Un pranzo tra l’amaro dei ricordi e il sale delle lacrime

«In fondo anche ciò che è brutto può sembrarmi bello se è con occhi belli che lo guardo»,

afferma Silvia, madre di Maria e voce narrante de La figlia femmina, (Fazi Editore, 2017, pp. 183), il primo romanzo di Anna Giurickovic Dato. Due sono le figure femminili al centro della vicenda, due i piani temporali su cui essa si snoda presente e passato, sul filo dei ricordi di Silvia e due le città che ne sono lo sfondo. La figlia femmina è un’opera cruda e dolorosamente diretta come un pugno nello stomaco perché ci costringe ad assistere al dramma silenzioso di un’infanzia negata e, nello stesso tempo, ci inquieta con il dubbio che insinua. Conosco davvero la persona con cui ho scelto di condividere la mia vita? La famiglia è il nido entro cui alcun male può sfiorare i figli?

 

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È con occhi belli che Silvia guarda dentro la propria casa e vi scorge un quadro idilliaco: il marito Giorgio è un rispettato diplomatico, uomo solido e rassicurante, la loro piccola Maria è una bambina speciale, bella come una principessa berbera, dolcissima e curiosa. Vivono a Rabat, un trionfo di colori e profumi di spezie. Gli occhi belli impediscono a Silvia di vedere il brutto che si consuma in casa, oltre quell’apparente perfezione domestica. Nella bella villa in cui la famiglia vive, tra le lussuose suppellettili, si annida un mostro; l’ignara Silvia non immagina lontanamente che quel marito tanto amato pur nei suoi tratti umbratili e perfino bruschi è il carnefice della loro figlioletta. Ogni sera Giorgio si reca nella camera di Maria per leggerle le fiabe, ma esse non hanno mai un lieto fine; dopo che il libro è stato chiuso arriva l’orco a fare scempio dell’innocenza della piccola, proprio in quella stanza dove tutto ha il sapore dell’infanzia   ossimoro doloroso.

La crudezza del primo abuso è sfumata dalla grazia malinconica con cui Anna Dato tratteggia quei momenti: li viviamo attraverso lo stupore innocente di Maria, la quale avverte la stortura del comportamento del padre, eppure continua a fidarsi di lui.

«Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. […] Penserebbe che se lo fa papà è giusto»

come il giusto Abramo avrebbe sacrificato Isacco. E, docile come un agnellino, Maria si fa condurre al sacrificio della sua purezza, immolata sull’altare di un’oscura perversione di Giorgio. Maria si trova ad assistere a un rituale islamico in cui una pecorella viene sgozzata in onore di Allah; quell’animaletto mansueto, condotto al macello non è forse metafora della sorte della bambina? È solo a quel primo approccio incestuoso che Anna Dato dedica una delicata pennellata; gli altri non saranno più nominati esplicitamente, ma a turbarci è proprio ciò che non viene detto ma che possiamo immaginare. I disturbi del sonno di Maria, le lesioni che si autoinfligge, le esplosioni di violenza contro la madre, sono segnali di un dolore silenzioso e devastante. Ma Silvia non vuole vedere. In seguito alla morte di Giorgio, avvenuta in circostanze misteriose suicidio? Incidente domestico? la donna si trasferisce a Roma con la figlia.

Maria ha ormai tredici anni. Silvia ha ritrovato l’amore grazie ad Antonio. Il pranzo organizzato per presentarlo alla figlia inizia sotto i migliori auspici; intorno alla tavola imbandita si respira un’atmosfera distesa, scherzosa. Maria dà il meglio di sé, ha lasciato da parte i panni dell’adolescente scontrosa e polemica e rivela una verve che stupisce Silvia. E, dopo lo stupore, lo sgomento. Davanti agli occhi increduli di Silvia, Maria mette in atto un audace gioco di seduzione verso Antonio che, inebriato dal vino e dal fascino acerbo ma consapevole della giovane, sta per cedere alla tentazione, mentre Silvia, annichilita, non è capace di intervenire. Se anni prima gli occhi di Silvia sono stati ciechi, ora devono vedere. Chi è Maria? Un’anima segnata da ferite ancora aperte o una femme fatale in erba? Di sicuro è soprattutto una figlia che, stanca del gioco, rivolge alla mamma

«occhi improvvisamente buoni, che chiedono scusa. Sono quelli di chi finalmente ha deciso di fare la pace».

Una madre e la sua bambina che bastano l’una all’altra. Il mondo è fuori.

 

Fenomenologia della “ninfetta”

 

Il primo amore, quello che infiamma due cuori giovani e brucia ancora di più proprio per l’ardore di quell’età come una stella cadente che lascia una scia nell’infuocato cielo estivo può segnare per sempre la vita di chi lo ha conosciuto? Una passione forsennata, accecante quanto il sole dell’estate che la cullò, un desiderio inappagato, il dolore per la morte dell’amata Annabel, fiore mai còlto; ecco come Humbert Humbert si trova avviluppato in un’ossessione che lo coinvolgerà in una storia di amore e morte.

La scandalosa” vicenda di Lolita, romanzo di Vladimir Nabokov (Gli Adelphi, 1996, 26ª­ ediz., pp. 395) affonda le radici nel trauma che scosse un Humbert tredicenne; è da allora che egli cerca Annabel in ogni fanciulla che incontra e in ognuna la fa rinascere, perdendosi beato nella contemplazione di essa.

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Analizzando i moventi che hanno originato le sue azioni, Humbert capisce con grande lucidità che 

«in un certo modo magico e fatale Lolita cominciò con Annabel».

Sulla soglia dei quarant’anni, Humbert, professore di letteratura francese, da Parigi si trasferisce nel New England e va ad abitare come pensionante in casa della vedova Charlotte Haze. La donna ha una figlia dodicenne, Dolores, detta Lolita o Lo; l’incontro con la giovane fa riesplodere con prepotenza l’ossessione di Humbert per le ninfette e, per restarle vicino, egli ne sposa la madre. Dopo la morte di quest’ultima in seguito a un incidente, la libido di Humbert non ha più freni e l’insana passione per la figliastra si trasforma in una relazione amorosa e sessuale. I due iniziano un lungo viaggio in auto, in giro per gli States. Un viaggio che è una fuga dal mondo, dalle sue convenzioni, dalle leggi di una società e di una morale che condannano il loro rapporto incestuoso e pedofilo.

La macchina è il guscio entro il quale soltanto essi possono essere una coppia; ogni volta che ne escono, la variegata vita americana irrompe tra di loro ad allontanarli con i molteplici interessi che si offrono a una dodicenne. E altre persone irrompono, alterando pericolosamente l’equilibrio sia pure illusorio protetto da quel guscio; si concretizza così la paura che tormenta Humbert: quella di perdere Lolita. La giovane fugge e scompare dalla vita dell’amante-patrigno, che intraprende un nuovo, disperato viaggio, questa volta da solo, per riportarla da lui.

«Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista».

Quella di Humbert è senza dubbio un’ossessione, un amore malato, certo, ma pur sempre amore; Lolita lo ha tradito, è fuggita con un altro ma non è lei l’oggetto del furore vendicativo del patrigno, la cui lucida collera si volge contro chi ha osato frapporsi tra di loro e rompere quel rapporto esclusivo e totalizzante; colpa che solo il lavacro del sangue può mondare. Ecco Humbert raggiungere il fondo della sua aberrazione.

Un coro di proteste si levò in seguito alla pubblicazione di Lolita, nel 1955. Romanzo scandaloso, pornografico, di fronte al quale il pubblico benpensante non poteva non storcere il naso. La materia scabrosa è trattata un gusto estetizzante di stampo decadente quasi parlasse Andrea Sperelli

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia».

Nessuna oscenità, nessuna espressione scurrile. Allora qual è lo scandalo di Lolita? A ben vedere, ciò che disturba non è (sol)tanto la relazione incestuosa e ninfofila tra il quarantenne e la dodicenne, ma soprattutto la libertà sessuale di quest’ultima, la sua spregiudicatezza e le movenze provocatrici. Doveva risultare sconvolgente la scoperta, da parte del lettore, che ella era già stata iniziata al sesso, anche con un’esperienza saffica. E doveva sconvolgerlo vedere quanto Lolita sia consapevole del fascino che esercita sugli uomini maturi e con quanta consapevolezza se ne serva. Humbert confessa che è sua ambizione

«fissare una volta per tutte il periglioso sortilegio delle ninfette».

Esso è un quid che sfugge a ogni definizione, non necessariamente legato alla bellezza quanto piuttosto alla giovane età, a una grazia ineffabile, languida e dolorosa. In virtù di questa aura ammaliatrice, Lolita non ci appare più come una fanciulla traviata da un “maniaco” come arriva a definirsi Humbert ― ma come una maga Circe che seduce e irretisce. In questo rapporto ambiguo, i ruoli di vittima e carnefice sfumano l’uno nell’altro e il lettore ne resta disorientato. Ennesimo sortilegio della ninfetta.

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Paul Chabas, La ninfa Loira

 

Un fatto di cronaca nera del ‘600

La mia tesi di Laurea si intitola La Signora di Monza tra storia e letteratura. Per alcuni mesi ho vissuto a stretto contatto con suor Virginia Maria de Leyva e con Gian Paolo Osio e ho ripercorso le tappe del loro amore illecito e sacrilego e le nefandezze a cui esso spinse i due amanti. È stato un viaggio nel passato, appassionante, coinvolgente poiché, man mano che sfogliavo gli atti del processo a carico di suor Virginia Maria, attraverso la voce delle consorelle chiamate a testimoniare, i protagonisti hanno cessato di essere meri personaggi storici e hanno assunto le fattezze di persone reali, in carne e ossa. E sentimenti. Sentimenti proibiti a una donna consacrata, che si trovò scissa tra il senso di colpa per aver infranto il voto pronunciato  —  sia pure per imposizione paterna — e l’inesorabilità della passione che la consumò fino alla perdizione.

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Giuseppe Molteni, La Signora di Monza, 1847

Per questo motivo, oggi, 28 luglio, non posso non ricordare questo stesso giorno del 1606, il giorno capitale nella vita di suor Virginia Maria, quello in cui si compì il suo destino.

Voci sulle intemperanze della monaca circolavano dentro il convento di santa Margherita e anche in città si mormorava di strane frequentazioni notturne dell’Osio con la Signora. Le elezioni capitolari che si sarebbero tenute il 29 luglio, festa di santa Marta, parvero a suor Virginia un’occasione propizia per porre un argine allo scandalo che rischiava di travolgere lei e le due fedeli consorelle, complici e custodi del suo segreto; la Signora ambiva alla carica di priora, che le avrebbe permesso di godere di una libertà e di un potere di cui si sarebbe servita per mettere a tacere le malelingue e convincere il cardinale Borromeo dell’infondatezza delle voci sul suo conto.

La vicenda tragica si annuncia il 23 luglio, antivigilia di san Giacomo, quando, in seguito all’ennesimo atto di indisciplina, la conversa Caterina della Cassina da Meda — capricciosa, attaccabrighe e ribelle a detta di tutte le monache —  per ordine della Signora viene rinchiusa in un locale adibito a lavatoio, isolato dalle stanze delle altre suore e a ridosso del muro esterno del monastero che dà sulla strada maestra. In occasione del processo, suor Ottavia riferisce che «non ci è alcuna monaca che non habbi cridato con detta Cattarina perché era tanto cattiva che reportava parole di qua e di là e sempre faceva cridare or questa hor quell’altra monaca». Quando viene imprigionata, Caterina, in preda all’esasperazione, minaccia di vendicarsi denunciando ai superiori la Signora, suor Benedetta e suor Ottavia; la conversa è la domestica di suor Virginia Maria e, come tale, è a conoscenza di molti particolari compromettenti sulla condotta di quest’ultima e sulla complicità delle due consorelle. La minaccia non è casuale, infatti è imminente l’arrivo al monastero di monsignor Pietro Barco, dottore in sacra teologia e canonico della collegiata di sant’Ambrogio Maggiore a Milano. Resesi conto dell’ostinazione di Caterina, le monache implicate nella tresca tra l’Osio e la Signora — vale a dire, suor Virginia Maria stessa, Benedetta, Ottavia, Candida Colomba e Silvia — tengono una rapida consultazione, nel corso della quale decidono di uccidere la giovane. La sera del 28 luglio, festa di san Nazario, fanno entrare nel convento Gian Paolo, lo mettono al corrente delle intenzioni di Caterina e si avviano insieme a lui verso la stanza della prigioniera. Questa se ne sta sdraiata sul proprio pagliericcio, in compagnia di suor Benedetta, la quale ha preceduto i complici. Costei al processo ricorda «stando io il giorno avanti circa le 22 hore nel giardino a dir offitio detta Cattarina mi dimandò dalla finestra del luogo dove stava rinchiusa che risponde nel detto giardino et mi pregò che dovessi andar da lei perché havea paura et io li risposi che non potevo». È in corso un temporale: forse Caterina è spaventata dai tuoni o forse è inquieta e angosciata perché sa di aver osato troppo e quindi intuisce di essere in pericolo; nonostante ciò continuerà a minacciare delazioni fino all’ultimo istante. Suor Benedetta, in sede processuale, ricorda che

[…]tuttavia circa le due hore di notte andai da lei con la quale steti da due a tre hore parlando d’un mal tempo che era di tuono pioggia losnate (n.d.r. ʻlampiʼ), et in questo mentre sopra arrivorno suor Virginia Maria, et suor Ottavia et detta Cattarina disse verso suor Virginia Maria che voleva non voler più ciancie da lei, et che la mattina seguente havrebbe sentito et ciò disse perché suor Virginia Maria volse dirli non so che cioè li disse ascolta ascolta, et in un tratto sopragiunse detto Gio. Paolo che apena lo viddi, et con un piede di bicocca (n.d.r.ʻarcolaioʼ) che havea in mano diede da due o tre colpi su la testa a detta Cattarina che stava gettata sopra un pagliarizzo per quali botte detta Cattarina morse subito senza dir niente che gli diede dalla parte di dietro et gli ruppe anco la testa che n’uscì sangue et restò imbrattato il legno et piede sodetto che io ne lo lavai poi.

Nel Fermo e Lucia Alessandro Manzoni ricorderà questo fatto di cronaca nera — pur adattandolo alla finzione letteraria. Nel romanzo è una consorella di Geltrude — nome attribuito dall’autore alla Signora — l’esecutrice del delitto, che viene così narrato:

[ella] andò prima pianamente verso il luogo dove la infelice stavasi rannicchiata, quindi giuntale presso le si avventò, e prima che quella potesse né difendersi né gettare un grido né quasi avvedersi, con un colpo la lasciò senza vita.

Quando il Male ha il nome di un fiore

«Sprofondo in un grande buio che sembra studiato apposta per me: non mi lascia un attimo di tregua, è un buio paludoso, mi ci impiglio e vado a fondo in un baleno».

È un buio fisico e — soprattutto — interiore quello in cui vive Gloria, la protagonista del noir al cardiopalmo Anemone al buio (Fazi Editore, collana Darkside, 2016, pp. 287), terzo romanzo di Maria Silvia Avanzato, vincitrice di numerosi concorsi letterari.

 

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Gloria è una speaker radiofonica. È bella, bionda, sicura di sé. Una giovane donna rampante, insomma. Un grave incidente automobilistico le ruba questa vita perfetta e invidiabile; non solo il suo bel corpo è martoriato dalle ferite e il volto una maschera ricostruita con il bisturi. È andata in frantumi anche la sua identità: ha perso la memoria, ha perso il passato, ha perso parte di se stessa. Dal buio che le ottenebra la mente, ogni tanto affiora un brandello di ricordo ma, inafferrabile come una farfalla, Gloria non riesce a trattenerlo. E un velo altrettanto buio le è sceso davanti agli occhi  — sia pure temporaneamente. La donna di successo ora è come una bambina indifesa, ha bisogno di aiuto anche nelle cose più semplici; per questo la assiste amorevolmente la migliore amica, Licia.

In un’atmosfera à la Stephen King – in cui il protagonista si trova in una condizione di impedimento che ne limita la possibilità di scampare un pericolo – Gloria inizia a percepire stranezze in casa sua; riceve telefonate anonime, avverte la presenza di estranei accanto a lei, di qualcuno che si muove nell’ombra, anzi approfittando dell’ombra in cui lei vive. Due morti toccano Gloria da vicino: la signora Egle, la cartomante del piano di sopra, “si suicida” e, in seguito, Licia viene uccisa. Esiste forse un nesso tra le due tragedie? Sconvolta dalla morte dell’amica, Gloria si affeziona sempre più ad Alessio, comparso nella sua vita come un raggio di sole che dissipa le tenebre; è un amico, un conforto, un’ancora di salvezza. Asciuga le lacrime di Gloria, le infonde forza, la fa sorridere con la sua capacità di sdrammatizzare; gli occhi di Alessio ora sono i suoi occhi.

Insieme a lui, la donna inizia una vera e propria recherche du temps perdu, strettamente intrecciata al recupero della facoltà visiva. La memoria è l’occhio interiore che permette di vedere il passato — il verbo latino memini (ʻio mi ricordoʼ) e la parola memoria esibiscono la radice di mens (ʻmenteʼ) — mentre l’organo visivo restituisce ciò che è nel presente.

Un’arpa, un quadro e Anemone sono gli unici, nebulosi ricordi dell’infanzia di Gloria ed è soprattutto sul terzo che la donna si arrovella. Anemone, la sorella minore. Ma Anemone esiste davvero? O forse — ella si chiede — è stata solo un sogno?

«Lei e il suo carattere scontroso, lei e la sua voglia di ribellione […]. Il lato peggiore di me, la sorella cattiva. Magari Anemone vive dentro Gloria da molto tempo».

Se esistesse, perché non è corsa a soccorrerla dopo l’incidente? E perché Licia non ne ha mai sentito parlare? Questi interrogativi si fanno sempre più pressanti e, per trovare le risposte, Gloria deve frugare dentro sé e tornare agli anni trascorsi a casa del nonno. Lì qualcosa successe. E, finalmente, quando il velo buio è ormai caduto dagli occhi, anche l’altra faccia della recherche giunge al termine; il passato torna a bussare alla porta di Gloria, violento e assetato di sangue, del suo sangue. In sogno, la signora Egle la ammonisce così:

«Ci stanno tre uomini, bella mia. Uno che te lo perdi e uno che ti rincorre. Ma il terzo ti vuole morta proprio, capisci ammè».

Chi è l’uomo che vuole uccidere Gloria? Nelle ultime cinquanta pagine, il ritmo accelera vorticosamente e frastorna il lettore con una serie di rivelazioni sconvolgenti. Il finale si consuma proprio nel segno di una scoperta che ci gela il sangue nelle vene, così come a Gloria, costretta a fare i conti con un altro fantasma del passato.

La penna di Maria Silvia Avanzato sa essere lieve come il pennello di una pittrice che traccia linee delicate, ma anche una lama affilata che incide con crudo realismo. Il suo è un noir giocato in gran parte sui meccanismi psichici — anche con una deriva psichiatrica; ne risulta un nero ancora più cupo che assorbe perfino quel tocco di rosa che addolcisce la vicenda.

Perché il nero, non–colore, fagocita tutti i colori.

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia, mito e utopia in “Baudolino”

La parola è un’arma potente e a volte può molto più della spada, specie se supportata da una fervida inventiva. Ne sa qualcosa Baudolino, sagace contadino che, grazie a una non comune capacità affabulatoria, compie un vero e proprio cursus honorum che lo porta laddove il padre — disperato per quel figlio discolo e scansafatiche — e neanche lui stesso avrebbero creduto potesse mai arrivare: nientemeno che alla corte di Federico Barbarossa. Un enfant prodige? Piuttosto un demiurgo che si serve delle parole per plasmare la realtà. Sì, perché, quasi per miracolo, tutto ciò che Baudolino inventa finisce per diventare vero e produrre Storia. Inventa e parla, Baudolino. E scrive.  L’incipit della Kronica Baudolini cognomento de Aulario introduce Baudolino (Bompiani, febbraio 2016³, pp. 530), romanzo storico di Umberto Eco che è anche un’avventura picaresca con una sottotraccia gialla; vi si delinea una personalità vivace, ingegnosa, dai tratti comici e spassosi, che, in un bizzarro pastiche di latino ancora rudimentale e dialetto della Frascheta, confessa candidamente di aver rubato il supporto cartaceo. «Habeo facto il rubamento più grande de la mia vita cio è o preso da uno scrinio del vescovo Oto molti folii che forse sono cose della cancelleria imperiale et li o gratati quasi tutti meno ke dove non veniva via», ammette con una punta di compiacimento.

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Se fosse la scena di un film, dopo aver indugiato a lungo sulla pergamena, l’inquadratura si sposterebbe sulle mani che la reggono e la rigirano, mentre una voce chiede: «Che cos’è?». È l’aprile dell’anno del Signore 1204. Costantinopoli è messa a ferro e fuoco dall’esercito crociato che lascia dietro di sé una scia di sangue e macerie e fa scempio dei tesori d’arte della capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Niceta Coniate, storico e funzionario di corte, viene aggredito in Santa Sofia; già sente addosso l’alito della morte, quando viene salvato da un cavaliere in abito crocesignato. Nonostante la veste che indossa, egli non è un crociato. «L’ho preso a prestito» rivela a Niceta leggendo lo stupore nei suoi occhi e si presenta come Baudolino di Alessandria, non la grande metropoli egiziana ma una città «tra le montagne del Nord e il mare, vicino Mediolano». E Niceta, il salvato, si fa salvatore conducendo con sé Baudolino in un luogo sicuro, nell’attesa di fuggire insieme verso Selimbria. Le mani che reggono la pergamena sono proprio quelle di Niceta a cui, in qualità di insigne storico, Baudolino ha mostrato quel suo giovanile esercizio di scrittura che avrebbe dovuto preludere alle Gesta Baudolini, senonché, nel corso dei suoi viaggi, ha smarrito tutti gli appunti scritti negli anni ed è come se, insieme a essi, avesse smarrito la vita stessaNiceta si offre di colmare quel vuoto e di scrivere la storia di quegli anni perduti.

“Racconterai a me quello che ricordi. A me arrivano frammenti di fatti, brandelli di eventi, e io ne traggo una storia, intessuta di un disegno provvidenziale. Tu salvandomi mi hai donato il poco futuro che mi resta, e io ti ripagherò restituendoti il passato che hai perduto”.

“Ma forse la mia storia è senza senso…”

“Non ci sono storie senza senso. E io sono uno di quegli uomini che sanno trovarlo anche là dove gli altri non lo vedono. Dopo di che la storia diventa il libro dei viventi, come una tromba squillante che fa risorgere dal sepolcro coloro che erano polvere da secoli […]”.

Così, mentre le fiamme divorano le gloriose vestigia della capitale e durante la fuga verso Selimbria, Baudolino ripercorre le tappe della propria vita.

Egli trascorre i primi anni nella Frascheta, luogo del Piemonte dove —  proprio davanti ai suoi occhi — sarebbe sorta Alessandria. Da lì Federico Barbarossa, conquistato dall’ingegno di quel giovane, lo trae con sé presso la Corte Imperiale e ne diventa padre adottivo. E, come un padre premuroso, Federico lo manda a studiare a Parigi dove il ragazzo stringe con alcuni colleghi dello Studium un sodalizio che non si scioglierà più; Borone, Kyot, Abdul, Rabbi Solomon e il Poeta, diverse origini, diverse culture ma uniti da un sogno comune nato da quella che sembrava «una fantasia da topi di biblioteca». Affascinati, quasi ossessionati dai racconti sul mitico Presbyter Johannes — e trascinati da Baudolino — inventano una lettera nella quale costui — rex et sacerdos che si favoleggiava governasse sul più grande regno cristiano esistente, agli estremi confini del mondo, dove nessuno mai era giunto — riconosce la superiorità di Federico su tutti gli altri sovrani. Ancora una volta, ciò che Baudolino inventa diventa vero, al punto da muovere il Barbarossa alla volta di quel regno, per riconsegnargli la più preziosa reliquia della cristianità, il Gradale, da cui Nostro Signore bevve il vino nell’ultima cena. Il Gradale? Dove e come Federico era venuto in possesso del calice? Nessuna meraviglia! Quando c’è lo zampino di Baudolino, tutto è possibile! Per supportare la veridicità della lettera, egli ha “inventato” anche il Gradale che altro non è se non una modesta coppa di legno del padre Galiaudo. Ma questo poco importa, ora essa è il Gradale e tanto basta.

Il sogno federiciano di un ecumenismo imperiale e cristiano suggellato dalla restituzione della reliquia al legittimo proprietario, con la conseguente investitura di Federico a secondo lumen della terra dopo il Prete, conquista ed esalta anche gli uomini dell’Imperatore tanto che, dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta in circostanze misteriose durante la spedizione, Baudolino e i suoi sodali ne raccolgono l’eredità spirituale e continuano il viaggio. I dubbi che aleggiano sul tragico epilogo della vita dell’amato padre affolleranno per anni la mente di Baudolino, convinto che si sia trattato di omicidio e, solo alla fine della lunga avventura, egli scoprirà come erano andate le cose; la verità sarà sorprendente e lo sconvolgerà, perché apprenderà che anche la morte di Federico fu frutto della menzogna. E quale colossale menzogna!

Il viaggio verso il regno del Prete Giovanni conduce Baudolino e i suoi cavalieri in luoghi aspri e inospitali, a volte sotto un sole spietato che fiacca il loro corpo ma non la loro volontà di varcare per primi  — e trionfalmente — i confini di quella terra beata e mitica. Grazie al tono epico e corale con cui Eco ne tratteggia le peregrinazioni, il lettore si sente parte integrante della comitiva, ne segue i passi da vicino, ne avverte ora lo scoramento ora il riconfortarsi; e, insieme a loro, giunge a Pndapetzim, anticamera del regno del Prete. Qui i nostri fanno conoscenza con quei popoli bizzarri che affollano i Bestiari medievali e, come Baudolino, il lettore si affeziona allo sciapode Gavagai; incontra i blemmi, privi di collo e testa ma provvisti sul petto di occhi, naso e bocca; i ponci, dalle gambe diritte senza giunture alle ginocchia e con gli organi sessuali posizionati sul petto; i panozi, dalle orecchie enormi.

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Sciapode
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Panozio
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Blemma

Il lungo viaggio della compagnia riecheggia l’Odissea o la spedizione degli Argonauti per le prove affrontate e per i luoghi fantastici che gli undici si trovano a visitare, come Abcasia, foresta perennemente immersa nelle tenebre, e il Sambatyon, fiume di pietra che nessuno prima aveva mai guadato. Odissea, ma anche pellegrinaggio; la comitiva è inizialmente composta da dodici membri, come dodici erano i Magi, che muovono alla volta del regno di un sant’uomo per onorarlo con un dono di inestimabile valore. Un viaggio che sviluppa il tòpos — caro ai romanzi cavallereschi medievali — della quête, la ricerca di un oggetto del desiderio che è principio dinamico dell’azione. Ognuno si mette in cammino animato da un obiettivo: Baudolino intende portare a termine l’impresa iniziata da Federico; Abdul insegue la principessa amata e cantata nei suoi versi; Rabbi Solomon vagheggia di ricongiungersi con le dieci tribù giudaiche disperse; tutti gli altri sono in cerca di gloria.

Pndapetzim è retta formalmente dal Diacono Giovanni, giovane, malato e segregato in una stanza da cui non gli è permesso uscire. Baudolino instaura un legame di amicizia con questa figura elegiaca e dolente che non ha mai potuto vedere il mondo né goderne. E, anche in questo caso, grazie al potere demiurgico della parola, Baudolino materializza davanti agli occhi del Diacono le meraviglie del lontano Occidente e così gli dona quella vita che, per la sua malattia e per la sua carica, gli è stata negata. «Soddisfacevi il tuo gusto per la favola, eri orgoglioso delle tue invenzioni» osserva Niceta. «Forse, ma per il poco che ha ancora vissuto, l’ho reso felice» replica Baudolino.

Il gruppo è ormai davvero a un passo dal regno del Prete, quando un elemento perturbante interviene a sconvolgere i piani. Baudolino continuerà la sua quête o la abbandonerà? Quel regno — si chiederà lui stesso — esiste davvero o è solo un’utopia? Utopia, forse, però essa ha dato un senso e un obiettivo ai suoi giorni. L’utopia —  il luogo che non c’è — sostanzia e guida le gesta di Baudolino e la menzogna è per lui una scelta di vita, una vocazione di cui prende pienamente coscienza in seguito a un evento drammatico.

[…] avevo speso sino ad allora la mia vita a immaginare creature di altri mondi […], ma poi, quando il Signore mi aveva chiesto di fare quello che fanno tutti gli uomini, avevo generato non un portento bensì una cosa orribile. Mio figlio era una menzogna della natura […], ero bugiardo e avevo vissuto da bugiardo a tal punto che anche il mio seme aveva prodotto una bugia. Una bugia morta. E allora ho capito…

Due anime convivono in Baudolino, una popolaresca, l’altra cortese. La prima deriva dalle sue umili origini, nella Frascheta, terra che gli trasmette, insieme al primo nutrimento, una sana scaltrezza, il buon senso e la capacità di fare di necessità virtù. La seconda è figlia dell’educazione che Baudolino riceve presso la corte di Federico. Cortese è l’amore verso Beatrice, moglie del Barbarossa, un amore adultero e inappagato, che si risolve nella venerazione della dama, fa ardere di passione l’innamorato e lo consuma nel tormento. Baudolino conosce l’amore anche in altre declinazioni: sposa la giovanissima Colandrina, che rappresenta la tranquillità del focolare domestico e che gli ispira un tenero affetto, più fraterno che coniugale. E poi l’amore totalizzante, esclusivo, travolgente per Ipazia, fatto di intesa spirituale e possesso fisico.

Umberto Eco ha messo in campo tutto il suo sapere di medievista in questa summa in cui nessun aspetto della cultura dell’epoca è trascurato, e lo fa con una prosa priva di pedanteria e senza far pesare la propria erudizione. Al contrario, spesso il professore scende dalla cattedra e non disdegna un registro gergale, a volte perfino volgare; ne risultano passaggi esilaranti e gradevoli. Numerosi sono i riferimenti metaletterari che è dato cogliere nel romanzo e vi compare una autocitazione da Il nome della rosa. «Come diceva queltale il police mi duole», scrive Baudolino nella chiusa del manoscritto, dove “queltale” è Adso da Melk.

Dopo aver visto Baudolino crescere e diventare un uomo, dopo averlo seguito fino ai confini del mondo, non si può non affezionarsi a lui, cosicché, chiudendo il libro dopo l’ultima pagina, si ha l’impressione di salutare un compagno di viaggio. Anche noi, proprio come Federico, ne siamo stati conquistati.

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Padova, 13 giugno 1942. Mentre la città era in festa per il suo Santo, un ragazzo – appena ventenne – era arrivato da lontano con tanta paura nel cuore. Doveva partire per il fronte.”Non scrivetemi” – aveva detto ai genitori per non aggravare la loro angoscia – “Non so dove mi mandano. Vi scriverò io”.

Invece sapeva benissimo dove doveva andare: lo avevano destinato in Russia. Animato dalla Fede, il ragazzo entrò in Basilica, affidando la sua vita ad Antonio e chiedendogli di proteggerlo in quella durissima prova che lo attendeva.

18 mesi trascorse in Russia. Visse là un gelido inverno, in cui le acque del Don erano così gelate che sopra vi passavano i carri armati. Patì la fame, e con lui i suoi compagni, tanto che facevano a spintoni per raccogliere da terra un maccherone caduto tra il fango. Il fortunato che riusciva ad aggiudicarselo lo sciacquava e lo mangiava come fosse il cibo più prelibato. Il ragazzo provò fame, freddo, paura e chissà a quali atrocità si trovò ad assistere…

Eppure, dopo 18 mesi, tornò a casa sano e salvo, proprio come aveva chiesto ad Antonio quel 13 giugno, nel giorno della Sua festa e, per tutta la sua lunga vita, non smise mai di onorarlo e ringraziarlo.

Quel ragazzo era mio nonno.

“La sonata a Kreutzer”, ovvero la denuncia dell’inganno borghese

 

Il vagone di un treno. Una varia umanità. Vite che si sfiorano per la durata di un viaggio. Si chiacchiera per ingannare il tempo — chi racconta aneddoti, chi parla di affari, chi di attualità — e così la corsa sembra meno lunga. A volte però, un discorso nato per caso può far male, può risvegliare dolorosi ricordi, come un corso d’acqua sotterraneo che, scorrendo, affiora in superficie e acquista il vigore di un torrente incontrollabile. La sonata a Kreutzer di Tolstòj (Mondadori per Mondolibri, 2013, pp. 122) prende le mosse da questa situazione per strutturarsi poi come sfogo — quasi un monologo — di un passeggero profondamente turbato da una discussione sui temi del matrimonio, del divorzio, e sul significato dell’amore. Nel romanzo, tanto breve quanto crudo e impietoso, Tolstòj affronta una questione che lo tormentava da tempo ma che si era fatta più urgente dopo la cosiddetta “Conversione ai Vangeli”, in seguito alla quale egli aveva abbracciato un moralismo intransigente che lo portò ad aspri scontri con i familiari. La sonata a Kreutzer si colloca in questa nuova temperie spirituale e rappresenta un duro j’accuse nei confronti degli inganni dell’educazione sessuale e dell’istituto del matrimonio, visto come una prigione in cui i coniugi si scambiano i ruoli di vittima e carnefice in un turbine di odio e rancore che divampano dalle ceneri di quello che viene comunemente chiamato ‘amore’, che, in realtà, altro non è se non pulsione carnale. Una volta che questa si sia esaurita, marito e moglie sono destinati a vivere nell’infelicità.

 

Pozdnyšev, il protagonista del romanzo, è il passeggero di cui si diceva; egli non rimane indifferente ai temi della conversazione a cui gli è capitato di assistere, anzi interviene con battute pungenti e ragionamenti vòlti a dimostrare quanto sia dannoso per l’individuo sposarsi e dare sfogo alla sessualità. La veemenza della sua reazione — invero eccessiva per uno che esprime soltanto il proprio parere — incuriosisce l’uomo che gli siede accanto, il quale, rimasto solo con lui, ne raccoglie le confidenze. Anni prima, dopo una giovinezza dedita ai piaceri della carne, Pozdnyšev aveva sposato una ragazza che credeva di amare alla follia, ma già in luna di miele il loro idillio aveva cominciato a mostrare delle crepe ed essi avevano litigato ferocemente per ben due volte.

L’ho chiamato litigio, ma in realtà non lo era, era piuttosto la manifestazione dell’abisso che esisteva effettivamente fra noi. L’amore si era esaurito con l’appagamento dei sensi, ed eravamo rimasti l’uno di fronte all’altro, nel nostro reale rapporto, cioè, quello di due egoisti perfettamente estranei l’un l’altro […].

La vita coniugale li vede sempre più distanti e la nascita dei figli deteriora ulteriormente il rapporto, aggiungendo altri motivi di discordia. Dopo il quinto parto, la signora — di cui il marito non fa conoscere il nome — viene esortata dai medici a evitare altre gravidanze per non compromettere la salute; ella inizia così a rifiorire, dedicando molte cure alla propria persona e acquista un fascino del tutto nuovo, quello della maturità. Il germe della tragedia familiare si insinua in questa congiuntura di eventi, con la comparsa del giovane violinista Truchačevskij, invitato da Pozdnyšev a esibirsi in casa sua. Viene eseguita la Sonata a Kreutzer di Beethoven, il brano che dà il titolo al romanzo proprio perché rappresenta la chiave di volta della vicenda. Come per Paolo e Francesca «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse», così per Truchačevskij e la moglie di Pozdnyšev — che lo accompagna al pianoforte — quelle note suggellano un’intesa di anime. La «belva rabbiosa della gelosia», fino ad allora assopita, si desta quando, alcuni giorni più tardi, Pozdnyšev, in provincia per motivi di lavoro, intuisce da una lettera della moglie che il violinista le ha fatto visita. Ecco che il tarlo del sospetto — subdolo, strisciante, molesto — inizia un lavorìo incessante e sempre più intenso: forse alle sue spalle si sta consumando un adulterio? Cosa ci sarebbe di assurdo? Ciò che ha spinto Pozdnyšev a sposarsi, l’appagamento del desiderio carnale, non potrebbe spingere anche Truchačevskij a trarre piacere dalla stessa donna? Domande febbrili e argomentazioni plausibili si rincorrono ma la “prova regina” — come direbbe un investigatore — del tradimento è proprio il ricordo dei volti e degli sguardi che i presunti amanti si erano scambiati mentre suonavano insieme.

“Non era forse chiaro che fra loro era già tutto accaduto quella sera stessa? E non era forse evidente che già quella sera fra loro non solo era ormai caduta ogni barriera, ma che tutti e due, lei soprattutto, provavano una certa vergogna dopo quanto era accaduto? Ricordo il suo sorriso debole, languido e beato, mentre si asciugava il sudore sul volto arrossato quando mi ero avvicinato al pianoforte. Già allora evitavano di guardarsi, e soltanto a pranzo, quando lui le versò dell’acqua, si scambiarono un’occhiata e sorrisero appena.” Ricordai con orrore quel loro sguardo, che avevo intercettato assieme a quel sorriso quasi impercettibile.

Le pagine successive sono un capolavoro di analisi psicologica, ricche di pathos e violenza emotiva. Tolstòj trascina il lettore nel vortice di visioni che accompagnano l’allucinato ritorno a casa di Pozdnyšev, in un perverso meccanismo che genera in lui immagini dell’adulterio, talmente nitide che — pur essendo partorite dalla sua fantasia — acquistano valore di verità oggettiva e, poiché per lui oggettivamente  vere, alimentano il suo odio, accendono il suo furor vendicativo, mentre l’umiliazione che prova in quanto marito ingiuriato, gonfia il suo orgoglio ferito ma non ucciso. Gli eventi si susseguono poi in un climax di drammaticità in cui Pozdnyšev, pur animato da una furia cieca e implacabile, non perde la razionalità, anzi valuta e considera azioni e conseguenze, persino quando si trova difronte agli amanti. «Nonostante lo stato di terribile furore in cui mi trovavo non trascurai nemmeno per un istante l’impressione che potevo fare sugli altri, anzi era proprio l’idea di quell’impressione che in certi momenti mi guidava», ricorda Pozdnyšev. Consapevole nelle fasi cruciali dell’alterco, consapevole e determinato quando leva la mano armata contro la moglie.

La vendetta sarà consumata? La donna pagherà con la vita l’adulterio commesso? E, a ben vedere, aveva davvero commesso questa colpa o era stata vittima di un equivoco? Tolstòj lascia insoluto questo dubbio; non importa accertare come le cose fossero andate realmente, importa piuttosto come sono andate per Pozdnyšev, la verità che egli ha “costruito” nella sua mente e alla quale egli ha creduto al punto di diventare giudice implacabile e vendicatore. Ma — e questo è il punto che sta a cuore all’autore — cosa ha spinto  Pozdnyšev a un’aberrazione tale per cui da rispettabile membro della classe nobiliare si trasforma in una furia assetata di sangue? La risposta è proprio in quell’assunto che Tolstòj intende dimostrare con il romanzo stesso: l’infelicità della vita matrimoniale, l’abbrutimento che segue il disinganno degli sposi quando quel futuro ricco di rosee promesse, a cui credevano di andare incontro il giorno delle nozze, si rivela un amaro e interminabile presente, una guerra dei nervi in cui essi vivono nella stessa casa come nemici che si studiano e aspettano l’occasione per aggredirsi a vicenda. L’esasperazione generata da questa tensione psicologica continua può condurre, come è accaduto a Pozdnyšev, a gesti inconsulti.

L’umanità deve tendere al bene, muovendo da uno stato di depravazione a uno di purezza » — principio affermato nella Postfazione al romanzo che è una sorta di manifesto del “tolstojsmo” — ma questo cammino è irto di potenti ostacoli, le passioni, la più funesta delle quali è proprio quella carnale che è «una condizione bestiale, umiliante per l’individuo». Quella sorta di nuova età dell’oro vagheggiata da Tolstòj può essere raggiunta solo praticando la castità e, in senso più ampio, la continenza, intesa come moderazione di tutti gli istinti.

La sonata a Kreutzer è la sublimazione artistica di una dolorosa vicenda autobiografica, che aveva visto i coniugi Tolstòj protagonisti di quell’inferno domestico fatto di incomprensioni, violenti accessi d’ira e ripicche, anche per il tramite delle lettere; in risposta all’opera del marito, Sonja compone il romanzo breve Di chi è la colpa? in cui una donna —  quasi un suo alter ego — vive e narra una vicenda molto simile a quella della Sonata, in un rovesciamento di prospettiva. Anche il brano di Beethoven da cui Tolstòj mutua il titolo del romanzo, vede i coniugi in disaccordo; Sonja la ama fino alla commozione, il marito la presenta invece come nucleo generativo di una passione proibita. Il tema della musica, in effetti, offre al moralista Tolstòj lo spunto per un’altra invettiva, concentrica a quella che innerva il romanzo e che investe quella forma d’arte capace di corrompere gli animi con il suo potere seduttivo e di «eccitare la lascivia dei sensi» come egli stesso ebbe a dire. Una concezione simile era propria dei Greci, i quali riconoscevano alla musica potenzialità emotive in grado di agire sullo spirito dell’ascoltatore. Pozdnyšev sostiene che, nell’ambiente in cui vive, essa è la più frequente causa di adulterio; il giudizio che egli esprime è di netta condanna.

La musica in genere è una cosa tremenda. Che cos’è? Non lo capisco. Che cos’è la musica? Che cosa fa? E perché fa quello che fa? Dicono che la musica elevi lo spirito… sciocchezze, non è vero! Esercita una grande influenza — parlo per me — però non eleva certo lo spirito. Non eleva, né umilia lo spirito, lo eccita, piuttosto.

Alla fine della dolorosa confessione, Pozdnyšev si chiude in se stesso, stremato dalla fatica di aver rievocato —  e quindi rivissuto — un’esperienza lacerante. Lo lasciamo lì, rannicchiato sul sedile di quel vagone che è stato teatro di quel tuffo nel passato, così come un altro vagone, anni prima, lo aveva visto inseguire i dèmoni che lo agitavano durante il forsennato ritorno a casa. E, per una strana coincidenza, un treno porterà verso la morte Tolstòj, in fuga dalla prigione domestica: malato, si spegnerà nella stazione di Astapovo, dopo aver fatto allontanare dal suo capezzale quella moglie odiata e amata che, a sua volta, lo aveva odiato e amato.