttava sul ridere e mi mandava bonariamente al diavolo con qualche battuta delle sue. Ma quel giorno non andò così. Avevo lasciato la porta socchiusa e lui, passando di lì, sentì quell’odore che odiava. Vedermi dipingere mentre ascoltavo musica, probabilmente perché stavo godendo un momento di serenità da cui si sentiva escluso, lo mandò in bestia. Mi aggredì dicendo che il suo era un lavoro duro, che la stanchezza non gli permetteva di concedersi svaghi.

«Lei invece, la principessa, quando torna a casa ha voglia di sporcare quelle cazzo di tele! Ma va’ a fare cose utili piuttosto! Va’ a pulire o a cucinare, ché i quadri non si mangiano!».

Rabbrividii poi avvampai e, prima che mi rendessi conto, mi si avventò addosso. Mi strappò il pennello dalla mano, poi, non so da dove, prese un taglierino e cominciò a squarciare la tela. La ridusse a brandelli. Mi percosse ripetutamente con il cavalletto, la sua furia cresceva a ogni colpo. Solo quando il cavalletto si spezzò Alex tornò in sé. Ancora scuse, ancora promesse.

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Gigi Busato, L’allieva

Quella volta fui tentata di confidarmi con la mia famiglia, oppure di rivolgermi a uno psicologo o a uno di quei centri che aiutano le donne maltrattate. Ma fu solo un pensiero passeggero. Volevo convincermi che le cose si sarebbero sistemate, avrei fatto la mia parte per non contrariarlo, per non offenderlo, per compiacerlo. Ma il mostro cresceva. Cresceva e lo divorava. Intanto mi chiedevo sempre più spesso se davvero ero stata così presa da me stessa e dal mio lavoro da non accorgermi che in lui stava venendo a galla un malessere, se davvero il mio comportamento — per me del tutto normale — lo aveva fatto sentire escluso dalla mia vita, inferiore a me, se davvero avevo fatto o detto qualcosa che lo aveva umiliato. Per quanto mi arrovellassi, non trovavo risposte. Speravo soltanto. Speravo che, avvolgendolo con il calore del mio amore, tornasse il ragazzo buono e allegro di cui mi ero innamorata.

Ma il mio amore non fu sufficiente a guarirlo.

L’estate è da sempre la mia stagione preferita. Mi piace sentire il rumore assordante delle cicale, prendere il caffè in giardino all’ombra di un tiglio o semplicemente sdraiarmi sul prato ad ascoltare i suoni della natura e i miei pensieri. Quel sabato pomeriggio sedevo sull’erba e giocherellavo con il telefono. Lui si avvicinò. Io, istintivamente, cercai di nasconderlo perché non volevo che pensasse chissà cosa… Era diventato sospettoso, geloso, ossessivo…

Fu quell’innocente gesto furtivo a scatenare la sua collera.

«Stai parlando con il tuo amichetto, vero? Sei solo una puttana da quattro soldi… Lo so in che modo ti stai dando da fare per ottenere la promozione… Mi fai solo schifo… Ma questa volta imparerai le buone maniere! Te le insegno io, te le insegno! Così la smetti di prendermi per il culo!».

Fu un attimo. Afferrò una sedia e mi colpì una, due, tre volte. E poi? Quante altre? Non so… Io chiusi gli occhi per non vedere il suo amato volto trasfigurato dall’odio, per non vedere i suoi abiti macchiarsi del mio sangue. Non vedevo, ma non potevo impedirmi di immaginare pennellate rosse che andavano a colorare una delle mie tele; poi quella tela si trasformava in una maglia, gocciolante di rosso. Solo che non era una tempera, era sangue. Il mio.

Inerte sotto i suoi colpi, aspettavo che la furia si placasse.

Poi tutto finì.

Mi chiamo Camilla, per gli amici Cami. Ho 35 anni. È successo anche a me: sono stata uccisa dall’uomo che amavo e che diceva di amarmi.

Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” nei giorni del dolore

via Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” nei giorni del dolore

Due anni fa la terra tremò e per tante persone tutto è cambiato per sempre. Da marchigiana faccio mio il motto di Unicam “Il futuro non crolla”.

Ripropongo l’articolo in cui riflettevo sul terremoto alla luce del “Dialogo della Natura e di un Islandese” di Giacomo Leopardi.

 

Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafón

A Barcellona si erge la monumentale basilica della Sagrada Familia; nella stessa città, Carlos Ruiz Zafón immagina anche un altro tempio, laico, altrettanto imponente: il Cimitero dei Libri Dimenticati, una biblioteca che custodisce tutti i libri del mondo. Essa è un dedalo di corridoi, tunnel, scalinate e archi intrecciati, un vero e proprio labirinto in cui l’inesperto visitatore può smarrirsi.

L’immagine del labirinto è cara a Zafón, il quale la applica anche alle storie; secondo la sua concezione, esse non seguono un percorso lineare ma sono strutturate come un intrico di percorsi.

Una storia non ha principio né fine, soltanto porte d’ingresso.

Il labirinto degli spiriti (Mondadori Libri, collana I Miti, 2018, pp. 1118, trad. di Bruno Arpaia) costituisce l’ultimo capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, le cui parti possono essere lette in qualsiasi ordine, anche separatamente. Ogni puntata è una porta che permette di accedere alla vicenda principale le vicissitudini della famiglia Sempere da angolazioni diverse, come sentieri che convergono sulla strada maestra.

 

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I libri sono il filo conduttore della tetralogia, un universo in cui si muovono scrittori alle prese con le loro opere addirittura ossessionati dalle proprie creazioni e lettori, in una dimensione metaletteraria evidente fin dal titolo. Il labirinto degli spiriti è infatti il romanzo di Víctor Mataix rinvenuto nella scrivania del ministro Mauricio Valls, scomparso misteriosamente all’alba di una grigia giornata del novembre 1959.

La sparizione di un personaggio così vicino ai vertici del regime mobilita immediatamente le forze dell’ordine e le indagini vengono affidate al capitano Vargas e ad Alicia Gris, giovane agente dotata della capacità di vedere cose che altri non vedono. Creatura d’ombra perfino nel nome gris in spagnolo significa grigio’— e orfana di guerra, Alicia porta anche nel corpo i segni dell’orrore a cui ha assistito: una grossa cicatrice al fianco le ricorda la notte del bombardamento in cui vide la morte in faccia.

La risposta si trovava quasi sempre nel passato.

Alicia ha fatto proprio questo insegnamento del suo mentore, così si volge a frugare nel passato del ministro, focalizzando l’attenzione sugli anni in cui egli dirigeva con pugno di ferro il carcere di Montjuic. In quel periodo Valls entrò in contatto con due scrittori ivi reclusi, David Martín e Víctor Mataix. I loro nomi, che qualcuno ha cercato di gettare nell’oblio, riemergono prepotenti e sembrano indicare la strada che conduce a don Mauricio. Quei nomi, inoltre, sono legati alla famiglia Sempere.

Daniel è cresciuto portando dentro il senso di vuoto per la mancanza della madre, morta quando lui aveva quattro anni. «Devi raccontare la verità» gli dice in sogno la donna, e questo è lo scopo di Daniel: scoprire e raccontare la verità sulla fine di Isabella Sempere, che non sembra deceduta per cause naturali. Il sospetto è che proprio Valls sia in qualche modo responsabile della tragedia. Grazie alla caparbietà di Alicia, il ragazzo otterrà le risposte che cerca e tanti altri nodi della storia verranno sciolti.

La parola ʻveritàʼ ricorre con un ritmo martellante; sono molte le verità da scoprire e copioso lo spargimento di sangue che esse portano con sé.

La verità non è mai perfetta e non quadra mai con tutte le aspettative. La verità pone sempre dubbi e domande. Solo la menzogna è credibile al cento per cento, perché non deve spiegare la realtà, ma semplicemente dirci quello che vogliamo sentirci dire.

Il corpo del romanzo, sviluppato in forma eterodiegetica, è racchiuso tra due capitoli in cui il narratore è interno: Daniel introduce la vicenda per cedere la parola, sul finale, al figlio Julián, che si fa storiografo della famiglia, perché la Verità chiede di essere raccontata e la scrittura è la più potente arma di denuncia e divulgazione.

La prosa fluente di Zafón è ricca di dialoghi e tocca vari registri linguistici che riproducono la piramide sociale descritta nel romanzo, dall’élite al popolino; i personaggi sono caratterizzati in maniera formidabile e alcuni di essi sono memorabili, su tutti Fermín. L’andamento ascensionale della storia è accompagnato dalla trasformazione dell’immagine di Barcellona: prima cupa e spettrale, essa si va via via illuminando. La città è metafora della vita stessa che dal buio ascende alla luce grazie alla capacità serenatrice della Verità.

In filigrana si legge la condanna del regime franchista, uno dei periodi più oscuri per la Spagna. L’antidoto che Zafón suggerisce contro gli orrori che l’uomo può commettere è la cultura, estesa a tutti senza distinzione di sesso.

[…] il livello di barbarie di una società si misura dalla distanza che cerca di mettere fra le donne e i libri.

 

Alicia e Isabella sono due donne dalla personalità forte, capaci di pensare con la propria testa e di compiere scelte consapevoli. Donne indipendenti, che affermano la propria identità nel clima coercitivo degli anni ’50 — all’apice del regime franchista nutrendosi di cultura e formando sui libri la propria visione del mondo.

I libri mi hanno insegnato a pensare, a sentire e a vivere mille vite.

Ed è una vera perla di saggezza la massima espressa da donna Lorena, vera Vestale della biblioteca.

Nulla spaventa di più un cafone di una donna che sa leggere, scrivere, pensare e che per di più mostra le ginocchia.

Storia, società, letteratura; luci e ombre; allegria e dolore; ingredienti amalgamati con perfetta alchimia da Zafón, il quale regala al lettore momenti di spassosa leggerezza che sdrammatizzano altri di seria riflessione.