Sillabari di Goffredo Parise

Sillabari (Adelphi Edizioni, 2019, pp. 370) di Goffredo Parise è una singolare raccolta di racconti brevi i cui titoli seguono l’ordine alfabetico dalla A alla S. Nell’avvertenza l’autore afferma che era sua intenzione scrivere “poesie in prosa” fino ad arrivare alla Z ma che, essendosi esaurito l’afflato poetico, ha dovuto fermarsi prima. Il filo conduttore di questa raccolta sono i sentimenti in tutte le loro declinazioni.

IMG_20190907_155253

Ma i sentimenti allungano o piuttosto accorciano la vita?

Da “Amore” a “Solitudine”, Parise cerca di rispondere a questa domanda, tracciando una mappa delle molteplici risonanze emotive dell’animo umano.
Il sillabario è un “insieme di simboli scritti che rappresentano le sillabe, formanti le parole”. Ebbene, i sentimenti protagonisti dei racconti di Parise sono le unità elementari che formano l’universo composito della vita dell’uomo, morfemi che sono gli elementi basilari del linguaggio emozionale.
I racconti di Parise sono quadretti brulicanti di personaggi che grondano Vita. E la Vita, in tutte le sue sfumature, è una presenza prepotente in questa raccolta.

Poi il latte si sciolse in bocca e tutto scomparve ma gli bastò per capire fino a che punto l’uomo era privilegiato fra tutti gli animali e quale è la sua fortuna di nascere, di allattare e di vivere.

Dunque Sillabari è un inno alla Vita, vissuta intensamente, forsennatamente con le passioni che pulsano nel petto e premono alla gola.
La penna di Parise è elegante, lo stile asciutto e prezioso. L’incipit dei racconti segue uno schema pressoché fisso; viene data l’indicazione temporale, seguita dal soggetto di cui non viene quasi mai enunciato il nome ma viene definito da un aggettivo qualificativo o da un riferimento anagrafico.

Un giorno di luglio ormai lontano un uomo di venticinque anni ricevette una cartolina da una ragazza di diciotto.

Il risultato è un’allure quasi fiabesca che aumenta il fascino della narrazione, la quale si snoda con un incedere fluente e serrato a rivelare poi, nel corpo del racconto, la molteplicità del reale. Dalla fiaba alla Realtà, quindi. Una Realtà che Parise ha sviscerato appieno attraverso lo strumento chirurgico dei sentimenti umani.
E se lo slancio poetico non lo avesse abbandonato, di certo egli ci avrebbe regalato altre gemme da aggiungere a quelle già incastonate in questa superba silloge.

Annunci

Via col vento di Margaret Mitchell

Negli anni ’60 dell”800, mentre la giovane Italia postunitaria è alle prese con il suo nuovo assetto, gli Stati Uniti vivono lo sconvolgimento della Guerra di Secessione che miete vittime sui campi di battaglia e porta con sé fame e miseria.
È questa la cornice di Via col vento (Mondadori Libri, collana Oscar Absolute, 2017, pp. 1104, trad. di Ada Salvatore ed Enrico Piceni), romanzo storico sentimentale che valse all’autrice, Margaret Mitchell, il premio Pulitzer nel 1937.

IMG_20190731_161602

Rossella O’Hara è la capricciosa figlia di un agiato piantatore di cotone di origini irlandesi, Gerald. Gli O’Hara vivono a Tara, la loro tenuta, verso la quale nutrono amore e dedizione. Rossella adora essere corteggiata dai giovani della contea e si diverte a suscitare il loro interesse ma è innamorata di Ashley Wilkes, promesso sposo di Melania Hamilton. Poco prima dell’annuncio delle nozze, durante un ricevimento alle Dodici Querce, residenza di Ashley, Rossella dichiara a quest’ultimo i propri sentimenti, nella speranza che il matrimonio venga annullato, ma si vede respinta dall’uomo. Delusa e amareggiata, la giovane ha un diverbio con l’avventuriero Rhett Butler.
Per ripicca verso Ashley Rossella sposa Carlo, fratello di Melania la quale, a sua volta, convola a nozze con Ashley.
Infuria la Guerra di Secessione e i due uomini partono per il fronte lasciando le neomogli. Poco tempo dopo Rossella rimane vedova e dà alla luce il piccolo Wade verso cui prova un tiepido amore materno. Rossella e Melania, in compagnia del bambino e della schiava Prissy, si trasferiscono ad Atlanta per sfuggire al pericolo degli yankee . La giovane O’Hara prova antipatia per la cognata, rea di averle “rubato” Ashley ma intende prestare fede alla promessa fatta all’uomo di prendersi cura della fragile Melania, la quale partorisce il figlio Beau proprio grazie all’aiuto di Rossella.
Atlanta è assediata e le due donne con i loro figli e Prissy tornano a Tara durante una lunga e travagliata notte. Rossella vi trova desolazione e miseria: l’adorata mamma è morta, Gerald ha perso il senno, gli schiavi sono fuggiti e la piantagione è devastata. Con pugno di ferro, Rossella riporta la tenuta agli antichi fasti anche grazie al matrimonio con Franco Kennedy, promesso sposo della sorella. La donna non si ferma qui e si lancia con successo nel mondo del commercio, diventando titolare di una fiorente segheria.
Vedova per la seconda volta, ella sposa Rhett da cui ha una figlia. Tra i coniugi Butler incombe però la presenza di Ashley, soprattutto dopo la morte di Melania. Rossella, per cui nei confronti di Rhett vale il verso catulliano odi et amo, farà finalmente chiarezza nei propri sentimenti.
Sceglierà Ashley, l’amore di tutta una vita, o resterà con Rhett, suo marito? Di sicuro, determinata e tenace come è sempre stata, lotterà per l’uomo che ama.
Via col vento è anche un romanzo di formazione . Il momento di rottura nella vita di Rossella, il punto di non ritorno in seguito al quale non sarà più la stessa è la notte della fuga da Atlanta verso Tara. In questa occasione la giovane si trova ad affrontare e superare difficoltà che mai avrebbe creduto di risolvere. Dalla crisalide dell’adolescente viziata e capricciosa, nell’arco di una manciata di ore, viene alla luce una donna determinata, coraggiosa, forse resa ruvida nell’animo ma tenace e dotata di un’intelligenza machiavellica.

Non era più una creta molle che riceveva una mio impronta a ogni esperienza. La creta si era indurita. Quella sera per l’ultima volta era stata assistita come una bambina. Ormai era una donna e l’adolescenza era finita.

Una donna, sì, solida e pragmatica che sarà il punto di riferimento per la sua famiglia salvo poi scoprire che è proprio lei, la quercia dalla corteccia dura, ad avere bisogno dell’amore e della dolcezza dei propri cari come un balsamo per curare le ferite di lunghi anni, ferite che hanno cessato di sanguinare ma non di dolere.
La Guerra di Secessione è un agente di trasformazione; non solo muta per sempre Rossella ma sconvolge l’ordine sociale precostituito. Ma dopo la pars destruens vi è una pars construens; in città i ceti abbienti cambiano pelle e si reinventano come commercianti. L’animo della gente del Sud si tempra, riscopre i valori della tradizione e se ne fa baluardo.
Rossella assurge a simbolo dell’epopea di un paese, la Georgia, che, piegato dalla guerra e dalle difficoltà, rialza la testa con fierezza e coraggio a partire da quella terra rossa che è sua madre; una madre che lo sostenta e lo nutre e che esso ama di un amore viscerale. Anche Rossella è profondamente radicata alla terra rossa di Tara, che è la sua casa, il suo rifugio, il luogo che la consola e le infonde linfa vitale che la rigenera lungo un cammino irto di momenti bui.

La terra è la sola cosa al mondo che valga qualcosa […] perché è la sola cosa al mondo che rimane e […] la sola cosa per cui vale la pena di lavorare, di lottare… di morire.

Tanto Rossella è capricciosa, fiera e volitiva, quanto Melania è dolce, mite e remissiva. Tanto Rhett è rinnegato, canaglia, mascalzone, quanto Ashley è un gentiluomo, onesto e con uno spiccato senso dell’onore. Le due coppie sono perfettamente speculari.

Vi amo, Rossella, perché ci somigliamo tanto; rinnegati, tutti e due, e profondamente egoisti. A nessuno di noi due importa che il mondo vada in rovina, purché noi ci salviamo.

La scrittura della Mitchell è piana, priva di sbavature. Con garbo ed eleganza conduce il lettore al cuore della dinamica dell’intreccio e gli consente di familiarizzare con luoghi e personaggi. La penna affabulatrice dà vita a uno stile avvolgente – complice l’uso frequente del discorso indiretto libero – che fa dimenticare la monumentale mole del romanzo, il quale scorre pagina dopo pagina con il ritmo fluente dei grandi capolavori.
È davvero un peccato che la Mitchell, riluttante per anni a cimentarsi in una nuova fatica letteraria, sia morta in un incidente stradale proprio quando accarezzava l’idea di riprendere la penna in mano. Alla luce della prima – e unica – opera, di certo ci avrebbe regalato un altro gioiello.
E a noi resta, oltre al piacere della lettura di Via col vento , la “formula magica” che è il cuore della filosofia di Rossella, quasi un saluto e un augurio.

Penserò a tutto questo domani, a Tara. Sarò più forte, allora. […] Dopotutto, domani è un altro giorno.

margaret-mitchell-5

L’incubo di Hill House di Shirley Jackson

Ogni casa si nutre degli stati d’animo di chi la abita; si gonfia della sua gioia, ne beve le lacrime, ne respira gli umori. Ogni casa è un organismo senziente.
È questo l’assioma su cui poggia L’incubo di Hill House di Shirley Jackson (Adelphi Edizioni, 2019, pp. 240, trad. di Monica Pareschi), autrice di punta del genere gotico contemporaneo. Sì, perché L’incubo di Hill House ha tutte le caratteristiche del romanzo gotico e trascende nella ghost story.

IMG_20190709_115619

Il professor Montague, antropologo con uno spiccato interesse per i fenomeni paranormali, ha sentito parlare di Hill House, una dimora storica che si dice infestata da presenze misteriose. Al fine di studiare la casa, egli recluta una équipe composta da persone che in vario modo sono state protagoniste di eventi soprannaturali. All’invito rispondono tre giovani: Eleanor, che ha assistito a una manifestazione di poltergeist, Theodora, una sorta di veggente, e Luke, presente in qualità di erede della dimora.
Triste è la fama dell’edificio; in seguito a litigi circa l’eredità, la legittima proprietaria della casa si è suicidata gettandosi dalla torre. Da allora Hill House è un luogo nefasto.

Hill House, qualunque sia il motivo, da oltre vent’anni non è idonea a essere abitata da esseri umani.

Eleonor è la prima ad arrivare e lo spettacolo che si trova davanti agli occhi la turba profondamente.

Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee e angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo senza concessioni all’umanità. Era una casa disumana, non certo concepita per essere abitata, un luogo non adatto agli uomini, né all’amore né alla speranza.

Il gruppo di esploratori familiarizza in fretta. L’amicizia tra Eleonor e Theo rivela tratti ambigui ammiccanti all’omosessualità. Tutti – non solo il professore – attendono con ansia la manifestazione delle presenze. E in effetti qualcosa accade. Ma questi fenomeni sono solo frutto della bizzarra struttura della casa, concepita dal capostipite Hugh Crane come un capriccio con scarti nelle proporzioni e nell’inclinazione di piani e angoli? Sono queste eccentricità architettoniche a confondere e turbare chi si aggira per le stanze? O davvero la dimora è abitata da entità ostili agli ospiti di turno?
In ogni caso, la più sensibile all’atmosfera di Hill House è Eleonor. La donna ha appena perso la madre dopo averla assistita per anni e in questo modo ha visto sfumare la sua giovinezza. Eleonor accusa un profondo senso di colpa perché è convinta di essere responsabile del decesso della mamma. E ciò la rende fragile.
Si sente defraudata della propria vita, Eleonor, costretta a vivere in casa della sorella e a rubarle la macchina per raggiungere la sua meta. Eppure a Hill House ella trova il proprio spazio di libertà e, addirittura, di felicità. E non permetterà a nessuno di portarglielo via.

Insisti per avere la tua tazza di stelle; una volta che ti hanno incastrata e costretta a essere come tutti gli altri non la vedrai mai più, la tua tazza di stelle […]

L’impianto narrativo ricorda quello dei gialli di Agatha Christie che prevedono un gruppo di persone riunito in un luogo isolato dove si consuma la tragedia; da ciò scatta la ricerca dell’assassino. Anche il professor Montague e la sua équipe si trovano in un luogo claustrofobico e devono dare la caccia a qualcuno che, in questo caso, non è in carne ed ossa. Come quella della Christie, anche la penna di Shirley Jackson è fine e sobria.
La scrittura della Jackson corre sul filo della tensione emotiva. La partita con l’elemento soprannaturale si gioca sul piano psichico senza bisogno di ricorrere alla messa in scena di fenomeni terrificanti ma con l’elegante allusività di un horror psicologico che nasce da una guerra dei nervi.

La condizione comune a Hill House e a Eleonor è la solitudine, entrambe sono estranee all’amore e alla gioia. È per questo che Eleanor sente con la casa una profonda affinità e ne percepisce forte il richiamo. E lì vuole restare, e rifugiarsi e rannicchiarsi in essa come nel ventre materno.

Fiori e Shakespeare

Lunedì mattina. Ore sette. Suonò la sveglia del cellulare. «Oh, no! Tocca ricominciare!» borbottò Olivia ancora mezza addormentata. Si stiracchiò, scese dal letto e andò in cucina a farsi un caffè. Mentre lo beveva fece un rapido piano della giornata. «Alle nove devo essere in Facoltà per l’appello. Credo che gli esaminandi siano molti. Comunque forse faccio in tempo a passare dal meccanico nel tardo pomeriggio, altrimenti devo prendere l’autobus anche domani. È una seccatura non avere la macchina e adattare i propri orari a quelli dei mezzi pubblici. Pazienza, se anche fosse, per un giorno in più non muore nessuno! Accidenti, si sta facendo tardi!».
Si vestì, mise un filo di trucco, raccolse i capelli, prese le due borse e uscì.
Scendendo le scale si chiese: «Chissà se oggi Mr. X ha lasciato qualcosa…». Lanciò una rapida occhiata alla cassetta della posta. Qualcuno vi aveva sistemato un’orchidea bianca. «Vediamo se questa volta è uscito allo scoperto… magari ha osato un po’ di più e c’è anche un biglietto! ». Ma non trovò nessun messaggio. «Ah, vuoi fare il misterioso! E va bene!» disse estraendo l’orchidea.

white orchid

Olivia Smith aveva 45 anni e un matrimonio fallito alle spalle. Veniva da Liverpool e insegnava Letteratura Inglese all’Alma Mater di Bologna. Pretendeva il massimo dagli studenti, perciò era abbastanza temuta in sede d’esame. Si diceva che fosse tanto bella quanto esigente, anche se lei preferiva essere apprezzata per la sua professionalità che per l’avvenenza. Era single; ogni tanto si concedeva un’avventura anche se non era facile per un uomo riuscire a intrigarla. Sì, si rendeva conto di essere esigente anche nel rapporto con l’altro sesso ma non se ne faceva un cruccio: non aveva intenzione di iniziare una nuova relazione e tantomeno di risposarsi. Stava benissimo così, con un lavoro di cui era innamorata, poche ma care amiche e, soprattutto, la sua libertà.
Però quell’ammiratore misterioso che da un po’ di tempo il lunedì mattina le lasciava un fiore nella cassetta della posta, beh, era davvero riuscito a suscitare l’interesse di Olivia.
Seduta dentro l’autobus, guardava l’orchidea e fantasticava. «L’unica cosa certa è che si tratta di un persona con un animo gentile. Strano però che non faccia recapitare il fiore da un fattorino… beh, d’altra parte è chiaro che portarlo personalmente ha un significato… vuole farmi sentire la sua presenza discreta ma costante…».
Arrivata in Facoltà, Olivia salì nel suo studio al terzo piano. L’esame si sarebbe svolto lì e infatti trovò ad attenderla una ventina di studenti, molti con il naso sui libri, qualcuno un po’ più rilassato. «Ragazzi, procediamo con l’appello» annunciò Olivia dopo che ebbe sistemato le borse e preso l’elenco. La sessione andò avanti fino alle sedici. Dopo aver ascoltato l’ultimo studente, Olivia scese al bar per uno spuntino perché solo allora si accorse di aver saltato il pranzo.
«Buonasera professoressa! »si sentì apostrofare. Era Lorenzo Di Maggio, uno dei suoi allievi migliori, anzi, il migliore in assoluto. Aveva 23 anni ma la sua cultura, frutto di uno studio serio e sistematico, la lasciava senza parole. Lorenzo sembrava un adolescente; magrolino, pallido, occhiali spessi e viso ancora segnato dall’acne. Quando parlava con lui, a Olivia sembrava di parlare con un collega, tale era la maturità di quel giovane che con il suo modo di esprimersi la affascinava. Ma, nello stesso tempo, la donna non poteva impedirsi di provare un certo disagio, una sorta di inquietudine che non sapeva spiegare. In fondo era solo un ragazzo…
«Buonasera! Ha sostenuto un esame anche lei oggi ?» chiese Olivia. «Sì, ho dato lo scritto di Tedesco. Sono un po’ in ansia perché c’erano alcune domande non proprio difficili ma insidiose» rispose Lorenzo. «Ma Di Maggio, non è certo lei che deve temere! Lei è una delle menti più brillanti dell’Istituto!» lo rassicurò sorridendo Olivia. «Senta professoressa, sto cominciando a pensare alla tesi e vorrei che lei fosse la mia relatrice» proseguì Lorenzo. «Di Maggio, sia buono, la prego! Sono esausta. Venga al ricevimento mercoledì e ne parleremo in quella sede. Oggi proprio non ce la faccio più!». «Scusi Professoressa. Verrò mercoledì».
Mercoledì pomeriggio, ore sedici. Fuori dalla stanza di Olivia c’erano tre persone ad aspettare. Puntuale, l’insegnante arrivò, seguita immediatamente da Lorenzo. Quando fu il suo turno, il ragazzo entrò nello studio. Olivia era seduta alla scrivania, lo sguardo rivolto allo schermo del computer. «Buonasera professoressa» esordì Lorenzo. “Salve Di Maggio» ricambiò Olivia. «È venuto per parlare della tesi mi pare. Dica pure! ».
Lorenzo aveva il respiro affannoso e arrossì violentemente. «Professoressa, prima vorrei che lei ascoltasse una cosa» disse d’un fiato. «Avanti, sentiamo! ». Il ragazzo si calmò e cominciò a declamare il sonetto 116 di Shakespeare.
«I never writ, nor no man ever loved» concluse Lorenzo. E sospirò.
«Di Maggio, complimenti per l’interpretazione appassionata e per l’impegno che mette nello studio. Ora però credo sia meglio parlare della sua tesi, visto che là fuori c’è gente che aspetta ».
«Ma professoressa, non ha ancora capito? Il sonetto l’ho declamato per lei, è lei che ispira la mia passione. Olivia, finalmente ho trovato il coraggio di dirtelo, anche prendendo in prestito le parole di Shakespeare. Io mi sono innamorato di te!».
Olivia sobbalzò. «Ma cosa sta dicendo? Lei è pazzo! Come si permette?».
«Olivia, non respingermi. Ti prego, ascoltami. Io ti amo e non è la classica cotta dello studente per l’insegnante. È amore! Tu non immagini cosa farei per te, per averti, per farti felice. Quei fiori nella cassetta della posta sono solo la minima parte delle attenzioni che avrei per te… ».
Olivia montò su tutte le furie. «Che cosa? Quindi eri tu a lasciarmi i fiori… tu… tu sei pazzo… io non ho nessuna intenzione di rovinare la mia carriera e il mio nome per uno studente qualsiasi… io non so che farmene di un ragazzino… non ti permettere mai più di avvicinarti a casa mia e a me…».
«Ma Olivia… io… dammi una possibilità… ».
«Fuori di qui!» tuonò Olivia furiosa. «Naturalmente la tesi la seguirà un altro docente!».
Lorenzo uscì mortificato e anche arrabbiato. Ce l’aveva con se stesso, perché non era riuscito a trasmettere a Olivia la profondità del suo sentimento, ce l’aveva con la sua età che non gli permetteva di essere considerato un uomo, ce l’aveva con il suo aspetto fisico non certo prestante. Eppure non accettava che la cosa finisse così. Doveva fare qualcosa. Doveva convincere Olivia a dargli una possibilità, doveva dimostrarle che, anche se per lei era solo un ragazzino, l’amore che poteva darle era più intenso di quello di un uomo maturo.
Era di nuovo mercoledì. Lorenzo attendeva che Olivia arrivasse per il ricevimento. Era agitato ma deciso a farsi ascoltare. Ed era certo che stavolta avrebbe aperto una breccia nel cuore della professoressa. Gli bastava anche solo un piccolo segno di disponibilità verso di lui. Poi il tempo sarebbe stato suo alleato e avrebbe fatto il resto. Puntuale, eccola apparire nel corridoio su cui dava il suo ufficio. Lorenzo annusava il profumo di lei, un profumo speziato, avvolgente che terminava con una nota di vaniglia. Per lui l’odore di Olivia era inconfondibile; sapeva di Oriente, di tramonti sulle dune, di danze intorno a un falò. La seguí nello studio senza rispettare l’ordine della fila di studenti. Si chiuse la porta alle spalle. Olivia si alzò di scatto dalla sedia, pronta a rimproverarlo ancora più aspramente dell’altra volta. Lorenzo non si perse d’animo, anzi, in un attimo la cinse in un abbraccio e, senza darle modo di protestare, la baciò. Olivia sulle prime cercò di opporre una debole resistenza, poi cedette e si abbandonò a quel bacio. Le mani di ognuno esploravano il corpo dell’altro, incuranti del rischio di venire scoperti.
Poi Lorenzo si svegliò, ansimante ed eccitato. Controllò l’ora. Erano da poco passate le due. Non riuscendo a riaddormentarsi, scese dal letto e da una scatola nascosta nell’armadio tirò fuori un grosso album. Ad ogni pagina aveva incollato una foto della professoressa. Foto rubate di Olivia che faceva lezione, Olivia che entrava in Facoltà con le sue due borse e alcuni libri in mano, Olivia che faceva colazione al bar, Olivia che rientrava a casa. C’era perfino una foto in cui si vedeva la donna estrarre una rosa rossa dalla cassetta della posta. Lorenzo la seguiva tutti i giorni e osservava quello che faceva, con chi parlava, chi incontrava. Voleva essere lui il centro della vita della donna, tutte le altre conoscenze di lei gli davano fastidio. Anzi, provava quasi un dolore fisico quando pensava che Olivia parlava con altri uomini.

stalker-6frgc3jdhyl0nxybg5kg31kiruowgnofvglc6frahxj~2

Non voleva esitare oltre e così decise di affrontarla di nuovo.
La aspettò nel solito bar; sedette a un tavolo e ripassò mentalmente il discorso che intendeva farle. Le avrebbe fatto capire che sì, era molto più giovane di lei, ma la differenza d’età non sarebbe stata un problema perché lui era maturato in fretta e a 23 anni era già un uomo. Le avrebbe detto che il suo era un amore vero e solido, nato sui banchi dell’aula in cui lei teneva lezione, un amore che si era nutrito dei versi appassionati che lei spesso declamava, come se i poeti avessero accompagnato la nascita di quel sentimento che, ormai maturo, camminava da solo. Ed era l’amore di un uomo per una donna. Quanto poi al timore per la sua carriera, Lorenzo l’avrebbe rassicurata che nessuno sarebbe venuto a conoscenza di una loro relazione fino a quando lui non si fosse laureato. Allora avrebbero potuto vivere alla luce del sole e…
Era immerso in questi pensieri quando vide Olivia al bancone del bar. Lorenzo si avvicinò a lei. La professoressa gli lanciò un’occhiata infastidita. I suoi occhi verdi sembravano trafiggerlo. Per questo Lorenzo sentì vacillare la sua determinazione e riuscì a malapena a salutarla. «Buongiorno Mrs. Smith» farfugliò a disagio «Vorrei dirle una cosa a proposito dell’episodio dell’altro giorno ». «Di Maggio, non c’è bisogno di aggiungere nulla. Se intende scusarsi, bene. Scuse accettate. Se invece vuole tornare alla carica, sappia che è fatica sprecata. In entrambi i casi, sarà meglio che lei non mi rivolga più la parola. Gianni, il solito caffè macchiato, grazie. E una brioche…» disse rivolgendosi al barman.
Lorenzo non si era mai sentito così mortificato e umiliato. Non solo perché capiva di non avere alcuna speranza con Olivia, ma soprattutto per il modo brusco con cui lei gli aveva parlato, per quello sguardo che lo aveva gelato fino a togliergli le parole di bocca. Uscì dal bar rosso in viso e in lacrime. Ma, stranamente, più che disperazione sentiva rabbia. La amava, sì, ma sentiva anche il pungiglione dell’odio conficcarsi nella sua carne. Quando rientrò a casa, i suoi coinquilini notarono che doveva avere pianto, ma non fecero domande. Lo giudicavano un tipo un po’ strano, sempre con il naso sui libri e mai che parlasse di ragazze o di frivolezze. Lo definivano “un vecchio in un corpo di adolescente”.
Nei giorni seguenti Lorenzo non riuscì a concentrarsi nello studio. Lo scritto di Tedesco era andato alla grande come sempre e l’orale si avvicinava. Ogni volta che provava a leggere qualche pagina, la mente andava altrove, da Olivia, desiderata e detestata.
All’appello Lorenzo fu bocciato. Per la prima volta in vita sua, il “secchione”, come veniva chiamato, fece scena muta. E questa onta diede il colpo di grazia al suo precario equilibrio psichico. Scagliò con ira i libri nell’atrio, sotto lo sguardo sbigottito dei presenti, e non mancarono risolini di scherno. «È tutta colpa sua!» pensò Lorenzo. «È colpa di quella puttana se mi è andato male l’esame… non sono riuscito a studiare perché mi fa troppo male il ricordo di come mi ha trattato… mentre lei continua la sua vita normalmente, magari anche in compagnia di un altro uomo… non può finire così… non può!».
Lorenzo non era molto popolare tra i coinquilini, che lo giudicavano asociale e saccente, e non aveva amici che potessero aiutarlo ad assimilare la batosta; né d’altra parte lui amava la compagnia dei coetanei. Così il furore seguìto all’umiliazione gli ribolliva dentro e cresceva giorno dopo giorno.
«E oggi consiglio di Facoltà», sospirò Olivia scendendo dal letto. «Non vedo l’ora che arrivino le ferie e staccare la spina per qualche settimana! Ne ho veramente bisogno…». Erano le otto e trenta. Calcolò che in un’ora e mezza avrebbe potuto raggiungere l’Istituto e trovare un parcheggio possibilmente vicino, in caso contrario avrebbe dovuto rifare il giro e lasciare la macchina a qualche isolato di distanza, ma sarebbe stata comunque in perfetto orario. Anzi, magari avrebbe anche potuto accennare al suo collega di Letteratura Angloamericana una certa questione burocratica. Immersa in questi pensieri aprì la porta di casa per uscire e, proprio sullo zerbino, lo vide. Era un mazzo di sei rose; anzi, erano solo i gambi, il fiore era stato reciso. Olivia fu presa da un senso di angoscia; la vista di quei gambi irti di spine era di per sé inquietante, inoltre il loro numero pari aveva un significato di lutto e, anche se non era affatto superstiziosa, non poté impedirsi di provare un brivido. Poi raccolse il biglietto che era appoggiato al mazzo. Con ansia crescente vi lesse «Hai gradito il mio omaggio? Ho immaginato che i fiori fossero la tua testa, così li ho strappati. Li ho strappati pensando a te e ho tagliato quello che restava immaginando che le forbici affondassero nella carne della tua faccia… ho provato tanto piacere… buongiorno professoressa e a presto!».
Olivia capì subito che il mittente era Lorenzo. Era evidente. Da persona concreta qual era cercò di far prevalere la ragione dicendo a se stessa che era assurdo avere paura di quel ragazzino. «È solo il classico studente innamorato dell’insegnante che viene respinto e prima di digerire la delusione dà un po’ i numeri. «Sì, solo un innocuo pretendente respinto» ragionò tra sé. Allora perché l’ansia non le passava? Perché aveva quella sensazione di pericolo? Decise di ignorare quell’episodio e gettò i gambi nel bidone della spazzatura. I colleghi notarono che quel giorno Olivia era turbata. Le chiesero se avesse qualche problema e lei minimizzò. “Niente che non possa risolvere », dopodiché cercò di essere più distesa possibile. Non voleva dare importanza a un episodio che, sicuramente, non si sarebbe più ripetuto.
Nei giorni successivi infatti non ci fu alcuna traccia di Lorenzo e Olivia tirò un sospiro di sollievo, anzi si prese in giro da sola: «Mia cara, che stupida che sei! Davvero ti sentivi minacciata da quel moccioso? Accidenti, stai proprio invecchiando! » Ma quel sollievo durò poco.
Il sabato successivo Olivia uscì a cena con gli amici. La serata fu piacevole; risero, si divertirono e bevvero un po’ troppo. Quando Olivia tornò a casa erano le due e trenta. Aveva sonno e un principio di sbornia. Ma quello che vide la fece tornare in sé. Sopra il tavolo in cucina c’era un foglio. Lo prese, lo aprì e lesse. «Ciao Olivia! Hai trascorso una bella serata? Presto ci divertiremo insieme! See you soon my darling teacher!». Fu come se qualcuno la colpisse allo stomaco. Poi, ancora, un attacco di panico. Il respiro era affannoso, il cuore le martellava nel petto e le tempie le pulsavano. Questa volta ebbe la certezza che Lorenzo faceva sul serio.
La domenica mattina Olivia si recò dai Carabinieri per denunciare i due episodi. «Signora, al momento non possiamo fare niente, non abbiamo in mano nulla, sono desolato. Posso solo darle il banale suggerimento di stare molto attenta, di cercare di non andare in giro da sola e, se dovesse sentirsi seguita o le capitasse un altro episodio simile, non esiti a chiamarci tempestivamente. Mi creda, altro, per il momento, non possiamo fare». Olivia tornò a casa afflitta. Non si sentiva più al sicuro nemmeno nel suo appartamento. Lorenzo sapeva dove abitava, conosceva i suoi orari e le sue abitudini. Ed era folle. «No, non è un innamorato respinto. È un pazzo che si sente offeso… e per questo è pericoloso… mi ha sempre trasmesso una sensazione di disagio… ora capisco perché… avvertivo la sua negatività… ».
Squillò il cellulare. Il numero era occultato. «Sì?» disse tremante Olivia che già aveva intuito chi ci fosse dall’altra parte. «No, no, no… Olivia questo non dovevi farlo…. Sei andata a parlare male di me ai carabinieri… tu hai raccontato che io sono cattivo, invece la cattiva sei tu…. Non farlo mai più oppure farai la fine delle rose…». «Lasciami in pace! Stai lontano da me!» riuscì ad articolare Olivia. Ma Lorenzo aveva già riattaccato. Allora Olivia non potè trattenere le lacrime. La paura che aveva provato nei giorni scorsi diventò terrore. Si sentiva braccata. Prese un tranquillante e pochi minuti dopo si addormentò.
Il giorno successivo non andò in Facoltà. Si alzò tardi, ancora sotto choc per gli accadimenti degli ultimi giorni. Non voleva stare in casa da sola, così chiamò l’amica Elena. Le due donne decisero di pranzare fuori e fare una passeggiata in campagna. Fu un pomeriggio abbastanza sereno, anche se Olivia aveva sempre un’angoscia latente. Elena le propose di dormire da lei, in modo da non restare in casa da sola ma Olivia rifiutò. Aveva paura, è vero, ma non voleva modificare la propria vita. Sarebbe stato come darla vinta a Lorenzo.
Olivia rientrò verso le venti. Accelerò il passo verso l’ascensore. Quando finalmente fu nel suo appartamento, si lasciò cadere sul divano. Avrebbe fatto una doccia quindi sarebbe andata a dormire. Poi, volgendo lo sguardo sulla poltroncina alla sua sinistra la vide. C’era una bambola di pezza, con i capelli castani e gli occhi verdi, proprio come lei. Aveva un grosso squarcio alla gola e un altro all’addome. Olivia lanciò un urlo. Poi prese il telefono e chiamò i carabinieri. Solita risposta: «Signora, capisco la sua agitazione, ma non possiamo fare niente. Cerchi di calmarsi. Non resti in casa. Vada da un amico o da un parente… l’importante è che non stia da sola». Olivia riattaccò furibonda e terrorizzata. Telefonò all’amico Fabio e gli raccontò tutto. “Calmati Olivia. Chiuditi bene in casa e aspettami. Vengo a prenderti poi ti accompagno da Elena. Ma mi raccomando, non fare mosse avventate! ».
Olivia non era più in sé. Squillò il telefono. Numero occultato. Capì che era lui, Lorenzo e non rispose. Il telefono squillò ancora, poi ancora e ancora. Alla quinta chiamata Olivia rispose.
«Olivia, Olivia… perché mi eviti? Hai paura di me? Allora hai la coscienza sporca… ».
«Lasciami stare … lasciami stare…» disse tra i singhiozzi.
Fabio tardava ad arrivare e Olivia non riusciva più a stare in casa. Si sentiva soffocare. Decise di andare sola da Elena. Avrebbe avvisato l’amico più tardi.
Scese nel garage del condominio. Ecco la sua auto. Era quasi fatta. Tra poco sarebbe stata in salvo. Tremante, infilò la chiave nella serratura. Una mano le chiuse la bocca. Poi sentì qualcosa di freddo premerle contro la gola. La lama di un coltello. Il cuore sembrava scoppiarle nel petto.
«Allora Olivia … sai che stai per fare la fine della bambola? » disse con un ghigno Lorenzo. Olivia cercava di divincolarsi ma il ragazzo, a dispetto della corporatura esile, aveva una grande forza. Lo graffiò sulla mano con cui le chiudeva la bocca e riuscì a morderlo. Intanto Lorenzo, al colmo della follia, le passava la lama sul collo da destra a sinistra e viceversa, pregustando il momento in cui l’avrebbe conficcata nella carne. Olivia ansimava nella lotta, I suoi gemiti accrescevano il folle furore di Lorenzo che provava piacere nel fiutare il terrore di Olivia. «Olivia… ti amavo ma poi sei stata cattiva e adesso devo punirti… peccato perché potevamo essere felici insieme… forse dove andrai ora ci incontreremo un giorno, chi lo sa!». E le squarciò la gola. Olivia cadde a terra e allora Lorenzo le si avventò contro e le squarciò anche l’addome, come già aveva fatto con la bambola. Poi, credendola morta in mezzo a quel lago di sangue, fuggì.
Fabio era arrivato. Suonò più volte il campanello di Olivia ma non ottenne risposta. Allora compose il numero della donna. Il telefono squillava ma lei non rispondeva. Capì che doveva essere successo qualcosa. «Forse non mi ha dato retta ed è uscita da sola quella testona…». Compose di nuovo il numero ma non ottenne risposta nemmeno questa volta. Sentì delle voci concitate e qualcuno che urlava. Nel pianerottolo dell’ingresso del condominio si era riunito un capannello di persone. Fabio chiese cosa fosse successo. «C’è un cadavere in garage… in una pozza di sangue… sembrerebbe la professoressa…». Con il cuore in gola, Fabio scese in garage e constatò quello che già sapeva. Olivia era stata aggredita. Le ferite erano profonde ma la donna era ancora viva. Fabio chiamò i soccorsi che arrivarono appena in tempo. L’emorragia era importante, ancora pochi minuti e Olivia non ce l’avrebbe fatta.
Gli inquirenti lavorarono alacremente. Furono determinanti le telecamere del garage. Nel suo delirio, Lorenzo non le aveva notate.
Il ragazzo fu arrestato tra lo stupore dei coinquilini.
In cella aveva molti libri, quasi esclusivamente in lingua originale, soprattutto in inglese. Spesso se ne stava in piedi, le mani aggrappate alle sbarre e negli occhi una luce maligna. Una guardia lo sentì mormorare: «Ciao Olivia. See you soon!».

Consummatum est

Mia madre non capiva. Era troppo giovane, quasi una bambina. Non capiva ma, docile, rispose “fiat” a quella voce. Così nel suo grembo accolse l’Amore.
Venni al mondo per adempiere al disegno di un Creatore innamorato della sua creatura.
Faceva freddo in quella grotta, lei lo raccontava spesso. Raccontava che non piangevo mai, ma sorridevo e tendevo in alto le manine verso quel Cielo che mi aveva mandato. Quando mi guardava dormire con il visino sereno, sentiva una fitta di dolore nel cuore perché sapeva che non ero suo e che non mi avrebbe avuto a lungo. Ero un bimbo nato da donna ma non ero come gli altri.
Cresciuto, camminavo per le strade polverose della Galilea risanando i malati, rimettendo i peccati e convertendo i peccatori. Annunciavo la lieta novella. Predicavo l’amore e la fratellanza. Spezzavo il pane e lo benedicevo. Nutrivo le folle con pani e pesci e con il mio Verbo.
Molti mi ascoltarono, altri non mi credettero e mi condannarono. Ma anche questo accettai per amore.
Era buio nel Getsemani. I discepoli si erano addormentati. Io mi ero allontanato per pregare sentendo giunta l’ora.
Sapevo che ero venuto per quel sacrificio, lo sapevo da sempre, da prima ancora che mi formassi nel ventre di mia madre. Ma, fatto uomo, da uomo ebbi paura. Sentivo il sudore addensarsi in sangue. Sentivo le lacrime scendere lungo le guance e supplicai il Padre che passasse da me quel calice, anche se era la Sua volontà e non la mia che doveva compiersi.
Con un bacio Giuda mi tradì. Allora chinai il capo e mi lasciai portare via come un malfattore perché anche questo faceva parte del disegno d’Amore per cui mi sarei immolato.
Mi vestirono di porpora, mi incoronarono di spine e mi posero una canna nella destra. E così mi schernivano come “Re dei Giudei”. Ma mi lasciai dileggiare come fossi un pazzo o uno stolto.
Le mie carni furono percosse, flagellate, straziate, oltraggiate. Portai sulle spalle martoriate il peso della croce. Più lassù, sul Golgota, mi inchiodarono a essa. Stremato, tra dolori lancinanti sentivo le loro voci concitate, sentivo il pianto di mia madre e vedevo le sue lacrime. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Ebbi sete e mi fecero bere dell’aceto. Solo il ladrone ebbe pietà, gli altri continuavano a deridermi. “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso?” li sentivo dire beffardi. Ancora non capivano. Si divisero le mie vesti e le giocarono ai dadi. C’era tanta sofferenza su quella croce, più di quella che un uomo può sopportare. Il sangue vi scorreva fino a toccare la terra e, toccandola, la fecondava di Bene. Poi, alle tre di pomeriggio, diedi un respiro, chiusi gli occhi e resi l’anima al Padre.
croce 20

Consummatum est. Tutto è compiuto.
Con la mia morte vi ho salvato dalla Morte. Ora, quell’amore che ho effuso dalla croce diffondetelo nel mondo come facevo quando camminavo per le strade. Fatelo germogliare e fruttificare come germoglia il grano e fruttifica la vite, che sono il mio corpo e il mio sangue. Fate che illumini le vostre vite e vi indichi la via, come la Cometa guidò a me i Magi.
Non vi chiedo sacrifici né olocausti.
Vi chiedo di amarvi gli uni gli altri come io vi ho amato.

Danubio di Claudio Magris

Quando si sente parlare del Danubio è difficile non ricordare il celebre valzer di Johann Strauss, Sul bel Danubio blu. Anche grazie alla suggestione di questo titolo, nell’immaginario collettivo le acque di quel fiume sono blu; ma la poesia trasfigura la realtà, così il viaggiatore che le scruta scopre che il loro colore è ben diverso.

Il Danubio non è blu, come vogliono i versi di Karl Isidor Beck che hanno suggerito a Strauss il titolo seducente e menzognero del suo valzer. Il Danubio è biondo, «a szöke Duna», come dicono gli ungheresi, ma quel biondo è una galanteria magiara o francese […]. Verne pensava di intitolare un suo romanzo Le beau Danube jeaune. Giallo fangoso, acqua che si intorbida […].

Claudio Magris conosce bene il Danubio, da germanista ma anche da viaggiatore. Proprio come reportage di un suo tour su quel fiume in compagnia di amici, egli scrive Danubio, che si configura come una sorta di ‘diario di bordo’, ma anche come un diario intimo in cui egli si interroga sulla Storia, sull’uomo, sul senso dell’esistenza. E, sullo sfondo, c’è il Danubio.
Il viaggio di Magris parte dalle sorgenti del fiume — che si favoleggia nascere da un rubinetto sempre aperto — e si conclude alla foce, sul mar Nero. In mezzo, escursioni e deviazioni. È quasi un pellegrinaggio laico che tocca le grandi Capitali bagnate dal Danubio ma anche località minori e poco note, altrettanto ricche di storia, perle unite da un filo lungo più di 2800 km.

img_20181201_100143.jpg

Fin da Eraclito, il fiume è per eccellenza la figura interrogativa dell’identità, con la vecchia domanda se ci si possa bagnare due volte nelle sue acque […].

Tante generazioni si sono avvicendate su quelle sponde, tanti popoli si sono specchiati sulla bionda superficie; lui, il Danubio, ha assistito ai mutamenti della Storia, sempre uguale il suo corso, sempre diverse le sue acque. Identità contro alterità. Anche l’umanità è sempre uguale nella diversità degli individui che la compongono. E la Storia non segue forse la stessa logica? Fluisce, va avanti, cambiano gli eventi, si succedono guerre e paci, carestie e floridezze, progressi e regressi ma tutto è ricondotto entro il suo alveo.
Il Danubio è Storia: dalla vittoria di Traiano su Decebalo a oggi, esso ne è sempre stato testimone silenzioso. Il suo limo rende la Mitteleuropa feconda di ingegni e talenti la cui memoria è ancora viva nelle città in cui operarono. Magris non manca di sostare presso la casa in cui Kafka finì i suoi giorni o di visitare lo studio (ora museo) del dottor Freud.
Se il Danubio è Storia, la Storia è fatta (anche) dagli uomini. Magris rispetta questo sillogismo: il suo saggio brulica di uomini e donne, illustri e umili, noti e sconosciuti. In queste pagine vengono ritratti tanto l’arciduca Francesco Ferdinando e la sua consorte quanto il pasticciere che inventò la torta Sacher proprio in onore della duchessa.
È la Storia dei popoli ma anche quella dei singoli individui, di quelle masse di sventurati vittime della follia umana. A Mauthausen, lager in cui morirono più di centodiecimila persone, Magris scende la Scala della Morte; egli dà voce a quelle anime che ne furono private in nome di un disegno delirante, anime la cui dignità fu calpestata, la cui vita fu spezzata da altri esseri umani — homo homini lupus.
Oltre alle tinte cupe in Danubio non mancano altre più limpide; se Magris mette in campo la sua solida cultura di germanista, sa anche indulgere a toni ironici, scherzosi, a quegli accenti camerateschi consueti tra amici che condividono un viaggio. Come Ulisse, Goethe o Sterne — per citare alcuni dei viaggiatori più noti — Magris si immerge nei luoghi visitati, ne respira gli umori, coglie e fa parlare il genius loci di ognuno di essi.
La sua penna analitica scava nell’humus delle diverse culture. Danubio è una vera e propria summa di discipline: antropologia, linguistica, letteratura e critica letteraria, geografia politica; Magris tesse tutti questi fili in un intreccio perfetto, privo di smagliature. La sua prosa scorre pacata ma straripa di contenuti, come il corso del Danubio, ora placido ora impetuoso.
Confrontarsi con Danubio è faticoso, certo; la densità dei temi rende impegnativa la lettura ma non ne sacrifica l’intelligibilità. L’opera di Magris chiede al lettore attenzione ma in cambio lo arricchisce di conoscenze — come quelle su figure storiche o letterarie note solo agli addetti ai lavori — di aneddoti e di vocaboli relativi alla società mitteleuropea.

La poetica del viaggio è cara a Magris, che fonda su essa parte della produzione letteraria.

Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare il più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

Ne L’infinito viaggiare espone una vera e propria filosofia del viaggio che non si esaurisce nel raggiungimento di una meta, anzi, ognuna rimanda sempre a un’altra in un anelito di infinito che è l’essenza del vivere. Fermarsi significa la fine di tutto; viaggiare è immaginare, desiderare, sperare, sognare. È vivere. Un grande viaggiatore, Paul Gauguin, esprime questa inesauribile tensione verso un oltre che non si raggiunge mai perché ne genera continuamente uno nuovo. Dovunque si trovasse, Gauguin anelava sempre a un altrove — dalla Francia a Panama, da qui in Martinica, poi di nuovo in Francia per ripartire ancora e poi ancora tornare. Ma l’incessante viaggio esprime anche l’inquietudine dell’uomo contemporaneo che non è mai completamente appagato dall’obiettivo raggiunto.
Magris scrive Danubio nel 1986. Da allora l’assetto geopolitico mitteleuropeo ha subìto un profondo cambiamento, e con esso la società. Ma il viaggiatore di oggi che si affacciasse su quelle acque bionde, se attento, potrebbe sentirle restituire l’eco delle  “morte stagioni” — per usare le parole di Giacomo Leopardi — o udire la voce di chi, passandovi accanto, gli ha affidato i propri pensieri: goliardiche compagnie di amici, amanti che si sussurravano parole appassionate, patrioti infiammati d’ardore. E il Danubio custodisce la memoria di ognuno di questi suoi figli.