Fiori e Shakespeare

Lunedì mattina. Ore sette. Suonò la sveglia del cellulare. «Oh, no! Tocca ricominciare!» borbottò Olivia ancora mezza addormentata. Si stiracchiò, scese dal letto e andò in cucina a farsi un caffè. Mentre lo beveva fece un rapido piano della giornata. «Alle nove devo essere in Facoltà per l’appello. Credo che gli esaminandi siano molti. Comunque forse faccio in tempo a passare dal meccanico nel tardo pomeriggio, altrimenti devo prendere l’autobus anche domani. È una seccatura non avere la macchina e adattare i propri orari a quelli dei mezzi pubblici. Pazienza, se anche fosse, per un giorno in più non muore nessuno! Accidenti, si sta facendo tardi!».
Si vestì, mise un filo di trucco, raccolse i capelli, prese le due borse e uscì.
Scendendo le scale si chiese: «Chissà se oggi Mr. X ha lasciato qualcosa…». Lanciò una rapida occhiata alla cassetta della posta. Qualcuno vi aveva sistemato un’orchidea bianca. «Vediamo se questa volta è uscito allo scoperto… magari ha osato un po’ di più e c’è anche un biglietto! ». Ma non trovò nessun messaggio. «Ah, vuoi fare il misterioso! E va bene!» disse estraendo l’orchidea.

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Olivia Smith aveva 45 anni e un matrimonio fallito alle spalle. Veniva da Liverpool e insegnava Letteratura Inglese all’Alma Mater di Bologna. Pretendeva il massimo dagli studenti, perciò era abbastanza temuta in sede d’esame. Si diceva che fosse tanto bella quanto esigente, anche se lei preferiva essere apprezzata per la sua professionalità che per l’avvenenza. Era single; ogni tanto si concedeva un’avventura anche se non era facile per un uomo riuscire a intrigarla. Sì, si rendeva conto di essere esigente anche nel rapporto con l’altro sesso ma non se ne faceva un cruccio: non aveva intenzione di iniziare una nuova relazione e tantomeno di risposarsi. Stava benissimo così, con un lavoro di cui era innamorata, poche ma care amiche e, soprattutto, la sua libertà.
Però quell’ammiratore misterioso che da un po’ di tempo il lunedì mattina le lasciava un fiore nella cassetta della posta, beh, era davvero riuscito a suscitare l’interesse di Olivia.
Seduta dentro l’autobus, guardava l’orchidea e fantasticava. «L’unica cosa certa è che si tratta di un persona con un animo gentile. Strano però che non faccia recapitare il fiore da un fattorino… beh, d’altra parte è chiaro che portarlo personalmente ha un significato… vuole farmi sentire la sua presenza discreta ma costante…».
Arrivata in Facoltà, Olivia salì nel suo studio al terzo piano. L’esame si sarebbe svolto lì e infatti trovò ad attenderla una ventina di studenti, molti con il naso sui libri, qualcuno un po’ più rilassato. «Ragazzi, procediamo con l’appello» annunciò Olivia dopo che ebbe sistemato le borse e preso l’elenco. La sessione andò avanti fino alle sedici. Dopo aver ascoltato l’ultimo studente, Olivia scese al bar per uno spuntino perché solo allora si accorse di aver saltato il pranzo.
«Buonasera professoressa! »si sentì apostrofare. Era Lorenzo Di Maggio, uno dei suoi allievi migliori, anzi, il migliore in assoluto. Aveva 23 anni ma la sua cultura, frutto di uno studio serio e sistematico, la lasciava senza parole. Lorenzo sembrava un adolescente; magrolino, pallido, occhiali spessi e viso ancora segnato dall’acne. Quando parlava con lui, a Olivia sembrava di parlare con un collega, tale era la maturità di quel giovane che con il suo modo di esprimersi la affascinava. Ma, nello stesso tempo, la donna non poteva impedirsi di provare un certo disagio, una sorta di inquietudine che non sapeva spiegare. In fondo era solo un ragazzo…
«Buonasera! Ha sostenuto un esame anche lei oggi ?» chiese Olivia. «Sì, ho dato lo scritto di Tedesco. Sono un po’ in ansia perché c’erano alcune domande non proprio difficili ma insidiose» rispose Lorenzo. «Ma Di Maggio, non è certo lei che deve temere! Lei è una delle menti più brillanti dell’Istituto!» lo rassicurò sorridendo Olivia. «Senta professoressa, sto cominciando a pensare alla tesi e vorrei che lei fosse la mia relatrice» proseguì Lorenzo. «Di Maggio, sia buono, la prego! Sono esausta. Venga al ricevimento mercoledì e ne parleremo in quella sede. Oggi proprio non ce la faccio più!». «Scusi Professoressa. Verrò mercoledì».
Mercoledì pomeriggio, ore sedici. Fuori dalla stanza di Olivia c’erano tre persone ad aspettare. Puntuale, l’insegnante arrivò, seguita immediatamente da Lorenzo. Quando fu il suo turno, il ragazzo entrò nello studio. Olivia era seduta alla scrivania, lo sguardo rivolto allo schermo del computer. «Buonasera professoressa» esordì Lorenzo. “Salve Di Maggio» ricambiò Olivia. «È venuto per parlare della tesi mi pare. Dica pure! ».
Lorenzo aveva il respiro affannoso e arrossì violentemente. «Professoressa, prima vorrei che lei ascoltasse una cosa» disse d’un fiato. «Avanti, sentiamo! ». Il ragazzo si calmò e cominciò a declamare il sonetto 116 di Shakespeare.
«I never writ, nor no man ever loved» concluse Lorenzo. E sospirò.
«Di Maggio, complimenti per l’interpretazione appassionata e per l’impegno che mette nello studio. Ora però credo sia meglio parlare della sua tesi, visto che là fuori c’è gente che aspetta ».
«Ma professoressa, non ha ancora capito? Il sonetto l’ho declamato per lei, è lei che ispira la mia passione. Olivia, finalmente ho trovato il coraggio di dirtelo, anche prendendo in prestito le parole di Shakespeare. Io mi sono innamorato di te!».
Olivia sobbalzò. «Ma cosa sta dicendo? Lei è pazzo! Come si permette?».
«Olivia, non respingermi. Ti prego, ascoltami. Io ti amo e non è la classica cotta dello studente per l’insegnante. È amore! Tu non immagini cosa farei per te, per averti, per farti felice. Quei fiori nella cassetta della posta sono solo la minima parte delle attenzioni che avrei per te… ».
Olivia montò su tutte le furie. «Che cosa? Quindi eri tu a lasciarmi i fiori… tu… tu sei pazzo… io non ho nessuna intenzione di rovinare la mia carriera e il mio nome per uno studente qualsiasi… io non so che farmene di un ragazzino… non ti permettere mai più di avvicinarti a casa mia e a me…».
«Ma Olivia… io… dammi una possibilità… ».
«Fuori di qui!» tuonò Olivia furiosa. «Naturalmente la tesi la seguirà un altro docente!».
Lorenzo uscì mortificato e anche arrabbiato. Ce l’aveva con se stesso, perché non era riuscito a trasmettere a Olivia la profondità del suo sentimento, ce l’aveva con la sua età che non gli permetteva di essere considerato un uomo, ce l’aveva con il suo aspetto fisico non certo prestante. Eppure non accettava che la cosa finisse così. Doveva fare qualcosa. Doveva convincere Olivia a dargli una possibilità, doveva dimostrarle che, anche se per lei era solo un ragazzino, l’amore che poteva darle era più intenso di quello di un uomo maturo.
Era di nuovo mercoledì. Lorenzo attendeva che Olivia arrivasse per il ricevimento. Era agitato ma deciso a farsi ascoltare. Ed era certo che stavolta avrebbe aperto una breccia nel cuore della professoressa. Gli bastava anche solo un piccolo segno di disponibilità verso di lui. Poi il tempo sarebbe stato suo alleato e avrebbe fatto il resto. Puntuale, eccola apparire nel corridoio su cui dava il suo ufficio. Lorenzo annusava il profumo di lei, un profumo speziato, avvolgente che terminava con una nota di vaniglia. Per lui l’odore di Olivia era inconfondibile; sapeva di Oriente, di tramonti sulle dune, di danze intorno a un falò. La seguí nello studio senza rispettare l’ordine della fila di studenti. Si chiuse la porta alle spalle. Olivia si alzò di scatto dalla sedia, pronta a rimproverarlo ancora più aspramente dell’altra volta. Lorenzo non si perse d’animo, anzi, in un attimo la cinse in un abbraccio e, senza darle modo di protestare, la baciò. Olivia sulle prime cercò di opporre una debole resistenza, poi cedette e si abbandonò a quel bacio. Le mani di ognuno esploravano il corpo dell’altro, incuranti del rischio di venire scoperti.
Poi Lorenzo si svegliò, ansimante ed eccitato. Controllò l’ora. Erano da poco passate le due. Non riuscendo a riaddormentarsi, scese dal letto e da una scatola nascosta nell’armadio tirò fuori un grosso album. Ad ogni pagina aveva incollato una foto della professoressa. Foto rubate di Olivia che faceva lezione, Olivia che entrava in Facoltà con le sue due borse e alcuni libri in mano, Olivia che faceva colazione al bar, Olivia che rientrava a casa. C’era perfino una foto in cui si vedeva la donna estrarre una rosa rossa dalla cassetta della posta. Lorenzo la seguiva tutti i giorni e osservava quello che faceva, con chi parlava, chi incontrava. Voleva essere lui il centro della vita della donna, tutte le altre conoscenze di lei gli davano fastidio. Anzi, provava quasi un dolore fisico quando pensava che Olivia parlava con altri uomini.

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Non voleva esitare oltre e così decise di affrontarla di nuovo.
La aspettò nel solito bar; sedette a un tavolo e ripassò mentalmente il discorso che intendeva farle. Le avrebbe fatto capire che sì, era molto più giovane di lei, ma la differenza d’età non sarebbe stata un problema perché lui era maturato in fretta e a 23 anni era già un uomo. Le avrebbe detto che il suo era un amore vero e solido, nato sui banchi dell’aula in cui lei teneva lezione, un amore che si era nutrito dei versi appassionati che lei spesso declamava, come se i poeti avessero accompagnato la nascita di quel sentimento che, ormai maturo, camminava da solo. Ed era l’amore di un uomo per una donna. Quanto poi al timore per la sua carriera, Lorenzo l’avrebbe rassicurata che nessuno sarebbe venuto a conoscenza di una loro relazione fino a quando lui non si fosse laureato. Allora avrebbero potuto vivere alla luce del sole e…
Era immerso in questi pensieri quando vide Olivia al bancone del bar. Lorenzo si avvicinò a lei. La professoressa gli lanciò un’occhiata infastidita. I suoi occhi verdi sembravano trafiggerlo. Per questo Lorenzo sentì vacillare la sua determinazione e riuscì a malapena a salutarla. «Buongiorno Mrs. Smith» farfugliò a disagio «Vorrei dirle una cosa a proposito dell’episodio dell’altro giorno ». «Di Maggio, non c’è bisogno di aggiungere nulla. Se intende scusarsi, bene. Scuse accettate. Se invece vuole tornare alla carica, sappia che è fatica sprecata. In entrambi i casi, sarà meglio che lei non mi rivolga più la parola. Gianni, il solito caffè macchiato, grazie. E una brioche…» disse rivolgendosi al barman.
Lorenzo non si era mai sentito così mortificato e umiliato. Non solo perché capiva di non avere alcuna speranza con Olivia, ma soprattutto per il modo brusco con cui lei gli aveva parlato, per quello sguardo che lo aveva gelato fino a togliergli le parole di bocca. Uscì dal bar rosso in viso e in lacrime. Ma, stranamente, più che disperazione sentiva rabbia. La amava, sì, ma sentiva anche il pungiglione dell’odio conficcarsi nella sua carne. Quando rientrò a casa, i suoi coinquilini notarono che doveva avere pianto, ma non fecero domande. Lo giudicavano un tipo un po’ strano, sempre con il naso sui libri e mai che parlasse di ragazze o di frivolezze. Lo definivano “un vecchio in un corpo di adolescente”.
Nei giorni seguenti Lorenzo non riuscì a concentrarsi nello studio. Lo scritto di Tedesco era andato alla grande come sempre e l’orale si avvicinava. Ogni volta che provava a leggere qualche pagina, la mente andava altrove, da Olivia, desiderata e detestata.
All’appello Lorenzo fu bocciato. Per la prima volta in vita sua, il “secchione”, come veniva chiamato, fece scena muta. E questa onta diede il colpo di grazia al suo precario equilibrio psichico. Scagliò con ira i libri nell’atrio, sotto lo sguardo sbigottito dei presenti, e non mancarono risolini di scherno. «È tutta colpa sua!» pensò Lorenzo. «È colpa di quella puttana se mi è andato male l’esame… non sono riuscito a studiare perché mi fa troppo male il ricordo di come mi ha trattato… mentre lei continua la sua vita normalmente, magari anche in compagnia di un altro uomo… non può finire così… non può!».
Lorenzo non era molto popolare tra i coinquilini, che lo giudicavano asociale e saccente, e non aveva amici che potessero aiutarlo ad assimilare la batosta; né d’altra parte lui amava la compagnia dei coetanei. Così il furore seguìto all’umiliazione gli ribolliva dentro e cresceva giorno dopo giorno.
«E oggi consiglio di Facoltà», sospirò Olivia scendendo dal letto. «Non vedo l’ora che arrivino le ferie e staccare la spina per qualche settimana! Ne ho veramente bisogno…». Erano le otto e trenta. Calcolò che in un’ora e mezza avrebbe potuto raggiungere l’Istituto e trovare un parcheggio possibilmente vicino, in caso contrario avrebbe dovuto rifare il giro e lasciare la macchina a qualche isolato di distanza, ma sarebbe stata comunque in perfetto orario. Anzi, magari avrebbe anche potuto accennare al suo collega di Letteratura Angloamericana una certa questione burocratica. Immersa in questi pensieri aprì la porta di casa per uscire e, proprio sullo zerbino, lo vide. Era un mazzo di sei rose; anzi, erano solo i gambi, il fiore era stato reciso. Olivia fu presa da un senso di angoscia; la vista di quei gambi irti di spine era di per sé inquietante, inoltre il loro numero pari aveva un significato di lutto e, anche se non era affatto superstiziosa, non poté impedirsi di provare un brivido. Poi raccolse il biglietto che era appoggiato al mazzo. Con ansia crescente vi lesse «Hai gradito il mio omaggio? Ho immaginato che i fiori fossero la tua testa, così li ho strappati. Li ho strappati pensando a te e ho tagliato quello che restava immaginando che le forbici affondassero nella carne della tua faccia… ho provato tanto piacere… buongiorno professoressa e a presto!».
Olivia capì subito che il mittente era Lorenzo. Era evidente. Da persona concreta qual era cercò di far prevalere la ragione dicendo a se stessa che era assurdo avere paura di quel ragazzino. «È solo il classico studente innamorato dell’insegnante che viene respinto e prima di digerire la delusione dà un po’ i numeri. «Sì, solo un innocuo pretendente respinto» ragionò tra sé. Allora perché l’ansia non le passava? Perché aveva quella sensazione di pericolo? Decise di ignorare quell’episodio e gettò i gambi nel bidone della spazzatura. I colleghi notarono che quel giorno Olivia era turbata. Le chiesero se avesse qualche problema e lei minimizzò. “Niente che non possa risolvere », dopodiché cercò di essere più distesa possibile. Non voleva dare importanza a un episodio che, sicuramente, non si sarebbe più ripetuto.
Nei giorni successivi infatti non ci fu alcuna traccia di Lorenzo e Olivia tirò un sospiro di sollievo, anzi si prese in giro da sola: «Mia cara, che stupida che sei! Davvero ti sentivi minacciata da quel moccioso? Accidenti, stai proprio invecchiando! » Ma quel sollievo durò poco.
Il sabato successivo Olivia uscì a cena con gli amici. La serata fu piacevole; risero, si divertirono e bevvero un po’ troppo. Quando Olivia tornò a casa erano le due e trenta. Aveva sonno e un principio di sbornia. Ma quello che vide la fece tornare in sé. Sopra il tavolo in cucina c’era un foglio. Lo prese, lo aprì e lesse. «Ciao Olivia! Hai trascorso una bella serata? Presto ci divertiremo insieme! See you soon my darling teacher!». Fu come se qualcuno la colpisse allo stomaco. Poi, ancora, un attacco di panico. Il respiro era affannoso, il cuore le martellava nel petto e le tempie le pulsavano. Questa volta ebbe la certezza che Lorenzo faceva sul serio.
La domenica mattina Olivia si recò dai Carabinieri per denunciare i due episodi. «Signora, al momento non possiamo fare niente, non abbiamo in mano nulla, sono desolato. Posso solo darle il banale suggerimento di stare molto attenta, di cercare di non andare in giro da sola e, se dovesse sentirsi seguita o le capitasse un altro episodio simile, non esiti a chiamarci tempestivamente. Mi creda, altro, per il momento, non possiamo fare». Olivia tornò a casa afflitta. Non si sentiva più al sicuro nemmeno nel suo appartamento. Lorenzo sapeva dove abitava, conosceva i suoi orari e le sue abitudini. Ed era folle. «No, non è un innamorato respinto. È un pazzo che si sente offeso… e per questo è pericoloso… mi ha sempre trasmesso una sensazione di disagio… ora capisco perché… avvertivo la sua negatività… ».
Squillò il cellulare. Il numero era occultato. «Sì?» disse tremante Olivia che già aveva intuito chi ci fosse dall’altra parte. «No, no, no… Olivia questo non dovevi farlo…. Sei andata a parlare male di me ai carabinieri… tu hai raccontato che io sono cattivo, invece la cattiva sei tu…. Non farlo mai più oppure farai la fine delle rose…». «Lasciami in pace! Stai lontano da me!» riuscì ad articolare Olivia. Ma Lorenzo aveva già riattaccato. Allora Olivia non potè trattenere le lacrime. La paura che aveva provato nei giorni scorsi diventò terrore. Si sentiva braccata. Prese un tranquillante e pochi minuti dopo si addormentò.
Il giorno successivo non andò in Facoltà. Si alzò tardi, ancora sotto choc per gli accadimenti degli ultimi giorni. Non voleva stare in casa da sola, così chiamò l’amica Elena. Le due donne decisero di pranzare fuori e fare una passeggiata in campagna. Fu un pomeriggio abbastanza sereno, anche se Olivia aveva sempre un’angoscia latente. Elena le propose di dormire da lei, in modo da non restare in casa da sola ma Olivia rifiutò. Aveva paura, è vero, ma non voleva modificare la propria vita. Sarebbe stato come darla vinta a Lorenzo.
Olivia rientrò verso le venti. Accelerò il passo verso l’ascensore. Quando finalmente fu nel suo appartamento, si lasciò cadere sul divano. Avrebbe fatto una doccia quindi sarebbe andata a dormire. Poi, volgendo lo sguardo sulla poltroncina alla sua sinistra la vide. C’era una bambola di pezza, con i capelli castani e gli occhi verdi, proprio come lei. Aveva un grosso squarcio alla gola e un altro all’addome. Olivia lanciò un urlo. Poi prese il telefono e chiamò i carabinieri. Solita risposta: «Signora, capisco la sua agitazione, ma non possiamo fare niente. Cerchi di calmarsi. Non resti in casa. Vada da un amico o da un parente… l’importante è che non stia da sola». Olivia riattaccò furibonda e terrorizzata. Telefonò all’amico Fabio e gli raccontò tutto. “Calmati Olivia. Chiuditi bene in casa e aspettami. Vengo a prenderti poi ti accompagno da Elena. Ma mi raccomando, non fare mosse avventate! ».
Olivia non era più in sé. Squillò il telefono. Numero occultato. Capì che era lui, Lorenzo e non rispose. Il telefono squillò ancora, poi ancora e ancora. Alla quinta chiamata Olivia rispose.
«Olivia, Olivia… perché mi eviti? Hai paura di me? Allora hai la coscienza sporca… ».
«Lasciami stare … lasciami stare…» disse tra i singhiozzi.
Fabio tardava ad arrivare e Olivia non riusciva più a stare in casa. Si sentiva soffocare. Decise di andare sola da Elena. Avrebbe avvisato l’amico più tardi.
Scese nel garage del condominio. Ecco la sua auto. Era quasi fatta. Tra poco sarebbe stata in salvo. Tremante, infilò la chiave nella serratura. Una mano le chiuse la bocca. Poi sentì qualcosa di freddo premerle contro la gola. La lama di un coltello. Il cuore sembrava scoppiarle nel petto.
«Allora Olivia … sai che stai per fare la fine della bambola? » disse con un ghigno Lorenzo. Olivia cercava di divincolarsi ma il ragazzo, a dispetto della corporatura esile, aveva una grande forza. Lo graffiò sulla mano con cui le chiudeva la bocca e riuscì a morderlo. Intanto Lorenzo, al colmo della follia, le passava la lama sul collo da destra a sinistra e viceversa, pregustando il momento in cui l’avrebbe conficcata nella carne. Olivia ansimava nella lotta, I suoi gemiti accrescevano il folle furore di Lorenzo che provava piacere nel fiutare il terrore di Olivia. «Olivia… ti amavo ma poi sei stata cattiva e adesso devo punirti… peccato perché potevamo essere felici insieme… forse dove andrai ora ci incontreremo un giorno, chi lo sa!». E le squarciò la gola. Olivia cadde a terra e allora Lorenzo le si avventò contro e le squarciò anche l’addome, come già aveva fatto con la bambola. Poi, credendola morta in mezzo a quel lago di sangue, fuggì.
Fabio era arrivato. Suonò più volte il campanello di Olivia ma non ottenne risposta. Allora compose il numero della donna. Il telefono squillava ma lei non rispondeva. Capì che doveva essere successo qualcosa. «Forse non mi ha dato retta ed è uscita da sola quella testona…». Compose di nuovo il numero ma non ottenne risposta nemmeno questa volta. Sentì delle voci concitate e qualcuno che urlava. Nel pianerottolo dell’ingresso del condominio si era riunito un capannello di persone. Fabio chiese cosa fosse successo. «C’è un cadavere in garage… in una pozza di sangue… sembrerebbe la professoressa…». Con il cuore in gola, Fabio scese in garage e constatò quello che già sapeva. Olivia era stata aggredita. Le ferite erano profonde ma la donna era ancora viva. Fabio chiamò i soccorsi che arrivarono appena in tempo. L’emorragia era importante, ancora pochi minuti e Olivia non ce l’avrebbe fatta.
Gli inquirenti lavorarono alacremente. Furono determinanti le telecamere del garage. Nel suo delirio, Lorenzo non le aveva notate.
Il ragazzo fu arrestato tra lo stupore dei coinquilini.
In cella aveva molti libri, quasi esclusivamente in lingua originale, soprattutto in inglese. Spesso se ne stava in piedi, le mani aggrappate alle sbarre e negli occhi una luce maligna. Una guardia lo sentì mormorare: «Ciao Olivia. See you soon!».

Consummatum est

Mia madre non capiva. Era troppo giovane, quasi una bambina. Non capiva ma, docile, rispose “fiat” a quella voce. Così nel suo grembo accolse l’Amore.
Venni al mondo per adempiere al disegno di un Creatore innamorato della sua creatura.
Faceva freddo in quella grotta, lei lo raccontava spesso. Raccontava che non piangevo mai, ma sorridevo e tendevo in alto le manine verso quel Cielo che mi aveva mandato. Quando mi guardava dormire con il visino sereno, sentiva una fitta di dolore nel cuore perché sapeva che non ero suo e che non mi avrebbe avuto a lungo. Ero un bimbo nato da donna ma non ero come gli altri.
Cresciuto, camminavo per le strade polverose della Galilea risanando i malati, rimettendo i peccati e convertendo i peccatori. Annunciavo la lieta novella. Predicavo l’amore e la fratellanza. Spezzavo il pane e lo benedicevo. Nutrivo le folle con pani e pesci e con il mio Verbo.
Molti mi ascoltarono, altri non mi credettero e mi condannarono. Ma anche questo accettai per amore.
Era buio nel Getsemani. I discepoli si erano addormentati. Io mi ero allontanato per pregare sentendo giunta l’ora.
Sapevo che ero venuto per quel sacrificio, lo sapevo da sempre, da prima ancora che mi formassi nel ventre di mia madre. Ma, fatto uomo, da uomo ebbi paura. Sentivo il sudore addensarsi in sangue. Sentivo le lacrime scendere lungo le guance e supplicai il Padre che passasse da me quel calice, anche se era la Sua volontà e non la mia che doveva compiersi.
Con un bacio Giuda mi tradì. Allora chinai il capo e mi lasciai portare via come un malfattore perché anche questo faceva parte del disegno d’Amore per cui mi sarei immolato.
Mi vestirono di porpora, mi incoronarono di spine e mi posero una canna nella destra. E così mi schernivano come “Re dei Giudei”. Ma mi lasciai dileggiare come fossi un pazzo o uno stolto.
Le mie carni furono percosse, flagellate, straziate, oltraggiate. Portai sulle spalle martoriate il peso della croce. Più lassù, sul Golgota, mi inchiodarono a essa. Stremato, tra dolori lancinanti sentivo le loro voci concitate, sentivo il pianto di mia madre e vedevo le sue lacrime. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Ebbi sete e mi fecero bere dell’aceto. Solo il ladrone ebbe pietà, gli altri continuavano a deridermi. “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso?” li sentivo dire beffardi. Ancora non capivano. Si divisero le mie vesti e le giocarono ai dadi. C’era tanta sofferenza su quella croce, più di quella che un uomo può sopportare. Il sangue vi scorreva fino a toccare la terra e, toccandola, la fecondava di Bene. Poi, alle tre di pomeriggio, diedi un respiro, chiusi gli occhi e resi l’anima al Padre.
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Consummatum est. Tutto è compiuto.
Con la mia morte vi ho salvato dalla Morte. Ora, quell’amore che ho effuso dalla croce diffondetelo nel mondo come facevo quando camminavo per le strade. Fatelo germogliare e fruttificare come germoglia il grano e fruttifica la vite, che sono il mio corpo e il mio sangue. Fate che illumini le vostre vite e vi indichi la via, come la Cometa guidò a me i Magi.
Non vi chiedo sacrifici né olocausti.
Vi chiedo di amarvi gli uni gli altri come io vi ho amato.

Danubio di Claudio Magris

Quando si sente parlare del Danubio è difficile non ricordare il celebre valzer di Johann Strauss, Sul bel Danubio blu. Anche grazie alla suggestione di questo titolo, nell’immaginario collettivo le acque di quel fiume sono blu; ma la poesia trasfigura la realtà, così il viaggiatore che le scruta scopre che il loro colore è ben diverso.

Il Danubio non è blu, come vogliono i versi di Karl Isidor Beck che hanno suggerito a Strauss il titolo seducente e menzognero del suo valzer. Il Danubio è biondo, «a szöke Duna», come dicono gli ungheresi, ma quel biondo è una galanteria magiara o francese […]. Verne pensava di intitolare un suo romanzo Le beau Danube jeaune. Giallo fangoso, acqua che si intorbida […].

Claudio Magris conosce bene il Danubio, da germanista ma anche da viaggiatore. Proprio come reportage di un suo tour su quel fiume in compagnia di amici, egli scrive Danubio, che si configura come una sorta di ‘diario di bordo’, ma anche come un diario intimo in cui egli si interroga sulla Storia, sull’uomo, sul senso dell’esistenza. E, sullo sfondo, c’è il Danubio.
Il viaggio di Magris parte dalle sorgenti del fiume — che si favoleggia nascere da un rubinetto sempre aperto — e si conclude alla foce, sul mar Nero. In mezzo, escursioni e deviazioni. È quasi un pellegrinaggio laico che tocca le grandi Capitali bagnate dal Danubio ma anche località minori e poco note, altrettanto ricche di storia, perle unite da un filo lungo più di 2800 km.

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Fin da Eraclito, il fiume è per eccellenza la figura interrogativa dell’identità, con la vecchia domanda se ci si possa bagnare due volte nelle sue acque […].

Tante generazioni si sono avvicendate su quelle sponde, tanti popoli si sono specchiati sulla bionda superficie; lui, il Danubio, ha assistito ai mutamenti della Storia, sempre uguale il suo corso, sempre diverse le sue acque. Identità contro alterità. Anche l’umanità è sempre uguale nella diversità degli individui che la compongono. E la Storia non segue forse la stessa logica? Fluisce, va avanti, cambiano gli eventi, si succedono guerre e paci, carestie e floridezze, progressi e regressi ma tutto è ricondotto entro il suo alveo.
Il Danubio è Storia: dalla vittoria di Traiano su Decebalo a oggi, esso ne è sempre stato testimone silenzioso. Il suo limo rende la Mitteleuropa feconda di ingegni e talenti la cui memoria è ancora viva nelle città in cui operarono. Magris non manca di sostare presso la casa in cui Kafka finì i suoi giorni o di visitare lo studio (ora museo) del dottor Freud.
Se il Danubio è Storia, la Storia è fatta (anche) dagli uomini. Magris rispetta questo sillogismo: il suo saggio brulica di uomini e donne, illustri e umili, noti e sconosciuti. In queste pagine vengono ritratti tanto l’arciduca Francesco Ferdinando e la sua consorte quanto il pasticciere che inventò la torta Sacher proprio in onore della duchessa.
È la Storia dei popoli ma anche quella dei singoli individui, di quelle masse di sventurati vittime della follia umana. A Mauthausen, lager in cui morirono più di centodiecimila persone, Magris scende la Scala della Morte; egli dà voce a quelle anime che ne furono private in nome di un disegno delirante, anime la cui dignità fu calpestata, la cui vita fu spezzata da altri esseri umani — homo homini lupus.
Oltre alle tinte cupe in Danubio non mancano altre più limpide; se Magris mette in campo la sua solida cultura di germanista, sa anche indulgere a toni ironici, scherzosi, a quegli accenti camerateschi consueti tra amici che condividono un viaggio. Come Ulisse, Goethe o Sterne — per citare alcuni dei viaggiatori più noti — Magris si immerge nei luoghi visitati, ne respira gli umori, coglie e fa parlare il genius loci di ognuno di essi.
La sua penna analitica scava nell’humus delle diverse culture. Danubio è una vera e propria summa di discipline: antropologia, linguistica, letteratura e critica letteraria, geografia politica; Magris tesse tutti questi fili in un intreccio perfetto, privo di smagliature. La sua prosa scorre pacata ma straripa di contenuti, come il corso del Danubio, ora placido ora impetuoso.
Confrontarsi con Danubio è faticoso, certo; la densità dei temi rende impegnativa la lettura ma non ne sacrifica l’intelligibilità. L’opera di Magris chiede al lettore attenzione ma in cambio lo arricchisce di conoscenze — come quelle su figure storiche o letterarie note solo agli addetti ai lavori — di aneddoti e di vocaboli relativi alla società mitteleuropea.

La poetica del viaggio è cara a Magris, che fonda su essa parte della produzione letteraria.

Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare il più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

Ne L’infinito viaggiare espone una vera e propria filosofia del viaggio che non si esaurisce nel raggiungimento di una meta, anzi, ognuna rimanda sempre a un’altra in un anelito di infinito che è l’essenza del vivere. Fermarsi significa la fine di tutto; viaggiare è immaginare, desiderare, sperare, sognare. È vivere. Un grande viaggiatore, Paul Gauguin, esprime questa inesauribile tensione verso un oltre che non si raggiunge mai perché ne genera continuamente uno nuovo. Dovunque si trovasse, Gauguin anelava sempre a un altrove — dalla Francia a Panama, da qui in Martinica, poi di nuovo in Francia per ripartire ancora e poi ancora tornare. Ma l’incessante viaggio esprime anche l’inquietudine dell’uomo contemporaneo che non è mai completamente appagato dall’obiettivo raggiunto.
Magris scrive Danubio nel 1986. Da allora l’assetto geopolitico mitteleuropeo ha subìto un profondo cambiamento, e con esso la società. Ma il viaggiatore di oggi che si affacciasse su quelle acque bionde, se attento, potrebbe sentirle restituire l’eco delle  “morte stagioni” — per usare le parole di Giacomo Leopardi — o udire la voce di chi, passandovi accanto, gli ha affidato i propri pensieri: goliardiche compagnie di amici, amanti che si sussurravano parole appassionate, patrioti infiammati d’ardore. E il Danubio custodisce la memoria di ognuno di questi suoi figli.

Come le stelle del cielo

Il 24 ottobre 1883 era stato uno dei giorni più funesti della vita di don Ottavio Orsini. Dopo ore di travaglio, al rintocco della campana dell’Angelus, donna Antonia aveva dato alla luce una bambina, Lucrezia Maria. Dovettero passare degli anni perché don Ottavio perdonasse alla moglie questo ‘torto’, tanto più grave in quanto la donna non avrebbe potuto partorire altri figli. Quel maschio ardentemente voluto non sarebbe mai arrivato e l’Orsini, ricco proprietario terriero, vedeva sfumare gli ambiziosi disegni di dare un seguito alla propria dinastia e di ampliare il patrimonio di famiglia. Stizzoso e irascibile, il suo carattere era decisamente peggiorato dopo la nascita di Lucrezia, verso cui provava solo disprezzo.
Quando però la giovane raggiunse la soglia dell’adolescenza, il padre cominciò a guardare con occhi diversi quell’unica figlia femmina che gli schiudeva allettanti prospettive. Lucrezia era bella e prometteva di diventarlo ancora di più una volta che l’età adulta avesse donato a quella bellezza acerba il fascino di una maturità consapevole. Già alcuni rampolli di buone famiglie mostravano una certa infatuazione per lei e non avrebbero tardato ad arrivare proposte di matrimonio. Era questo il cavallo su cui puntare: l’avvenenza di quella figlia che egli trattava con malcelato fastidio e che invece si rivelava la chiave per entrare nell’alta società. Ma Lucrezia provava pena, perfino rabbia verso quelle donne che accettavano rassegnate la strada del matrimonio. Volitiva, fiera e caparbia, era decisa a lottare per realizzare il sogno che nutriva fin da piccola.
Poco più che bambina, era rimasta affascinata da una rappresentazione teatrale a cui aveva assistito con i genitori. Gli abiti di scena, il trucco, la gestualità e la voce dell’attrice protagonista, dal tono ora flautato ora risoluto, tutto di quel mondo le era rimasto impresso nella mente. Immaginava se stessa su un palcoscenico, gli occhi del pubblico puntati su di lei. Il sipario si alzava e lei diventava un’altra persona e con questa gioiva e piangeva. Oppressa da quel padre che non perdeva occasione per mostrare il proprio rancore, Lucrezia era convinta che avrebbe trovato la libertà vivendo tante altre vite, calandosi in tante identità che le avrebbero fatto dimenticare quella di figlia non amata in cui si sentiva prigioniera.
Così era riuscita a strappare a don Ottavio il permesso di frequentare una scuola di recitazione; egli le aveva concesso questo favore solo per apparire come un genitore munifico a parenti e amici, non certo per affetto verso la figlia. Anzi, considerava quelle lezioni delle sciocchezze per nullafacenti ma, in fondo, a lui poco importava di come impiegasse il tempo Lucrezia. Gli importava invece, e molto, che ella convolasse presto a nozze con uno dei suoi ricchi pretendenti.
Qualche santo sembrava aver ascoltato le preghiere di don Ottavio, cui parve una grazia di Dio l’occasione che gli si presentò. Il Marchese Rustici, vedovo e non più giovane, aveva messo gli occhi su Lucrezia. Molto ambìto come genero dalle signore del suo ceto, egli non aveva mai voluto risposarsi ma, dopo anni di libertinaggio, aveva capitolato di fronte alla bellezza di Lucrezia. L’uomo chiese la mano della ragazza a don Ottavio — a cui non sembrava vero imparentarsi con un nobile — , il quale la concesse senza pensarci due volte, esibendo un fare untuoso che sfoderava raramente.
L’annuncio del matrimonio combinato venne dato a Lucrezia soltanto in serata, all’ora di cena. «Il Marchese Rustici ci ha degnato della sua benevolenza. Lucrezia, ti ha onorata del suo favore; ha chiesto la tua mano e io ho dato il mio consenso. Diventerai sua moglie, la Marchesa Rustici, e darai lustro a questa famiglia. Così è stato deciso e così sarà!».
Lucrezia avvampò. Si alzò di scatto dalla sedia; ogni muscolo fremeva di rabbia. Con il viso arrossato e gli occhi lucidi sostenne lo sguardo del padre. «Voi non potete decidere il mio futuro né influenzare il mio destino. Non mi presterò ai vostri piani, non piegherò la testa alla vostra volontà. Io, diversamente da voi, di un titolo nobiliare non so che farmene e tantomeno di un marito vecchio e disgustoso. Non mi avrà mai, fatevene una ragione!».
Don Ottavio non credeva alle proprie orecchie: quella figlia ingrata, che grazie a lui avrebbe potuto fare una vita da regina, osava ribellarsi. «No! Tu farai proprio quello che ti dico! Ho dato la mia parola al Marchese. Non perderò la rispettabilità per colpa dei tuoi capricci! E poi, tu che sei stata la mia più grossa delusione, almeno adesso puoi riscattarti. Sposerai il Marchese, darai prestigio alla famiglia. Almeno così avrai fatto qualcosa di buono dopo una vita inutile campata sulle mie spalle!».
Lucrezia non cedette e ribadì il suo rifiuto. Don Ottavio, cieco di rabbia, la minacciò che se si fosse opposta ancora l’avrebbe cacciata di casa e non l’avrebbe più riconosciuta. «Se è così, sono io che me ne vado!», sibilò Lucrezia. Donna Antonia piangeva e cercava di rabbonire il marito. Intanto Lucrezia si chiuse in camera, mise in un fagotto gli abiti più modesti che possedeva e si addormentò per qualche ora. Si svegliò alle prime luci dell’alba. «È il momento» si disse.
Scese nelle stalle e montò Sganarello, il suo puledro. Cavalcava nella campagna in cui era cresciuta; non si voltò mai indietro. Non era pentita, non aveva paura, anzi, il mondo le appariva più bello: l’ebbrezza della libertà le acuiva i sensi.
Lasciò il puledro prima di entrare in città; sapeva che l’animale avrebbe trovato la strada di casa e vi avrebbe fatto ritorno sano e salvo. «Addio Sganarello» gli sussurrò accarezzandogli il muso. Lucrezia aveva gli occhi umidi di pianto, ma non si voltò nemmeno a guardare il puledro per l’ultima volta.
La scuola di recitazione era un anonimo edificio che si affacciava su un vicolo pieno di botteghe artigiane ed era aperta quasi tutto il giorno perché il maestro, non avendo famiglia, trascorreva lì buona parte del suo tempo. Quando inaspettatamente quella mattina si trovò davanti Lucrezia, l’uomo capì che doveva esserle successo qualcosa di grave e che, probabilmente, c’era di mezzo don Ottavio.
«Don Agostino» esordì risoluta Lucrezia «Non starò a spiegarvi le circostanze che mi hanno condotto qui oggi. Vi chiedo solo un favore. Voi conoscete il mio talento. Io ho aspettato pazientemente che arrivasse il momento di recitare sul serio, con una compagnia, non più alla festa del patrono o in occasione di qualche ricorrenza. Mi sento pronta; la mia vita è arrivata a un bivio: andare avanti, compiendo questo salto, o tornare indietro. Ma tornare indietro sarebbe una sconfitta, non potrei più, mai più realizzare il sogno di diventare attrice. Ve lo chiedo con tutta me stessa, aiutatemi a unirmi alla compagnia di Ettore Ferraris. Mi salvereste da un destino che non voglio e mi donereste la libertà».
Don Agostino rimase stupito del tono accorato e perentorio di Lucrezia. Mentre la osservava, cercava nell’espressione del suo volto una traccia che gli permettesse di capire cosa le fosse successo tanto da spingerla a recarsi lì da sola, giovanissima, a implorarlo di aiutarla. Agostino soppesò la richiesta di Lucrezia. Non voleva mettersi contro il famigerato don Ottavio ma, nel contempo, desiderava esaudire la richiesta della ragazza, anche perché condivideva ciò che ella aveva detto. La recitazione era la sua strada, il teatro il suo destino. E sapeva che il momento di spiccare il volo, per Lucrezia, era arrivato.
Don Agostino le procurò un incontro con Ferraris; davanti a lui Lucrezia declamò un passo di Intrigo e amore di Schiller. Ferraris fu assai impressionato. Quella giovane donna aveva appena sedici anni ma covava dentro sé un fuoco, il fuoco dell’arte. Era questo fuoco che la faceva ardere mentre recitava, le infondeva veemenza e impeto, dolcezza e struggimento; le faceva brillare gli occhi e le imporporava le guance quando si calava nel personaggio. La faceva vivere. Ferraris sapeva riconoscere il talento, quando c’era, anche se, a suo giudizio, esso era cosa rara. Ma gli bastò assistere alla breve esibizione di Lucrezia per capire che lei ne aveva da vendere.
Così Lucrezia entrò nella compagnia di Ettore Ferraris che stava per portare in tournée l’Aminta. Lucrezia avrebbe interpretato il ruolo di Dafne. La nuova vita le piaceva, gli attori l’avevano accolta con un po’ di diffidenza, vista la giovane età ma ben presto avevano dovuto ricredersi: quella ragazzina aveva una forza di volontà encomiabile, non si stancava mai di provare, era sempre l’ultima a lasciare il palco. Accettava di buon grado le correzioni, i suggerimenti e perfino i rimproveri del regista, anzi, ne faceva tesoro per crescere professionalmente.
Tanta tenacia non mancò di portare buoni frutti; al suo debutto, Lucrezia riscosse il consenso unanime del pubblico, conquistato da quell’attrice alle prime armi che calcava il palcoscenico come una diva consumata. Si decise di attribuirle un nome d’arte e, proprio in ricordo di quella prima trionfale, Lucrezia divenne famosa come Dafne. Tournée dopo tournée, il suo astro brillava sempre di più.
Dopo quattro anni era ormai conosciuta dai più autorevoli impresari, i quali facevano a gara per ingaggiarla. La spuntò Goffredo Galli, che aveva già avuto a che fare con le eccellenze del teatro nazionale. Lucrezia raggiunse l’apice del successo; la sua fama era pari a quella di attrici quali Eleonora Duse e Irma Gramatica. Era il 1903. Le esibizioni con la compagnia Galli la portarono nei teatri più prestigiosi d’Italia; era celebrata dal pubblico, ammirata e invidiata dalle donne, desiderata dagli uomini. Bella, ricca e famosa, aveva il mondo ai suoi piedi.

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Lyda Borelli

Ogni sera, mentre pettinava i lunghi capelli neri seduta alla toletta, guardava con attenzione la sua immagine riflessa nello specchio. Durante questo rituale, rivolgeva un pensiero all’episodio avvenuto anni prima quando, nel corso di una cena che sembrava uguale a tutte le altre, oppose un categorico rifiuto al volere paterno. Allora il volto si distendeva in un sorriso compiaciuto; si guardava ed era orgogliosa di se stessa, di essere stata capace di dare forma e sostanza al sogno che aveva cullato fin da piccola. Era fiera di essere diventata come aveva voluto essere. Appagata, realizzata. E libera. Libera dalle imposizioni di una società maschilista che pretendeva di decidere per le donne e le riduceva a merce di scambio, a figure sbiadite all’ombra dell’uomo, padre o marito. Lucrezia era una donna che con un ‘no’ si era autodeterminata e affermata come persona.
Fu a Firenze che il vento cominciò a cambiare.
Era il 1907. Andava in scena Delitto e delitto di Strindberg; Dafne vestiva in modo superbo i panni di Henriette, la “femmina satanica”. Tra gli spettatori sedeva Odoacre Spinelli, il più illustre impresario teatrale. Fiutando le potenzialità del nascente cinematografo, egli aveva iniziato a occuparsi anche di quella forma artistica. L’interpretazione di Lucrezia fu impeccabile come sempre.
Spinelli la precedette dietro le quinte. Ricevuta l’ovazione del pubblico in delirio e calato il sipario, Lucrezia si diresse verso il camerino. Spinelli se la trovò davanti, fiera e regale nel portamento. Di persona era ancora più bella che nei ritratti; la stanchezza conferiva al suo volto un languore che ne accresceva il fascino. Quello che colpì Spinelli furono gli occhi, il cui colore variava con il variare della luce. Erano di un castano che ora tendeva al verde ora al miele ora all’ambra. Uno sguardo di velluto che sembrava accarezzare tutto ciò su cui si posasse; era facile perdersi in quella morbida profondità. E Spinelli vi si perse.
«Dafne, siete stata magnifica» esordì l’impresario. «Immagino che siate abituata a ricevere complimenti e, anzi, vi saranno perfino venuti a noia. Pertanto non voglio dilungarmi troppo e vi dirò subito il motivo per cui sono qui. Io sono Odoacre Spinelli; ho intenzione di farvi una proposta che credo non rifiuterete ma intendo parlarne con voi in una cornice più consona al vostro fascino. Spero vogliate accettare il mio invito a cena nella suite che occupo all’hotel Rinascimento. Sarà, diciamo così, una cena di affari». «So bene chi siete, signor Spinelli» ribatté Lucrezia «Un’autorità come voi non ha bisogno di presentazioni. Dite che avete da parlarmi di affari. E sia. Accetto il vostro invito».
Spinelli attese l’arrivo di Lucrezia seduto su una poltrona; fumava un sigaro e, contemplando le volute che esso disegnava nell’aria, pregustava l’incontro con la diva. Il volto roseo dell’impresario si accendeva al pensiero di sfiorare quelle mani lunghe e affusolate, di toccare quella pelle candida. Questo era l’effetto che Lucrezia-Dafne faceva agli uomini, e ancora di più a un dongiovanni come Spinelli, abituato ad avere tutte le donne che voleva. Ma quella non era una donna qualsiasi; era assai noto il suo carattere fiero e risoluto e, nell’ambiente, girava voce che, da ragazzina, aveva osato opporsi al padre che l’aveva cacciata di casa e diseredata. «Una puledra di razza» pensò Spinelli socchiudendo gli occhi voglioso. Egli sapeva che doveva giocare bene le sue carte per non pregiudicare l’esito della serata.
Lucrezia arrivò in perfetto orario; Spinelli la accolse porgendole la gardenia che si era sfilato dall’occhiello della giacca. Lucrezia si sfilò la stola di pelliccia e si mostrò in tutto il suo splendore; l’abito blu di velluto le lasciava scoperte le spalle. Tre giri di perle davano luce al suo volto; i capelli erano raccolti ma qualche ciocca rimaneva libera a incorniciare l’ovale perfetto. La sua persona emanava un profumo che Spinelli giudicò essere mughetto.

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Giovanni Boldini, ritratto di donna Franca Florio

«Dafne, è un onore avervi qui!» esclamò Spinelli «Siete un raro e felice connubio di bellezza e talento. È questo che vi rende più unica che rara». «Signor Spinelli» rispose Lucrezia «Dicono che voi siete un critico severo, pertanto le vostre parole mi lusingano e la vostra approvazione vale molto per me. Ma spero vogliate espormi quanto prima ciò per cui mi avete convocata qui stasera».
«Certamente… ma prego, seguitemi. Accomodatevi pure!» e Spinelli la fece sedere a tavola, quindi fece cenno al cameriere di iniziare a servire la cena. L’atmosfera era rilassata; il padrone di casa era gioviale e Lucrezia rispondeva prontamente alle sue battute di spirito.
Finita la cena, Spinelli assunse un’aria compunta e, finalmente, venne alla questione.
«Dafne… o forse dovrei chiamarvi Lucrezia… voi certamente saprete che io mi sto interessando al cinematografo, che è agli albori ma che credo avrà un grande futuro. Molti mi considerano pazzo e prevedono una rovinosa disfatta. Ma io credo che i pazzi siano proprio quelli che non scommettono sulla fortuna di questa nuova forma d’arte. Io ho in mente un progetto che, se andrà a buon fine, farà di me il pioniere del cinematografo nel nostro Paese. Ecco il punto: vi propongo di recitare nella pellicola che sto per girare. Essa vi consacrerebbe quale stella indiscussa del firmamento artistico italiano, un’attrice completa. Il teatro è ormai una tradizione consolidata, attrici piuttosto brave ce ne sono… ma nel campo del cinematografo voi sareste la prima e come tale verreste ricordata per sempre… pensateci. Pensate quale opportunità vi sto offrendo…».
Lucrezia seguiva con attenzione il discorso di Spinelli e lo fissava con i suoi occhi di velluto. Avvertendo la carezza di quello sguardo, Spinelli si fece più audace e le prese la mano. Poi, continuando a parlare del successo che Lucrezia avrebbe conseguito, si alzò e si portò alle spalle della donna. «Siete così attraente Dafne… un corpo come il vostro è fatto per essere mostrato… per essere sognato… desiderato… tanti uomini vi desiderano… e anch’io non posso resistere al vostro fascino… Dafne, recitate per me… concedetevi a me… potremmo essere una coppia formidabile nel lavoro e nella vita…».
Intanto le mani di Spinelli erano scivolate sulle spalle di Lucrezia e poi si erano spinte sui seni; bramose, frugavano dentro la scollatura. Lucrezia cercò di sottrarsi alla presa dell’uomo, si divincolò. Cercò di alzarsi dalla sedia ma Spinelli le si avventò addosso con la sua mole imponente e la fece cadere. A fatica Lucrezia si levò in piedi; allora Spinelli la afferrò per la vita e la strinse a sé mentre le sue labbra cercavano quelle di Lucrezia. Spinelli ansimava e sudava; sembrava un animale infoiato. Lucrezia era sopraffatta dal disgusto, cercava disperatamente di sfuggire a quella foga bestiale. Allora con la coda dell’occhio vide il candelabro. Allungò un braccio. Con la punta delle dita riusciva a toccarlo. Qualche passo, solo qualche passo e avrebbe potuto afferrarlo. Indietreggiò e provò un senso di trionfo quando lo prese in mano. Allora colpì Spinelli alla tempia. Lo colpì con tutta la forza di cui era capace. L’uomo si accasciò mentre il sangue cominciava a scorrere. La ferita era profonda ma non mortale; prima di perdere i sensi, Spinelli imprecò contro Lucrezia che si affrettava a fuggire. «Maledetta! Maledetta! Io ti rovino… ti rovino… hai capito? Sei finita! Maledetta!».
Lucrezia uscì in strada. Era buio e faceva freddo. Attese che il respiro tornasse regolare e, lasciandosi alle spalle l’hotel e cercando di scacciare la paura, se ne andò. Si sentiva miracolata.
Per settimane non pensò più alla minaccia di Spinelli. La compagnia stava allestendo una nuova tournée che avrebbe portato in scena la Salomè di Oscar Wilde. La notizia fu clamorosa: al momento dell’assegnazione delle parti, si ritenne opportuno che Lucrezia, vista l’età — si affacciava ormai ai 25 anni — vestisse i panni di Erodiade, mentre per interpretare Salomè fu scelta una giovanissima attrice emergente. Lucrezia montò su tutte le furie: non era ammissibile che un’artista del suo calibro venisse scalzata da una ragazzina pressoché sconosciuta e, per di più, di dubbio talento. Lei era Dafne, la diva, e non tollerava questo affronto. Dopo aver abbandonato in malo modo la compagnia con cui aveva recitato per anni raccogliendo enormi successi, Lucrezia si ritirò in casa. In solitudine masticò la propria rabbia e bevve il fiele dell’onta; poi tornò lucida e il suo spirito indomito rialzò la testa. Aveva chiuso con Galli? Ebbene, non le mancavano di certo altre possibilità. Quante proposte aveva rifiutato! Quanti impresari avevano quasi strisciato ai suoi piedi! Era il momento di guardarsi intorno e scegliere la strada più vantaggiosa. Ma la diva non aveva fatto i conti con il potere di Spinelli; come una serpe, egli si era insinuato fra le pieghe della sua vita e aveva sparso un veleno letale. Ella bussò alla porta di tutti gli impresari che fino a poco prima l’avevano osannata ma ottenne solo rifiuti e vaghe promesse. Le era chiaro: le minacce di Spinelli non erano cadute nel vuoto. Lucrezia era ormai fuori dal mondo dorato di cui era stata l’indiscussa regina. Aveva dettato legge, aveva tenuto tutti in pugno; chiedeva e otteneva; ogni suo capriccio era un ordine. Ma ormai la sua stella si era offuscata e, inesorabile, era iniziato il declino.
Dafne non esisteva più.
Fu costretta a vendere i gioielli, le suppellettili più preziose e, infine, la dimora che era stata teatro di banchetti sontuosi e feste eleganti. Lucrezia non aveva mai conosciuto la povertà, era abituata a non badare a spese, perciò non fu capace di amministrare i proventi e in poco tempo dilapidò tutto. Si stabilì in una squallida pensione gestita da una donna di dubbia moralità e frequentata da gente altrettanto equivoca, in un quartiere malfamato. Per sbarcare il lunario, di notte si esibiva in sordidi locali in cui il pubblico, soprattutto maschile, più che ai suoi monologhi era interessato alle sue grazie. La apostrofavano con epiteti volgari e si sentiva umiliata, come artista e come donna. Provava ribrezzo per la natura animalesca di quegli uomini, indifferenti alla bellezza dell’arte ma accesi dalla sua.
Lucrezia accusava sempre più spesso forti dolori al torace. A volte erano così lancinanti che non riusciva a respirare. Era sempre più pallida e magra e la tosse squassava la sua esile persona. Una sera, mentre declamava un monologo spassoso, aveva perso i sensi e si era accasciata a terra, mentre il pubblico passava dalle risa allo stupore. Il proprietario della bettola convocò un medico; la diagnosi fu impietosa: tisi. Le sue condizioni peggioravano a vista d’occhio ma non intendeva smettere di recitare. L’arte le infondeva vita, anche se sentiva che quella vita, giorno dopo giorno, fluiva via dal suo corpo.
Lucrezia lasciò questo mondo la sera del 30 novembre 1908, all’età di 25 anni. Stava andando a recitare. Camminava nella nebbia e la tosse violenta portava con sé piccoli fiotti di sangue. Le gambe le cedettero. Cadde, il volto macilento rivolto al cielo. Non si vedevano le stelle, offuscate dalla nebbia. «Anche voi…» sussurrò «Hanno spento anche voi… come me…».
Quello che resta di Lucrezia è una misera tomba addossata al muro di cinta del cimitero e ricoperta di mattoni. Tra le connessure sono spuntate erbacce e qualche margherita. A volte, un’anima pietosa si ferma e vi lascia un fiore, quasi a voler scaldare con un gesto d’affetto il freddo abbraccio della terra in cui giace una creatura morta in solitudine e dimenticata da tutti, stella volata tra le stelle.

Storia di Roque Rey di Ricardo Romero

Alcuni libri hanno il potere di risvegliare ricordi lontani, come fossero la famosa madeleine proustiana. Ho sperimentato questa specie di operazione archeologica del mio vissuto leggendo Storia di Roque Rey (Fazi Editore, 2017, pp. 528, trad. di Vittoria Martinetto), di Ricardo Romero, argentino, classe 1976, penna assai apprezzata nell’attuale panorama letterario del suo Paese. L’Argentina di Romero è il teatro di questo romanzo che ammicca al Realismo Magico e in ogni pagina ho avvertito i colori, i sapori e i suoni che ho percepito durante il mio viaggio in quella terra sconfinata; e ho ritrovato i nomi di alcune delle città che ho visitato — Rojas, Junín, Buenos Aires e molti altri. Ecco perché ho parlato di archeologia dei ricordi.

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Storia di Roque Rey si presenta da subito come un romanzo che tende la mano al fantastico, a cominciare dalle origini di Roque, le quali hanno un che di mitico. Egli si annuncia al mondo solo il giorno della nascita, quando è una creatura già perfettamente formata, quasi non fosse stato plasmato per nove mesi nel ventre della madre, ignara fino all’ultimo istante di quella vita che le sbocciava dentro. La donna non ha la stoffa per fare la mamma e “cede” il neonato alla sorella. Roque festeggerà sempre il compleanno con due mesi di ritardo, a datare da quel sabato pomeriggio in cui gli zii Elsa e Pedro lo presero con loro.
Quando Pedro muore, la vedova chiede al nipote di camminare con le scarpe del defunto per allargarle e renderle più comode in vista del suo ultimo viaggio. Il ragazzo non tornerà più a casa. Inizia così il lungo pellegrinaggio di Roque attraverso l’Argentina, nel corso del quale egli incontra vari tipi umani. Per poco tempo viaggia con Umberto, un prete parricida ossessionato dai propri fantasmi. In seguito Roque viene ingaggiato come ballerino dal gruppo dei Los Espectros, con cui il giovane si esibisce per qualche anno, fino a quando si ridesta in lui quello spirito gitano che lo spinge a lasciare i compagni e a partire da solo.
A Buenos Aires Roque conosce Marcos Vryzas, studente di Filosofia con cui si dà alla vita notturna e dissoluta, trova l’amore, che ha gli occhi neri di Mariana Gallardo, e inizia a lavorare all’Obitorio Giudiziario. Come anni prima aveva indossato le scarpe dello zio, adesso va camminando per la Capitale con quelle dei morti che gli sfilano davanti ogni giorno; attraverso esse, Roque riesce a penetrare nei segreti più nascosti di chi le aveva calzate in vita.

«Le scarpe sono molto di più di un capo di vestiario. […]Non sono nient’altro e nientemeno che gli intermediari fra noi e la terra. Sono loro che si fanno carico del peso dei nostri corpi e anche […] delle nostre anime. Sono il ricettacolo finale di quanto procrastiniamo, dei nostri desideri più reconditi, dell’elettricità segreta di quei sogni che non siamo in grado di ricordare al risveglio. […] Le terminazioni nervose dei nostri piedi, lungo le piante, ricevono l’eco, la vibrazione finale di tutto quanto ci accade, e saranno le scarpe il luogo dove si depositeranno»

L’incontro con Natalia, una bambina la cui bellezza straordinaria è pari a un’intelligenza superiore alla media, segna un altro cambiamento nella vita di Roque. Ancora una fuga, ancora una città; qui la strana coppia si spaccia per padre e figlia. La parvenza di famiglia che Roque forma sposando Inés è un’illusione e, rimasto definitivamente solo, egli non può fare altro che rimettersi in marcia, questa volta senza scarpe.
Romero costruisce il romanzo sul campo semantico del cammino: i passi di zio Pedro sono il primo ricordo che affiora nella memoria di Roque; i passi che il ragazzo deve compiere nell’isolato per allargare le scarpe del morto si susseguono in un vagabondaggio per la città; da questa Roque scappa e molte altre ne raggiunge nel corso degli anni.

E ogni volta che Roque sembra trovare una stabilità, ecco riemergere quella inquietudine esistenziale che gli impedisce di mettere radici in uno stesso luogo. Allora egli riprende il cammino, che altro non è se non l’ennesima fuga. Da cosa fugge Roque? Da un passato segnato dall’abbandono del padre — anzi, dall’assenza dell’uomo che non ha mai saputo di avere un figlio — e della madre; il ragazzo poco sa delle proprie origini, giusto i vaghi pettegolezzi che ha carpito tra i parenti. La sua vita è un pellegrinaggio — come quelli a cui lo costringeva la zia Elsa — alla ricerca di sé, o meglio di una prospettiva che gli restituisca l’immagine autentica di sé, che gli mostri con chiarezza chi è Roque Rey, senza maschere né interferenze.

«Bisogna fare il giro del mondo per vedere se stessi di spalle mentre si cammina. […] I suoi passi gli dicevano a quali passi doveva pensare. A quali camminate. Dove si trovava di spalle. Ed era di spalle sulla rotta dei morti. […]Era lì il segreto della sua esistenza»

Non solo Roque compie delle incursioni oltre il confine tra la vita e la morte, ma i morti, a loro volta, si affacciano sul mondo dei vivi, come due insiemi matematici che si intersecano. La naturalezza con cui queste due dimensioni si sfiorano diffonde nel romanzo un’atmosfera di magia impalpabile. Una prosa straniante, dunque, quella di Romero, che ricorda lo stile di García Márquez — maestro del Realismo Magico — in cui, dietro lo schermo di una realtà apparentemente normale, si coglie una nota stridula che ne distorce la percezione.

«Nessun morto era sufficientemente morto e nessun vivo sufficientemente vivo da non potersi incontrare a un incrocio, in un’alba fra tante»

Non c’è molta azione in Storia di Roque Rey , che privilegia piuttosto il percorso — ecco di nuovo un vocabolo legato al cammino — esistenziale del protagonista, eppure la lettura non annoia affatto, anzi il lettore si scopre suo compagno di viaggio. Un viaggio lungo quarant’anni, durante i quali anche l’Argentina segue il proprio sviluppo storico, non sempre indolore.

«[…]La Storia è come una donna. Periodicamente, a intervalli, sanguina. Guerre mondiali e civili, guerre sante […]. È la Storia con le gambe aperte che lascia cadere a fiotti il sangue dei popoli. Ed è sangue morto quello che le esce. […] La Storia mestrua. Si dissangua. E il sangue che sgorga da lei è quello di migliaia di disgraziati come noi che non capiscono niente di quel che succede»

Se è vero che la vita è un cammino — ricordiamo l’incipit della Commedia di Dante — le peregrinazioni di Roque sono una metafora del percorso che ogni individuo e l’umanità intera compiono durante la propria esistenza: come tensione verso una meta, come evoluzione spirituale, come crescita e maturazione. Roque non torna mai indietro, così come non si volge mai indietro il corso della Vita, del Tempo, della Storia; è un incedere continuo, che può rallentare o accelerare, ma non fermarsi, segnato da tappe e guidato da una “bussola”. Roque trae l’orientamento dalle scarpe dello zio. Esse sono quasi un prolungamento del suo corpo; aspirandone l’odore vi riconosce il proprio. Le tratta come esseri senzienti, parla e confida loro pensieri e preoccupazioni.
Il gesto di togliersi le scarpe e abbandonarle per affrontare scalzo un viaggio diverso da tutti gli altri ha un valore simbolico di rinnovamento, è una specie di “morte non convenzionale”. In astrologia i piedi rappresentano la possibilità di ritornare al grembo materno; forse è l’inconscio a suggerire a Roque di trascorrere il resto della propria vita sulle acque del delta del Paraná o forse il desiderio di emulare il padre, che scomparve proprio solcando quel fiume. In ogni caso, il nuovo — e ultimo — capitolo della storia di Roque ha tutto l’aspetto di un ritorno alle origini, a quelle tiepide acque in cui era immerso nel grembo della madre, a piedi nudi allora come oggi.

Real Neat Blog Award, seconda nomination

Ho ricevuto la seconda nomination per il Real Neat Blog Award e sono felice di nominare a mia volta altri bloggers che meritano questo premio.

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Rispondo alle sette domande che mi sono state rivolte da chi mi ha nominato.

1) Da dove viene la maggior parte dei visitatori del tuo blog?
Dall’Italia.

2) Qual è il tuo sport preferito?
Non pratico alcuno sport perché sono troppo pigra, però mi piace il calcio e tifo Inter.

3) Qual è stato finora per te un momento speciale nel 2018?
È un momento speciale ogni volta che il mio nipotino Nicola mi tende le manine per farsi abbracciare. 😍😍😍

4) Qual è la tua citazione preferita?
“Bisogna avere in sé il caos per generare una stella danzante” di Friedrich Nietzsche.

5) Qual era la tua materia preferita a scuola?
Senza dubbio Latino.

6) Cosa vorresti aver imparato prima?
Vorrei aver cominciato prima a studiare le lingue.

7) Che strumento musicale hai provato a suonare?
La chitarra.

Ringrazio https://dearkitty1.wordpress.com/ per la nomination.
Le mie nomination sono:
https://briciolanellatte.com
https://millesplendidilibriblog.wordpress.com/
https://bookcoffeesite.wordpress.com/
https://pensieriscrittilessenzaioesisto.wordpress.com/
https://libroguerriero.wordpress.com/

Le mie sette domande sono:

1) Cosa ti ha spinto a creare il tuo blog?
2) Qual è il tuo genere di lettura preferito?
3) Qual è il tuo genere musicale preferito?
4) Ami l’arte?
5) Qual è la tua stagione preferita?
6) Preferisci il mare o la montagna?
7) Se dovessi cambiare città, dove vorresti andare a vivere?